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Commissione inchiesta banche: arriva una sola proposta, quella Capezzone

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di Daniele Capezzone

BANCHE. COMMISSIONE D’INCHIESTA.

Proposte e considerazioni conclusive di Daniele Capezzone

Roma, 21-22 gennaio 2018

 

PREMESSA

 

Una premessa culturale, non solo politica. Servono nuove leggi per il futuro? Alcuni – tra loro, molti magistrati – rispondono convintamente con un sì. Invocano le legislazioni più corpose di altri paesi, e criticano il fatto che l’intervento penale – in Italia – sia spesso possibile solo dopo un conclamato fallimento. Dunque, chiedono un apparato penale che possa essere operativo molto prima, con l’obiettivo – dicono – di “proteggere” i cittadini. Visione sicuramente nobile, non priva di alcuni buoni argomenti. Eppure non convincente. Per almeno tre ragioni.

 

Primo. Non abbiamo bisogno di un diluvio penale: l’Italia già muore di pan-penalismo, di sanzioni penali a raffica. Unico risultato: altra incertezza del diritto, una valanga di interpretazioni difformi, un’alea ulteriore che graverebbe sull’economia, un clamoroso disincentivo all’attrazione degli investimenti. Immaginiamo bene cosa accadrebbe con decine e decine di procure, con centinaia di pm, alle prese con ulteriori nuove figure di reato, addirittura riguardanti situazioni in cui un soggetto non è ancora fallito. Quante interpretazioni diverse? Quante situazioni simili trattate in modo opposto? Non bastano già oggi, oltre alla bancarotta, il falso in bilancio e l’aggiotaggio?

 

Secondo. Non si può applicare una logica penale a tutto, per giunta in chiave preventiva. Già le nuove e discutibilissime norme sul falso in bilancio “ingabbiano” la realtà. Un bilancio è fatto di stime: può accadere che la realtà si riveli diversa rispetto alle previsioni, senza che vi sia stata da parte dell’imprenditore una volontà dolosa di falsificazione. Non è una risposta saggia quella di tenere l’intero sistema economico sotto una spada di Damocle.

 

Terzo. Giusto lavorare preventivamente per una migliore informazione di investitori e risparmiatori. Ma non ha senso trattarli come se fossero minorenni che lo “stato-papà” deve accompagnare quando attraversano la strada. Questa non è una visione liberale. E’ una visione statalista, paternalista, di intervento normativo ossessivo. Il contrario di ciò di cui avremmo bisogno: e cioè informare bene cittadini e risparmiatori, e consentir loro – einaudianamente – di “conoscere per deliberare”.

 

Ciò detto, veniamo alle cinque proposte.

 

 

  1. COME SI STA USANDO IL DENARO DEGLI ITALIANI? LA MONTAGNA DEI CREDITI INSOLUTI.

 

Insieme a una non vasta minoranza parlamentare, mi sono sempre schierato contro l’uso di soldi pubblici per porre rimedio alle crisi bancarie. Siccome però ampie maggioranze hanno oltre un anno fa deciso il contrario, ora è almeno doveroso capire cosa stia accadendo oggi: quel denaro degli italiani lo si sta usando bene?

 

Nell’ultimo triennio ci sono state undici crisi bancarie in Italia che hanno comportato l’azzeramento totale del capitale (1 Tercas, 2 Banca Marche, 3 Banca Etruria, 4 CR Ferrara, 5 CR Chieti, 6 Veneto Banca, 7 BP Vicenza, 8 MPS, 9 CR San Miniato, 10 CR Cesena, 11 CR Rimini).

 

In Italia ci sono tre elementi peculiari che andrebbero considerati.

