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Codacons, Movimento Difesa Del Cittadino e Cittadinanzattiva denunciano McDonald’s per condotte anti concorrenziali in Italia

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Le tre principali associazioni dei consumatori italiane hanno presentato oggi una denuncia all’Autorità Garante della Concorrenza, in relazione alle pratiche anticoncorrenziali di McDonald’s nei confronti dei propri franchisee e alla fissazione dei prezzi a discapito dei consumatori italiani

 

Roma, 4 aprile 2017 – McDonald’s abuserebbe della propria posizione di schiacciante supremazia sul mercato del fast-food americano in Italia. È questa l’accusa formale presentata oggi da Codacons, Movimento Difesa del Cittadino e Cittadinanzattiva in una denuncia all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, in cui si contesta la violazione di diverse disposizioni di legge da parte della multinazionale, tra cui gli articoli 2 e 3 della legge 287/1990 e gli articoli 101 e 102 TFUE. In particolare, la denuncia argomenta che McDonald’s limiti illegittimamente la libertà imprenditoriale dei propri affiliati, imponendo loro termini commerciali sleali per effetto dei quali i contratti di franchising vengono collegati a contratti di locazione per l’utilizzo degli immobili di proprietà di McDonald’s, a prezzi esorbitanti. La denuncia si focalizza sugli sforzi sistematici di McDonald’s nel controllare i prezzi di rivendita dei propri affiliati per mezzo di un sistema di fissazione dei prezzi che porta i consumatori italiani a dover pagare prezzi più elevati.

 

McDonald’s, oltre ad essere il più grande franchisor al mondo, predomina sul mercato immobiliare controllando la maggior parte delle proprietà su cui sorgono i suoi 36.000 punti vendita, presenti in 120 paesi. Oltre l’80% degli outlet della società sono gestiti da 5.000 affiliati individuali, contrattualmente obbligati a servirsi dei beni immobili di McDonald’s verso il pagamento di affitti elevati richiesti dalla stessa società. A ciò va aggiunto il pagamento delle royalties alla stessa società multinazionale. Anche in Italia McDonald’s è il player dominante del mercato dei fast food americano, con oltre 550 ristoranti, di cui l’80% viene gestito da affiliati.

 

Gli elementi della denuncia dimostrano che per i franchisee la conclusione di un contratto di locazione con McDonald’s è una condizione preliminare non negoziabile e sine qua non per la conclusione di un accordo di franchising con la catena di fast food. E questi contratti di locazione contengono regolarmente termini anticoncorrenziali che limitano la possibilità dei franchisee di passare ad un’altra catena, impongono loro affitti a prezzi ben al di sopra della media del mercato immobiliare. Tali condizioni comportano inoltre un rischio operativo più elevato per gli affiliati McDonald’s rispetto ai concorrenti, anche in termini di mancato recupero degli investimenti.

 

Per di più, la denuncia fornisce la prova scritta che McCoop Italia – consorzio che aggrega McDonald’s e tutti i suoi affiliati in Italia – fissi deliberatamente i prezzi di rivendita dei prodotti McDonald’s da applicare in tutti gli store italiani, impedendo in questo modo la concorrenza sui prezzi. Per i consumatori, tale strategia si traduce in prezzi più alti dell’8% presso i negozi in franchising rispetto agli altri store della società.

 

Qualora McDonald’s venisse riconosciuto colpevole di attività anticoncorrenziali da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza italiana, il colosso potrebbe essere esposto ad una sanzione pecuniaria fino a centinaia di milioni di euro.

 

Sembrerebbe che condotte simili siano state osservate anche in Germania e Francia, e ciò potrebbe comportare denunce anche alle autorità competenti di questi due paesi.

 

L’azione di oggi in Italia segue una denuncia già presentata dal Codacons, Movimento Difesa Del Cittadino e Cittadinanzattiva nel settembre 2015 alle autorità fiscali italiane, in relazione al trasferimento delle royalties dagli affiliati italiani di McDonald’s in Lussemburgo. Uno schema simile utilizzato da McDonald’s in Europa è attualmente sotto inchiesta formale da parte della Commissione Europea a Bruxelles.

