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Commissione inchiesta banche: arriva una sola proposta, quella Capezzone

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di Daniele Capezzone

BANCHE. COMMISSIONE D’INCHIESTA.

Proposte e considerazioni conclusive di Daniele Capezzone

Roma, 21-22 gennaio 2018

 

PREMESSA

 

Una premessa culturale, non solo politica. Servono nuove leggi per il futuro? Alcuni – tra loro, molti magistrati – rispondono convintamente con un sì. Invocano le legislazioni più corpose di altri paesi, e criticano il fatto che l’intervento penale – in Italia – sia spesso possibile solo dopo un conclamato fallimento. Dunque, chiedono un apparato penale che possa essere operativo molto prima, con l’obiettivo – dicono – di “proteggere” i cittadini. Visione sicuramente nobile, non priva di alcuni buoni argomenti. Eppure non convincente. Per almeno tre ragioni.

 

Primo. Non abbiamo bisogno di un diluvio penale: l’Italia già muore di pan-penalismo, di sanzioni penali a raffica. Unico risultato: altra incertezza del diritto, una valanga di interpretazioni difformi, un’alea ulteriore che graverebbe sull’economia, un clamoroso disincentivo all’attrazione degli investimenti. Immaginiamo bene cosa accadrebbe con decine e decine di procure, con centinaia di pm, alle prese con ulteriori nuove figure di reato, addirittura riguardanti situazioni in cui un soggetto non è ancora fallito. Quante interpretazioni diverse? Quante situazioni simili trattate in modo opposto? Non bastano già oggi, oltre alla bancarotta, il falso in bilancio e l’aggiotaggio?

 

Secondo. Non si può applicare una logica penale a tutto, per giunta in chiave preventiva. Già le nuove e discutibilissime norme sul falso in bilancio “ingabbiano” la realtà. Un bilancio è fatto di stime: può accadere che la realtà si riveli diversa rispetto alle previsioni, senza che vi sia stata da parte dell’imprenditore una volontà dolosa di falsificazione. Non è una risposta saggia quella di tenere l’intero sistema economico sotto una spada di Damocle.

 

Terzo. Giusto lavorare preventivamente per una migliore informazione di investitori e risparmiatori. Ma non ha senso trattarli come se fossero minorenni che lo “stato-papà” deve accompagnare quando attraversano la strada. Questa non è una visione liberale. E’ una visione statalista, paternalista, di intervento normativo ossessivo. Il contrario di ciò di cui avremmo bisogno: e cioè informare bene cittadini e risparmiatori, e consentir loro – einaudianamente – di “conoscere per deliberare”.

 

Ciò detto, veniamo alle cinque proposte.

 

 

  1. COME SI STA USANDO IL DENARO DEGLI ITALIANI? LA MONTAGNA DEI CREDITI INSOLUTI.

 

Insieme a una non vasta minoranza parlamentare, mi sono sempre schierato contro l’uso di soldi pubblici per porre rimedio alle crisi bancarie. Siccome però ampie maggioranze hanno oltre un anno fa deciso il contrario, ora è almeno doveroso capire cosa stia accadendo oggi: quel denaro degli italiani lo si sta usando bene?

 

Nell’ultimo triennio ci sono state undici crisi bancarie in Italia che hanno comportato l’azzeramento totale del capitale (1 Tercas, 2 Banca Marche, 3 Banca Etruria, 4 CR Ferrara, 5 CR Chieti, 6 Veneto Banca, 7 BP Vicenza, 8 MPS, 9 CR San Miniato, 10 CR Cesena, 11 CR Rimini).

 

In Italia ci sono tre elementi peculiari che andrebbero considerati.

