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Come sta l’Italia? Ecco la fotografia scattata da ISTAT nel 2016. Un quadro desolante

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L’intensità della diffusione della ripresa nella manifattura e nei servizi

La fase di ripresa in atto dal 2014 appare caratterizzata da una maggiore instabilità e incertezza rispetto agli episodi di espansione del passato; quella attuale sembra mostrare una maggiore difficoltà di consolidamento della fase espansiva, che si manifesta in una elevata volatilità dei principali indicatori rappresentativi della crescita economica; in particolare, il settore dei servizi ha mantenuto un profilo di espansione più modesto rispetto alla manifattura.

A partire dall’inizio del 2014 la fase di ripresa ciclica ha avuto una diffusione diversa tra manifattura e servizi, coinvolgendo un numero sempre maggiore di comparti manifatturieri e un numero sempre più esiguo di attività del terziario. Sul deterioramento complessivo dell’indicatore dei servizi incide il peggioramento nelle dinamiche delle componenti riferite alla movimentazione delle merci (via terra e ferrovia), alla logistica e ai servizi alle imprese. Questi andamenti sembrano coerenti con quelli di alcuni comparti della manifattura (in particolare della meccanica, metalli, chimica, alimentari, mezzi di trasporto) che, sulla base di una analisi presentata nel Rapporto Annuale 2015, risultano caratterizzati dal maggior grado di attivazione di servizi. In altri termini, la decrescita di alcuni di questi comparti del manifatturiero nei primi tre trimestri del 2016 potrebbe essere compatibile con l’andamento osservato per l’indicatore dei servizi.

La dinamica dell’indicatore di diffusione, associata alla diversa reattività al ciclo di industria e servizi, sottolinea la presenza di elementi di incertezza circa la robustezza dell’attuale fase di ripresa dell’economia italiana e, soprattutto, le difficoltà di affermazione di processi di crescita cumulativi e stabili.

 

 

 

 

L’internazionalizzazione delle imprese: dinamiche oltre la crisi

La prolungata crisi economica ha provocato un ridimensionamento del sistema produttivo italiano; allo stesso tempo ha favorito un generale consolidamento delle condizioni economico-finanziarie del sistema, a seguito di un processo di selezione che ha prodotto una ricomposizione del tessuto di imprese a favore di quelle finanziariamente più solide. Inoltre, negli anni di forte caduta della domanda interna, la sopravvivenza e la competitività delle imprese è dipesa sia dalla intensificazione degli scambi con l’estero, sia dalla capacità di adottare forme più complesse di partecipazione ai mercati internazionali.

In questo approfondimento si è costruito un indicatore sintetico di solidità economico-finanziaria per le società di capitale (al 2014), che ha successivamente permesso di classificare le imprese in tre gruppi
– “in salute”, “fragili” e “a rischio” – caratterizzati da un diverso grado di sostenibilità delle condizioni di redditività, solidità e liquidità. Nel periodo 2014-2016, a fronte di un incremento complessivo delle esportazioni in valore delle società di capitale pari all’1,1%, si osserva una contrazione del 6,4% per le imprese “a rischio”, contro un aumento del 4,1% delle imprese “fragili” e del 2,9% di quelle “in salute”. I casi di aumento dell’export sono stati più diffusi tra le imprese in salute (oltre il 50%) rispetto a quelle “fragili” (49,4%) e “a rischio” (39,0%). Infine, all’aumentare del numero di aree di sbocco delle esportazioni migliora nettamente lo stato di salute economico-finanziaria, mentre questa relazione è molto meno marcata rispetto all’aumento dei prodotti esportati.

Tra il 2014 e il 2016, a fronte di una invarianza della modalità di internazionalizzazione per il 78% delle imprese, si è verificato uno spostamento netto verso forme più complesse di partecipazione ai mercati esteri per le unità esportatrici. Ai passaggi verso forme più complesse di internazionalizzazione si sono associati aumenti nel numero medio di prodotti venduti e di mercati di riferimento; simmetricamente, i casi di ridimensionamento dell’attività internazionale si sono accompagnati a contrazioni medie di prodotti, paesi e aree servite. Inoltre, alla capacità di evoluzione delle forme di partecipazione agli scambi internazionali appare anche legata la capacità di cogliere le migliori opportunità di domanda: in quasi tutti i casi di upgrade si osserva un aumento (o una sostanziale invarianza) della quota di export destinata alle aree dalla crescita più elevata.

