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Come sta l’Italia? Ecco la fotografia scattata da ISTAT nel 2016. Un quadro desolante

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L’intensità della diffusione della ripresa nella manifattura e nei servizi

La fase di ripresa in atto dal 2014 appare caratterizzata da una maggiore instabilità e incertezza rispetto agli episodi di espansione del passato; quella attuale sembra mostrare una maggiore difficoltà di consolidamento della fase espansiva, che si manifesta in una elevata volatilità dei principali indicatori rappresentativi della crescita economica; in particolare, il settore dei servizi ha mantenuto un profilo di espansione più modesto rispetto alla manifattura.

A partire dall’inizio del 2014 la fase di ripresa ciclica ha avuto una diffusione diversa tra manifattura e servizi, coinvolgendo un numero sempre maggiore di comparti manifatturieri e un numero sempre più esiguo di attività del terziario. Sul deterioramento complessivo dell’indicatore dei servizi incide il peggioramento nelle dinamiche delle componenti riferite alla movimentazione delle merci (via terra e ferrovia), alla logistica e ai servizi alle imprese. Questi andamenti sembrano coerenti con quelli di alcuni comparti della manifattura (in particolare della meccanica, metalli, chimica, alimentari, mezzi di trasporto) che, sulla base di una analisi presentata nel Rapporto Annuale 2015, risultano caratterizzati dal maggior grado di attivazione di servizi. In altri termini, la decrescita di alcuni di questi comparti del manifatturiero nei primi tre trimestri del 2016 potrebbe essere compatibile con l’andamento osservato per l’indicatore dei servizi.

La dinamica dell’indicatore di diffusione, associata alla diversa reattività al ciclo di industria e servizi, sottolinea la presenza di elementi di incertezza circa la robustezza dell’attuale fase di ripresa dell’economia italiana e, soprattutto, le difficoltà di affermazione di processi di crescita cumulativi e stabili.

 

 

 

 

L’internazionalizzazione delle imprese: dinamiche oltre la crisi

La prolungata crisi economica ha provocato un ridimensionamento del sistema produttivo italiano; allo stesso tempo ha favorito un generale consolidamento delle condizioni economico-finanziarie del sistema, a seguito di un processo di selezione che ha prodotto una ricomposizione del tessuto di imprese a favore di quelle finanziariamente più solide. Inoltre, negli anni di forte caduta della domanda interna, la sopravvivenza e la competitività delle imprese è dipesa sia dalla intensificazione degli scambi con l’estero, sia dalla capacità di adottare forme più complesse di partecipazione ai mercati internazionali.

In questo approfondimento si è costruito un indicatore sintetico di solidità economico-finanziaria per le società di capitale (al 2014), che ha successivamente permesso di classificare le imprese in tre gruppi
– “in salute”, “fragili” e “a rischio” – caratterizzati da un diverso grado di sostenibilità delle condizioni di redditività, solidità e liquidità. Nel periodo 2014-2016, a fronte di un incremento complessivo delle esportazioni in valore delle società di capitale pari all’1,1%, si osserva una contrazione del 6,4% per le imprese “a rischio”, contro un aumento del 4,1% delle imprese “fragili” e del 2,9% di quelle “in salute”. I casi di aumento dell’export sono stati più diffusi tra le imprese in salute (oltre il 50%) rispetto a quelle “fragili” (49,4%) e “a rischio” (39,0%). Infine, all’aumentare del numero di aree di sbocco delle esportazioni migliora nettamente lo stato di salute economico-finanziaria, mentre questa relazione è molto meno marcata rispetto all’aumento dei prodotti esportati.

Tra il 2014 e il 2016, a fronte di una invarianza della modalità di internazionalizzazione per il 78% delle imprese, si è verificato uno spostamento netto verso forme più complesse di partecipazione ai mercati esteri per le unità esportatrici. Ai passaggi verso forme più complesse di internazionalizzazione si sono associati aumenti nel numero medio di prodotti venduti e di mercati di riferimento; simmetricamente, i casi di ridimensionamento dell’attività internazionale si sono accompagnati a contrazioni medie di prodotti, paesi e aree servite. Inoltre, alla capacità di evoluzione delle forme di partecipazione agli scambi internazionali appare anche legata la capacità di cogliere le migliori opportunità di domanda: in quasi tutti i casi di upgrade si osserva un aumento (o una sostanziale invarianza) della quota di export destinata alle aree dalla crescita più elevata.

 

Deficit di efficienza o progresso tecnico?

Analisi delle componenti della produttività totale dei fattori negli anni della seconda recessione

La modesta performance italiana nel corso degli anni Duemila (la crescita del Pil è stata la più bassa tra i paesi europei) è da ricercare in una prolungata stagnazione della produttività. Il ritardo che l’Italia ha accumulato su entrambi i terreni è ampio: nel periodo 2000-2014 la produttività totale dei fattori (Tfp) è diminuita del 6,2% e il Pil pro capite del 7,1%.