  1. a) Le crisi bancarie sono scoppiate ad effetto ritardato, ossia le banche sono state mantenute in vita con una forma di accanimento terapeutico che le ha fatte vivacchiare per circa un quinquennio dal momento dell’oggettiva emersione dello stato di difficoltà. Ad esempio la CR Rimini è stata oggetto di un primo commissariamento nel 2008 ed è stata liquidata nel 2018. Per non parlare di MPS che è tuttora oggetto di ulteriori evoluzioni che non si concluderanno prima della primavera del 2018. In sintesi: le crisi sono state insabbiate fino a farle emergere solo quando non erano più eludibiliQuanto valore si è creato (o direi si è distrutto) con la strategia del temporeggiamento?
  2. b) Il metodo di gestione delle crisi è stato concepito con creatività originale di caso in caso: ogni volta se n’è inventata una nuova. In sintesi: a parità di condizioni di contesto si sono applicate almeno cinque ricette, nessuna delle quali di mercato, con oneri per la collettività non tutti emersi oggi. Dopo le cinque esperienze si è capito se esiste una ricetta buona per il futuro, oppure dopo aver depredato le risorse di tutti i soggetti coinvolti finora, bisognerà creativamente concepire una sesta soluzione? 
  3. c) La situazione di maggior emergenza è completamente non presidiata. L’emergenza nei casi suddetti risiede nella montagna di crediti insoluti. Tali crediti di fatto sono spariti dal conto dei crediti di sistema. Quindi sono stati apparentemente insabbiati. Peccato che dall’esito degli incassi dipenderano le effettive perdite per a) i contribuenti (per la quota di azioni sottoscritte dal MEF), b) per il sistema bancario che è esposto per circa una decina di miliardi nel finanziare i veicoli pubblici e i veicoli di cartolarizzazione che hanno rilevato i crediti, c) i “privati” chiamati all’appello di Atlante (fondazioni, società pubbliche, enti previdenziali, assicurazioni).

 

La maggior parte dei crediti risiede in casa di due scatole praticamente vuote: SGA fondata a Napoli negli anni Novanta e praticamente a fine corsa con l’esaurimento del recupero dei crediti del Banco di Napoli, per i quali la suddetta società ha impiegato quasi venti anni per la riscossione dei crediti per arrivare al ventesimo anno e utilizzare i proventi per sottoscrivere quote del fondo Atlante, e la REV di proprietà di Banca d’Italia che ha meno dipendenti che miliardi di crediti in gestione ma ha già visto lo scioglimento di un consiglio di amministrazione per divergenze tra gli amministratori.

 

Occorre dunque continuare a monitorare, al di là di quanto emerso finora in modo parziale:

  1. Quanti dei crediti di tali portafogli sono stati fisicamente trasferiti dagli istituti originari a nuovi titolari?
  2. Quanti dei crediti sono stati oggetto di iniziative di recupero avviate dopo la liquidazione delle 11 banche?
  3. Quanto spesso, per effetto di assenza di presidio, sono state fatte scadere le scadenze procedurali/ i termini di prescrizione per la riscossione dei crediti a partire dalla data di liquidazione delle banche?
  4. Quanto è stato incassato dai portafogli non performing delle 11 banche dalla data della loro liquidazione? Come si confrontano questi incassi con il periodo ante liquidazione?

 

Dovremmo renderci conto che questi asset sono praticamente diventati parte del patrimonio pubblico e sembra evidente che purtroppo iniziano ad essere presidiati come tali. All’incuria degli immobili pubblici, dei mezzi pubblici di trasporto, dei giardini pubblici, si aggiungerà l’incuria dei crediti pubblici. Per circa 60 miliardi di euro…

 

 

  1. AFFRONTARE IL CONFLITTO DI INTERESSI DI BANKITALIA: SEPARARE I POITERI DI VIGILANZA DA QUELLI DI RISOLUZIONE DELLE CRISI

 

La seconda è una proposta-choc: o meglio, una proposta ragionevolissima, perfino banale, largamente praticata all’estero, e “choccante”, in Italia, solo per i cultori dello status quo, per i sacerdoti del “mota quietare, quieta non movere”.

 

Se vogliamo evitare che si ripetano situazioni perverse, occorre affrontare il nodo di quella sorta di “conflitto di interessi” in cui si trova la Banca d’Italia, nel momento in cui esercita sia le funzioni di vigilanza sia quelle di risoluzione delle crisi.

 

Molto spesso, in altri paesi, queste funzioni sono ben distinte. Se invece vengono mantenute unite, si innesca un inevitabile elemento di valutazione “politica” (cioè discrezionale, di opportunità) che può indurre ad attenuare alcune preoccupazioni e a incoraggiare forzatamente alcune soluzioni, con il forte rischio che – alla fine – l’una e l’altra cosa si rivelino assai costose per il contribuente italiano.