  1. a) Le crisi bancarie sono scoppiate ad effetto ritardato, ossia le banche sono state mantenute in vita con una forma di accanimento terapeutico che le ha fatte vivacchiare per circa un quinquennio dal momento dell’oggettiva emersione dello stato di difficoltà. Ad esempio la CR Rimini è stata oggetto di un primo commissariamento nel 2008 ed è stata liquidata nel 2018. Per non parlare di MPS che è tuttora oggetto di ulteriori evoluzioni che non si concluderanno prima della primavera del 2018. In sintesi: le crisi sono state insabbiate fino a farle emergere solo quando non erano più eludibiliQuanto valore si è creato (o direi si è distrutto) con la strategia del temporeggiamento?
  2. b) Il metodo di gestione delle crisi è stato concepito con creatività originale di caso in caso: ogni volta se n’è inventata una nuova. In sintesi: a parità di condizioni di contesto si sono applicate almeno cinque ricette, nessuna delle quali di mercato, con oneri per la collettività non tutti emersi oggi. Dopo le cinque esperienze si è capito se esiste una ricetta buona per il futuro, oppure dopo aver depredato le risorse di tutti i soggetti coinvolti finora, bisognerà creativamente concepire una sesta soluzione? 
  3. c) La situazione di maggior emergenza è completamente non presidiata. L’emergenza nei casi suddetti risiede nella montagna di crediti insoluti. Tali crediti di fatto sono spariti dal conto dei crediti di sistema. Quindi sono stati apparentemente insabbiati. Peccato che dall’esito degli incassi dipenderano le effettive perdite per a) i contribuenti (per la quota di azioni sottoscritte dal MEF), b) per il sistema bancario che è esposto per circa una decina di miliardi nel finanziare i veicoli pubblici e i veicoli di cartolarizzazione che hanno rilevato i crediti, c) i “privati” chiamati all’appello di Atlante (fondazioni, società pubbliche, enti previdenziali, assicurazioni).

 

La maggior parte dei crediti risiede in casa di due scatole praticamente vuote: SGA fondata a Napoli negli anni Novanta e praticamente a fine corsa con l’esaurimento del recupero dei crediti del Banco di Napoli, per i quali la suddetta società ha impiegato quasi venti anni per la riscossione dei crediti per arrivare al ventesimo anno e utilizzare i proventi per sottoscrivere quote del fondo Atlante, e la REV di proprietà di Banca d’Italia che ha meno dipendenti che miliardi di crediti in gestione ma ha già visto lo scioglimento di un consiglio di amministrazione per divergenze tra gli amministratori.

 

Occorre dunque continuare a monitorare, al di là di quanto emerso finora in modo parziale:

  1. Quanti dei crediti di tali portafogli sono stati fisicamente trasferiti dagli istituti originari a nuovi titolari?
  2. Quanti dei crediti sono stati oggetto di iniziative di recupero avviate dopo la liquidazione delle 11 banche?
  3. Quanto spesso, per effetto di assenza di presidio, sono state fatte scadere le scadenze procedurali/ i termini di prescrizione per la riscossione dei crediti a partire dalla data di liquidazione delle banche?
  4. Quanto è stato incassato dai portafogli non performing delle 11 banche dalla data della loro liquidazione? Come si confrontano questi incassi con il periodo ante liquidazione?

 

Dovremmo renderci conto che questi asset sono praticamente diventati parte del patrimonio pubblico e sembra evidente che purtroppo iniziano ad essere presidiati come tali. All’incuria degli immobili pubblici, dei mezzi pubblici di trasporto, dei giardini pubblici, si aggiungerà l’incuria dei crediti pubblici. Per circa 60 miliardi di euro…

 

 

  1. AFFRONTARE IL CONFLITTO DI INTERESSI DI BANKITALIA: SEPARARE I POITERI DI VIGILANZA DA QUELLI DI RISOLUZIONE DELLE CRISI

 

La seconda è una proposta-choc: o meglio, una proposta ragionevolissima, perfino banale, largamente praticata all’estero, e “choccante”, in Italia, solo per i cultori dello status quo, per i sacerdoti del “mota quietare, quieta non movere”.

 

Se vogliamo evitare che si ripetano situazioni perverse, occorre affrontare il nodo di quella sorta di “conflitto di interessi” in cui si trova la Banca d’Italia, nel momento in cui esercita sia le funzioni di vigilanza sia quelle di risoluzione delle crisi.

 

Molto spesso, in altri paesi, queste funzioni sono ben distinte. Se invece vengono mantenute unite, si innesca un inevitabile elemento di valutazione “politica” (cioè discrezionale, di opportunità) che può indurre ad attenuare alcune preoccupazioni e a incoraggiare forzatamente alcune soluzioni, con il forte rischio che – alla fine – l’una e l’altra cosa si rivelino assai costose per il contribuente italiano.

