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Commissione inchiesta banche: arriva una sola proposta, quella Capezzone

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di Daniele Capezzone

BANCHE. COMMISSIONE D’INCHIESTA.

Proposte e considerazioni conclusive di Daniele Capezzone

Roma, 21-22 gennaio 2018

 

PREMESSA

 

Una premessa culturale, non solo politica. Servono nuove leggi per il futuro? Alcuni – tra loro, molti magistrati – rispondono convintamente con un sì. Invocano le legislazioni più corpose di altri paesi, e criticano il fatto che l’intervento penale – in Italia – sia spesso possibile solo dopo un conclamato fallimento. Dunque, chiedono un apparato penale che possa essere operativo molto prima, con l’obiettivo – dicono – di “proteggere” i cittadini. Visione sicuramente nobile, non priva di alcuni buoni argomenti. Eppure non convincente. Per almeno tre ragioni.

 

Primo. Non abbiamo bisogno di un diluvio penale: l’Italia già muore di pan-penalismo, di sanzioni penali a raffica. Unico risultato: altra incertezza del diritto, una valanga di interpretazioni difformi, un’alea ulteriore che graverebbe sull’economia, un clamoroso disincentivo all’attrazione degli investimenti. Immaginiamo bene cosa accadrebbe con decine e decine di procure, con centinaia di pm, alle prese con ulteriori nuove figure di reato, addirittura riguardanti situazioni in cui un soggetto non è ancora fallito. Quante interpretazioni diverse? Quante situazioni simili trattate in modo opposto? Non bastano già oggi, oltre alla bancarotta, il falso in bilancio e l’aggiotaggio?

 

Secondo. Non si può applicare una logica penale a tutto, per giunta in chiave preventiva. Già le nuove e discutibilissime norme sul falso in bilancio “ingabbiano” la realtà. Un bilancio è fatto di stime: può accadere che la realtà si riveli diversa rispetto alle previsioni, senza che vi sia stata da parte dell’imprenditore una volontà dolosa di falsificazione. Non è una risposta saggia quella di tenere l’intero sistema economico sotto una spada di Damocle.

 

Terzo. Giusto lavorare preventivamente per una migliore informazione di investitori e risparmiatori. Ma non ha senso trattarli come se fossero minorenni che lo “stato-papà” deve accompagnare quando attraversano la strada. Questa non è una visione liberale. E’ una visione statalista, paternalista, di intervento normativo ossessivo. Il contrario di ciò di cui avremmo bisogno: e cioè informare bene cittadini e risparmiatori, e consentir loro – einaudianamente – di “conoscere per deliberare”.

 

Ciò detto, veniamo alle cinque proposte.

 

 

  1. COME SI STA USANDO IL DENARO DEGLI ITALIANI? LA MONTAGNA DEI CREDITI INSOLUTI.

 

Insieme a una non vasta minoranza parlamentare, mi sono sempre schierato contro l’uso di soldi pubblici per porre rimedio alle crisi bancarie. Siccome però ampie maggioranze hanno oltre un anno fa deciso il contrario, ora è almeno doveroso capire cosa stia accadendo oggi: quel denaro degli italiani lo si sta usando bene?

 

Nell’ultimo triennio ci sono state undici crisi bancarie in Italia che hanno comportato l’azzeramento totale del capitale (1 Tercas, 2 Banca Marche, 3 Banca Etruria, 4 CR Ferrara, 5 CR Chieti, 6 Veneto Banca, 7 BP Vicenza, 8 MPS, 9 CR San Miniato, 10 CR Cesena, 11 CR Rimini).

 

In Italia ci sono tre elementi peculiari che andrebbero considerati.