 

Qualcuno, a onor del vero, ha coraggiosamente posto il tema in ogni sede: mi riferisco a Paolo Savona, voce autorevole e – starei per dire: quindi – inascoltata.

 

E’ umanissimo che al momento della risoluzione delle crisi la Banca d’Italia possa coprire gli errori eventualmente commessi in sede di vigilanza. Ed è altrettanto umano che, vigilando su una situazione, la Banca d’Italia possa (moral suasion…) far capire a una banca che “deve” farsi carico di una certa altra situazione critica, salvo altrimenti subire uno scrutinio più penetrante in casa.

 

Non dico che questo sia avvenuto, non criminalizzo, non insinuo. Ma dico che ciò poteva, può e potrà accadere, a regole esistenti.

 

Quando invece regole più limpide e liberali, basate sul principio sacro e classico della separazione delle funzioni, potrebbero essere utili proprio a evitare vischiosità patologiche e opacità di questo tipo.

 

So di toccare tasti dolenti, ma si tratta di una questione di sistema. Un pezzo non irrilevante della crisi delle banche italiane trae origine dal fatto che la vigilanza della Banca d’Italia non abbia supervisioni esterne, e abbia contestualmente il “monopolio” delle soluzioni. Il risultato – sotto gli occhi di tutti – è un grappolo di crisi e un pesante conto presentato al cittadino-contribuente.

 

 

  1. TRASPARENZA SU CHI HA AVUTO FONDI E NON LI HA RESTITUITI

 

La terza proposta ricalca ciò che abbiamo chiesto ai magistrati auditi e ciò che scrissi (lettera aperta del giugno 2016) al Governatore di Banca d’Italia a proposito di Banca Etruria, in quel caso con risposta piuttosto deludente.

 

Premessa doverosa: chi scrive è un assoluto garantista. Ciò detto, però, un conto è essere garantisti, altro conto è essere politicamente ciechi.

 

Se tutti ribadiscono la lodevole intenzione di fare chiarezza, c’è un solo modo per assicurare piena trasparenza: poi siano le autorità a scegliere i modi e le forme in cui tale richiesta possa essere soddisfatta.

 

Occorre rendere noto chi, e quanto, e con quali garanzie, e con quale percorso di rientro, abbia ricevuto fidi, prestiti, erogazioni, finanziamenti, a qualsiasi titolo, dalle banche andate in crisi, con riferimento ad un arco di tempo adeguato a comprendere l’intera vicenda. Sia chiaro: non interessano “cognomi e gogne”. Ma i fatti e le cifre sì.

 

Tuttora, infatti, piccole imprese e cittadini, quando si recano presso una banca anche per un piccolo fido, sono sottoposti a uno scrutinio severo. E’ opportuno misurare la distanza tra questa prassi e quanto è invece avvenuto presso le banche oggetto delle varie inchieste, dove (tra delibere carenti e decisioni allegre per gli “amici” e gli “amici degli amici”) si sono verificati casi classici di “crony lending”, determinando il dissesto e i danni che sono parzialmente venuti alla luce.

 

Un’operazione-verità appare quanto mai necessaria: sia per i contribuenti, sia per le banche ben amministrate, quelle che hanno agito correttamente e che sono e saranno chiamate a sopportare i danni e gli effetti collaterali delle altrui cattive gestioni.

 

Accanto ai cittadini che bramano sanzioni penali, ce ne sono altri che desiderano trasparenza, accountability, e un mercato in cui attori e giocatori rispettino le stesse regole. La certezza è che questa seconda categoria di cittadini sia stata troppe volte delusa.

 

Questo implica anche un’analisi puntuale sulle autorizzazioni interne agli istituti sulle erogazioni dei fidi. In base a quali informazioni sono stati rilasciati i fidi? Quale merito creditizio aveva ciascuna controparte? Quanto sono state accurate le revisioni critiche ai singoli business plan? Quali controgaranzie sono state richieste ai clienti? Su quali basi economico-finanziarie sono stati contrattualizzati i termini di rientro? Quale conoscenza specifica del settore possedeva l’istituto per intraprendere i vari investimenti?