 

Deficit di efficienza o progresso tecnico?

Analisi delle componenti della produttività totale dei fattori negli anni della seconda recessione

La modesta performance italiana nel corso degli anni Duemila (la crescita del Pil è stata la più bassa tra i paesi europei) è da ricercare in una prolungata stagnazione della produttività. Il ritardo che l’Italia ha accumulato su entrambi i terreni è ampio: nel periodo 2000-2014 la produttività totale dei fattori (Tfp) è diminuita del 6,2% e il Pil pro capite del 7,1%.

Le tendenze aggregate, tuttavia, rappresentano il risultato di dinamiche imprenditoriali e settoriali. L’andamento della Tfp a livello di impresa è riconducibile a due elementi: l’efficienza tecnica – che indica la capacità delle unità produttive di generare valore aggiunto data la propria dotazione di fattori di produzione – e il cambiamento tecnologico, ovvero l’evoluzione della tecnologia produttiva. Nel periodo 2011-2014, nella maggior parte dei comparti la dinamica della Tfp è stata positiva, alimentata più da un miglioramento esogeno della tecnologia produttiva, piuttosto che da fattori strategici legati all’utilizzo dei fattori di produzione.

L’efficienza tecnica, a sua volta, è interpretabile alla luce degli andamenti delle sue diverse componenti: per tutti i comparti analizzati, la dinamica è stata sostenuta in misura rilevante dall’effetto demografico, a conferma di un processo di selezione che ha portato negli anni della seconda recessione all’uscita dal mercato di imprese meno efficienti di quelle che vi sono entrate. Al contrario la dinamica dell’efficienza tecnica risulta penalizzata dalla componente legata alle imprese persistenti; queste ultime, quindi, sono sopravvissute ai difficili anni della crisi a costo di una sostanziale perdita di efficienza, spesso a dispetto dell’impulso positivo dovuto a una migliore allocazione del lavoro.

Rispetto alla dimensione d’impresa, l’entità degli effetti delle singole componenti dell’efficienza tecnica tende ad aumentare insieme alla dimensione aziendale. In particolare, solo nelle unità di più ampia dimensione si osserva un apporto positivo dell’efficienza delle imprese persistenti; al contrario nelle classi inferiori di addetti si riscontra una effettiva difficoltà a definire strategie produttive che consentano guadagni di efficienza.

 

Infine, l’effetto dovuto all’allocazione del lavoro tende a essere positivo nelle imprese di minore dimensione, dove il maggiore grado di flessibilità strutturale consente una più veloce, ed efficiente, riallocazione delle risorse mentre risulta negativo per le imprese più grandi.

 

Le dinamiche dell’inflazione core nelle fasi di ripresa ciclica

Dalla seconda metà del 2014, la fase di moderata accelerazione della componente di fondo dell’inflazione (inflazione core), favorita dalla ripresa della domanda per consumi, ha risentito degli incrementi di prezzo dei beni durevoli e non durevoli e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona. Il peso della componente alimentare è risultato in rapida crescita solo a partire dai primi mesi del 2015; nei servizi relativi ad abitazione, comunicazioni e servizi vari, e soprattutto nei servizi di trasporto, l’incidenza degli aumenti di maggiore entità si è invece velocemente ridotta nel secondo trimestre del 2015.

All’opposto, la nuova fase di ripresa della componente core dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo risente essenzialmente dell’accentuarsi delle tensioni al rialzo nel comparto dei servizi. In particolare, dai mesi finali del 2016 i prezzi di alcuni prodotti dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona hanno un profilo tendenziale in netta accelerazione. Per effetto di tali andamenti, la dinamica dei prezzi del comparto, che a ottobre era scesa a -0,1% (da +0,7% di settembre), nei mesi successivi è progressivamente risalita fino a raggiungere l’1,2% a marzo. Un andamento analogo si registra per i prezzi dei servizi di trasporto, che a dicembre 2016 hanno fatto registrare una variazione tendenziale pari a +2,6% da +0,7% di ottobre. Dopo il temporaneo rallentamento di gennaio 2017 (+0.9%), l’indice dei servizi relativi ai trasporti ha registrato una nuova accelerazione su base annua, attestandosi al 2.5% a marzo.

