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Aglio Italiano minacciato da prodotti cinesi

L’attuale preoccupazione degli operatori del comparto ortofrutticolo, in particolare i produttori di aglio, che vedono sempre più viva la minaccia di un eccesso di importazioni da parte della Cina dell’aglio Jinxiang Da Suan IGP, tale da mettere addirittura in difficoltà la sopravvivenza di questa coltura nell’intera Europa, è un’occasione per ritornare a riflettere sull’apertura ai Paesi extra UE circa la possibilità di beneficiare della Indicazione Geografica (DOP, IGP e STG).

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Garantire una protezione, non un protezionismo della qualità agroalimentare

A cura di Paolo Conte – esperto di diritto agrario ed agroalimentare

L’attuale preoccupazione degli operatori del comparto ortofrutticolo, in particolare i produttori di aglio, che vedono sempre più viva la minaccia di un eccesso di importazioni da parte della Cina dell’aglio Jinxiang Da Suan IGP, tale da mettere addirittura in difficoltà la sopravvivenza di questa coltura nell’intera Europa, è un’occasione per ritornare a riflettere sull’apertura ai Paesi extra UE circa la possibilità di beneficiare della Indicazione Geografica (DOP, IGP e STG).
Non va dimenticato che nel 2005 l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) aveva chiesto alla Ue di eliminare i vincoli fino ad allora previsti per la registrazione dei prodotti provenienti dai paesi terzi; vincoli fondati sul principio di reciprocità ed equivalenza, secondo il quale il paese terzo doveva fornire garanzie simili a quelle previste dal disciplinare di produzione, un equivalente sistema di controllo e una protezione analoga per i prodotti provenienti dalla Ue.
I Reg. CE 509 e 510/2006 (che riformavano il Reg. CE 2081/1992) abrogati dal Reg. comunitario 1151/2012 sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari, avevano accolto la richiesta dell’Omc: ora i produttori dei paesi extra Ue possono costituirsi in associazione e richiedere direttamente (o tramite la propria Autorità nazionale) la registrazione di un prodotto seguendo le stesse indicazioni valide per i produttori dei paesi Ue (il citato Reg. comunitario 1151/2012 è chiaro sin dal Considerando n. 59, secondo cui “Dovrebbe essere possibile la registrazione come denominazioni di origine, indicazioni geografiche e specialità tradizionali garantite di nomi relativi a prodotti originari di paesi terzi e che soddisfano le condizioni stabilite nel presente regolamento”, per poi esplicitare la volontà del legislatore europeo nell’articolo 11, comma 2, per il quale “Possono essere iscritte nel registro le indicazioni geografiche relative a prodotti di paesi terzi protette nell’Unione in base a un accordo internazionale del quale l’Unione è parte contraente. A meno che non siano espressamente identificate nel suddetto accordo come denominazioni di origine protette ai sensi del presente regolamento, tali nomi sono iscritti nel registro come indicazioni geografiche protette”).
Tornando alla “timore” (soprattutto italiano, ma anche francese e spagnolo) di cui sopra, il riconoscimento europeo della IGP Jinxiang Da Suan sta sollevando dubbi e preoccupazioni tra i produttori europei, già oggetto di una forte concorrenza da parte della Cina: il paese asiatico è, infatti, il primo produttore mondiale di questo tipo di ortaggio. Potenzialmente la quantità di aglio cinese che potrebbe essere commercializzata con marchio comunitario è pari a cinque volte il totale della produzione comunitaria.
È importante, invece, che ci sia questo mutuo riconoscimento delle indicazioni geografiche tra Unione Europea e Cina ( in virtù del progetto “10 plus 10” dove dieci nomi di prodotti europei celebri saranno inseriti nel registro ufficiale cinese delle indicazioni geografiche e allo stesso tempo, dieci prodotti cinesi saranno protetti nel registro europeo delle indicazioni geografiche), visto l’elevato numero di imitazioni di prodotti alimentari europei che vengono realizzati nel paese asiatico e le opportunità rappresentate dal mercato cinese.
Nel contesto del Doha Round, dove le questioni sui punti dibattuti sono ancora oggi irrisolte, rispetto alle posizioni estreme di Usa e Unione europea, la Cina ha giocato un ruolo di compromesso, dimostrando la sua autonomia rispetto al blocco americano e la sensibilizzazione verso le istanze di tutela proposte dal versante europeo.