Le tendenze aggregate, tuttavia, rappresentano il risultato di dinamiche imprenditoriali e settoriali. L’andamento della Tfp a livello di impresa è riconducibile a due elementi: l’efficienza tecnica – che indica la capacità delle unità produttive di generare valore aggiunto data la propria dotazione di fattori di produzione – e il cambiamento tecnologico, ovvero l’evoluzione della tecnologia produttiva. Nel periodo 2011-2014, nella maggior parte dei comparti la dinamica della Tfp è stata positiva, alimentata più da un miglioramento esogeno della tecnologia produttiva, piuttosto che da fattori strategici legati all’utilizzo dei fattori di produzione.

L’efficienza tecnica, a sua volta, è interpretabile alla luce degli andamenti delle sue diverse componenti: per tutti i comparti analizzati, la dinamica è stata sostenuta in misura rilevante dall’effetto demografico, a conferma di un processo di selezione che ha portato negli anni della seconda recessione all’uscita dal mercato di imprese meno efficienti di quelle che vi sono entrate. Al contrario la dinamica dell’efficienza tecnica risulta penalizzata dalla componente legata alle imprese persistenti; queste ultime, quindi, sono sopravvissute ai difficili anni della crisi a costo di una sostanziale perdita di efficienza, spesso a dispetto dell’impulso positivo dovuto a una migliore allocazione del lavoro.

Rispetto alla dimensione d’impresa, l’entità degli effetti delle singole componenti dell’efficienza tecnica tende ad aumentare insieme alla dimensione aziendale. In particolare, solo nelle unità di più ampia dimensione si osserva un apporto positivo dell’efficienza delle imprese persistenti; al contrario nelle classi inferiori di addetti si riscontra una effettiva difficoltà a definire strategie produttive che consentano guadagni di efficienza.

 

Infine, l’effetto dovuto all’allocazione del lavoro tende a essere positivo nelle imprese di minore dimensione, dove il maggiore grado di flessibilità strutturale consente una più veloce, ed efficiente, riallocazione delle risorse mentre risulta negativo per le imprese più grandi.

 

Le dinamiche dell’inflazione core nelle fasi di ripresa ciclica

Dalla seconda metà del 2014, la fase di moderata accelerazione della componente di fondo dell’inflazione (inflazione core), favorita dalla ripresa della domanda per consumi, ha risentito degli incrementi di prezzo dei beni durevoli e non durevoli e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona. Il peso della componente alimentare è risultato in rapida crescita solo a partire dai primi mesi del 2015; nei servizi relativi ad abitazione, comunicazioni e servizi vari, e soprattutto nei servizi di trasporto, l’incidenza degli aumenti di maggiore entità si è invece velocemente ridotta nel secondo trimestre del 2015.

All’opposto, la nuova fase di ripresa della componente core dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo risente essenzialmente dell’accentuarsi delle tensioni al rialzo nel comparto dei servizi. In particolare, dai mesi finali del 2016 i prezzi di alcuni prodotti dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona hanno un profilo tendenziale in netta accelerazione. Per effetto di tali andamenti, la dinamica dei prezzi del comparto, che a ottobre era scesa a -0,1% (da +0,7% di settembre), nei mesi successivi è progressivamente risalita fino a raggiungere l’1,2% a marzo. Un andamento analogo si registra per i prezzi dei servizi di trasporto, che a dicembre 2016 hanno fatto registrare una variazione tendenziale pari a +2,6% da +0,7% di ottobre. Dopo il temporaneo rallentamento di gennaio 2017 (+0.9%), l’indice dei servizi relativi ai trasporti ha registrato una nuova accelerazione su base annua, attestandosi al 2.5% a marzo.

In questo quadro, nonostante l’impennata di aprile, l’andamento della componente meno volatile dell’inflazione è destinato a rimanere lento nei prossimi mesi, almeno fino a quando gli aumenti dei prezzi nel settore energetico non eserciteranno “effetti di secondo round” sulle diverse tipologie di beni o si assisterà a un deciso consolidamento della domanda per consumi.