 

 

  1. UNA PROPOSTA PER I DANNEGGIATI: IL WARRANT

 

La quarta proposta è anche la possibilità di una misura successiva di ristoro per i danneggiati, senza gravare sulle tasche dei contribuenti. Una misura market-friendly, che ricalcherebbe la strada che fu positivamente seguita nel 1982 dopo il crollo del Banco Ambrosiano per ridare fiato ai vecchi azionisti (ne furono protagonisti il Governatore Ciampi, il ministro Andreatta, e Giovanni Bazoli alla guida del Nuovo Banco Ambrosiano): quello schema è forse praticabile anche oggi. Assegnare warrant – quindi un’opzione – in questo caso agli obbligazionisti subordinati sarebbe un modo di metterli potenzialmente in condizione di recuperare in futuro almeno qualcosa, dopo le perdite eventualmente subite.

 

Sappiamo bene che oggi quel warrant varrebbe molto poco. Ma metterebbe in condizione i titolari di essere i migliori “cani da guardia” delle gestioni intervenute dopo il dissesto, oggi colpevolmente abbandonate a se stesse.

 

 

  1. IL CASO (MAI ABBASTANZA AFFRONTATO) DELLE BANCHE POPOLARI

 

Tra le responsabilità e gli errori dell’ultimo triennio, e in buona misura della stessa Commissione, c’è stata la scelta di non occuparsi adeguatamente dell’”operazione” (anzi della guerra-lampo) del Governo Renzi contro le banche popolari.

 

Nessuno nega che anche il mondo delle popolari avesse delle anomalie, delle singolarità non tutte fisiologiche. Ma tempi, modi e caratteristiche di quella “riforma”, con tanto di anticipazioni che hanno consentito eccezionali operazioni speculative, lasciano sul terreno domande senza risposta.

 

C’è un rischio generale e di sistema, in primo luogo: un intervento dirigista e illiberale rischia di favorire non la concorrenza ma un oligopolio bancario.

 

Da sottolineare anche un dettaglio formale: il decreto viene varato in “vacanza” di un Presidente della Repubblica, con funzioni vicarie esercitate dal Presidente del Senato Grasso, che (nonostante i suggerimenti e le puntuali osservazioni di molti, incluso – ultimo – chi scrive queste pagine) firma il decreto avallando senza fiatare le ragioni di straordinarietà e urgenza dell’intervento normativo.

 

Aggiungo due considerazioni politiche.

 

La prima. Tuttora molti aspetti della “riforma” sono sub iudice dinanzi alla Corte Costituzionale. E in pochi si sono preoccupati di spiegare rischi e conseguenze di uno stallo (prevedibile) e di un’incertezza giuridica che in diversi avevamo paventato.

 

La seconda. Chi scrive è un liberale, un fautore convinto dell’apertura di ogni possibile mercato, e un avversario naturale di ogni misura di “protezione”, meno che mai di sapore nazionalistico. Tuttavia, un conto è essere liberali e privatizzatori, altro conto è essere ciechi dinanzi alle svendite. Furono svendite molte (false) privatizzazioni dei primi anni Novanta (tra governi deboli, tecnici al potere, politici spaventati e sottomessi), con segmenti importanti di chimica, meccanica, agroalimentare, grande distribuzione e banche – appunto – svenduti per qualche sacchetto di perline.

 

Nell’Italia del 2018, si rischia (in forma diversa: qui non si tratta di proprietà statali o pubbliche) il secondo tempo di quella partita. Stavolta (e naturalmente l’area franco-tedesca già ringrazia) nel mirino ci sono le banche rimaste, i risparmi e gli immobili degli italiani.