 

Qualcuno, a onor del vero, ha coraggiosamente posto il tema in ogni sede: mi riferisco a Paolo Savona, voce autorevole e – starei per dire: quindi – inascoltata.

 

E’ umanissimo che al momento della risoluzione delle crisi la Banca d’Italia possa coprire gli errori eventualmente commessi in sede di vigilanza. Ed è altrettanto umano che, vigilando su una situazione, la Banca d’Italia possa (moral suasion…) far capire a una banca che “deve” farsi carico di una certa altra situazione critica, salvo altrimenti subire uno scrutinio più penetrante in casa.

 

Non dico che questo sia avvenuto, non criminalizzo, non insinuo. Ma dico che ciò poteva, può e potrà accadere, a regole esistenti.

 

Quando invece regole più limpide e liberali, basate sul principio sacro e classico della separazione delle funzioni, potrebbero essere utili proprio a evitare vischiosità patologiche e opacità di questo tipo.

 

So di toccare tasti dolenti, ma si tratta di una questione di sistema. Un pezzo non irrilevante della crisi delle banche italiane trae origine dal fatto che la vigilanza della Banca d’Italia non abbia supervisioni esterne, e abbia contestualmente il “monopolio” delle soluzioni. Il risultato – sotto gli occhi di tutti – è un grappolo di crisi e un pesante conto presentato al cittadino-contribuente.

 

 

  1. TRASPARENZA SU CHI HA AVUTO FONDI E NON LI HA RESTITUITI

 

La terza proposta ricalca ciò che abbiamo chiesto ai magistrati auditi e ciò che scrissi (lettera aperta del giugno 2016) al Governatore di Banca d’Italia a proposito di Banca Etruria, in quel caso con risposta piuttosto deludente.

 

Premessa doverosa: chi scrive è un assoluto garantista. Ciò detto, però, un conto è essere garantisti, altro conto è essere politicamente ciechi.

 

Se tutti ribadiscono la lodevole intenzione di fare chiarezza, c’è un solo modo per assicurare piena trasparenza: poi siano le autorità a scegliere i modi e le forme in cui tale richiesta possa essere soddisfatta.

 

Occorre rendere noto chi, e quanto, e con quali garanzie, e con quale percorso di rientro, abbia ricevuto fidi, prestiti, erogazioni, finanziamenti, a qualsiasi titolo, dalle banche andate in crisi, con riferimento ad un arco di tempo adeguato a comprendere l’intera vicenda. Sia chiaro: non interessano “cognomi e gogne”. Ma i fatti e le cifre sì.

 

Tuttora, infatti, piccole imprese e cittadini, quando si recano presso una banca anche per un piccolo fido, sono sottoposti a uno scrutinio severo. E’ opportuno misurare la distanza tra questa prassi e quanto è invece avvenuto presso le banche oggetto delle varie inchieste, dove (tra delibere carenti e decisioni allegre per gli “amici” e gli “amici degli amici”) si sono verificati casi classici di “crony lending”, determinando il dissesto e i danni che sono parzialmente venuti alla luce.

 

Un’operazione-verità appare quanto mai necessaria: sia per i contribuenti, sia per le banche ben amministrate, quelle che hanno agito correttamente e che sono e saranno chiamate a sopportare i danni e gli effetti collaterali delle altrui cattive gestioni.

 

Accanto ai cittadini che bramano sanzioni penali, ce ne sono altri che desiderano trasparenza, accountability, e un mercato in cui attori e giocatori rispettino le stesse regole. La certezza è che questa seconda categoria di cittadini sia stata troppe volte delusa.

 

Questo implica anche un’analisi puntuale sulle autorizzazioni interne agli istituti sulle erogazioni dei fidi. In base a quali informazioni sono stati rilasciati i fidi? Quale merito creditizio aveva ciascuna controparte? Quanto sono state accurate le revisioni critiche ai singoli business plan? Quali controgaranzie sono state richieste ai clienti? Su quali basi economico-finanziarie sono stati contrattualizzati i termini di rientro? Quale conoscenza specifica del settore possedeva l’istituto per intraprendere i vari investimenti?