  • Nel 2016 il ciclo economico internazionale ha mantenuto ritmi di espansione in linea con l’anno precedente (+3,1% la crescita del Pil mondiale da +3,4 del 2015), confermando dinamiche differenziate per economie avanzate e paesi emergenti.
  • Negli Stati Uniti il ritmo di crescita è fortemente diminuito (+1,6% da +2,6% del 2015), mentre nell’Uem è proseguita la fase di ripresa (+1,7% da +2,0% nel 2015). In Giappone, il Pil è cresciuto a ritmi simili a quelli del 2015 (+1,0%). Nelle economie emergenti, la crescita del Pil, pur rallentando, si è attestata al 6,7% in Cina e al 6,8% in India.
  • Nella media del 2016 le quotazioni del Brent sono diminuite del 16,8%, attestandosi a 43,6 dollari a barile (da 52,4 dollari del 2015), mentre il tasso di cambio dell’euro nei confronti del dollaro è rimasto sostanzialmente stabile (1,10 dollari per euro). La fase di rallentamento degli scambi mondiali è proseguita anche nel 2016.
  • Il Pil italiano in volume è cresciuto dello 0,9% nel 2016, consolidando il processo di ripresa iniziato l’anno precedente. La domanda interna ha sostenuto la crescita con un apporto positivo (+1,4 punti percentuali) controbilanciando il contributo negativo delle scorte e della domanda estera netta (rispettivamente -0,5 e -0,1 punti percentuali).
  • I consumi finali nazionali hanno proseguito l’espansione (+1,2% da +1,0% del 2015) sostenuti dall’incremento del reddito disponibile in termini reali. Quest’ultimo ha beneficiato della crescita dei redditi nominali e della stabilità dei prezzi al consumo (la variazione nel 2016 è stata sostanzialmente nulla).
  • Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale (11,9% da 11,5% del 2015). Il disagio economico si conferma elevato per le famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di lavoro, in altra condizione non professionale (a esclusione dei ritirati dal lavoro), con occupazione part time. Particolarmente critica la condizione dei genitori soli, soprattutto se hanno figli minori, e quella dei residenti nel Mezzogiorno.
  • Gli investimenti fissi lordi proseguono il recupero avviato lo scorso anno (+2,9% contro +1,8% del 2015). La dinamica positiva è stata trainata dagli investimenti in mezzi di trasporto (+27,3%) e in misura inferiore dalle macchine e attrezzature (+3,9%). Gli investimenti in costruzioni tornano a crescere (+1,1%) dopo otto anni di contrazione.
  • Nel 2016 i flussi di scambio internazionale hanno risentito del debole andamento del commercio mondiale. L’avanzo della bilancia commerciale italiana si è ulteriormente ampliato, portandosi a 51,6 miliardi di euro.
  • La crescita dell’avanzo commerciale è legata al miglioramento della ragione di scambio, generato dalla persistente flessione dei prezzi delle importazioni (-3,5%) che a sua volta risente della caduta delle quotazioni internazionali delle materie prime energetiche. Anche i prezzi delle esportazioni hanno subito una diminuzione, ma di minore intensità (-1,4%).
  • Le esportazioni in valore verso l’Ue crescono del 3% mentre diminuiscono quelle verso i mercati
    extra-europei (-1,2%). La quota delle esportazioni di merci italiane su quelle mondiali è lievemente aumentata nel 2016.

 

