Il caso del default delle 4 banche popolari Italiane e della mancata vigilanza, ha tirato fuori anche a livello internazionale il tema di “CHI CONTROLLA IL CONTROLLORE”?

Che l’indipendenza degli organi pubblici di questo Paese sia un miraggio dai tempi del Senato Romano, lo sappiamo tutti. Ma come si creino mostri di reputazione è ancora più facile a dirsi piuttosto che a sapersi. “Lo ha detto l’Antitrust”, “lo ha sanzionato l’Antritust”, e ancora “ricorso al garante”, “segnalazione al garante”.

Titoli altisonanti, che suscitano più l’attenzione del lettore se a scriverle sono i giornali. Giornali spesso scritti da giovani freelance pagati a 7,5€ a pezzo, che non possono fare altro che rilanciare i roboanti comunicati stampa delle nostre authority.

Ma quanti di questi sono andati a fondo a quello che  dice, fa o punisce l’Anti-trust italiana o le altre? Nessuno, perché hanno il vizio di pensare che siccome lo hanno detto loro è verità assoluta senza approfondirlo e questo è il mantra della comunicazione.

Il Paese dove collusi, conflitti d’interesse e relazioni di ogni genere, confluiscono sempre verso un’unica direzione, quella dei PREPOSTI di Stato!

Sono alcuni tra i Preposti di Stato a dettare il gioco del palazzo, ovvero i funzionari e dirigenti pubblici che non operano per il Bene pubblico ma per il proprio, quelli che in alcuni casi in un anno guadagnano più di ogni onesto cittadino o imprenditore per il resto della loro vita e che ricorrono alla consulta se gli viene tagliato il 5% , ma senza farsi troppo vedere.

Sugli stipendi dei funzionari di alcune authority ci eravamo soffermati qualche settimana fa , con l’analisi degli stipendi di solo 4 delle 19 authority nazionali( si abbiamo più authority che ministeri e quasi sempre fanno la stessa cosa) e abbiamo dovuto farne una ANTICORRUZIONE, come se in un Paese normale e civile la corruzione si debba tenere sotto controllo.

Quel che risalta subito all’occhio è che ad esempio nel caso dell’AGCM poco meno di 100 funzionari  costano 36milioni di euro, quanto fatturano in sostanza 5 dei più grandi call center italiani che danno lavoro a 5000 persone. Ed è risaputo che gran parte del lavoro nelle authority lo svolgono gli stagisti che non prendono nemmeno il rimborso spese.

La boutade collettiva è che non ricadono sul bilancio pubblico. Ma mai nessuno si è chiesto se i costi di Stato degli errori prodotti spesso da costoro non ricadano sul bilancio pubblico. Certo che ricadono sulla collettività per i danni provocati e persino per le spese legali visto che sono difesi dall’avvocatura di Stato che è sempre pagata dal buon vecchio cittadino. Ma quanti danni producono chi lo sa quantificare?

C’è da dire che tranne qualche roboante multa ai soliti noti e qualche volta a quel disgraziato che in quel momento doveva capitarci(le multe sono tutte ampiamente in bilancio o scaricate sui consumatori), gli effetti sul mercato non si sono mai visti, visto che tra convegni, tavole rotonde e vernissage, si conoscono adeguatamente i vigili e quelli che multeranno.

Un’altro grave problema è che questi scienziati della vigilanza, sono spesso coinvolti in strani e vorticosi cambi di guardia, come il caso del presidente AGCM che meno di un paio di mesi fa, nonostante  siano solo due anni che ricopre il ruolo presso l’AGCM,  era uno dei candidati a giudice della Corte Costituzionale, tanto ad eleggerlo dovevano essere sempre gli stessi.

La cosa più controversa in tutto questo è che dinanzi alle accuse di queste autorità se poco poco hai ragione non c’è TAR che tenga, il procedimento è sul modello della Santa Inquisizione. Vai a rogo come Giornano Bruno o finisci alla gogna come Galileo Galilei! Anche se poi hai ragione, se lo dice l’AGCM hai torto a priori. Basta leggersi il regolamento del procedimento istruttorio, è solo di stampo accusatorio, e guai a contraddirli, anche se non capiscono niente di quello che stanno esaminando. In sostanza se ti voglio accusare ti accusano, se ti vogliono scagionare pure! Basta qualche piccola presunta prova!!!