 

 

Roma, 21-22 gennaio 2018

Daniele Capezzone

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24 ottobre – giornata internazionale della Mortadella

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LA FABBRICA TRASPARENTE A FICO Eataly World

All’interno di FICO, Fabbrica Italiana Contadina, il grande parco agroalimentare aperto a Bologna, il Consorzio Mortadella Bologna ha uno spazio di oltre 300 mq, nel quale ha costruito una vera fabbrica trasparente di Mortadella dotata di grandi vetrate che consente ai visitatori di seguire dall’esterno l’intero processo di produzione della Mortadella Bologna IGP, per capire come si produce una mortadella di alta qualità, cosa c’è dentro, sfatare falsi miti e capire come riconoscere una vera Mortadella Bologna IGP.

 Era il 24 ottobre 1661 quando il Cardinal Farnese emanò il primo e storico “Bando e previsione sopra la fabbrica delle mortadelle e salami” ovvero un documento assimilabile all’attuale Disciplinare di Produzione della Mortadella Bologna IGP.

Dopo 357 anni vogliamo celebrare la Mortadella Bologna IGP con il #MortadellaDay: una giornata dedicata alla regina dei salumi con un programma ricco di eventi e celebrazioni nella città di Bologna.

Location: Sagrato Basilica di San Petronio, Piazza Maggiore, Bologna

 

PROGRAMMA MORTADELLA DAY 24 ottobre 2018

Ore 11.00
Inaugurazione Statua celebrativa della Mortadella Bologna IGP.
Il Presidente del Consorzio Mortadella Bologna, Corradino Marconi, consegnerà alla Curia di Bologna una Statua celebrativa della Mortadella Bologna IGP – realizzata dal Maestro scultore bolognese Nicola Zamboni –con la partecipazione del Prof. Vittorio Sgarbi. 

Ore 12.00
Gara della Coltellina.
In collaborazione con la Mutua Salsamentari, si svolgerà l’antica gara del “taglio a mano”. Vincerà chi riuscirà ad ottenere la fetta più sottile (ed integra) possibile. A disposizione avranno una Mortadella Bologna IGP gigante (200 chili). 

Ore 12.30
Donazione della Mortadella da 200 kg ad un Ente di Beneficenza della Città di Bologna.

Location: FICO (Fabbrica Italiana Contadina)

Ore 15.00 – Area Arena di FICO
Il Prof. Vittorio Sgarbi presenterà il quadro realizzato in live-performance dello Street Artist Mr.Wany e, a seguire, lo batterà in un’asta di beneficenza.
Il ricavato verrà donato ad un Ente di Beneficenza della Città di Bologna.

Ore 16.30 – Area Arena di FICO
Aperitivo
L’evento terminerà con un aperitivo a base di Mortadella Bologna a cura di Alex Fantini con il cocktail “Mortadella Sour”.

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Ottobre 1987, il più grande crollo della borsa americana- ma nessuno lo ricorda

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Fonte: ilcorrierenazionale.it

Quel giorno di trentuno anni fa è oggi ricordato come “il più grande crollo dell’indice americano”… ma nulla più. È molto significativo che “il più grande crollo dell’indice americano”, quello che fece impallidire, doppiandoli, i proverbiali crolli degli anni ’20 e ’30, non susciti almeno tra gli studiosi un po’ di curiosità.

Ma cosa accadde?

Il tempo ha cancellato molte delle cronache dell’epoca ma è certo che vi era stato un lungo periodo di lievitazione delle quotazioni azionarie di tutto il mondo sospinte dal favorevole andamento dell’economia liberata in Usa e in Uk dai retaggi keynesiani per mano della Thatcher e poi di Reagan. Già all’epoca la stragrande maggioranza dei commentatori era ipnotizzata dalle tesi neo monetariste elaborate da M. Friedman e nessuno si azzardava ad ipotizzare una sua rivisitazione anche implicita. Così l’idea di studiare quelle che poi sarebbero state chiamate bolle non passava nella mente di nessuno se non di pochissimi. Nei giorni immediatamente precedenti quel lunedì si erano avuto sinistri rumori che furono derubricati come normali nel ben più promettente trend (cioè andamento di lungo periodo) che rimaneva, nelle menti degli operatori, positivo. Ottimismo che aveva le sue radici in una fede quasi cieca nelle mirabolanti proprietà delle tesi neomonetariste; cosa che è vera ancora oggi.