In questo quadro, nonostante l’impennata di aprile, l’andamento della componente meno volatile dell’inflazione è destinato a rimanere lento nei prossimi mesi, almeno fino a quando gli aumenti dei prezzi nel settore energetico non eserciteranno “effetti di secondo round” sulle diverse tipologie di beni o si assisterà a un deciso consolidamento della domanda per consumi.

  • Nel 2016 il ciclo economico internazionale ha mantenuto ritmi di espansione in linea con l’anno precedente (+3,1% la crescita del Pil mondiale da +3,4 del 2015), confermando dinamiche differenziate per economie avanzate e paesi emergenti.
  • Negli Stati Uniti il ritmo di crescita è fortemente diminuito (+1,6% da +2,6% del 2015), mentre nell’Uem è proseguita la fase di ripresa (+1,7% da +2,0% nel 2015). In Giappone, il Pil è cresciuto a ritmi simili a quelli del 2015 (+1,0%). Nelle economie emergenti, la crescita del Pil, pur rallentando, si è attestata al 6,7% in Cina e al 6,8% in India.
  • Nella media del 2016 le quotazioni del Brent sono diminuite del 16,8%, attestandosi a 43,6 dollari a barile (da 52,4 dollari del 2015), mentre il tasso di cambio dell’euro nei confronti del dollaro è rimasto sostanzialmente stabile (1,10 dollari per euro). La fase di rallentamento degli scambi mondiali è proseguita anche nel 2016.
  • Il Pil italiano in volume è cresciuto dello 0,9% nel 2016, consolidando il processo di ripresa iniziato l’anno precedente. La domanda interna ha sostenuto la crescita con un apporto positivo (+1,4 punti percentuali) controbilanciando il contributo negativo delle scorte e della domanda estera netta (rispettivamente -0,5 e -0,1 punti percentuali).
  • I consumi finali nazionali hanno proseguito l’espansione (+1,2% da +1,0% del 2015) sostenuti dall’incremento del reddito disponibile in termini reali. Quest’ultimo ha beneficiato della crescita dei redditi nominali e della stabilità dei prezzi al consumo (la variazione nel 2016 è stata sostanzialmente nulla).
  • Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale (11,9% da 11,5% del 2015). Il disagio economico si conferma elevato per le famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di lavoro, in altra condizione non professionale (a esclusione dei ritirati dal lavoro), con occupazione part time. Particolarmente critica la condizione dei genitori soli, soprattutto se hanno figli minori, e quella dei residenti nel Mezzogiorno.
  • Gli investimenti fissi lordi proseguono il recupero avviato lo scorso anno (+2,9% contro +1,8% del 2015). La dinamica positiva è stata trainata dagli investimenti in mezzi di trasporto (+27,3%) e in misura inferiore dalle macchine e attrezzature (+3,9%). Gli investimenti in costruzioni tornano a crescere (+1,1%) dopo otto anni di contrazione.
  • Nel 2016 i flussi di scambio internazionale hanno risentito del debole andamento del commercio mondiale. L’avanzo della bilancia commerciale italiana si è ulteriormente ampliato, portandosi a 51,6 miliardi di euro.
  • La crescita dell’avanzo commerciale è legata al miglioramento della ragione di scambio, generato dalla persistente flessione dei prezzi delle importazioni (-3,5%) che a sua volta risente della caduta delle quotazioni internazionali delle materie prime energetiche. Anche i prezzi delle esportazioni hanno subito una diminuzione, ma di minore intensità (-1,4%).
  • Le esportazioni in valore verso l’Ue crescono del 3% mentre diminuiscono quelle verso i mercati
    extra-europei (-1,2%). La quota delle esportazioni di merci italiane su quelle mondiali è lievemente aumentata nel 2016.

 