Ma viene da chiederci, visto che i deputati sono nominati e nominano a loro volta gli altri componenti dello Stato e delle authority, chi controlla i controllori?

Proviamo a capirlo facendo una riflessione sulla lezione che Giuliano Amato ha fatto proprio qualche giorno fa presso l’AGCM.

 

Predicando e lavorando in terra di infedeli, l’Agcm è riuscita a far emergere le regole della Concorrenza, estranee all’Italia fino a quel momento”.  Così Giuliano Amato, giudice costituzionale e presidente dell’Antitrust dal ’94 al ’97, ha iniziato la Lectio Magistralis con cui si celebrava, il 19 gennaio scorso, il 25° anniversario dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Un brevissimo excursus sulla storia dell’Autorità ha, infatti, fatto da prefazione ad una lectio ricca di notevoli spunti di riflessione.

Il Giudice Amato ha riservato gran parte del suo discorso al ruolo odierno dell’Agcm, in particolare in merito al clima sulla concorrenza che, a suo dire, dagli anni ’90 ad oggi, è profondamente mutato.

La crisi economica, che ha giocato un ruolo centrale, ha diminuito la fiducia nel mercato e quindi nell’antitrust in generale. “La crisi ha ridotto la fiducia nel mercato e di conseguenza nell’Antitrust. Ma la politica non deve dimenticare l’importanza delle regole sulla concorrenza, altrimenti rischia di avvelenare i pozzi che tenta di scavare” afferma l’illustre giurista.

Secondo Amato, la concorrenza ha ruolo fondamentale che oggi, però, non viene percepito. Cita, a tal riguardo, l’esempio dell’Australia, che era un Paese in forte crescita ma con importanti limitazioni in diversi settori ma che, dal 1990 al 2000, con l’avvento di una regolazione in materia di concorrenza, ha avuto una crescita del PIL del 5,5%.

Affermare il ruolo centrale dell’Agcm impone, però, di affrontare con vigore la sfida dei nuovi mercati, caratterizzati da operatori aleatori con una posizione sempre più preponderante. A tal riguardo, Amato fa riferimento alla sharing economy (e in particolare ad uber) per la quale sembra non essere chiaro se sia un fenomeno contro le regole o fuori dalle regole.

Su questo fronte Amato ha spiegato come l’Agcm non deve e non può alzare bandiera bianca “verso chi dice che nei mercati monopolistici l’Antitrust non serve più” perché, citando l’ex premier Mario Monti: “I mercati innovativi possono migliorare ma possono anche risultare temporanei per l’arrivo di nuovi prodotti da altri mercati”.

Il riferimento è sicuramente riconducibile anche all’azione dell’antitrust europeo nei confronti di Google.

Sul tema, infatti, è notorio il punto di vista degli esperti come Andrea Varsori, PhD Candidate al King’s College, e Diego Zuluaga, research fellow dell’Institute of Economic Affairs, espresso nel paper “Eu Antitrust Vs. Google” che sostengono come l’intervento dell’Antitrust Ue contro Google sia addirittura superfluo e sconsigliabile.

Quello digitale è uno dei settori più concorrenziali e stimolanti del mondo: un’azione pubblica potrebbe metterne a rischio lo sviluppo” chiosano gli autori, parlando del rischio di frenare l’innovazione e la dinamicità del mercato digitale.

La visione del Giudice costituzionale, invece, si pone in un’ottica di antitesi rispetto a questa lettura.

La net neutrality, come concepita all’inizio, è sbagliata secondo Amato, perché quello che è necessario fare ora è “pizzicare comportamenti sbagliati, non presumere la neutralità e questo significa mantenere in piedi la neutralità, non darla per scontata”.

Rilevante anche il commento sui danni reputazionali che, a detta di alcuni, sarebbero in grado di regolare da soli il mercato mentre, come commenta Amato, il danno reputazionale, di fatto, rimane solo a chi non ha la forza (economica) di poterlo cancellare, perciò non è sufficiente e consigliabile escludere la regolazione.

Una lectio magistralis brillante e sicuramente non autoreferenziale che, in conclusione,  vorrebbe proiettare l’Agcm in un’ottica futuristica caratterizzata da una essenziale e primaria comprensione dei nuovi mercati, al fine di assicurare all’Autorità quell’autorevolezza e quel ruolo centrale che dovrebbero caratterizzarla.

Ma chi controllerà il controllore?

Luigi Gabriele e Antonella Votta