 

 

Riguardo alla denuncia di oggi, Gianluca di Ascenzo, presidente del Codacons, ha dichiarato: “Mentre le pratiche di elusione fiscale di McDonald’s sono ben note, è ora diventato chiaro che il colosso del fast food fissi i prezzi di rivendita dei franchisee italiani e abusi della propria posizione di supremazia sul mercato per ottenere il massimo profitto possibile dai suoi affiliati. Questi comportamenti devono finire ed esortiamo l’Autorità Garante della Concorrenza affinché ci aiuti a raggiungere questo obiettivo”.

 

Francesco Luongo, presidente di Movimento Difesa del Cittadino, ha dichiarato: “Come player dominante sul mercato del fast food americano in Italia, McDonald’s ha la responsabilità di sostenere la concorrenza e di tutelare gli interessi dei consumatori. Eppure i dati dimostrano che la società ha messo in piedi un sistema che va nella direzione opposta. Questo è il motivo per cui chiediamo all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di intervenire e fare ciò che è necessario per proteggere gli affiliati e i consumatori di McDonald’s”.

 

Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, ha dichiarato: “Ovunque si guardi, appare chiaro come McDonald’s stia applicando lo stesso modello di privatizzazione del valore e di condivisione dei danni con i consumatori, i contribuenti e i lavoratori, costretti poi a pagarne le conseguenze. È in ogni caso incoraggiante il crescente impegno da parte dei cittadini e delle autorità di regolamentazione di tutto il mondo, per assicurarsi che McDonald’s risponda e paghi la sua parte dei confronti della società. La denuncia all’Antitrust è un altro contributo di questo impegno a livello globale”.

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Consumatori

Voli cancellati, la compagnia deve rimborsare tutto

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Fonte: ECC-NET

In caso di cancellazione di un volo, il rimborso dovuto dalla compagnia aerea al passeggero comprende anche le commissioni riscosse dall’intermediario, purché la compagnia fosse a conoscenza della corresponsione delle stesse al momento dell’acquisto.

A stabilirlo è la Corte di Giustizia Ue, intervenuta ancora una volta a definire e incrementare le tutele dei passeggeri aerei previste dal Regolamento UE 261/04 in occasione di un rinvio pregiudiziale effettuato dal tribunale di Amburgo. Il giudice tedesco era stato investito di una controversia insorta a seguito della cancellazione di un volo Amburgo-Faro della Vueling Airlines, per il quale il sig. Dirk Harms aveva acquistato sei biglietti attraverso l’intermediazione di un noto sito comparatore di tariffe (Opodo.de). A seguito del disservizio, il sig. Harms ha chiesto alla compagnia aerea il rimborso del totale pagato ad Opodo, pari a 1108,88 euro, ma la Vueling ha accettato di corrispondere la somma di 1031,88 euro, rifiutando fermamente di rimborsare 77 euro, pari alle commissioni ricevute dall’intermediario. Il tribunale di Amburgo, adito dal sig. Harms, ha interpellato, mediante rinvio pregiudiziale, la Corte di Giustizia per ottenere un’interpretazione dell’art. 8 del Regolamento che attribuisce al passeggero, in caso di cancellazione, il diritto al rimborso del <<prezzo pieno del biglietto, allo stesso prezzo al quale è stato acquistato>>. Il tribunale, nello specifico, ha chiesto “se la nozione di rimborso (…) debba essere interpretata nel senso che debba ivi intendersi la somma versata dal passeggero per il biglietto aereo in questione o se occorra invece fare riferimento alla somma effettivamente percepita dal vettore aereo avversario qualora, nel processo di prenotazione, sia intervenuta una società di intermediazione che, senza peraltro dichiararlo, lucri la differenza tra l’importo corrisposto dal passeggero e quello percepito dal vettore aereo”.

La Corte ha dichiarato che la commissione riscossa da un intermediario presso un passeggero, al momento dell’acquisto di un biglietto, deve, in linea di principio, essere considerata come una componente del prezzo da rimborsare ai passeggeri in caso di cancellazione del volo, ma che tale inclusione deve essere soggetta a taluni limiti, tenuto conto degli interessi dei vettori aerei che essa mette in discussione. È necessario cioè verificare se la compagnia aerea fosse a conoscenza della corresponsione della somma all’intermediario al momento dell’acquisto e, solo in caso positivo, considerare la commissione ai fini della corresponsione del rimborso.