  • La produzione industriale ha registrato un’accelerazione nel 2016 (+1,6% rispetto al 2015 al netto degli effetti di calendario), con un rafforzamento più marcato nel secondo semestre. La dinamica positiva è stata sostenuta dalla crescita dei beni strumentali (+3,7%) e dei beni intermedi (+2,3%), a fronte di un andamento stagnante dei beni di consumo e di una lieve diminuzione nel comparto dell’energia (-0,3%).
  • Nel 2016 la crescita del valore aggiunto nel comparto dei servizi ha segnato un modesto recupero, con un incremento in volume dello 0,6% (+0,3% nel 2015).
  • L’inflazione (misurata attraverso l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, Ipca) ha registrato una leggera variazione negativa (-0,1%), confermando la fase di stagnazione dei prezzi al consumo in atto dal biennio precedente (+0,2% nel 2014 e +0,1% nel 2015). Tale andamento è stato influenzato della flessione prolungata dei prezzi dei combustibili (-5,5%).
  • La componente di fondo dell’inflazione, al contrario, ha avuto un andamento complessivamente positivo (+0,5%), per effetto del lieve aumento dei prezzi dei beni durevoli (+0,9%), dei beni non durevoli (+0,7%) e dell’insieme dei servizi (+0,6%).
  • La produttività del lavoro ha continuato a diminuire nel 2016 (-1,1% sull’anno precedente), a fronte di un aumento del costo medio del lavoro per unità di prodotto (+1,1%). La flessione è stata relativamente contenuta nell’industria in senso stretto (-0,9%) e più pronunciata nei servizi (-1,5% nel commercio, alberghi, trasporti, comunicazione e informatica, -3,3% nei servizi finanziari, immobiliari, noleggio e servizi alle imprese).
  • Nel 2016 il mercato del lavoro ha mostrato andamenti favorevoli ed è stato caratterizzato da un’elevata reattività dell’occupazione alla crescita del prodotto. L’occupazione residente è aumentata di 293 mila persone (+1,3%) e l’input di lavoro, misurato in termini di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, di 323 mila unità (+1,4%).
  • Il tasso di disoccupazione è diminuito solo lievemente a livello nazionale (11,7% da 11,9% del 2015) ma è aumentato di due decimi nelle regioni meridionali e insulari (19,6%).
  • Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dello 0,6% nel 2016, in ulteriore rallentamento rispetto all’anno precedente (+1,2%). Le retribuzioni lorde di fatto per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno hanno invece registrato una crescita dello 0,7%, in lieve ripresa rispetto al 2015.
  • L’indebitamento netto ha continuato a scendere, dal 2,7 al 2,4% del Pil. La spesa per interessi si è ridotta di 1,8 miliardi (da 4,1 a 4,0% del Pil) mentre il debito pubblico è aumentato di 45 miliardi (da 132,0 a 132,6% del Pil). La pressione fiscale è diminuita di quasi mezzo punto percentuale, passando da 43,3 a 42,9%.
  • Nel 2017, il Fondo Monetario Internazionale stima un accelerazione del prodotto e del commercio mondiale determinata dal miglioramento delle prospettive nei paesi avanzati.
  • Per l’economia dell’area euro sono previsti ritmi di crescita simili al 2016. L’espansione dovrebbe essere sostenuta dai consumi delle famiglie, che beneficerebbero delle condizioni favorevoli dell’occupazione e dell’aumento del potere di acquisto in termini reali.
  • Nei primi mesi del 2017 le quotazioni del petrolio sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto ai livelli di fine 2016 (53,7 dollari a barile nella media del primo trimestre), grazie alla tenuta dell’accordo tra paesi produttori sui tagli alla produzione.
  • Gli indicatori qualitativi segnalano la prosecuzione di un recupero della crescita dell’economia italiana a ritmi moderati. La produzione industriale ha registrato un aumento nel trimestre dicembre-febbraio pari allo 0,7% su base congiunturale.
  • A marzo la dinamica dei prezzi al consumo è risultata in rallentamento dopo i rialzi dei primi due mesi dell’anno. Tuttavia, la crescita tendenziale dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo si è attestata al 2,0% in aprile.
  • L’inflazione è ancora essenzialmente trainata dai movimenti dei prezzi di energetici e alimentari; anche l’evoluzione della core inflation (al netto di beni energetici e alimentari non lavorati) indica in aprile una forte risalita (+1,2% da +0,7% di marzo).
