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Consumatori

Annuncio di morte celebrale per il Consumerismo italiano

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Il CNCU 2013 di Napoli(kermesse annuale che riunisce le associazioni consumatori, il ministero dello sviluppo economico e le regioni) a detta di moltissimi, soprattutto degli esterni alle associazioni, conferma definitivamente la morte del consumerismo italiano. Più che un matrimonio/banchetto senza amore, l’evento sembra sia stato un vero e proprio funerale.

Con la sua poca rilevanza politica (basta vedere le assenze istituzionali e il mancato ascolto delle AdC in qualsiasi occasione istituzionale) e soprattutto la sua scarsa incisività(tutti sanno come non si hanno strumenti e carattere, idonei a contrastare lo strapotere delle aziende, inclusa la Class Action all’italiana sempre sbandierata ma mai giunta in giudizio), o ancor più per i burocratismi, l’evento napoletano ha confermato come tutti questi fattori siano riusciti a ingessare il consumerismo al punto da farlo trapassare a soli 20 anni di età, quando doveva essere un giovane meccanismo di tutela, sviluppo e rilancio dei diritti dei consumatori italiani già delusi dalla malapolitica.

Del resto se si leggono gli ordini del giorno e l’agenda del CNCU, organo che riunisce i vertici di queste rappresentanze, si nota come non discute di tutela del consumatore, ma ci si limita a fare nomine ed incarichi spesso persino solo da ratificare o conciliare tra le solite.
Chapeau! In questo settore, si è preferito seguire (ancora da capire in cambio di cosa, forse lo scoprirà qualche programma TV), un modello all’ILVA (interesse sindacale in commistione con quello aziendale), anziché farne uno efficiente e forte più simile al modello all’americana.
Ci chiediamo ma chi ha distrutto il Consumerismo italiano e perché le associazioni non sindacali non hanno saputo facilmente prendere il volo? Sarà stato che la doppia tessera è più rappresentativa? 
O forse perchè, come ha denunciato più volte il BEUC, le associazioni italiane non hanno fondi che garantiscano la loro indipendenza e sono qundi costrette a ricorrere al sostegno delle aziende, spesso accontentandosi persino di 10 euro a pratica, come nel caso accordo AACC/Enel sulla nevicata del febbraio 2012?

Che brutta fine che ha fatto la tutela del diritti nel Paese dei santi, eroi e consumatori navigatori!
Del resto segnali di cedimento di questo consumerismo li avevamo da diversi anni, con l’esempio quotidiano di come, in tutti i settori, nonostante una relazione storica e tavoli consolidati, non sia riusciti a lanciare le liberalizzazioni e a tappare un solo buco di quelli aperti.
Banche, trasporti, telefonia, assicurazioni, energia, servizi e PA, settori dove è successo di tutto a danno di tutti, senza che la tutela del consumatore sia riuscita a limitare un minimo l’impatto sui consumatori stessi.

Del resto il sogno di risolvere le cose con il lobbysmo misto fatto male, è miseramente fallito, persino certificato dall’uscita delle 4 energetiche dal “Club di CF” (30.000€ d’iscrizione all’anno a sigla, ma solo lato aziende) dove il paradosso del paradosso è che si paga una fee per volersi bene, e nonostante ciò, non si sono nemmeno tanto amati.

Tornando al CNCU di Napoli, unica voce fuori dal coro, in assenza di Caro Rienzi del Codacons , disertore da diversi anni, pare sia stata quella del Segretario di Codici, Ivano Giacomelli che sembra abbia almeno ravvivato un po i lavori e tentato di esortare i non allineati ad alzarsi dalla sedia e rimettersi alla scrivania a pensare di ragionare.E tutti gli altri? Niente, ci stanno pensando.
Sempre Giacomelli, ha chiesto al MISE con una lettera indirizzata qualche giorno dopo proprio al CNCU, di spiegare con l’entrata in vigore del nuovo regolamento, come faranno i controlli sulle associazioni da ora all’avvenire, con quali criteri e se per caso non siano gli stessi adotatti per i contatori dell’energia!


È morto il consumerismo italiano. Peccato, era molto giovane.

@Doctorspinone

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Consumatori

Revisionare uno scooter costa come un SUV. Esposto del Codacons

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La revisione auto, il famoso certificato cui sono obbligati i proprietari di auto e motocicli, finisce al vaglio dell’Antitrust. Il Codacons ha presentato infatti un esposto all’Autorità per la concorrenza e al Ministero dei Trasporti chiedendo di fare luce sui costi del certificato che la legge impone ai cittadini e di modificare le tariffe stabilite per legge.

Il certificato di revisione è un controllo obbligatorio previsto dal Codice della Strada su tutti i veicoli a motore, finalizzato a verificarne le condizioni sul fronte della sicurezza, del livello di emissioni inquinanti e della rumorosità – spiega l’associazione – Le tariffe per ottenere il rilascio del documento sono stabilite dal Ministero dei Trasporti di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze ma il relativo decreto non fa alcuna distinzione tra tipologie di veicolo: ne consegue così che per sottoporre uno scooter a revisione si paga la stessa cifra prevista per un Suv o per un’auto potente e di elevata cilindrata.