Tale interpretazione è in linea con gli obiettivi del Regolamento 261 il quale, come ribadito dai giudici di Lussemburgo, mira a garantire un livello elevato di protezione dei passeggeri, ma anche ad assicurare un equilibrio tra gli interessi di tali passeggeri e quelli dei vettori aerei.

 

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Revisionare uno scooter costa come un SUV. Esposto del Codacons

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La revisione auto, il famoso certificato cui sono obbligati i proprietari di auto e motocicli, finisce al vaglio dell’Antitrust. Il Codacons ha presentato infatti un esposto all’Autorità per la concorrenza e al Ministero dei Trasporti chiedendo di fare luce sui costi del certificato che la legge impone ai cittadini e di modificare le tariffe stabilite per legge.

Il certificato di revisione è un controllo obbligatorio previsto dal Codice della Strada su tutti i veicoli a motore, finalizzato a verificarne le condizioni sul fronte della sicurezza, del livello di emissioni inquinanti e della rumorosità – spiega l’associazione – Le tariffe per ottenere il rilascio del documento sono stabilite dal Ministero dei Trasporti di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze ma il relativo decreto non fa alcuna distinzione tra tipologie di veicolo: ne consegue così che per sottoporre uno scooter a revisione si paga la stessa cifra prevista per un Suv o per un’auto potente e di elevata cilindrata.

Nello specifico per il corrente anno i costi relativi alle operazioni di revisione sono pari 45,00 euro se la revisione è effettuata presso la Motorizzazione e 66,80 euro (Iva inclusa) se la revisione è effettuata presso un’officina autorizzata.

Fermo restando la legittimità dell’obbligo di revisione dei veicoli, con riferimento all’aspetto meramente economico ne emerge, a parere della scrivente associazione, un’evidente disparità di trattamento fra gli utenti/automobilisti, in funzione del mezzo adoperato, ed in ragione della loro capacità contributiva ex art. 53 Cost. – scrive il Codacons nell’esposto – Si chiede pertanto di aggiornare ovvero parametrare le tariffe relative alle operazioni di revisione tenendo conto dei dati del veicolo (cilindrata, modello, data di immatricolazione, alimentazione, allestimento del veicolo, tipo di utilizzo e i km percorsi annualmente) nonché ai dati del proprietario (persona fisica, giuridica o società; residenza, data di nascita e anno di conseguimento della patente; classe di merito e attestato di rischio; numero di sinistri e tipologia; eventuali altre auto possedute in famiglia), previo annullamento in autotutela ai sensi della L. 241/90 del “Regolamento recante la fissazione delle tariffe applicabili alle operazioni di revisione dei veicoli” ex D. Min. Trasporti del 2 agosto 2007, n.161”.

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Via libera della Camera alla videoserveglianza nella Asili

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Una ottima notizia per il Codacons il via libera dell’Aula alla procedura d’urgenza per l’esame della proposta di legge sulla videosorveglianza negli asili nido e nelle strutture socio-assistenziali per anziani e disabili.

“Da più di dieci anni ci battiamo affinché vengano introdotte telecamere negli asili e nelle scuole, e presso le strutture sanitarie, perché si tratta dell’unica misura realmente utile per combattere violenza e maltrattamenti a danno dei più deboli – afferma il presidente Carlo Rienzi – In Italia sono infatti aumentati a dismisura i casi di bambini malmenati dalle maestre o di disabili e anziani abusati presso cliniche e strutture sanitarie, casi portati all’attenzione pubblica solo grazie ai sistemi di videosorveglianza installati per ordine della magistratura”.

“Invitiamo Governo e Parlamento a non cedere alle pressioni della lobby dei sindacati che, specie nel settore scolastico, si sono schierati contro la presenza delle telecamere, che al contrario potrebbero tutelare anche gli insegnanti contro episodi di bullismo” – conclude Rienzi.

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