  • L’andamento dell’occupazione si mantiene stabile nei primi mesi del 2017. Il tasso di disoccupazione è diminuito di tre decimi di punto, attestandosi all’11,5%.
  • L’attuale fase espansiva è caratterizzata da una difficoltà di consolidamento, che si manifesta in una elevata volatilità dei principali indicatori congiunturali e in un recupero del settore manifatturiero, a fronte di una espansione molto contenuta dei servizi.
  • L’indice di diffusione esprime la percentuale di comparti che condividono la fase di espansione rispetto all’indicatore aggregato della produzione industriale (per i comparti della manifattura) e del fatturato (per i comparti dei servizi). A partire dal 2014, tale indice evidenzia per la prima volta, rispetto alle precedenti fasi espansive, la presenza di un andamento discordante tra i due comparti, con un peggioramento della dinamica ciclica nei servizi a fronte di un rafforzamento, seguito da una stabilizzazione, nella manifattura.
  • Sul deterioramento dell’indicatore dei servizi incide il peggioramento nelle dinamiche delle componenti (movimentazione delle merci su gomma, logistica e servizi alle imprese) maggiormente legate ai comparti della manifattura caratterizzati dal maggior grado di attivazione di servizi (in particolare meccanica, metalli, chimica, alimentari, mezzi di trasporto).
  • La prolungata crisi economica ha provocato un ridimensionamento del sistema produttivo italiano, favorendo tuttavia un processo di selezione che ha prodotto una ricomposizione del tessuto di imprese a favore di quelle finanziariamente più solide e più esposte sui mercati internazionali.
  • Sulla base di un indicatore sintetico di solidità economico-finanziaria delle società di capitale italiane, durante la seconda recessione si osserva un maggiore aumento della quota di unità esportatrici “in salute” e un contemporaneo e più rapido riassorbimento della fascia di imprese “a rischio”.
  • Nel periodo 2014-16, caratterizzato da un rallentamento della domanda internazionale, i casi di aumento dell’export sono stati più diffusi tra le imprese a maggiore sostenibilità economico-finanziaria; inoltre, all’aumentare del numero di aree di sbocco delle esportazioni si è associato un netto miglioramento dello stato di salute economico-finanziaria, mentre questa relazione è molto meno marcata rispetto all’aumento dei prodotti esportati.
  • Le unità internazionalizzate sono poco più di 240 mila alla fine della seconda recessione, impiegano quasi 5 milioni di addetti e producono oltre 360 miliardi di valore aggiunto.
  • Classificando le imprese italiane rispetto al loro grado di internazionalizzazione, all’aumentare del grado di complessità delle forme di internazionalizzazione si associa, in media, un aumento della dimensione, della produttività del lavoro, del grado di apertura e di diversificazione produttiva e geografica. Anche tra le imprese internazionalizzate, la quota di unità “in salute” aumenta via via che ci si sposta verso forme di internazionalizzazione più complesse.
  • Tra il 2014 e il 2016, a fronte di una invarianza della modalità di internazionalizzazione per il 78% delle imprese, si è verificato uno spostamento netto verso forme più complesse di partecipazione ai mercati esteri per le unità esportatrici. Questi spostamenti hanno portato con sé variazioni nell’estensione della presenza merceologica e geografica sui mercati internazionali.
  • Ai passaggi verso forme più complesse di internazionalizzazione si sono associati aumenti nel numero medio di prodotti venduti e di mercati di riferimento; simmetricamente, i casi di ridimensionamento dell’attività internazionale si sono accompagnati a contrazioni medie di prodotti, paesi e aree servite.
  • Anche le imprese che hanno mantenuto invariato il proprio modello di internazionalizzazione, nel periodo 2014-16 hanno conservato (nel caso delle “solo esportatrici”), o lievemente accresciuto (nel caso delle “two-way traders” e delle “global”) l’estensione media del presidio dei mercati, sia in termini di prodotti sia relativamente ai mercati e alle aree di destinazione.