  1. a) Le crisi bancarie sono scoppiate ad effetto ritardato, ossia le banche sono state mantenute in vita con una forma di accanimento terapeutico che le ha fatte vivacchiare per circa un quinquennio dal momento dell’oggettiva emersione dello stato di difficoltà. Ad esempio la CR Rimini è stata oggetto di un primo commissariamento nel 2008 ed è stata liquidata nel 2018. Per non parlare di MPS che è tuttora oggetto di ulteriori evoluzioni che non si concluderanno prima della primavera del 2018. In sintesi: le crisi sono state insabbiate fino a farle emergere solo quando non erano più eludibiliQuanto valore si è creato (o direi si è distrutto) con la strategia del temporeggiamento?
  2. b) Il metodo di gestione delle crisi è stato concepito con creatività originale di caso in caso: ogni volta se n’è inventata una nuova. In sintesi: a parità di condizioni di contesto si sono applicate almeno cinque ricette, nessuna delle quali di mercato, con oneri per la collettività non tutti emersi oggi. Dopo le cinque esperienze si è capito se esiste una ricetta buona per il futuro, oppure dopo aver depredato le risorse di tutti i soggetti coinvolti finora, bisognerà creativamente concepire una sesta soluzione? 
  3. c) La situazione di maggior emergenza è completamente non presidiata. L’emergenza nei casi suddetti risiede nella montagna di crediti insoluti. Tali crediti di fatto sono spariti dal conto dei crediti di sistema. Quindi sono stati apparentemente insabbiati. Peccato che dall’esito degli incassi dipenderano le effettive perdite per a) i contribuenti (per la quota di azioni sottoscritte dal MEF), b) per il sistema bancario che è esposto per circa una decina di miliardi nel finanziare i veicoli pubblici e i veicoli di cartolarizzazione che hanno rilevato i crediti, c) i “privati” chiamati all’appello di Atlante (fondazioni, società pubbliche, enti previdenziali, assicurazioni).

 

La maggior parte dei crediti risiede in casa di due scatole praticamente vuote: SGA fondata a Napoli negli anni Novanta e praticamente a fine corsa con l’esaurimento del recupero dei crediti del Banco di Napoli, per i quali la suddetta società ha impiegato quasi venti anni per la riscossione dei crediti per arrivare al ventesimo anno e utilizzare i proventi per sottoscrivere quote del fondo Atlante, e la REV di proprietà di Banca d’Italia che ha meno dipendenti che miliardi di crediti in gestione ma ha già visto lo scioglimento di un consiglio di amministrazione per divergenze tra gli amministratori.

 

Occorre dunque continuare a monitorare, al di là di quanto emerso finora in modo parziale:

  1. Quanti dei crediti di tali portafogli sono stati fisicamente trasferiti dagli istituti originari a nuovi titolari?
  2. Quanti dei crediti sono stati oggetto di iniziative di recupero avviate dopo la liquidazione delle 11 banche?
  3. Quanto spesso, per effetto di assenza di presidio, sono state fatte scadere le scadenze procedurali/ i termini di prescrizione per la riscossione dei crediti a partire dalla data di liquidazione delle banche?
  4. Quanto è stato incassato dai portafogli non performing delle 11 banche dalla data della loro liquidazione? Come si confrontano questi incassi con il periodo ante liquidazione?

 

Dovremmo renderci conto che questi asset sono praticamente diventati parte del patrimonio pubblico e sembra evidente che purtroppo iniziano ad essere presidiati come tali. All’incuria degli immobili pubblici, dei mezzi pubblici di trasporto, dei giardini pubblici, si aggiungerà l’incuria dei crediti pubblici. Per circa 60 miliardi di euro…

 

 

  1. AFFRONTARE IL CONFLITTO DI INTERESSI DI BANKITALIA: SEPARARE I POITERI DI VIGILANZA DA QUELLI DI RISOLUZIONE DELLE CRISI

 

La seconda è una proposta-choc: o meglio, una proposta ragionevolissima, perfino banale, largamente praticata all’estero, e “choccante”, in Italia, solo per i cultori dello status quo, per i sacerdoti del “mota quietare, quieta non movere”.