 

 

  1. UNA PROPOSTA PER I DANNEGGIATI: IL WARRANT

 

La quarta proposta è anche la possibilità di una misura successiva di ristoro per i danneggiati, senza gravare sulle tasche dei contribuenti. Una misura market-friendly, che ricalcherebbe la strada che fu positivamente seguita nel 1982 dopo il crollo del Banco Ambrosiano per ridare fiato ai vecchi azionisti (ne furono protagonisti il Governatore Ciampi, il ministro Andreatta, e Giovanni Bazoli alla guida del Nuovo Banco Ambrosiano): quello schema è forse praticabile anche oggi. Assegnare warrant – quindi un’opzione – in questo caso agli obbligazionisti subordinati sarebbe un modo di metterli potenzialmente in condizione di recuperare in futuro almeno qualcosa, dopo le perdite eventualmente subite.

 

Sappiamo bene che oggi quel warrant varrebbe molto poco. Ma metterebbe in condizione i titolari di essere i migliori “cani da guardia” delle gestioni intervenute dopo il dissesto, oggi colpevolmente abbandonate a se stesse.

 

 

  1. IL CASO (MAI ABBASTANZA AFFRONTATO) DELLE BANCHE POPOLARI

 

Tra le responsabilità e gli errori dell’ultimo triennio, e in buona misura della stessa Commissione, c’è stata la scelta di non occuparsi adeguatamente dell’”operazione” (anzi della guerra-lampo) del Governo Renzi contro le banche popolari.

 

Nessuno nega che anche il mondo delle popolari avesse delle anomalie, delle singolarità non tutte fisiologiche. Ma tempi, modi e caratteristiche di quella “riforma”, con tanto di anticipazioni che hanno consentito eccezionali operazioni speculative, lasciano sul terreno domande senza risposta.

 

C’è un rischio generale e di sistema, in primo luogo: un intervento dirigista e illiberale rischia di favorire non la concorrenza ma un oligopolio bancario.

 

Da sottolineare anche un dettaglio formale: il decreto viene varato in “vacanza” di un Presidente della Repubblica, con funzioni vicarie esercitate dal Presidente del Senato Grasso, che (nonostante i suggerimenti e le puntuali osservazioni di molti, incluso – ultimo – chi scrive queste pagine) firma il decreto avallando senza fiatare le ragioni di straordinarietà e urgenza dell’intervento normativo.

 

Aggiungo due considerazioni politiche.

 

La prima. Tuttora molti aspetti della “riforma” sono sub iudice dinanzi alla Corte Costituzionale. E in pochi si sono preoccupati di spiegare rischi e conseguenze di uno stallo (prevedibile) e di un’incertezza giuridica che in diversi avevamo paventato.

 

La seconda. Chi scrive è un liberale, un fautore convinto dell’apertura di ogni possibile mercato, e un avversario naturale di ogni misura di “protezione”, meno che mai di sapore nazionalistico. Tuttavia, un conto è essere liberali e privatizzatori, altro conto è essere ciechi dinanzi alle svendite. Furono svendite molte (false) privatizzazioni dei primi anni Novanta (tra governi deboli, tecnici al potere, politici spaventati e sottomessi), con segmenti importanti di chimica, meccanica, agroalimentare, grande distribuzione e banche – appunto – svenduti per qualche sacchetto di perline.

 

Nell’Italia del 2018, si rischia (in forma diversa: qui non si tratta di proprietà statali o pubbliche) il secondo tempo di quella partita. Stavolta (e naturalmente l’area franco-tedesca già ringrazia) nel mirino ci sono le banche rimaste, i risparmi e gli immobili degli italiani.

 

 

Roma, 21-22 gennaio 2018

Daniele Capezzone

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Autorità indipendenti: no alle logiche di spartizione politica

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Comunicato stampa Federconsumatori

Indipendenza, competenza e professionalità sono i criteri con cui si devono nominare i vertici di AGCOM e Garante Privacy.

È passato un mese dal nostro ultimo appello, in cui esprimevamo forte preoccupazione per le nomine dei presidenti delle autorità indipendenti Agcom e Garante della Privacy. Abbiamo sottolineato la necessità e l’urgenza di affidare questi compiti a Commissari competenti in materia e completamente indipendenti da ogni logica politica.