  • La produzione industriale ha registrato un’accelerazione nel 2016 (+1,6% rispetto al 2015 al netto degli effetti di calendario), con un rafforzamento più marcato nel secondo semestre. La dinamica positiva è stata sostenuta dalla crescita dei beni strumentali (+3,7%) e dei beni intermedi (+2,3%), a fronte di un andamento stagnante dei beni di consumo e di una lieve diminuzione nel comparto dell’energia (-0,3%).
  • Nel 2016 la crescita del valore aggiunto nel comparto dei servizi ha segnato un modesto recupero, con un incremento in volume dello 0,6% (+0,3% nel 2015).
  • L’inflazione (misurata attraverso l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, Ipca) ha registrato una leggera variazione negativa (-0,1%), confermando la fase di stagnazione dei prezzi al consumo in atto dal biennio precedente (+0,2% nel 2014 e +0,1% nel 2015). Tale andamento è stato influenzato della flessione prolungata dei prezzi dei combustibili (-5,5%).
  • La componente di fondo dell’inflazione, al contrario, ha avuto un andamento complessivamente positivo (+0,5%), per effetto del lieve aumento dei prezzi dei beni durevoli (+0,9%), dei beni non durevoli (+0,7%) e dell’insieme dei servizi (+0,6%).
  • La produttività del lavoro ha continuato a diminuire nel 2016 (-1,1% sull’anno precedente), a fronte di un aumento del costo medio del lavoro per unità di prodotto (+1,1%). La flessione è stata relativamente contenuta nell’industria in senso stretto (-0,9%) e più pronunciata nei servizi (-1,5% nel commercio, alberghi, trasporti, comunicazione e informatica, -3,3% nei servizi finanziari, immobiliari, noleggio e servizi alle imprese).
  • Nel 2016 il mercato del lavoro ha mostrato andamenti favorevoli ed è stato caratterizzato da un’elevata reattività dell’occupazione alla crescita del prodotto. L’occupazione residente è aumentata di 293 mila persone (+1,3%) e l’input di lavoro, misurato in termini di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, di 323 mila unità (+1,4%).
  • Il tasso di disoccupazione è diminuito solo lievemente a livello nazionale (11,7% da 11,9% del 2015) ma è aumentato di due decimi nelle regioni meridionali e insulari (19,6%).
  • Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dello 0,6% nel 2016, in ulteriore rallentamento rispetto all’anno precedente (+1,2%). Le retribuzioni lorde di fatto per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno hanno invece registrato una crescita dello 0,7%, in lieve ripresa rispetto al 2015.
  • L’indebitamento netto ha continuato a scendere, dal 2,7 al 2,4% del Pil. La spesa per interessi si è ridotta di 1,8 miliardi (da 4,1 a 4,0% del Pil) mentre il debito pubblico è aumentato di 45 miliardi (da 132,0 a 132,6% del Pil). La pressione fiscale è diminuita di quasi mezzo punto percentuale, passando da 43,3 a 42,9%.
  • Nel 2017, il Fondo Monetario Internazionale stima un accelerazione del prodotto e del commercio mondiale determinata dal miglioramento delle prospettive nei paesi avanzati.
  • Per l’economia dell’area euro sono previsti ritmi di crescita simili al 2016. L’espansione dovrebbe essere sostenuta dai consumi delle famiglie, che beneficerebbero delle condizioni favorevoli dell’occupazione e dell’aumento del potere di acquisto in termini reali.
  • Nei primi mesi del 2017 le quotazioni del petrolio sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto ai livelli di fine 2016 (53,7 dollari a barile nella media del primo trimestre), grazie alla tenuta dell’accordo tra paesi produttori sui tagli alla produzione.
  • Gli indicatori qualitativi segnalano la prosecuzione di un recupero della crescita dell’economia italiana a ritmi moderati. La produzione industriale ha registrato un aumento nel trimestre dicembre-febbraio pari allo 0,7% su base congiunturale.
  • A marzo la dinamica dei prezzi al consumo è risultata in rallentamento dopo i rialzi dei primi due mesi dell’anno. Tuttavia, la crescita tendenziale dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo si è attestata al 2,0% in aprile.
  • L’inflazione è ancora essenzialmente trainata dai movimenti dei prezzi di energetici e alimentari; anche l’evoluzione della core inflation (al netto di beni energetici e alimentari non lavorati) indica in aprile una forte risalita (+1,2% da +0,7% di marzo).
  • L’andamento dell’occupazione si mantiene stabile nei primi mesi del 2017. Il tasso di disoccupazione è diminuito di tre decimi di punto, attestandosi all’11,5%.
  • L’attuale fase espansiva è caratterizzata da una difficoltà di consolidamento, che si manifesta in una elevata volatilità dei principali indicatori congiunturali e in un recupero del settore manifatturiero, a fronte di una espansione molto contenuta dei servizi.
  • L’indice di diffusione esprime la percentuale di comparti che condividono la fase di espansione rispetto all’indicatore aggregato della produzione industriale (per i comparti della manifattura) e del fatturato (per i comparti dei servizi). A partire dal 2014, tale indice evidenzia per la prima volta, rispetto alle precedenti fasi espansive, la presenza di un andamento discordante tra i due comparti, con un peggioramento della dinamica ciclica nei servizi a fronte di un rafforzamento, seguito da una stabilizzazione, nella manifattura.
  • Sul deterioramento dell’indicatore dei servizi incide il peggioramento nelle dinamiche delle componenti (movimentazione delle merci su gomma, logistica e servizi alle imprese) maggiormente legate ai comparti della manifattura caratterizzati dal maggior grado di attivazione di servizi (in particolare meccanica, metalli, chimica, alimentari, mezzi di trasporto).
  • La prolungata crisi economica ha provocato un ridimensionamento del sistema produttivo italiano, favorendo tuttavia un processo di selezione che ha prodotto una ricomposizione del tessuto di imprese a favore di quelle finanziariamente più solide e più esposte sui mercati internazionali.
  • Sulla base di un indicatore sintetico di solidità economico-finanziaria delle società di capitale italiane, durante la seconda recessione si osserva un maggiore aumento della quota di unità esportatrici “in salute” e un contemporaneo e più rapido riassorbimento della fascia di imprese “a rischio”.
  • Nel periodo 2014-16, caratterizzato da un rallentamento della domanda internazionale, i casi di aumento dell’export sono stati più diffusi tra le imprese a maggiore sostenibilità economico-finanziaria; inoltre, all’aumentare del numero di aree di sbocco delle esportazioni si è associato un netto miglioramento dello stato di salute economico-finanziaria, mentre questa relazione è molto meno marcata rispetto all’aumento dei prodotti esportati.
  • Le unità internazionalizzate sono poco più di 240 mila alla fine della seconda recessione, impiegano quasi 5 milioni di addetti e producono oltre 360 miliardi di valore aggiunto.
  • Classificando le imprese italiane rispetto al loro grado di internazionalizzazione, all’aumentare del grado di complessità delle forme di internazionalizzazione si associa, in media, un aumento della dimensione, della produttività del lavoro, del grado di apertura e di diversificazione produttiva e geografica. Anche tra le imprese internazionalizzate, la quota di unità “in salute” aumenta via via che ci si sposta verso forme di internazionalizzazione più complesse.
  • Tra il 2014 e il 2016, a fronte di una invarianza della modalità di internazionalizzazione per il 78% delle imprese, si è verificato uno spostamento netto verso forme più complesse di partecipazione ai mercati esteri per le unità esportatrici. Questi spostamenti hanno portato con sé variazioni nell’estensione della presenza merceologica e geografica sui mercati internazionali.
  • Ai passaggi verso forme più complesse di internazionalizzazione si sono associati aumenti nel numero medio di prodotti venduti e di mercati di riferimento; simmetricamente, i casi di ridimensionamento dell’attività internazionale si sono accompagnati a contrazioni medie di prodotti, paesi e aree servite.
  • Anche le imprese che hanno mantenuto invariato il proprio modello di internazionalizzazione, nel periodo 2014-16 hanno conservato (nel caso delle “solo esportatrici”), o lievemente accresciuto (nel caso delle “two-way traders” e delle “global”) l’estensione media del presidio dei mercati, sia in termini di prodotti sia relativamente ai mercati e alle aree di destinazione.