 

Se vogliamo evitare che si ripetano situazioni perverse, occorre affrontare il nodo di quella sorta di “conflitto di interessi” in cui si trova la Banca d’Italia, nel momento in cui esercita sia le funzioni di vigilanza sia quelle di risoluzione delle crisi.

 

Molto spesso, in altri paesi, queste funzioni sono ben distinte. Se invece vengono mantenute unite, si innesca un inevitabile elemento di valutazione “politica” (cioè discrezionale, di opportunità) che può indurre ad attenuare alcune preoccupazioni e a incoraggiare forzatamente alcune soluzioni, con il forte rischio che – alla fine – l’una e l’altra cosa si rivelino assai costose per il contribuente italiano.

 

Qualcuno, a onor del vero, ha coraggiosamente posto il tema in ogni sede: mi riferisco a Paolo Savona, voce autorevole e – starei per dire: quindi – inascoltata.

 

E’ umanissimo che al momento della risoluzione delle crisi la Banca d’Italia possa coprire gli errori eventualmente commessi in sede di vigilanza. Ed è altrettanto umano che, vigilando su una situazione, la Banca d’Italia possa (moral suasion…) far capire a una banca che “deve” farsi carico di una certa altra situazione critica, salvo altrimenti subire uno scrutinio più penetrante in casa.

 

Non dico che questo sia avvenuto, non criminalizzo, non insinuo. Ma dico che ciò poteva, può e potrà accadere, a regole esistenti.

 

Quando invece regole più limpide e liberali, basate sul principio sacro e classico della separazione delle funzioni, potrebbero essere utili proprio a evitare vischiosità patologiche e opacità di questo tipo.

 

So di toccare tasti dolenti, ma si tratta di una questione di sistema. Un pezzo non irrilevante della crisi delle banche italiane trae origine dal fatto che la vigilanza della Banca d’Italia non abbia supervisioni esterne, e abbia contestualmente il “monopolio” delle soluzioni. Il risultato – sotto gli occhi di tutti – è un grappolo di crisi e un pesante conto presentato al cittadino-contribuente.

 

 

  1. TRASPARENZA SU CHI HA AVUTO FONDI E NON LI HA RESTITUITI

 

La terza proposta ricalca ciò che abbiamo chiesto ai magistrati auditi e ciò che scrissi (lettera aperta del giugno 2016) al Governatore di Banca d’Italia a proposito di Banca Etruria, in quel caso con risposta piuttosto deludente.

 

Premessa doverosa: chi scrive è un assoluto garantista. Ciò detto, però, un conto è essere garantisti, altro conto è essere politicamente ciechi.

 

Se tutti ribadiscono la lodevole intenzione di fare chiarezza, c’è un solo modo per assicurare piena trasparenza: poi siano le autorità a scegliere i modi e le forme in cui tale richiesta possa essere soddisfatta.

 

Occorre rendere noto chi, e quanto, e con quali garanzie, e con quale percorso di rientro, abbia ricevuto fidi, prestiti, erogazioni, finanziamenti, a qualsiasi titolo, dalle banche andate in crisi, con riferimento ad un arco di tempo adeguato a comprendere l’intera vicenda. Sia chiaro: non interessano “cognomi e gogne”. Ma i fatti e le cifre sì.

 

Tuttora, infatti, piccole imprese e cittadini, quando si recano presso una banca anche per un piccolo fido, sono sottoposti a uno scrutinio severo. E’ opportuno misurare la distanza tra questa prassi e quanto è invece avvenuto presso le banche oggetto delle varie inchieste, dove (tra delibere carenti e decisioni allegre per gli “amici” e gli “amici degli amici”) si sono verificati casi classici di “crony lending”, determinando il dissesto e i danni che sono parzialmente venuti alla luce.

 

Un’operazione-verità appare quanto mai necessaria: sia per i contribuenti, sia per le banche ben amministrate, quelle che hanno agito correttamente e che sono e saranno chiamate a sopportare i danni e gli effetti collaterali delle altrui cattive gestioni.