Nello specifico per il corrente anno i costi relativi alle operazioni di revisione sono pari 45,00 euro se la revisione è effettuata presso la Motorizzazione e 66,80 euro (Iva inclusa) se la revisione è effettuata presso un’officina autorizzata.

Fermo restando la legittimità dell’obbligo di revisione dei veicoli, con riferimento all’aspetto meramente economico ne emerge, a parere della scrivente associazione, un’evidente disparità di trattamento fra gli utenti/automobilisti, in funzione del mezzo adoperato, ed in ragione della loro capacità contributiva ex art. 53 Cost. – scrive il Codacons nell’esposto – Si chiede pertanto di aggiornare ovvero parametrare le tariffe relative alle operazioni di revisione tenendo conto dei dati del veicolo (cilindrata, modello, data di immatricolazione, alimentazione, allestimento del veicolo, tipo di utilizzo e i km percorsi annualmente) nonché ai dati del proprietario (persona fisica, giuridica o società; residenza, data di nascita e anno di conseguimento della patente; classe di merito e attestato di rischio; numero di sinistri e tipologia; eventuali altre auto possedute in famiglia), previo annullamento in autotutela ai sensi della L. 241/90 del “Regolamento recante la fissazione delle tariffe applicabili alle operazioni di revisione dei veicoli” ex D. Min. Trasporti del 2 agosto 2007, n.161”.

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Via libera della Camera alla videoserveglianza nella Asili

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Una ottima notizia per il Codacons il via libera dell’Aula alla procedura d’urgenza per l’esame della proposta di legge sulla videosorveglianza negli asili nido e nelle strutture socio-assistenziali per anziani e disabili.

“Da più di dieci anni ci battiamo affinché vengano introdotte telecamere negli asili e nelle scuole, e presso le strutture sanitarie, perché si tratta dell’unica misura realmente utile per combattere violenza e maltrattamenti a danno dei più deboli – afferma il presidente Carlo Rienzi – In Italia sono infatti aumentati a dismisura i casi di bambini malmenati dalle maestre o di disabili e anziani abusati presso cliniche e strutture sanitarie, casi portati all’attenzione pubblica solo grazie ai sistemi di videosorveglianza installati per ordine della magistratura”.

“Invitiamo Governo e Parlamento a non cedere alle pressioni della lobby dei sindacati che, specie nel settore scolastico, si sono schierati contro la presenza delle telecamere, che al contrario potrebbero tutelare anche gli insegnanti contro episodi di bullismo” – conclude Rienzi.

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Ferrovie: Federconsumatori esposto a Trenitalia sui tempi di percorrenza delle tratte regionali

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La “traccia orario” è il tempo assegnato ad un treno per percorrere una certa relazione.

Il tempo impiegato dovrebbe ricavarsi dalla formula t=S/v; dalla quale risulta evidente come il tempo necessario è in rapporto sia allo spazio da percorrere, sia alla velocità.

In realtà in ferrovia non bastano questi elementi per determinare la “traccia orario”, se ne aggiungono alcuni (spesso motivati), e altri di cui nessuno capisce la motivazione.

Solo Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana sono in grado di capire perché per percorrere la relazione Pescara-Montesilvano con treni regionali (ma ci sono centinaia di casi analoghi in Italia) a volte bastano 4 minuti altre volte ne occorrono 17. Eppure, nel caso considerato, i treni viaggiano a velocità simile, non ci sono fermate intermedie e la distanza tra le stazioni è sempre la stessa; ma i tempi assegnati ai treni per percorrere la stessa distanza sono diversissimi.

Un problema che non va sottovalutato, dal momento che ogni minuto di percorrenza di un treno costa alla collettività circa 10 euro.Questo vuol dire che, se al treno Montesilvano-Pescara si assegnano 13 minuti più del dovuto, la comunità pagherà in più 130 euro al giorno; quasi 50.000 euro ogni anno, solo per quel treno! (E questo vale per tutte le altre tratte interessate!

Se il risultato dei vari algoritmi utilizzati per calcolare il prezzo dei servizi da pagare conserva l’apparenza della neutralità, la traccia oraria è chiaramente determinata dagli interessi delle Ferrovie, senza che nessuno possa eccepire alcunché.

Eppure dalle tracce orario dipendono: 1) i costi sostenuti dalle regioni per pagare i corrispettivi a Trenitalia per l’offerta del servizio regionale; 2) la possibilità di applicare o meno le sanzioni a Trenitalia in caso di ritardo; 3) la qualità del servizio ferroviario regionale ;4) la concreta possibilità di apertura del mercato ferroviario.

Per evidenziare un abuso di posizione dominante da parte delle Ferrovie italiane nel mercato ferroviario, la Federconsumatori ha presentato un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Lo stesso esposto è stato inviato all’Autorità di Regolazione dei Trasporti e, per conoscenza, anche al Ministro dei Trasporti (con due precedenti esposti della nostra Associazione al Garante, sono state comminate due diverse sanzioni: la prima da un milione di euro nel 2014, la seconda da cinque milioni di euro nel 2017).

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