 

  • Inoltre, alla capacità di evoluzione delle forme di partecipazione agli scambi internazionali appare anche legata la capacità di cogliere le migliori opportunità di domanda: in quasi tutti i casi di upgrade, si osserva un aumento (o una sostanziale invarianza) della quota di export destinata alle aree dalla crescita più elevata.
  • La modesta performance italiana nel corso degli anni Duemila (il Pil è cresciuto meno che negli altri paesi europei) è da ricercare in una prolungata stagnazione della produttività. Il ritardo che l’Italia ha accumulato su entrambi i terreni è ampio: nel periodo 2000-2014 la produttività totale dei fattori è diminuita del 6,2%, il Pil pro capite del 7,1%.
  • Dalla seconda metà del 2014, la fase di moderata accelerazione della componente di fondo dell’inflazione (inflazione core), favorita dalla ripresa della domanda per consumi, ha risentito degli incrementi di prezzo dei beni durevoli e non durevoli e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona.
  • All’opposto, la nuova fase di ripresa della componente core dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo risente essenzialmente dell’accentuarsi delle tensioni al rialzo nel comparto dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona. Per effetto di tali andamenti, la dinamica dei prezzi del comparto, che a ottobre 2016 era scesa a -0,1% (da +0,7% di settembre), nei mesi successivi è progressivamente risalita.
  • Un andamento analogo si registra per i prezzi dei servizi di trasporto. L’indice dei servizi relativi ai trasporti ha evidenziato una nuova accelerazione su base tendenziale, attestandosi a 5,6% ad aprile.
  • In questo quadro, nonostante l’impennata di aprile, l’andamento della componente meno volatile dell’inflazione è destinata a rimanere lenta nei prossimi mesi, almeno fino a quando gli aumenti dei prezzi nel settore energetico non eserciteranno “effetti di secondo round” sulle diverse tipologie di beni o si assisterà a un deciso consolidamento della domanda per consumi.
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24 ottobre – giornata internazionale della Mortadella

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LA FABBRICA TRASPARENTE A FICO Eataly World

All’interno di FICO, Fabbrica Italiana Contadina, il grande parco agroalimentare aperto a Bologna, il Consorzio Mortadella Bologna ha uno spazio di oltre 300 mq, nel quale ha costruito una vera fabbrica trasparente di Mortadella dotata di grandi vetrate che consente ai visitatori di seguire dall’esterno l’intero processo di produzione della Mortadella Bologna IGP, per capire come si produce una mortadella di alta qualità, cosa c’è dentro, sfatare falsi miti e capire come riconoscere una vera Mortadella Bologna IGP.

 Era il 24 ottobre 1661 quando il Cardinal Farnese emanò il primo e storico “Bando e previsione sopra la fabbrica delle mortadelle e salami” ovvero un documento assimilabile all’attuale Disciplinare di Produzione della Mortadella Bologna IGP.

Dopo 357 anni vogliamo celebrare la Mortadella Bologna IGP con il #MortadellaDay: una giornata dedicata alla regina dei salumi con un programma ricco di eventi e celebrazioni nella città di Bologna.

Location: Sagrato Basilica di San Petronio, Piazza Maggiore, Bologna

 

PROGRAMMA MORTADELLA DAY 24 ottobre 2018

Ore 11.00
Inaugurazione Statua celebrativa della Mortadella Bologna IGP.
Il Presidente del Consorzio Mortadella Bologna, Corradino Marconi, consegnerà alla Curia di Bologna una Statua celebrativa della Mortadella Bologna IGP – realizzata dal Maestro scultore bolognese Nicola Zamboni –con la partecipazione del Prof. Vittorio Sgarbi. 

Ore 12.00
Gara della Coltellina.
In collaborazione con la Mutua Salsamentari, si svolgerà l’antica gara del “taglio a mano”. Vincerà chi riuscirà ad ottenere la fetta più sottile (ed integra) possibile. A disposizione avranno una Mortadella Bologna IGP gigante (200 chili). 