Già dalla mattina di quel lunedì i mercati asiatici avevano lanciato l’allarme con crolli di varie decine di punti; ma all’epoca erano ancora ritenuti poco significativi e quindi si andò dritto come nulla fosse. Poi, improvvisamente, anche le borse occidentali si fecero prendere dal panico. Si dirà che i computer erano stati programmati male e, in automatico, vendevano se i corsi scendevano più di quello che era previsto come accettabile. Cioè detto in parole più chiare che erano stati impostati per essere coinvolti dal panico anche loro. Si disse subito dopo che si era posto rimedio anche a questo errore tecnico. Come? Non lo si è saputo. Si può immaginare che i grandi investitori si siano accordati per sospendere tutti assieme le vendite anche in casi estremi… riducendo così la concorrenza tra di loro! un cartello? Una lobby? Una loggia?

Non si sa; ma si può dire che questo significa che: a) i mercati più importanti del mondo sono in mano ai computer; b) una manciata di persone decidono per tutti; c) i valori borsistici non sono reali ma pilotati; d) non sapremo mai quali sono i valori veri ancora oggi. Quindi il mercato non è più lo specchio “vero” dei valori e quindi anche il diritto di tutti gli stati è in mano a queste poche persone. Ecco perché il fenomeno delle “bolle” non solo non è stato superato ma è divenuto parte integrante della quotidianità; fenomeno cui si è risposto e si risponde non certo risanando il funzionamento del mercato, ma facendo appello alle “autorità” monetarie cioè chiedendo e accettando moneta “nuova” al posto di quella vecchia che fugge via dal mercato azionario…………

Pure era evidente che l’euforia, (“esuberanza irrazionale” la chiamerà garbatamente un grande governatore della Fed nel 1996) nel rincarare le azioni si riferiva di fatto solo alla porzione “calda” dei pacchetti azionari (cioè quella effettivamente scambiata) e quindi sui listini si evidenziava (come ancora accade) il valore affettivamente pagato per una quantità esigua dei titoli in circolazione; mentre, contemporaneamente, la si attribuiva all’intera massa dei titoli esistenti! Così appena la grande massa dei portatori di titoli si sarebbe accorta che il prezzo era eccessivo avrebbe inondato le borse di offerta procurando il crollo. Circostanza ampiamente accentuata dall’uso illimitato delle nuove tecnologie informatiche. Così è andata, così si è ripetuto in maniera sempre più ampia nel corso degli anni e, ancora oggi, nessun commentatore si occupa di una realtà così evidente. Forse perché non riesce ad immaginare un altro mondo e un’altra maniera di accordare un valore ad un titolo.

Certo è che siamo ancora oggi prigionieri di questo enorme limite della teoria economica.

Canio Trione

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Perché all’Italia conviene l’economia circolare – Lo dice il Rapporto AGI/ Censis

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ALLA MAKER FAIRE ROME 2018 IL 5° RAPPORTO AGI-CENSIS “PERCHÉ ALL’ITALIA CONVIENE L’ECONOMIA CIRCOLARE”

In diretta streaming venerdì 12/10 dalle 10:30  

CODICE EMBED DIRETTA

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L’ITALIA HA CARTE IMPORTANTI DA GIOCARE IN RELAZIONE AL NUOVO PARADIGMA DELL’ECONOMIA CIRCOLARE: OTTO MOTIVI STRUTTURALI CHE PONGONO IL NOSTRO PAESE IN PRIMA FILA

Roma, 11 ottobre 2018 –  Il nuovo paradigma della circolarità è ancora poco dibattuto nel nostro Paese ma è un tema su cui l’Italia può giocare carte importanti: perché siamo un paese di trasformazione privo di risorse naturali con il più basso consumo di materiali grezzi in Europa, tra i più bravi ad estrarre valore dalle risorse utilizzate, al primo posto per circolazione di materiali recuperati all’interno dei processi produttivi e l’industria del riciclo si stima produca circa l’1% del Pil italiano. Sono i numeri, come quelli elencati di seguito, a dire che il nostro Paese è un punto di riferimento per l’Europa quando si parla di “economia circolare”:

  • Abbiamo il più basso consumo domestico di materiali grezzi: 8,5 tonnellate pro-capite contro le 13,5 della media UE;
  • Tra i più bravi ad estrarre valore dalle risorse utilizzate: 3,34 euro di Pil per ogni kg di risorse, contro un valore medio europeo di 2,2 €/kg;
  • Al 1° posto per “circolazione” di materiali recuperati all’interno dei processi produttivi (18,5% di riutilizzo contro il 10,7% della Germania);
  • Sulla totalità dei rifiuti prodotti (129 milioni di tonnellate) solo il 21% viene avviato a smaltimento (contro il 49% della media europea). Sulla totalità dei rifiuti trattati, l’Italia ne avvia al riciclo il 76,9% (36,2% la media UE);
  • Nel 1999 il 68% dei rifiuti urbani veniva mandato direttamente a smaltimento. Oggi questa percentuale è scesa all’8% circa;
  • La sola industria del riciclo si stima produca 12,6 miliardi di euro di valore aggiunto (circa l’1% dell’intero PIL italiano);
  • Nel 2017 il 48% degli italiani ha acquistato o venduto beni usati, con una crescita dell’11% rispetto al 2016. Un mercato che vale 21 miliardi di euro (1,2% del Pil). Il 42% degli acquisti è avvenuto online;
  • Gli iscritti al car sharing sono raddoppiati in due anni: da 630 mila nel 2015 a 1 mln 310 mila nel 2017.

 

IL SENTIMENT CULTURALE DEGLI ITALIANI

Oltre a ricoprire un ruolo di primo piano nel flusso delle conversazioni sul futuro del mondo, il tema dell’economia circolare sta provando, non senza qualche difficoltà, a ritagliarsi uno spazio nell’immaginario quotidiano degli italiani. E’ di ottimo auspicio il notevole interesse che riveste presso gli imprenditori, la parte più attiva e dinamica del Paese. La rilevazione infatti ha consentito di raccogliere gli orientamenti e il “sentiment” sul tema da parte di 1073 soggetti che occupano posizioni e svolgono ruoli significativi nel panorama socio-economico del Paese: imprenditori, liberi professionisti, docenti universitari, dirigenti d’impresa e funzionari pubblici. Qui alcuni dati che rispecchiano lo stato dell’arte:

  • Il 40% degli intervistati sa bene di cosa si tratta;
  • Il 70 % ritiene che non riguardi solo recupero, riciclaggio e riuso, ma la produzione di tutti i beni;
  • Il principale vantaggio per il 77,8 % sarà la salvaguardia dell’ambiente, mentre pochissimi ritengono che possa avere un impatto su PIL e occupazione;
  • Il 73 % di quelli che la conoscono dice che si imporrà solo se la politica creerà le condizioni abilitanti (i giovani chiedono vantaggi economici evidenti, mentre dopo i 65 anni si privilegiano azioni che incidano sulla sensibilità collettiva). Una percentuale analoga dice che il principale ostacolo sarà l’incapacità della politica di favorire il cambiamento;
  • Per il 60 % spetta all’Unione Europea guidare questo cambiamento;
  • La sharing economy (40%) e la decarbonizzazione (36%) sono i processi innovativi maggiormente correlati

Questo è quanto emerge dal 5° rapporto Agi-Censis “Perché all’Italia conviene l’economia circolare, realizzato nell’ambito del programma pluriennale “Diario dell’Innovazione” della Fondazione Cotec, che indaga la reazione degli italiani di fronte ai processi innovativi, e che sarà presentato venerdi 12 ottobre alle ore 10:30, nel corso dell’Opening Event Ground Breakers Pioneers of the future della Maker Faire Rome 2018, il più importante spettacolo al mondo sull’innovazione.

La ricerca contiene anche un’intervista esclusiva realizzata da Agi a Ellen MacArthur, fondatrice dell’omonima Fondazione nata nel 2009 con un preciso obiettivo: accelerare la transizione da un’economia lineare verso un modello circolare. Secondo Ellen MacArthur, infatti, “l’economia circolare rappresenta un’opportunità, significa costruire un’economia resiliente, di recupero e rigenerazione. Significa superare il modello lineare, che per quanto lo si possa rendere efficiente alla fine ti fa cadere nel precipizio”.   