Si tratta, infatti, di due authorities che svolgono oggi un ruolo chiave in un’era in cui il settore della comunicazione è soggetto a forti minacce e richiede, come non mai, che siano garantiti i principi di responsabilità, trasparenza, sicurezza, imparzialità e rispetto per la privacy. La tutela della sicurezza dei dati personali è una questione di primaria importanza in un’epoca in cui tali dati sono divenuti letteralmente oggetto di mercato.

Affidare tali compiti secondo un disegno di mera spartizione delle nomine, che nulla ha a che vedere con i meriti e le competenze, potrà determinare un gravissimo danno per il Paese, in termini di sicurezza, di tutela e di sviluppo.

Per tutelare al meglio i diritti e gli interessi dei cittadini ed il Paese è indispensabile che chi compone le autorità indipendenti rispetti i requisiti di autorevolezza, professionalità, competenza, autonomia e indipendenza. Gli unici in grado di assicurare l’elevato grado di trasparenza e credibilità di cui queste Autorità hanno sempre goduto.

Barattare l’equilibrio del Governo con l’assegnazione di cariche così delicate e importanti sarebbe da irresponsabili.

Per questo rinnoviamo il nostro appello affinché le nomine siano improntate esclusivamente alla competenza, alla professionalità e alla trasparenza, per istituire un sistema di vigilanza e controllo realmente libero da qualsiasi condizionamento politico o di altra natura.

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La nostra economia è basata sulla scarsità e ci sta deludendo. Ecco perché il “modello di abbondanza” è ciò di cui abbiamo bisogno.

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Di Bibop Gresta – Chairman & Co-Founder at Hyperloop Transportation Technologies

Fonte: Linkedin

La maggior parte del mondo non pensa all’economia come un sistema creato dall’uomo.

Pensiamo ad esso come pensiamo alla natura: era qui “prima” di noi e sarà qui “dopo” di noi. È troppo grande da immaginare, troppo complessa da capire – e di conseguenza, consapevolmente o meno, l’adoriamo con fede divina. 

Ironicamente, l’economia è il riflesso della natura. 

Nelle società cacciatore-raccoglitori, “l’economia” era giusta ed equilibrata. Non c’era nessuna gerarchia, nessuna concorrenza. Era un ambiente cooperativo – e come un albero cadeva, uno nuovo sorgeva al suo posto, e così via.

Tuttavia, osservando la storia, le società cacciatore-raccoglitori si sono sviluppate soltanto dove c’era abbondanza di risorse, solitamente vicino ad una foresta o in una zona climaticamente mite. È nel deserto che abbiamo sviluppato una gerarchia – un ambiente più del tipo “sopravvivenza del più forte”. In questo tipo di economia, la scarsità dominava, fino al punto che (lentamente, con il tempo) questo modello è diventato il “normale” approccio alla vita — anche in posti con abbondanza. Forte contro debole. Vincitore contro perdente. Coloro che “hanno” e coloro che “non hanno.”

Scorrendo velocemente il tempo, quello a cui siamo finiti oggi è una quantità molto limitata di persone che controllano il 95% delle risorse del pianeta, mentre il resto del mondo sta morendo di fame.

Nel 2019, stiamo attualmente producendo cibo per 10 miliardi di persone – tuttavia siamo un mondo di sette miliardi e mezzo di persone, due miliardi dei quali muoiono di fame.

Qui non si tratta di politica. E non si tratta di raccogliere fondi per le iniziative “going green.”

“Sostenibilità”, nel vero senso della parola, sta nel capire i difetti della nostra attuale struttura economica, e il modo in cui, un modello costruito intorno alla scarsità, non porta ad una società sostenibile.

E vi spiegherò come — con una piccola storia chiamata “L’isola delle 10 palme”.

C’è un’isola con dieci persone e dieci palme.

L’economia che abbiamo creato per noi afferma un principio fondamentale: se ognuna delle persone dell’isola ha il potere di sostentarsi (cibo, acqua, ecc.), per definizione, non c’è economia. Se provo a vendere i frutti di una palma a qualcun altro, nessuno li comprerà perché gli altri hanno gli stessi frutti e sono sani e autosufficienti.