La Cina, che nel dialogo internazionale ha avuto, in parte, un ruolo distante da quello degli Stati Uniti d’America anche se, per un certo tempo, ha goduto degli effetti della condotta ostruzionistica americana, oggi tenta di allinearsi all’Europa affrontando un percorso di crescita per la tutela della ricerca e dell’innovazione volendo concorrere a livello globale consapevole della sua identità e delle sue tradizioni da difendere.
La Cina e gli Stati Uniti d’America condividono ancora oggi, insieme con il Canada e i paesi asiatici nella loro totalità, la mancata adesione all’Accordo di Lisbona sulla protezione delle denominazioni di origine e sulla loro registrazione internazionale del 31 ottobre 1958. I paesi aderenti a tale accordo non sono numerosi e, in generale, si è portati a ritenere che i paesi non partecipanti siano proprio quelli privi di tradizioni produttive da difendere.
Il principio che i paesi dell’Unione europea intendono affermare nel contesto internazionale e che la Cina, aderendo al sistema europeo di tutela sembra condividere, consiste nel mantenere e nel valorizzare le specificità culturali, sociali e territoriali perché il mercato globale non significhi soppressione del valore della produzione agricola locale, espressione, pur sempre, di un territorio determinato. La globalizzazione non deve eliminare ma deve enfatizzare la tendenza al pluralismo.
Le norme TRIPs, infatti, inseriscono la territorialità all’interno della spazialità del commercio senza frontiere componendo la struttura della cd. rete invisibile degli scambi (locus artificialis per eccellenza) di loci distinti e ben individuati capaci di trasmettere al prodotto connotati peculiari.
Nel rapporto fra omogeneizzazione e differenziazione, fra universalismo e particolarismo, cogliere e valorizzare le singolarità di ogni patrimonio culturale locale significa estrarne un contributo specifico e irripetibile al processo di produzione e circolazione di beni che non siano solo merci ma anche conoscenza di valori e di tradizioni.
Nel contesto internazionale, la Cina, quindi, sta giocando, negli ultimi anni, un ruolo non più di netta contrapposizione rispetto all’Europa ma, piuttosto, si muove insieme a paesi come l’Italia e la Francia nell’interesse di tutelare la qualità dei prodotti locali tipici e, pertanto, il patrimonio di tradizioni e di valori culturali nazionali anche cercando di accelerare, a livello internazionale, i programmi di normazione per la protezione delle indicazioni geografiche protette.
La Cina rappresenta un esempio importante di percorso in direzione di un’economia fondata sulla tutela della conoscenza e della capacità di ricerca. La trasformazione sorprendente dell’economia cinese insieme alla parallela modificazione della sua collocazione all’interno del sistema commerciale internazionale hanno segnato uno degli sviluppi più significativi dell’economia globale degli ultimi quindici anni.
Questo percorso evolutivo è iniziato nel 2001 quando la Cina, in occasione del Doha Round, ha deciso di aderire all’Accordo TRIPs entrando a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio. Oggi la Cina considera la promozione dell’innovazione come una strategia di sviluppo nazionale e per tale ragione sta emergendo come uno dei principali protagonisti nel settore internazionale della proprietà intellettuale.
L’iniziativa «10 plus 10» ha spalancato l’ingresso del principale mercato asiatico ai prodotti di punta dell’Unione europea e rivela l’altra faccia della Cina dove trovano cittadinanza formule come diritti dei consumatori, etichettatura obbligatoria, qualità alimentare, lotta alla contraffazione.
Occorre, allora, garantire una protezione, non un protezionismo della qualità agroalimentare. Occorre cioè, sì, far valere con forza le ragioni della qualità in senso forte, anche ove vi siano incertezze all’interno della stessa Comunità europea, ma non bisogna indulgere a rimedi che non tutelino anche (nel lungo periodo) l’autentica concorrenzialità dei mercati e quindi la loro trasparenza e gli interessi del consumatore. Il che significa lotta a ogni forma di irrigidimento e discriminazione che anche in nome della tutela del locale può formarsi, e rispetto del principio di libera circolazione delle merci come indispensabile condizione di sviluppo e dinamicità nel mercato unico.
La tutela della concorrenza, nelle sue molteplici forme, non può essere avvertita come un ostacolo ma è un’opportunità da cogliere e da governare. Occorre quindi – mentre si assicura una qualità sostanziale dei prodotti agroalimentari – anche assicurare una parallela qualità della regolamentazione e dell’amministrazione, il che significa anzitutto rendere più chiari i nessi tra i vari diritti di proprietà industriale (alla complessità si reagisce con la semplificazione).

