Viviamo tempi caratterizzati da una percezione dei rischi in costante mutamento anche sul fronte dei temi legati al mercato ed alla sicurezza alimentare. Gli aggiornamenti quotidiani che forniamo sulla vera e propria guerra tra lo Stato e gli imprenditori onesti che operano nell’agroalimentare da un lato, la criminalità organizzata e la concorrenza sleale di non pochi produttori stranieri dall’altro, ci dà il senso della gravità della situazione. Eppure notizie come la contaminazione da epatite A di centinaia di piemontesi causata dai frutti di bosco surgelati o i focolai di aviaria del tipo H7N7 (il ceppo meno pericoloso per l’uomo) scoperti in due allevamenti del Ferrarese a Ostellato (Società Agricola San Paolo) ed a Mordano (Bologna – Società Agricola Fiorin), che avrebbero occupato giornali e tv per giorni, sfumano nel mare magnum dell’informazione generalista dominata dall’ormai eterna crisi del Governo di salvezza di turno e, sopratutto, dalle ansie dello “spread” ieri ed del “tapering” della Federal Reserve statunitense oggi. E mentre si approfondiscono con inusitata dovizia di particolari, ad uso di lettori e spettatori, persino i problemi economici dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) i commentatori più volenterosi cercano almeno di variare il clichè con altri argomenti ritenuti “caldi” come la cosiddetta “ripresina” del PIL nella U.E di ben lo 0,3% nel secondo trimestre 2013. Il problema è al solito che le famiglie la spesa devono pur farla, indipendentemente dalle intenzioni di Ben Bernanke (Presidente del Comitato dei Governatori della FED) o di Mario Draghi (Presidente della BCE) ed è un vero peccato quindi che altre notizie vengano trascurate. E’ il caso dell’analisi fornita dalla Coldiretti su una ricerca Ismea-Gfk Eurisko, basata su dati dell’Istat, che certifica per i primi sei mesi del 2013 un abbattimento della spesa alimentare da parte degli italiani del 4%. In particolare il maggior calo negli acquisti lo registrano generi di prima necessità quali l’olio di oliva extravergine (-10%); il pesce (-13%); la pasta (-10%); il latte (-7%); l’ortofrutta (-3%) e la carne (-2%). Un dato forse volutamente sottaciuto, poichè in contrasto con le “luci infondo al tunnel” fatte balenare sulla stampa in questi ultimi giorni di Agosto, ma che dimostra chiaramente quanto stia incidendo la compressione dei redditi delle famiglie tra disoccupazione e incrementi fiscali. Non solo le vendite diminuiscono nei piccoli negozi (- 4%), ma anche in supermercati (-1,8%) ed ipermercati (-2,5%) che, tra economie di scala, promozioni ed offerte sottocosto, sembravano salvarsi dalla spending review imposta alle massaie. Il problema per gli italiani non sembra esser più “dove acquistare il cibo al prezzo migliore”, bensì “cosa togliere dal frigorifero”, semmai occupando un po di spazio con prodotti low cost acquistati ai discount alimentari che, infatti, sono i soli a registrare un timido +1,3% nelle vendite. Di fronte a tali numeri la sola idea di un aumento dell’ Iva dal 21% al 22%, pur escludendo gran parte dei generi alimentari soggetti all’aliquota del 10% ci sembra assurda, comportando aumenti diretti su alcuni prodotti come acqua minerale, caffè, vino ma anche indiretti ed a cascata sull’intera filiera agroalimentare solo a voler considerare il maggior costo dei carburanti. L’85% dei prodotti alimentari distribuiti in Italia viaggia su gomma. Perseverare nell’idea dell’allora Presdente del Consiglio Monti di aumentare l’imposta sul valore aggiunto causerà solo un ulteriore decremento della spesa alimentare delle famiglie di un altro punto e mezzo percentuale stando alla Confederazione Italiana Agricoltori con cui concordiamo in pieno. Il rinvio della misura deciso dal Governo Letta al 1° Ottobre purtroppo non sembra affatto rassicurante ma è ormai chiaro che, senza un taglio agli 800 miliardi di spesa pubblica, i 4.9 miliardi di euro assicurati dall’aumento dell’Iva proprio non si saprebbe dove trovarli se non dalle tasche dei contribuenti. Ma forse è appunto per questo che si preferisce parlare della diminuzione degli acquisti di titoli di Stato governativi da parte della Federal Reserve.

di Francesco Luongo