Negli ultimi giorni leggo con una certa insistenza della proposta di alcuni esponenti di governo di inserire il canone Rai nella bolletta elettrica. Si tratta per la verità di una vecchia idea, già bocciata anni fa dall’Aeegsi, tornata a quanto pare in auge nelle ultime settimane presumibilmente in vista della prossima chiusura di bilancio della Rai che, a quanto si dice, non sarà rosea. Il ragionamento è piuttosto elementare: il canone vale un gettito annuo potenziale di 1.700 milioni, il tasso di evasione è a due cifre %, lo facciamo pagare a tutti un po’ meno di quanto pagano oggi i contribuenti diligenti e lo inseriamo nella bolletta elettrica così siamo certi di incassare. Il tutto tassativamente entro gennaio 2015, così ci assicuriamo il gettito già per l’anno fiscale 2015.

Non mi pronuncio sull’idea “pagheranno tutti anche se un po’ meno” (si tratta in ogni caso di una scelta politica a proposito della quale ciascuno è libero di esprimere la propria opinione), ma non riesco piuttosto a tacere sulle criticità tecniche di questa idea e sul pericoloso sillogismo “canone in bolletta = incasso certo”.

Anzitutto va detto che, come tutti gli addetti ai lavori sanno, l’aggiunta di una nuove voce in bolletta comporta interventi tecnici tutt’altro che banali sui sistemi di billing delle società di vendita: fra raccolta dei requisiti tecnici, sviluppi informatici e test stimo qualche mese di lavoro e investimenti che, moltiplicati per le centinaia di operatori del settore, raggiungono agilmente l’entità di milioni di euro. Già questa semplice considerazione farebbe cadere gran parte del castello su cui poggia la proposta, in quanto è di tutta evidenza che l’inserimento del canone in bolletta non è tecnicamente fattibile entro la prossima scadenza di pagamento di gennaio 2015.

La mia seconda considerazione riguarda il fatto che, da quanto si legge sui quotidiani, l’importo del canone proprio perché esteso ad una platea di contribuenti molto più vasta dei soli possessori di apparecchi radioTV sarà rimodulato in funzione del censo dell’utente (si parla ad esempio dell’ISEE): ora, è ben noto a tutti che le utilities energetiche non dispongono di dati patrimoniali e reddituali relativi alla propria clientela, in quanti essi esulano dal servizio offerto. Ne consegue che qualcuno (chi?) dovrebbe informare ciascun operatore di quale importo fatturare a chi. Tutto questo entro due mesi da oggi e senza disporre di uno strumento informatico di supporto: immagino quindi fogli Excel che vanno e vengono fra le oltre 300 società di vendita di energia italiane e un ente statale di smistamento contenenti dati su 25 milioni di utenze (sic !). Senza contare che si tratterebbe nel merito di dati personali tutelati dalle leggi sulla privacy che quindi esporrebbero le utilities ad ulteriori rischi derivanti dalla loro gestione.

Last but not least il tema spinosissimo del rischio credito: già oggi le bollette elettriche sono infarcite di una quantità esorbitante di “oneri passanti”, ovvero costi calcolati a tariffe Aeegsi che vanno ad appannaggio di soggetti diversi dalle società di vendita (i.e. distributori, produttori di energie rinnovabili, fondi vari per società energivore e chi più ne ha più ne metta…). Parliamo di un gettito annuo di oltre 14 miliardi di euro (stima Aeegsi) che in sostanza viene anticipato ai soggetti terzi da parte delle società di vendita, che poi lo rifatturano ai propri clienti accollandosi interamente il rischio credito. Vogliamo forse aggravare ulteriormente il fardello con i 1.700 milioni del canone ?

Su questo punto, e finisco, smontiamo il concetto che le utilities abbiano leve più efficaci dell’agenzia delle entrate per esigerne il pagamento: non ci è consentito, infatti, sospendere la fornitura di energia se non per morosità strettamente attinente alla fornitura stessa. In altre parole, se il consumatore paga la quota di bolletta relativa ai propri consumi omettendo la sola quota di canone, nulla si può…

Insomma si preannuncia un bel pasticcio.

Pier Lorenzo dell’Orco