 

Accanto ai cittadini che bramano sanzioni penali, ce ne sono altri che desiderano trasparenza, accountability, e un mercato in cui attori e giocatori rispettino le stesse regole. La certezza è che questa seconda categoria di cittadini sia stata troppe volte delusa.

 

Questo implica anche un’analisi puntuale sulle autorizzazioni interne agli istituti sulle erogazioni dei fidi. In base a quali informazioni sono stati rilasciati i fidi? Quale merito creditizio aveva ciascuna controparte? Quanto sono state accurate le revisioni critiche ai singoli business plan? Quali controgaranzie sono state richieste ai clienti? Su quali basi economico-finanziarie sono stati contrattualizzati i termini di rientro? Quale conoscenza specifica del settore possedeva l’istituto per intraprendere i vari investimenti?

 

 

  1. UNA PROPOSTA PER I DANNEGGIATI: IL WARRANT

 

La quarta proposta è anche la possibilità di una misura successiva di ristoro per i danneggiati, senza gravare sulle tasche dei contribuenti. Una misura market-friendly, che ricalcherebbe la strada che fu positivamente seguita nel 1982 dopo il crollo del Banco Ambrosiano per ridare fiato ai vecchi azionisti (ne furono protagonisti il Governatore Ciampi, il ministro Andreatta, e Giovanni Bazoli alla guida del Nuovo Banco Ambrosiano): quello schema è forse praticabile anche oggi. Assegnare warrant – quindi un’opzione – in questo caso agli obbligazionisti subordinati sarebbe un modo di metterli potenzialmente in condizione di recuperare in futuro almeno qualcosa, dopo le perdite eventualmente subite.

 

Sappiamo bene che oggi quel warrant varrebbe molto poco. Ma metterebbe in condizione i titolari di essere i migliori “cani da guardia” delle gestioni intervenute dopo il dissesto, oggi colpevolmente abbandonate a se stesse.

 

 

  1. IL CASO (MAI ABBASTANZA AFFRONTATO) DELLE BANCHE POPOLARI

 

Tra le responsabilità e gli errori dell’ultimo triennio, e in buona misura della stessa Commissione, c’è stata la scelta di non occuparsi adeguatamente dell’”operazione” (anzi della guerra-lampo) del Governo Renzi contro le banche popolari.

 

Nessuno nega che anche il mondo delle popolari avesse delle anomalie, delle singolarità non tutte fisiologiche. Ma tempi, modi e caratteristiche di quella “riforma”, con tanto di anticipazioni che hanno consentito eccezionali operazioni speculative, lasciano sul terreno domande senza risposta.

 

C’è un rischio generale e di sistema, in primo luogo: un intervento dirigista e illiberale rischia di favorire non la concorrenza ma un oligopolio bancario.

 

Da sottolineare anche un dettaglio formale: il decreto viene varato in “vacanza” di un Presidente della Repubblica, con funzioni vicarie esercitate dal Presidente del Senato Grasso, che (nonostante i suggerimenti e le puntuali osservazioni di molti, incluso – ultimo – chi scrive queste pagine) firma il decreto avallando senza fiatare le ragioni di straordinarietà e urgenza dell’intervento normativo.

 

Aggiungo due considerazioni politiche.

 

La prima. Tuttora molti aspetti della “riforma” sono sub iudice dinanzi alla Corte Costituzionale. E in pochi si sono preoccupati di spiegare rischi e conseguenze di uno stallo (prevedibile) e di un’incertezza giuridica che in diversi avevamo paventato.

 

La seconda. Chi scrive è un liberale, un fautore convinto dell’apertura di ogni possibile mercato, e un avversario naturale di ogni misura di “protezione”, meno che mai di sapore nazionalistico. Tuttavia, un conto è essere liberali e privatizzatori, altro conto è essere ciechi dinanzi alle svendite. Furono svendite molte (false) privatizzazioni dei primi anni Novanta (tra governi deboli, tecnici al potere, politici spaventati e sottomessi), con segmenti importanti di chimica, meccanica, agroalimentare, grande distribuzione e banche – appunto – svenduti per qualche sacchetto di perline.