 

Elenco dei Prodotti “10+10”

Denominazioni europee registrate nel registro ufficiale cinese delle indicazioni geografiche dell’AQSIQ

Denominazione Paese Tipo di prodotto
Comté Francia formaggio
Grana Padano Italia formaggio
Priego de Córdoba Spagna olio di oliva
Prosciutto di Parma Italia prosciutto
Pruneaux d’Agen/Pruneaux d’Agen mi-cuits Francia frutta secca
Roquefort Francia formaggio
Scottish Farmed Salmon Regno Unito salmone
Sierra Mágina Spagna olio di oliva
West Country Farmhouse Cheddar Regno Unito formaggio
White Stilton Cheese/Blue Stilton Cheese Regno Unito formaggio
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2018 crescono i clienti domestici nel mercato libero. Soprattutto i 20-40 enni situati al Centro-Nord

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Elettricità: nel 2018 crescono i clienti domestici nel mercato libero
maggiore incidenza tra 20-40enni situati al Centro-Nord
Le anticipazioni del nuovo Monitoraggio retail 2018 presentate oggi a Milano
Milano, 20 febbraio 2019 – Continua a crescere la quota dei clienti che scelgono il mercato libero dell’energia elettrica: a fine anno 2018 le pmi sul mercato libero sono pari al 58% (4,3 milioni di utenze) e le famiglie al 46% (13,5 milioni) con picchi superiori al 50% in Umbria, Emilia Romagna
e Piemonte e un’altissima incidenza nelle fasce d’età dai 20 ai 40 anni. Non si arresta inoltre la crescita del numero delle società di vendita di energia elettrica attive, giunte a quota 554 unità (da 507 del 2017), con 290 società che operano come meri rivenditori. È quanto emerso dai primi risultati del
‘Monitoraggio dei mercati retail 2018’, anticipati oggi durante il convegno organizzato dall’ARERA a Milano “Monitoraggio retail: uno strumento per l’evoluzione del mercato”.
Durante la mattinata sono stati analizzati i dati completi del 2017 e, per la prima volta, sono state illustrate le potenzialità del nuovo monitoraggio, che sarà sottoposto a breve a una consultazione pubblica. Sfruttando il Sistema informativo integrato (SII), consentirà di comprendere con maggiore
efficacia lo sviluppo delle dinamiche concorrenziali e il livello di apertura dei mercati di energia elettrica e gas, nonché il livello di consapevolezza dei clienti, semplificando al tempo stesso gli adempimenti di venditori e distributori.
Con il nuovo monitoraggio sarà possibile inquadrare e descrivere in modo più completo e dettagliato il tipo di clientela, con cluster relativi alle caratteristiche dei clienti stessi (per esempio: età, genere, categorie commerciali o professionali delle utenze non domestiche), la zona geografica di fornitura, con focus regionali, provinciali e comunali, le offerte disponibili sul mercato (grazie alla mappatura del Portale Offerte) e le scelte operate dai clienti, il numero dei venditori, la loro dimensione e
collocazione territoriale. Infine, sarà più facile anche fruire dei nuovi dati prodotti, e della serie storica, perché saranno pubblicati con maggiore frequenza e saranno consultabili da tutti gli stakeholder in modalità open data.
Il Rapporto monitoraggio retail 2017 e il materiale del convegno sono disponibili sul sito.
www.arera.it

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Calcio 2018/19, sanzioni per 7 milioni di euro a SKY per pubblicità ingannevole e pratica aggressiva

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COMUNICATO STAMPA


L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha chiuso l’istruttoria avviata nei confronti di SKY Italia, accertando due violazioni del Codice del Consumo e irrogando alla società sanzioni per complessivi 7 milioni di euro.

L’Autorità ha rilevato che SKY non ha fornito informazioni chiare e immediate sul contenuto del pacchetto Calcio per la stagione 2018/19, lasciando intendere ai potenziali nuovi clienti che tale pacchetto fosse comprensivo di tutte le partite del campionato di serie A come nel triennio precedente.

Il consumatore appassionato di calcio, pertanto, in assenza di informazioni che veicolassero immediatamente e con la dovuta rilevanza i contenuti dell’offerta e in particolare le limitazioni sul numero di partite disponibili (7 su 10 per ciascuna giornata di campionato), sarebbe potuto facilmente incorrere nell’errore di ritenere compreso nel pacchetto SKY Calcio l’intero campionato di calcio di serie A, assumendo così una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso, ossia l’attivazione dell’abbonamento a tale servizio per la stagione calcistica 2018/19.

L’Autorità ha inoltre accertato che SKY ha attuato una pratica aggressiva in quanto ha esercitato un indebito condizionamento nei confronti dei clienti abbonati al pacchetto SKY Calcio, i quali, a fronte di una rilevante ridefinizione dei suoi contenuti (riduzione del 30% delle partite di serie A e cancellazione dell’intero torneo di serie B) non sono stati posti nella condizione di poter assumere liberamente una decisione in merito al mantenimento o meno del pacchetto. Gli abbonati a tale servizio sono stati costretti a scegliere tra due possibilità, entrambe svantaggiose, ossia la prosecuzione degli addebiti, tra l’altro in misura invariata, nonostante il contenuto diverso e ridotto del pacchetto rispetto a quello originariamente scelto, oppure il recesso dal contratto a titolo oneroso, con il pagamento di penali e/o la perdita di sconti e promozioni connessi alle offerte con vincolo di durata minima.