Ore 12.30
Donazione della Mortadella da 200 kg ad un Ente di Beneficenza della Città di Bologna.

Location: FICO (Fabbrica Italiana Contadina)

Ore 15.00 – Area Arena di FICO
Il Prof. Vittorio Sgarbi presenterà il quadro realizzato in live-performance dello Street Artist Mr.Wany e, a seguire, lo batterà in un’asta di beneficenza.
Il ricavato verrà donato ad un Ente di Beneficenza della Città di Bologna.

Ore 16.30 – Area Arena di FICO
Aperitivo
L’evento terminerà con un aperitivo a base di Mortadella Bologna a cura di Alex Fantini con il cocktail “Mortadella Sour”.

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Ottobre 1987, il più grande crollo della borsa americana- ma nessuno lo ricorda

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Fonte: ilcorrierenazionale.it

Quel giorno di trentuno anni fa è oggi ricordato come “il più grande crollo dell’indice americano”… ma nulla più. È molto significativo che “il più grande crollo dell’indice americano”, quello che fece impallidire, doppiandoli, i proverbiali crolli degli anni ’20 e ’30, non susciti almeno tra gli studiosi un po’ di curiosità.

Ma cosa accadde?

Il tempo ha cancellato molte delle cronache dell’epoca ma è certo che vi era stato un lungo periodo di lievitazione delle quotazioni azionarie di tutto il mondo sospinte dal favorevole andamento dell’economia liberata in Usa e in Uk dai retaggi keynesiani per mano della Thatcher e poi di Reagan. Già all’epoca la stragrande maggioranza dei commentatori era ipnotizzata dalle tesi neo monetariste elaborate da M. Friedman e nessuno si azzardava ad ipotizzare una sua rivisitazione anche implicita. Così l’idea di studiare quelle che poi sarebbero state chiamate bolle non passava nella mente di nessuno se non di pochissimi. Nei giorni immediatamente precedenti quel lunedì si erano avuto sinistri rumori che furono derubricati come normali nel ben più promettente trend (cioè andamento di lungo periodo) che rimaneva, nelle menti degli operatori, positivo. Ottimismo che aveva le sue radici in una fede quasi cieca nelle mirabolanti proprietà delle tesi neomonetariste; cosa che è vera ancora oggi.

Già dalla mattina di quel lunedì i mercati asiatici avevano lanciato l’allarme con crolli di varie decine di punti; ma all’epoca erano ancora ritenuti poco significativi e quindi si andò dritto come nulla fosse. Poi, improvvisamente, anche le borse occidentali si fecero prendere dal panico. Si dirà che i computer erano stati programmati male e, in automatico, vendevano se i corsi scendevano più di quello che era previsto come accettabile. Cioè detto in parole più chiare che erano stati impostati per essere coinvolti dal panico anche loro. Si disse subito dopo che si era posto rimedio anche a questo errore tecnico. Come? Non lo si è saputo. Si può immaginare che i grandi investitori si siano accordati per sospendere tutti assieme le vendite anche in casi estremi… riducendo così la concorrenza tra di loro! un cartello? Una lobby? Una loggia?

Non si sa; ma si può dire che questo significa che: a) i mercati più importanti del mondo sono in mano ai computer; b) una manciata di persone decidono per tutti; c) i valori borsistici non sono reali ma pilotati; d) non sapremo mai quali sono i valori veri ancora oggi. Quindi il mercato non è più lo specchio “vero” dei valori e quindi anche il diritto di tutti gli stati è in mano a queste poche persone. Ecco perché il fenomeno delle “bolle” non solo non è stato superato ma è divenuto parte integrante della quotidianità; fenomeno cui si è risposto e si risponde non certo risanando il funzionamento del mercato, ma facendo appello alle “autorità” monetarie cioè chiedendo e accettando moneta “nuova” al posto di quella vecchia che fugge via dal mercato azionario…………

Pure era evidente che l’euforia, (“esuberanza irrazionale” la chiamerà garbatamente un grande governatore della Fed nel 1996) nel rincarare le azioni si riferiva di fatto solo alla porzione “calda” dei pacchetti azionari (cioè quella effettivamente scambiata) e quindi sui listini si evidenziava (come ancora accade) il valore affettivamente pagato per una quantità esigua dei titoli in circolazione; mentre, contemporaneamente, la si attribuiva all’intera massa dei titoli esistenti! Così appena la grande massa dei portatori di titoli si sarebbe accorta che il prezzo era eccessivo avrebbe inondato le borse di offerta procurando il crollo. Circostanza ampiamente accentuata dall’uso illimitato delle nuove tecnologie informatiche. Così è andata, così si è ripetuto in maniera sempre più ampia nel corso degli anni e, ancora oggi, nessun commentatore si occupa di una realtà così evidente. Forse perché non riesce ad immaginare un altro mondo e un’altra maniera di accordare un valore ad un titolo.

Certo è che siamo ancora oggi prigionieri di questo enorme limite della teoria economica.

