Aumento IVA in tutta l’UE. Le cifre in Italia e negli altri Paesi europei

giovedì 2 maggio 2013
       
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Aumento IVA in tutta l’UE. Le cifre in Italia e negli altri Paesi europei
Secondo l’ultimo rapporto Eurostat sulle tendenze fiscali presentato qualche giorno fa dalla Commissione europea le aliquote IVA sono aumentate in modo significativo nella UE dal 2008. Generalmente stabili intorno al 19% rispetto al decennio precedente, il tasso medio di IVA è aumentata ogni anno da quando è scoppiata la crisi bancaria. Nel 2013, è pari al 21,3%.

Aumenti sono stati particolarmente notevoli nei paesi che hanno sperimentato difficoltà finanziarie. In Ungheria, il tasso è stato aumentato di sette punti percentuali in cinque anni per raggiungere il 27%, il livello più alto in Europa. La Spagna ha alzato il tasso di cinque punti percentuali tra il 2008 e il 2013 (dal 16 al 21%), così come la Romania (dal 19 al 24%).

Cipro (dal 15% al 18%), Lettonia e Lituania (dal 18% al 21%), il Portogallo (dal 20 al 23%) e Regno Unito (dal 17,5 al 20%) hanno anche attuato aumenti sostanziali. Il Belgio ha lasciato il suo tasso invariato al 21%, una stabilità che si trova nella maggior parte dei paesi vicini: Francia (19,6%), la Germania (19%, invariato in quanto il tasso è stato portato a tre punti percentuali nel 2007) e Lussemburgo (15%). Nelle terre nordiche, invece, è risaputo che il costo della vita è elevato e Svezia e Danimarca sono la testimonianza di questo dato. Nel primo Paese l’Iva è al 25% (6% o 12% se ridotta) mentre nel secondo esiste una sola aliquota fissa al 25%: questo significa che se in Danimarca una persona va a comprare il pane è costretta a pagare una tassa del 25%. In Italia, al momento, per il pane paghiamo soltanto il 4%.

Nei 27 stati membri l’Iva ha un altro nome, ma quel che cambia, soprattutto, è la sua sostanza. Il nostro 21% di aliquota ordinaria è perfettamente in equilibrio fra il 15% del Lussemburgo e il 27% dell’Ungheria. Insieme all’Italia anche in Belgio, Lettonia e Lituania la percentuale ordinaria è del 21%. Tra i Paesi più “vicini” a noi, però, l’Italia è quello che sta peggio. In Germania ci sono due scaglioni, quello ridotto al 7% e quello ordinario al 19% mentre in Francia gli scaglioni sono tre ma minori in percentuale rispetto ai nostri (2,1%, 5,5 o 7% e 19,6%). In Spagna, invece, le aliquote sono pressoché le stesse (4%, 8%, 18%) mentre nel Regno Unito ci sono due regimi, uno al 5% e uno al 20%.

I Paesi con l’Iva più bassa sono il Lussemburgo con un 15% di aliquota ordinaria (oltre a 3% super ridotta e 6% o 12% per quella ridotta) e Cipro con il 5 o l’8% di aliquota ridotta e il 17% di aliquota normale. Gli Stati all’interno dei quali l’Iva è più pesante per i consumatori sono Ungheria, Romania, Svezia e Danimarca. Del primo Stato ne abbiamo già parlato mentre nel secondo Paese dell’est Europa esistono due scaglioni, il primo al 5 o al 9% mentre il secondo al 24%, superiore di ben tre punti rispetto al nostro già elevato.

Questa modifica corrisponde alle raccomandazioni della Commissione europea, che ha suggerito alzando l’imposta sui consumi per ridurre il carico fiscale sul costo del lavoro. Le cifre delle entrate confermano una lieve tendenza in questa direzione. L’aliquota fiscale implicita sul consumo è aumentato dal 2008, dal 19,7% al 20,1%, mentre l’aliquota fiscale implicita sul lavoro è scesa dal 36,1% al 35,8%.

Strano a dirsi vista la situazione tributaria in Italia ma il nostro Paese, per quel che concerne l’Iva, rileva Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, non è quello più tartassato fra gli stati membri dell’Unione Europea. Le nostre aliquote dell’imposta sul valore aggiunto rientrano nella norma e, anzi, l’Italia è uno dei pochi Stati a godere di tre scaglioni di aliquote:

4 per cento (aliquota minima), applicata ad esempio alle vendite di generi di prima necessità (alimentari, stampa quotidiana o periodica, ecc.);

10 per cento (aliquota ridotta), applicata ai servizi turistici (alberghi, bar, ristoranti e altri prodotti turistici), a determinati prodotti alimentari e particolari operazioni di recupero edilizio;

21 per cento (aliquota ordinaria), da applicare in tutti i casi in cui la normativa non prevede una delle due aliquote precedenti.

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