La Banca avrà un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari (poco più di 35 miliardi di euro), equamente divisi tra i cinque Paesi fondatori. La NBS avrà lo scopo di finanziare grandi progetti infrastrutturali congiunti, ma non solo. La banca disporrà infatti anche di un ulteriore fondo di riserva d’emergenza per altri 100 miliardi di dollari (circa 70 miliardi di euro, che permetteranno di evitare le pressioni a breve termine sulla liquidità. In sintesi, avrà lo scopo di fronteggiare le crisi finanziarie e la fuga degli investimenti stranieri. L’intento di questo fondo di emergenza, secondo gli analisti di Altroconsumo Finanza, è quello di evitare che si ripetano situazioni già viste in passato, sia di crisi molto gravi, come quelle valutarie degli anni novanta, oppure situazioni meno gravi, ma pur sempre capaci di creare tensioni su questi mercati, come quella dell’estate del 2013 quando sui timori del tapering negli Usa si era assistito ad una fuga di capitali dai molti dei mercati emergenti. Il risultato era stato un calo delle Borse e delle valute di questi Stati.
“Ora questo fondo è pronto ad intervenire” – commenta Vincenzo Somma direttore di Altroconsumo Finanza – “andando a tamponare l’eventuale fuga di capitali, sostenendo così le valute di questi Paesi oppure fornendo dei finanziamenti nel caso in cui questi Stati non dovessero riuscire a raccogliere i soldi di cui hanno bisogno sui mercati”.
La nuova Banca di sviluppo avrà sede a Shangai, in Cina, e il primo presidente di turno sarà un indiano. Ai ministri delle Finanze dei cinque Paesi spetterà il compito di costituire un consiglio di amministrazione che sarà presieduto dal Brasile. L’istituto avrà una sede regionale in Sudafrica e non esclude l’apertura in futuro ad altre nazioni, ma la quota complessiva dei Brics non dovrà scendere al di sotto del 55%. Dovrebbe diventare già operativa nel 2015.
“Si tratta di un’operazione volta a smarcarsi sicuramente dal Fmi e dalla Banca mondiale” – continua Vincenzo Somma – “dove il diritto di voto dei Brics raggiunge a malapena un 10% del totale, malgrado la rivalutazione della quota cinese nel 2010, ma soprattutto si tratta di un tentativo di de-dollarizzare sia la finanza sia il commercio mondiale. Dopo tutto, non è una novità la volontà da parte soprattutto della Cina di far diventare la propria moneta, lo yuan, una valuta sempre più internazionale, con la quale si possa pagare merci a livello internazionale (ora si fa in dollari) oppure erogare prestiti”.