Canio Trione

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Perché all’Italia conviene l’economia circolare – Lo dice il Rapporto AGI/ Censis

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ALLA MAKER FAIRE ROME 2018 IL 5° RAPPORTO AGI-CENSIS “PERCHÉ ALL’ITALIA CONVIENE L’ECONOMIA CIRCOLARE”

In diretta streaming venerdì 12/10 dalle 10:30  

CODICE EMBED DIRETTA

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L’ITALIA HA CARTE IMPORTANTI DA GIOCARE IN RELAZIONE AL NUOVO PARADIGMA DELL’ECONOMIA CIRCOLARE: OTTO MOTIVI STRUTTURALI CHE PONGONO IL NOSTRO PAESE IN PRIMA FILA

Roma, 11 ottobre 2018 –  Il nuovo paradigma della circolarità è ancora poco dibattuto nel nostro Paese ma è un tema su cui l’Italia può giocare carte importanti: perché siamo un paese di trasformazione privo di risorse naturali con il più basso consumo di materiali grezzi in Europa, tra i più bravi ad estrarre valore dalle risorse utilizzate, al primo posto per circolazione di materiali recuperati all’interno dei processi produttivi e l’industria del riciclo si stima produca circa l’1% del Pil italiano. Sono i numeri, come quelli elencati di seguito, a dire che il nostro Paese è un punto di riferimento per l’Europa quando si parla di “economia circolare”:

  • Abbiamo il più basso consumo domestico di materiali grezzi: 8,5 tonnellate pro-capite contro le 13,5 della media UE;
  • Tra i più bravi ad estrarre valore dalle risorse utilizzate: 3,34 euro di Pil per ogni kg di risorse, contro un valore medio europeo di 2,2 €/kg;
  • Al 1° posto per “circolazione” di materiali recuperati all’interno dei processi produttivi (18,5% di riutilizzo contro il 10,7% della Germania);
  • Sulla totalità dei rifiuti prodotti (129 milioni di tonnellate) solo il 21% viene avviato a smaltimento (contro il 49% della media europea). Sulla totalità dei rifiuti trattati, l’Italia ne avvia al riciclo il 76,9% (36,2% la media UE);
  • Nel 1999 il 68% dei rifiuti urbani veniva mandato direttamente a smaltimento. Oggi questa percentuale è scesa all’8% circa;
  • La sola industria del riciclo si stima produca 12,6 miliardi di euro di valore aggiunto (circa l’1% dell’intero PIL italiano);
  • Nel 2017 il 48% degli italiani ha acquistato o venduto beni usati, con una crescita dell’11% rispetto al 2016. Un mercato che vale 21 miliardi di euro (1,2% del Pil). Il 42% degli acquisti è avvenuto online;
  • Gli iscritti al car sharing sono raddoppiati in due anni: da 630 mila nel 2015 a 1 mln 310 mila nel 2017.

 

IL SENTIMENT CULTURALE DEGLI ITALIANI

Oltre a ricoprire un ruolo di primo piano nel flusso delle conversazioni sul futuro del mondo, il tema dell’economia circolare sta provando, non senza qualche difficoltà, a ritagliarsi uno spazio nell’immaginario quotidiano degli italiani. E’ di ottimo auspicio il notevole interesse che riveste presso gli imprenditori, la parte più attiva e dinamica del Paese. La rilevazione infatti ha consentito di raccogliere gli orientamenti e il “sentiment” sul tema da parte di 1073 soggetti che occupano posizioni e svolgono ruoli significativi nel panorama socio-economico del Paese: imprenditori, liberi professionisti, docenti universitari, dirigenti d’impresa e funzionari pubblici. Qui alcuni dati che rispecchiano lo stato dell’arte:

  • Il 40% degli intervistati sa bene di cosa si tratta;
  • Il 70 % ritiene che non riguardi solo recupero, riciclaggio e riuso, ma la produzione di tutti i beni;
  • Il principale vantaggio per il 77,8 % sarà la salvaguardia dell’ambiente, mentre pochissimi ritengono che possa avere un impatto su PIL e occupazione;
  • Il 73 % di quelli che la conoscono dice che si imporrà solo se la politica creerà le condizioni abilitanti (i giovani chiedono vantaggi economici evidenti, mentre dopo i 65 anni si privilegiano azioni che incidano sulla sensibilità collettiva). Una percentuale analoga dice che il principale ostacolo sarà l’incapacità della politica di favorire il cambiamento;
  • Per il 60 % spetta all’Unione Europea guidare questo cambiamento;
  • La sharing economy (40%) e la decarbonizzazione (36%) sono i processi innovativi maggiormente correlati

Questo è quanto emerge dal 5° rapporto Agi-Censis “Perché all’Italia conviene l’economia circolare, realizzato nell’ambito del programma pluriennale “Diario dell’Innovazione” della Fondazione Cotec, che indaga la reazione degli italiani di fronte ai processi innovativi, e che sarà presentato venerdi 12 ottobre alle ore 10:30, nel corso dell’Opening Event Ground Breakers Pioneers of the future della Maker Faire Rome 2018, il più importante spettacolo al mondo sull’innovazione.