 

  • Inoltre, alla capacità di evoluzione delle forme di partecipazione agli scambi internazionali appare anche legata la capacità di cogliere le migliori opportunità di domanda: in quasi tutti i casi di upgrade, si osserva un aumento (o una sostanziale invarianza) della quota di export destinata alle aree dalla crescita più elevata.
  • La modesta performance italiana nel corso degli anni Duemila (il Pil è cresciuto meno che negli altri paesi europei) è da ricercare in una prolungata stagnazione della produttività. Il ritardo che l’Italia ha accumulato su entrambi i terreni è ampio: nel periodo 2000-2014 la produttività totale dei fattori è diminuita del 6,2%, il Pil pro capite del 7,1%.
  • Dalla seconda metà del 2014, la fase di moderata accelerazione della componente di fondo dell’inflazione (inflazione core), favorita dalla ripresa della domanda per consumi, ha risentito degli incrementi di prezzo dei beni durevoli e non durevoli e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona.
  • All’opposto, la nuova fase di ripresa della componente core dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo risente essenzialmente dell’accentuarsi delle tensioni al rialzo nel comparto dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona. Per effetto di tali andamenti, la dinamica dei prezzi del comparto, che a ottobre 2016 era scesa a -0,1% (da +0,7% di settembre), nei mesi successivi è progressivamente risalita.
  • Un andamento analogo si registra per i prezzi dei servizi di trasporto. L’indice dei servizi relativi ai trasporti ha evidenziato una nuova accelerazione su base tendenziale, attestandosi a 5,6% ad aprile.
  • In questo quadro, nonostante l’impennata di aprile, l’andamento della componente meno volatile dell’inflazione è destinata a rimanere lenta nei prossimi mesi, almeno fino a quando gli aumenti dei prezzi nel settore energetico non eserciteranno “effetti di secondo round” sulle diverse tipologie di beni o si assisterà a un deciso consolidamento della domanda per consumi.
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Basta multe a strascico, Baldelli interroga Toninelli

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“Il sempre maggiore ricorso alla pratica delle ‘multe a strascico’ attraverso l’impiego massivo dei dispositivi elettronici di rilevazione a distanza per l’accertamento delle violazioni del Codice della Strada, in particolar modo nel caso dei divieti di sosta, sta ridimensionando drasticamente la virtuosa consuetudine a rilasciare comunicazioni immediate ai trasgressori per mezzo dei preavvisi apposti direttamente sul mezzo’. Lo si legge in un’interpellanza al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, presentata dal vicepresidente del gruppo Forza Italia alla Camera, Simone Baldelli e sottoscritta dalla capogruppo a Montecitorio, Mariastella Gelmini e dai componenti azzurri della commissione Trasporti.
“Tale situazione – prosegue l’atto di sindacato ispettivo – ha tre effetti negativi interrelati: a) si fa venir meno una chiara e diretta forma di avviso e comunicazione ai cittadini; b) si esclude un valido strumento di prevenzione utile a evitare la reiterazione della violazione, poiché l’utente nei tempi della notifica può comunque ripetere il medesimo errore, ed essere avvisato della irregolarità solo dopo diverse violazioni; c) il trasgressore non ha più la possibilità di evitare la spesa di notifica, con un evidente aggravio economico, che, in caso di mancato pagamento, ricade in capo all’amministrazione”.

Guarda il video informativo di Baldelli
“Chiediamo, dunque, al Ministro se non intenda assumere iniziative di carattere normativo, ovvero atti di indirizzo, per imporre l’obbligo del preavviso di notifica almeno per l’accertamento della violazione del divieto di sosta, dando così rilievo al fattore di prevenzione e di deterrenza della sanzione, e riducendo l’aggravio dei costi di notifica per cittadini e amministrazioni”, conclude il testo a prima firma Baldelli.

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eCooltra: 700.000 utenti e 5.000 scooter in 6 città, una rivoluzione 100% green

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Una rivoluzione green che porta il nome di eCooltra: raggiunti

700.000 utenti e 5.000 scooter in 6 città

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Numeri importanti che segnano un grande successo.

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Il fenomenale incremento del numero di scooter risponde al sempre maggiore numero di utenti registrati che dai 500.000 del 2018, in pochi mesi si è passati al traguardo dei 700.000 a conferma del fatto che eCooltra è in continua crescita e sviluppo!

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Inquinare meno e risparmiare? Con Ecooltra si può!

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Prepariamoci ad affrontare i capricci atmosferici con una casa efficiente