Roma, 18 febbraio 2019

www.agcm.it

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Accordo Eni e RenOils per incrementare la raccolta degli oli alimentari usati e di frittura

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L’accordo prevede anche la realizzazione di campagne di informazione ed
educazione ambientale per raccontare i vantaggi dell’utilizzo di oli esausti per la produzione di carburanti alternativi a quelli fossili

Roma, 14 febbraio 2019 – Eni e RenOils, Consorzio nazionale degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti, costituito nel 2016 con lo scopo di assicurare la corretta gestione della raccolta, del trasporto, dello stoccaggio, del trattamento e il riutilizzo degli oli vegetali e dei grassi animali esausti, hanno sottoscritto oggi un accordo di collaborazione volto a favorire il recupero degli oli vegetali esausti.
Eni, che attualmente utilizza circa il 50% degli oli alimentari usati disponibili in Italia, grazie anche alle aziende di rigenerazione aderenti a RenOils amplierà la possibilità di impiegare questi rifiuti per produrre biocarburante di alta qualità nella bioraffineria di Venezia, a Porto
Marghera, e a breve anche a Gela.
La lettera di intenti, sottoscritta oggi da Giuseppe Ricci, Chief Refining & Marketing Officer di Eni, e dal Presidente di RenOils Ennio Fano, prevede anche la realizzazione di campagne di informazione ed educazione ambientale per raccontare i vantaggi dell’utilizzo di oli esausti
per la produzione di carburanti alternativi a quelli fossili e di progetti di sensibilizzazione delle associazioni di categoria, dei consumatori e ambientaliste.
L’obiettivo è incrementare la raccolta e il corretto conferimento: oggi gli oli esausti prodotti a livello domestico sono quasi interamente dispersi. Nel 2018 sono state raccolte circa 75.000 tonnellate di olio alimentare di scarto, quasi esclusivamente prodotte dal settore della ristorazione e dell’industria, che rappresentano solo il 25% dell’olio prodotto in Italia, che ammonta a circa 280.000 tonnellate all’anno.
La maggior parte della produzione avviene quindi nelle case, e lo smaltimento avviene per lo più negli scarichi perché la maggior parte dei cittadini non sa che eliminare gli oli di frittura attraverso la rete fognaria può comportare gravi conseguenze ambientali. Oltre a intasare il sistema di scarico domestico e delle reti fognarie con incremento dei costi di manutenzione, lo smaltimento attraverso la rete fognaria pregiudica il corretto funzionamento dei depuratori, aumentando i costi di depurazione. Un litro di olio genera fino a 4 kg di fanghi di depurazione che dovranno poi essere gestiti come rifiuto, può giungere alle falde e rendere l’acqua non
potabile e crea inquinamento delle acque superficiali, cioè laghi, fiumi e mare con danni all’ecosistema, alla flora e alla fauna. Se disperso in acqua forma un “velo” che impedisce ai raggi solari di penetrare, causando ingenti danni all’ambiente.
RenOils ha l’obiettivo di contribuire in modo efficiente e partecipato alla gestione del sistema del riciclo degli oli esausti in Italia, incrementandone la raccolta. A oggi, sono 254 le associazioni e le imprese della filiera associate, a partire dai produttori di olio per uso alimentare, ai riciclatori e ai recuperatori del rifiuto. Il Consorzio agisce in mutualità per il conseguimento degli obiettivi ambientali che il Ministero dell’Ambiente (dal quale ha ottenuto il riconoscimento nel 2018) ha fissato per il settore. RenOils ha realizzato, in collaborazione l’Università di Roma Tor Vergata, il primo sistema di monitoraggio del comparto degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti (R_O_S) che opera su base geografica ed è fruibili all’interno di una piattaforma web. Questo tracciamento è di fondamentale importanza ai fini dell’accordo con Eni per l’impiego degli oli vegetali esausti per la produzione di biocarburante.
L’accordo siglato oggi è un ennesimo tassello delle iniziative di Eni finalizzate a mettere in atto un circuito virtuoso di “economia circolare” per la raccolta di materie di scarto che vengono, una volta purificate e rigenerate, trasformate in biocarburanti di alta qualità presso strutture industriali nazionali, dando piena valorizzazione a una risorsa energetica nazionale.

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