 

Nell’Italia del 2018, si rischia (in forma diversa: qui non si tratta di proprietà statali o pubbliche) il secondo tempo di quella partita. Stavolta (e naturalmente l’area franco-tedesca già ringrazia) nel mirino ci sono le banche rimaste, i risparmi e gli immobili degli italiani.

 

 

Roma, 21-22 gennaio 2018

Daniele Capezzone

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Condizionatori| Quale scegliere e come orientarsi? Approfondimento di Unomattina con Luigi Gabriele

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Di  Manetta e Serra, Redazione Unomattina

Fa caldo ormai è arrivato il grande caldo estivo. Tante sono le soluzioni in commercio: dualsplit, monosplit, portatile, senza unità esterna…ce n’è per ogni gusto!

Ma qual è quello più adatto alle nostre esigenze, quello che consuma meno energia e soprattutto non è dannoso per la nostra salute?

Ad Unomattina Estate il’11 luglio LUIGI GABRIELE dell’Associazione consumatori Codici ha approfondito il tema. 

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Cosa verificare prima dell’acquisto:

ETICHETTA ENERGETICA

L’etichetta energetica per i climatizzatori dell’aria per uso domestico è obbligatoria dal 2003 (direttiva 2002/31/CE), ma il suo format è cambiato con la direttiva 2010/30/EU per tutti gli apparecchi immessi sul mercato comunitario dal 1° gennaio 2013. Esistono due tipologie di etichetta energetica: l’etichetta energetica per i climatizzatori monoblocco e l’etichetta energetica per i climatizzatori split. Oltre alla classe energetica, per queste due tipologie di climatizzatori è indicato un indice di efficienza energetica nominale “EER” per la modalità raffreddamento, e qualora presente anche la funzione riscaldamento, è indicato anche un coefficiente di rendimento nominale “COP”.

Decido di cambiare il condizionatore perché vecchio o perchè mi accorgo che consuma troppo: ci sono agevolazioni fiscali a cui posso ricorrere?Vediamole insieme.

AGEVOLAZIONI CONDIZIONATORI

Si, sono presenti delle detrazioni fiscali per l’acquisto di condizionatori: ecco quelle che è possibile richiedere nel 2018 se si effettuano lavori di ristrutturazione o meno.

Con la proroga del bonus ristrutturazioni, del bonus mobili e dell’Ecobonus, per chi ha acquista un condizionatore entro il 31 dicembre 2018, c’è la possibilità di beneficiare di detrazioni fiscali dal 50% al 65%.

AGEVOLAZIONE FISCALI

50%

BONUS RISTRUTTURAZIONE

65%

BONUS LAVORI RISPARMIO ENERGETICO

CONTO TERMICO

Bonus condizionatori del 50% legato a lavori di ristrutturazione

La detrazione é destinata all’acquisto di climatizzatori con pompa di calore utilizzabili sia in estate che per il riscaldamento invernale, finalizzati   ad integrare o sostituire   l’impianto esistente. L’importo massimo di detrazione, riconosciuta in 10 quote annuali di pari importo e richiedibile in sede di  compilazione della dichiarazione dei redditi, è di 96  mila euro e per poterne   beneficiare è necessario che il pagamento venga effettuato tramite bonifico.

 

Bonus condizionatori del 65% per lavori di risparmio energetico

Si tratta del meglio noto Ecobonus al 65% e in questo caso di potrà beneficiare   delle detrazioni fiscali esclusivamente per l’acquisto di climatizzatore con pompa di calore.

L’importo massimo detraibile è pari in questo caso a 30.000 euro, ovvero il 65% di 46.145 euro. Anche in questo caso sarà necessario effettuare il   pagamento esclusivamente a  mezzo bonifico bancario o postale e conservare le ricevute dei pagamenti effettuati.