Nel febbraio 2017, a Lisbona, il Capo dello Stato Sergio Mattarella aveva guardato avanti invitandoci a riflettere su un nuovo modello economico. L’economia circolare. Se ne parla ormai da qualche lustro, ma è solo di recente che l’innovazione tecnologica lo ha reso non solo auspicabile ed etico, ma conveniente e quindi possibile. Del resto anche papa Francesco, nell’enciclica Laudato Sì, invoca l’adozione di un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti” – afferma Riccardo Luna, Direttore Agi – “Era insomma inevitabile che Agi e Censis si misurassero con questo argomento così importante eppure ancora sostanzialmente

fuori dal dibattito politico e sconosciuto al grande pubblico, come dimostrano i risultati dell’indagine”.

E’ possibile scaricare qui l’intero report.

 

SINTESI DELLA RICERCA

 

L’analisi complessiva dei dati raccolti suggerisce alcune riflessioni di carattere interpretativo sul nuovo paradigma della circolarità che possono così essere riassunte:

 

SI TRATTA DI UN TEMA ANCORA POCO DIBATTUTO

Se il 60,2% di un panel di italiani con cultura elevata e ruoli professionali avanzati ha una conoscenza poco approfondita dei cardini del paradigma e delle potenzialità che racchiude, è evidente che c’è un notevole lavoro da fare in termini di conoscenza e consapevolezza.

 

È DI OTTIMO AUSPICIO IL NOTEVOLE INTERESSE CHE IL TEMA RIVESTE PRESSO LA PARTE PIÙ ATTIVA E DINAMICA DEL PAESE, OSSIA PRESSO GLI IMPRENDITORI

Questo significa che si tratta di un paradigma fecondo, in grado di garantire partecipazione, senso della sfida, progettualità futura. In questa chiave appare molto più promettente rispetto al concetto di sostenibilità ambientale in tutte le diverse declinazioni con cui è stato presentato negli ultimi trent’anni.

 

È UN TEMA SU CUI L’ITALIA PUÒ GIOCARE CARTE IMPORTANTI

Questo per due ordini di motivi: innanzitutto perché siamo un paese di trasformazione privo di risorse naturali. E saper trasformare al minimo livello di consumo di beni naturali oggi può diventare una gran virtù. Inoltre, associare il connotato di “circular goods” ai prodotti del Made in Italy può contribuire a rafforzare il carattere distintivo delle nostre produzioni.

 

CERCASI TRAINO PER L’ECONOMIA CIRCOLARE

L’argomentazione del punto precedente deve però sottostare ad una condizione precisa: si fa economia circolare solamente attraverso un coinvolgimento massivo di tutti gli attori sociali in gioco. E su questo punto l’Italia deve crescere molto, soprattutto nell’azione di indirizzo dei decisori centrali e nei comportamenti dei cittadini-consumatori (come peraltro ben rimarcato dai partecipanti all’indagine).

L’ECONOMIA CIRCOLARE TRA MEZZOGIORNO E PONTE MORANDI

Colpisce che i dati di indagine registrino livelli di conoscenza e di interesse per i residenti nelle regioni del Sud pari e in alcuni casi superiori alla media nazionale. L’economia circolare è un’opportunità di rilancio delle regioni meridionali? Certamente lo è per le filiere agricole e per quelle turistiche. Ma anche in materia di gestione circolare dei rifiuti le potenzialità sono notevoli, proprio a partire dai tanti allarmi innescati da gestioni non solo “lineari” ma addirittura “criminali”. E a questo riguardo come non pensare ad una materia di nuovo protagonismo per lo stanco regionalismo meridionale? Come non pensare che proprio dal vulnus del passato (si pensi alla Campania) possa venire l’adozione di nuovi modelli?

Infine, il pensiero non può non andare a quel 76,6% di intervistati che vede nel crollo del ponte Morandi di Genova un caso esemplare di scarsa attenzione di un Paese nei confronti del proprio patrimonio materiale. Le infrastrutture sono beni pubblici certo non naturali, ma alla stessa stregua da proteggere perché utili e preziose. L’economia circolare ci indica la strada per imparare a prendercene cura e a traguardarle verso le future generazioni.

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