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A dispetto del freddo fuori stagione di questi giorni, l’estate si avvicina rapidamente e con essa l’incubo di notti insonni tra caldo e afa. Per vivere nel massimo comfort e risparmiare denaro tutto l’anno, però, non si può ricorrere ai soliti rimedi d’emergenza, ma si deve intervenire strutturalmente sulla propria abitazione. Anche perché con le agevolazioni fiscali conviene da tutti i punti di vista. Cosa fare, a chi rivolgersi, quanto costerà? Sono alcune delle domande a cui risponde il SuperEsperto di MCE Lab
Milano, 21 maggio 2019 – È un mese di maggio che sembra novembre quello a cui stiamo assistendo quest’anno, con temperature che hanno toccato i 15 gradi centigradi sotto la media: valori più vicini all’inverno che alla primavera inoltrata, come invece dovrebbe essere. In compenso, sembra che dalla metà di giugno avremo un vero e proprio exploit del caldo, con medie sopra la norma tipica del periodo, mentre a luglio a causa del passaggio di “El Nino” vedremo le colonnine di mercurio schizzare fino a 42-43 gradi. Il prossimo inverno? Gelo e neve da record, prevedono i meteorologi.
L’imprevedibilità delle condizioni atmosferiche è l’effetto più evidente di uno sconvolgimento climatico che è in atto da tempo e che sta portando a un meteo sempre più capriccioso. Il che a sua volta sta rendendo del tutto inefficaci – oppure estremamente costosi – i vecchi sistemi di riscaldamento e di raffrescamento delle nostre abitazioni.
Ma come possiamo proteggerci da questi sempre più frequenti sbalzi di temperatura, almeno dentro le mura domestiche, in attesa che l’umanità trovi una soluzione a livello globale?La risposta arriva dal SuperEsperto di MCE Lab – l’osservatorio sul vivere sostenibile promosso da MCE – Mostra Convegno Expocomfort – che collabora con il Comitato Scientifico di MCE e che ha come obiettivo quello di aiutare i cittadini a districarsi fra i mille rivoli dell’efficientamento energetico.
È noto infatti che i classici ventilatori e i condizionatori portatili da accendere nei giorni più caldi, come le stufette elettriche e a gas da usare in quelli più freddi, hanno costi energetici elevatissimi e un’efficacia pratica piuttosto modesta. Al contrario, esistono interventi strutturali alla portata di tutti che possono incidere notevolmente e in termini positivi sia sulla quantità sia sulla qualità dei nostri consumi energetici, assicurandoci il massimo comfort termico 365 giorni l’anno.
Il difficile però, per il comune cittadino, è capire quali siano gli interventi più adatti alle nostre specifiche esigenze e a chi rivolgersi per un lavoro eseguito a regola d’arte.
Il primo intervento del SuperEsperto di MCE Lab è appunto quello di spiegare ai cittadini come rendere più efficiente la propria abitazione 365 giorni l’anno, assicurando un ambiente fresco d’estate e accogliente d’inverno, a prescindere dalla volubilità delle condizioni meteorologiche.
Il primo passo: la diagnosi energetica
Il punto di partenza è capire dove e come intervenire: involucro e sistemi di climatizzazione sono due mondi integrati ed è impensabile raggiungere buoni risultati di comfort se non si prendono in considerazione entrambi. L’elemento da cui iniziare è dunque la diagnosi energetica, che dà luogo alla certificazione energetica dell’edificio (APE), quest’ultima obbligatoria dal 2002 in casi specifici: per esempio se l’immobile deve essere messo in vendita o in affitto; nel caso di nuove costruzioni; in occasione di ristrutturazioni “importanti”, su una superficie maggiore del 25% dell’involucro; oppure nel caso di ristrutturazione o di nuova installazione di impianti termici di potenza nominale del generatore maggiore di 100 kW compreso il distacco dall’impianto centralizzato. Ad oggi, la maggioranza delle abitazioni è ancora classificata in classe G, perché in realtà non è mai stata fatta alcuna diagnosi (vedi fig., 1 – Certificazioni energetiche per classe energetica) e questo rende impossibile determinare con esattezza quali sono gli interventi più indicati da eseguire su ogni singola unità abitativa.