Dal 31 Maggio 2016 è stato introdotto anche il nuovo Conto Termico.
Si tratta di un incentivo statale per edifici esistenti, erogato in rate annuali per una durata variabile (fra due e cinque anni a seconda della tipologia di intervento realizzato) per coloro che scelgono di installare, in sostituzione del precedente impianto, una pompa di calore aria/acqua o geotermica o semplicemente un climatizzatore in pompa di calore ad alta efficienza.

Si segnala che, a differenza dell’agevolazione fiscale del 50% e 65%, che consiste in una detrazione fiscale, ossia un risparmio di imposta risultante dalla dichiarazione dei redditi, l’incentivo previsto dal Conto Energia Termico consiste in un contributo statale pari a circa 40% della spesa ammissibile sostenuta.

 

 Ci sono regole di “buon uso” del climatizzatore per rinfrescarsi e consumare meno anche con un apparecchio acquistato anni fa?

 

Un buon isolamento termico contribuisce a far abbassare i consumi sia d’estate che d’inverno

-E’ sempre meglio evitare che la luce entri direttamente in casa: pertanto è bene tenere chiuse le scuri e le tende, che eviteranno il surriscaldamento dell’ambiente

-Utilizzare in modo oculato il climatizzatore: la temperatura giusta anche secondo gli ingegneri energetici deve essere intorno ai 27° o comunque mai inferiore ai 7°/8° rispetto all’esterno sia per contenere i consumi, che per proteggersi da sbalzi termici

-Utilizzare il deumidificatore perché contribuisce parecchio a ridurre la temperatura percepita

-Con il condizionatore acceso vanno tenute chiuse porte e finestre per evitare dispersioni

-Evitare di usare elettrodomestici ad alto consumo energetico quando è in funzione l’impianto di aria condizionata

-Pulire accuratamente e periodicamente i filtri per garantirne la massima efficienza

-Posizionare la presa d’aria in modo che venga garantito un idoneo riciclo dell’aria

-Regolare la velocità dell’aria

 

 

 

 

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Eni gas e luce, nuova sanzione da 1 milione e 800 mila euro per la scorretta fatturazione dei consumi di elettricità e gas.

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Su segnalazione di CODICI Associazione Consumatori, il 5 luglio 2018 l’Autorità ha deliberato la chiusura del procedimento di inottemperanza alla Delibera dell’Autorità del 11 maggio 2016 (PS9542), accertando la reiterazione da parte di Eni gas e luce S.p.A. della condotta consistente nell’inadeguata gestione delle istanze dei consumatori relative alla fatturazione dei consumi di elettricità e gas, a fronte del contemporaneo avvio dell’attività di riscossione.

Il provvedimento dell’Autorità trae origine dalle numerose segnalazioni con le quali, a decorrere dalla seconda metà del 2017, molti consumatori hanno continuato a lamentare problematiche connesse alla fatturazione dei consumi di ingente importo (“maxi conguagli”), riguardanti periodi di consumo superiori anche a cinque anni dalla data di emissione della fattura, emerse specialmente nell’ambito delle attività di recupero crediti effettuate da EGL nel corso del 2017.

Le segnalazioni degli utenti riguardavano inoltre la fatturazione di importi erronei o non correttamente stimati, le rettifiche tardive dei consumi fatturati, anche prescritti, l’omessa acquisizione delle letture o delle autoletture; l’incompletezza e/o l’inesattezza dell’informativa in bolletta.

Nel corso del procedimento, EGL ha assunto importanti iniziative a favore dei consumatori. In particolare, EGL ha deciso di riconoscere automaticamente la prescrizione dei pagamenti delle bollette, tutte le volte in cui la mancata fatturazione dei consumi, entro due anni, sia riconducibile alla responsabilità della Società. Negli altri casi, su istanza del consumatore, EGL riconoscerà la prescrizione biennale decorrente dal consumo di elettricità e gas, come previsto dalla Legge di Bilancio 2018 (L. n.205/2017) e dalle delibere ARERA del 2018.