La ricerca contiene anche un’intervista esclusiva realizzata da Agi a Ellen MacArthur, fondatrice dell’omonima Fondazione nata nel 2009 con un preciso obiettivo: accelerare la transizione da un’economia lineare verso un modello circolare. Secondo Ellen MacArthur, infatti, “l’economia circolare rappresenta un’opportunità, significa costruire un’economia resiliente, di recupero e rigenerazione. Significa superare il modello lineare, che per quanto lo si possa rendere efficiente alla fine ti fa cadere nel precipizio”.   

Nel febbraio 2017, a Lisbona, il Capo dello Stato Sergio Mattarella aveva guardato avanti invitandoci a riflettere su un nuovo modello economico. L’economia circolare. Se ne parla ormai da qualche lustro, ma è solo di recente che l’innovazione tecnologica lo ha reso non solo auspicabile ed etico, ma conveniente e quindi possibile. Del resto anche papa Francesco, nell’enciclica Laudato Sì, invoca l’adozione di un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti” – afferma Riccardo Luna, Direttore Agi – “Era insomma inevitabile che Agi e Censis si misurassero con questo argomento così importante eppure ancora sostanzialmente

fuori dal dibattito politico e sconosciuto al grande pubblico, come dimostrano i risultati dell’indagine”.

E’ possibile scaricare qui l’intero report.

 

SINTESI DELLA RICERCA

 

L’analisi complessiva dei dati raccolti suggerisce alcune riflessioni di carattere interpretativo sul nuovo paradigma della circolarità che possono così essere riassunte:

 

SI TRATTA DI UN TEMA ANCORA POCO DIBATTUTO

Se il 60,2% di un panel di italiani con cultura elevata e ruoli professionali avanzati ha una conoscenza poco approfondita dei cardini del paradigma e delle potenzialità che racchiude, è evidente che c’è un notevole lavoro da fare in termini di conoscenza e consapevolezza.

 

È DI OTTIMO AUSPICIO IL NOTEVOLE INTERESSE CHE IL TEMA RIVESTE PRESSO LA PARTE PIÙ ATTIVA E DINAMICA DEL PAESE, OSSIA PRESSO GLI IMPRENDITORI

Questo significa che si tratta di un paradigma fecondo, in grado di garantire partecipazione, senso della sfida, progettualità futura. In questa chiave appare molto più promettente rispetto al concetto di sostenibilità ambientale in tutte le diverse declinazioni con cui è stato presentato negli ultimi trent’anni.

 

È UN TEMA SU CUI L’ITALIA PUÒ GIOCARE CARTE IMPORTANTI

Questo per due ordini di motivi: innanzitutto perché siamo un paese di trasformazione privo di risorse naturali. E saper trasformare al minimo livello di consumo di beni naturali oggi può diventare una gran virtù. Inoltre, associare il connotato di “circular goods” ai prodotti del Made in Italy può contribuire a rafforzare il carattere distintivo delle nostre produzioni.

 

CERCASI TRAINO PER L’ECONOMIA CIRCOLARE

L’argomentazione del punto precedente deve però sottostare ad una condizione precisa: si fa economia circolare solamente attraverso un coinvolgimento massivo di tutti gli attori sociali in gioco. E su questo punto l’Italia deve crescere molto, soprattutto nell’azione di indirizzo dei decisori centrali e nei comportamenti dei cittadini-consumatori (come peraltro ben rimarcato dai partecipanti all’indagine).

L’ECONOMIA CIRCOLARE TRA MEZZOGIORNO E PONTE MORANDI

Colpisce che i dati di indagine registrino livelli di conoscenza e di interesse per i residenti nelle regioni del Sud pari e in alcuni casi superiori alla media nazionale. L’economia circolare è un’opportunità di rilancio delle regioni meridionali? Certamente lo è per le filiere agricole e per quelle turistiche. Ma anche in materia di gestione circolare dei rifiuti le potenzialità sono notevoli, proprio a partire dai tanti allarmi innescati da gestioni non solo “lineari” ma addirittura “criminali”. E a questo riguardo come non pensare ad una materia di nuovo protagonismo per lo stanco regionalismo meridionale? Come non pensare che proprio dal vulnus del passato (si pensi alla Campania) possa venire l’adozione di nuovi modelli?

Infine, il pensiero non può non andare a quel 76,6% di intervistati che vede nel crollo del ponte Morandi di Genova un caso esemplare di scarsa attenzione di un Paese nei confronti del proprio patrimonio materiale. Le infrastrutture sono beni pubblici certo non naturali, ma alla stessa stregua da proteggere perché utili e preziose. L’economia circolare ci indica la strada per imparare a prendercene cura e a traguardarle verso le future generazioni.

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