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In che cosa consiste esattamente la diagnosi energetica? Si tratta di uno studio dello stato di fatto dell’abitazione, ovvero delle condizioni d’uso reali e delle possibili soluzioni di intervento che ottimizzino il rapporto costi-benefici.In pratica si parte dalla valutazione delle strutture: una casa ben isolata permette di limitare la migrazione del calore dall’interno all’esterno (e viceversa) anche dell’80% rispetto a un edificio non isolato termicamente (la maggioranza del patrimonio edilizio italiano ha proprio la caratteristica di non essere ben coibentato). Poi si valutano le dispersioni termiche degli infissi: anche in questo caso un infisso ben realizzato disperde un quinto rispetto a un infisso vetusto. E infine si analizzano i corpi scaldanti, la distribuzione e il rendimento del sistema di produzione di calore.In base alla valutazione di questi dati si avrà un quadro dei possibili interventi con evidenziati i risultati sia in chiave di comfort abitativo sia in termini di risparmio economico che per ogni intervento si possono raggiungere.Per avere un quadro comprensibile dell’entità dei risparmi che si potrebbero avere grazie a interventi strutturali mirati e ben eseguiti basta partire dal fabbisogno medio del parco edilizio esistente in Italia, che è pari a 18/20 litri di petrolio per Mq/anno. Con gli opportuni interventi strutturali si potrebbe arrivare a un consumo compreso tra i 3 ed in 6 litri di petrolio per Mq/anno. Risparmio e comfort abitativo possono andare quindi di pari passo anche grazie alle varie forme incentivanti previste dal Conto Termico 2.0 o dagli sgravi fiscali.
A chi rivolgersi
Per avere una diagnosi energetica ci si deve rivolgere a un certificatore energetico, un soggetto abilitato e iscritto a un albo dei certificatori organizzato e normato dalle leggi dello Stato. Il Mise ha stabilito difatti che a partire dal 19 luglio 2016 possono essere considerate valide solo le diagnosi effettuate da Esperti in gestione dell’energia (EGE), Società di Servizi Energetici (ESCo) o Auditor Energetici. Questi ultimi dovranno aver ottenuto la certificazione e l’abilitazione necessarie per poter procedere.In Italia non esiste una lista nazionale ufficiale di questi certificatori, ma è possibile farsi indicare i professionisti che operano in zona sia dall’amministratore di condominio, sia da un architetto che si occupa di edilizia e ristrutturazioni.
Quanto costa
L’analisi energetica ha, ovviamente, dei costi, ma tali costi possono facilmente essere recuperati per mezzo dei benefici che si ottengono dalla riduzione dei consumi energetici e grazie alla disponibilità di bonus fiscali previsti dal governo. Indicativamente, il costo di una diagnosi per un appartamento si attesta intorno ai 300 euro, mentre quella per una villa di due unità immobiliari, di uso residenziale, oscilla dai 600 ai 1200 euro. Quando si tratta di condomini, di solito viene proposto un costo di 100 euro ad appartamento, che viene poi moltiplicato per il numero degli appartamenti.
Il secondo passo: gli interventi strutturali
Con i risultati della diagnosi sarà possibile identificare i punti sui quali intervenire con una visione ampia che permetterà di ottimizzare gli investimenti fra strutturarli e impiantistici: rivolgendosi a un termotecnico di fiducia (oppure agli stessi Auditor energetici, ESCo o EGE a cui si è affidata la diagnosi energetica) si potrà valutare quali interventi eseguire, con quali priorità e con quali vantaggi in termini di comfort e di risparmio. Le soluzioni possibili sono moltissime, sia da un punto di vista involucro sia da un punto di vista impianto.
Gli incentivi
Gli interventi strutturali oltre a essere realmente più efficaci e duraturi rispetto ai rimedi palliativi, come un condizionatore portatile o una stufetta elettrica, permettono anche di ottenere risparmi duraturi e significativi. I diversi incentivi in vigore oggi consentono detrazioni fiscali in 10 anni che vanno dal 50% al 65%, fino a un mix di bonus che permette di ottenere una detrazione fiscale fino all’85% dei costi sostenuti (quest’ultima nel caso di interventi che riducono in maniera considerevole il rischio sismico dell’edificio).Inoltre, il bonus previsto dal Conto Termico 2.0 può coprire fino al 65% della spesa e nei casi in cui la spesa non supera i 5.000 euro l’incentivo viene liquidato in una unica soluzione entro 90 giorni dall’accoglimento della pratica.Tutte le opere di riqualificazione, di adeguamento normativo, come i lavori di isolamento, di restauro delle facciate e di rifacimento delle centrali termiche, e che hanno un impatto su tutti i condòmini, sono necessariamente deliberate a livello di decisione assembleare. In questo caso le agevolazioni giocano un ruolo determinante nella scelta da fare, poiché grazie all’Ecobonus e alla portabilità del credito è possibile cedere l’intero importo dell’incentivo fiscale maturato, che può variare dal 50% al 75% delle spese sostenute per l’efficientamento energetico, lasciando al condominio l’onere di sostenere solo una minima parte dei costi complessivi della ristrutturazione. Questa agevolazione permetterà al condominio di godere immediatamente dei benefici economici derivanti dall’incentivo cedendo il credito d’imposta ottenuto all’impresa come parziale corrispettivo per i lavori effettuati.

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