Inoltre, EGL ha presentato importanti misure migliorative in tema di fatturazione e di gestione delle situazioni critiche dei reclami, al fine di superare, anche retroattivamente, le criticità emerse nel corso del procedimento.

In considerazione della rilevanza delle Iniziative assunte da EGL, in particolare per il superamento del fenomeno dei “maxi conguagli”, l’Autorità ha ridotto significativamente la sanzione da irrogare a Eni gas e luce, risultata pari a 1.800.000 euro.

Roma, 11 luglio 2018

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AGCOM: consumatori delusi

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Era settembre 2017 quando l’Associazione Codici scrisse alle compagnie telefoniche intimando loro di fare un passo indietro su differenti fronti: fatturazione a 28 giorniaddebito in un’unica soluzione delle rate di smartphone e tablet per chi chiedeva il recesso e obbligo di acquisto del modem proprietario, ma ci ignorarono scientemente.

Da quel momento in poi, era chiaro che avremmo dovuto muoverci per altre vie, al fine di ottenere dei risultati tangibili, anche perché le delibere dell’Agcom venivano ignorate anch’esse.

 

Oggi, mercoledì 11 luglio, è tempo di bilanci ed alla presentazione della relazione annuale sull’attività svolta dall’Autorità, troviamo ad accoglierci un corposo cartaceo ed una chiavetta usb di dubbia provenienza. Dall’Autorità per le telecomunicazioni ci aspetteremmo un po’ più di lungimiranza.

Codici è molto delusa da come è stata gestita tutta la partita dei modem, della fatturazione a 28 giorni, non ultimo, avevamo chiesto che entrasse subito in vigore la delibera per la restituzione sulla telefonia fissa già da luglio, invece è stata posticipata a dicembre.

Dopo che gli operatori  hanno sbeffeggiato l’Autorità in ogni forma, timorosa di far rispettare le regole e sempre sensibile alle esigenze e richieste degli operatori, perfino quando hanno affermato, dopo aver rimpinguato le proprie casse, che la restituzione delle somme indebitamente percepite, avrebbe arrecato un danno ai bilanci. Sempre un occhio di riguardo per gli operatori, invece il consumatore in Italia, siccome viene considerato un bancomat per piccoli importi, ma attenzione bene, su più fronti, può subire in silenzio. Per non parlare poi delle truffe telefoniche, dei servizi premium, delle attivazioni non richieste: insomma, un vero e proprio sistema per spillare soldi ai consumatori, davanti al quale l’Autorità è rimasta a guardare, anzi si è fatta “guidare” dagli operatori.

Codici ha impartito una grande lezione di civiltà regolatoria, dimostrando che da soli si può agire in forma incisiva sensibilizzando il Parlamento (attraverso la legge per il ripristino della fatturazione su base mensile), a fare le scelte più opportune per il consumatore, anche perché questo dovrebbe essere il settore trainante per l’innovazione tecnologica. Invece in Italia, si tratta di una guerriglia tra pochi operatori che provano in ogni modo a propinarci contratti truffaldini e telefonini. Certo la guerriglia dura fino a quando non si siedono tutti attorno ad un tavolo e decidono di fare cartello, accordandosi.

La rete telefonica ed internet dovrebbero servire a sviluppare il Paese, a collegarlo meglio, mentre sappiamo bene che ci sono delle aree che rimangono isolate o collegate a singhiozzo.

“Ci dispiace tanto – afferma Luigi Gabriele – Responsabile Affari Istituzionali di Codici, perché confidavamo nella Presidenza Cardani, invece ecco l’ennesima delusione per la tutela dei consumatori. Auspichiamo che anche su questo fronte, al momento del rinnovo si pensi bene alle nomine, piuttosto che ad accontentare i “trombati” o le diverse porte scorrevoli dei ministeri”.

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