Ora immaginate che un uragano o un tornado colpisca l’isola e spazzi via 4 dei 10 alberi.

All’improvviso, si crea un’economia.

Le quattro persone che non hanno più palme per sostentarsi saranno improvvisamente interessate a comprare i frutti dagli altri sei che producono regolarmente frutta.

Pertanto, la teoria economica di Smith e Kerns direbbe: in questa situazione, se una delle sei persone che ha ancora un albero comincia a mettere un prezzo piu’ alto ai suoi frutti, poi qualcun altro abbasserà il prezzo al fine di competere per il cliente—e si avrà sempre un mercato che si auto-compensa.

Questa è domanda-offerta nella sua forma più basilare.

Purtroppo, è stato dimostrato che questa teoria è falsa perché la persona con la palma inizierà a volere sempre più potere. Lui/lei capirà le regole e le dinamiche dell’offerta e della domanda, e troverà il modo per far sì che gli altri con le palme non competano. Lui/lei potrebbe iniziare a comprare le altre palme in modo da poter dominare – o, immaginate che arrivi un altro tornado e distrugga le altre cinque palme. Ciò significa che l’individuo con l’ultima palma rimanente non solo controlla il prezzo, ma essenzialmente controlla l’intero approvvigionamento alimentare. Lui/lei diventa il sovrano dell’isola, in grado di decidere chi vive, chi muore, e ogni cosa che accade sull’isola.

Questo è ciò che succede quando si costruisce un modello economico attorno alla scarsità.

Adesso, vediamo come potrebbe essere l’opposto della scarsità.

Se si progettano le cose basandole sull’abbondanza, non solo si creano le condizioni per prosperare, ma si possono anche creare le premesse per un pianeta completamente nuovo basato su presupposti diversi – opposti a quelli esistenti sull’isola della scarsità. Solo che non dovete “consumare”, non dovete “produrre.” Non avete neanche il problema del lavoro, per esempio. Secondo uno studio di Oxford, il 47% dei posti di lavoro in tutto il mondo scomparirà nei prossimi 25 anni – e questi posti di lavoro non torneranno. Saranno sostituiti da computer e robot, e va bene cosi’. Evviva! Perché questo ci offre l’opportunità di poter garantire i diritti di base a tutti e di lottare per fare ciò che facciamo meglio: spendere l’80% del nostro tempo in creare e far progredire l’umanita’ e il 20% del nostro tempo eventualmente a lavorare.

Se fossimo in grado di ottimizzare e di costruire un modello economico attorno all’abbondanza invece che alla scarsità, sbarazzandoci del “lavoro” definitivamente, sarebbe ancora meglio.

Questo è estremamente importante nel modo in cui ci stiamo avvicinando e stiamo costruendo Hyperloop. 

L’abbondanza opposta alla scarsità è un pilastro fondamentale dei nostri criteri di progettazione. L’obiettivo qui non è quello di creare una società che fa tonnellate di denaro — anche se è l’ovvia conseguenza. La missione finale è un invito all’azione a livello planetario per costruire un sistema che apra la strada e costruisca l’infrastruttura per un’economia di nuova generazione. Non deve essere “Come possiamo arrivare da Los Angeles a San Francisco in meno di un’ora in modo che possa prendere più riunioni, lavorare di più, produrre di più, consumare di più,” ecc. 

Per riequilibrare veramente la nostra economia, dobbiamo attaccare il problema alla radice. E questo significa ridisegnare l’interazione umana da zero.

Mi rendo conto di dover sembrare un pazzo, fuori di testa, e va bene cosi’. Oggi stiamo appena scoprendo il percorso per arrivare a un modello di “abbondanza”. Al Forum mondiale dell’economia (World Economic Forum), 50 delle migliori compagnie del mondo ci prestano attenzione – desiderano tutti gli stessi risultati, ma partendo da punti di vista diversi. Ogni giorno possiamo vedere, passo dopo passo, un percorso sempre più chiaro davanti a noi.

Questo è un momento molto importante nella storia per l’umanità, e sta a noi unire e re-immaginare il mondo come lo conosciamo.

To read the English version of this piece, click here.

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