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Contratti telefonici: non basta un si, ma occorre una firma

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Ecco tutte le regole a tutela del consumatore

 

Il D.lgs. n. 21/2014 del 21 febbraio ha modificato il Codice del Consumo in attuazione della Direttiva 2011/83/UE, la cosidetta “Consumer Rights”, sui diritti dei consumatori. In particolare, vengono modificate e introdotte nuove condizioni minime di tutela dei consumatori, applicabili a qualsiasi contratto concluso tra un professionista ed un consumatore, inclusi i contratti per la fornitura di acqua, gas, elettricità o teleriscaldamento (cfr. art. 46, co. 3).

Il Decreto legislativo interviene su diversi aspetti della disciplina a tutela del consumatore fra cui, ad esempio, le informazioni precontrattuali da fornire al consumatore sia nei casi di contratti a distanza o al di fuori dei locali commerciali (art. 49) che negli altri casi (art. 48).

Rispetto a ciò, la regolazione di settore in materia risulta ancora più dettagliata e tutelante per il cliente finale. Una specifica disciplina è poi dedicata ai contratti negoziati al di fuori dei locali commerciali (art. 50) e ai contratti distanza (art. 51).

Intervento fondamentale, dato lo sviluppo del teleselling degli ultimi anni in tutti i settori come metodo di vendita di qualsivoglia contratto, in caso di contratto telefonico si specifica che il consumatore rimane vincolato soltanto dopo avere firmato l’offerta o dopo averla accettata per iscritto, anche mediante firma elettronica. Di questo, si dovrà tenere conto anche con riferimento ai contratti a distanza stipulati per la fornitura di energia elettrica e gas naturale.

Si stabilisce, inoltre, che il consumatore è esonerato dall’obbligo di fornire qualsiasi prestazione corrispettiva in caso di fornitura non richiesta di beni, acqua, gas, elettricità, teleriscaldamento o contenuto digitale o di prestazione non richiesta di servizi (cfr. art. 66 quinquies). In ogni caso, è previsto che il servizio non venga prestato (inclusa la fornitura di acqua, gas o elettricità, o teleriscaldamento) nei 14 giorni validi per il recesso a meno che il consumatore non richieda esplicitamente la prestazione del servizio stesso.

I prezzi che devono essere trasparenti comprensivi di tutte le voci: i venditori dovranno chiarire il costo totale del prodotto o del servizio offerto. I consumatori non dovranno pagare costi aggiuntivi rispetto a quelli espressamente menzionati prima di inviare l’ordine.

I tempi per il ripensamento: il tempo a disposizione per esercitare il diritto di recesso aumenta da 10 a 14 giorni. Si arriva a un anno e 14 giorni se il venditore non ha adeguatamente informato il consumatore sull’esistenza del diritto stesso. Il decreto stabilisce le informazioni standard che devono essere fornite al consumatore. In caso di violazione degli obblighi informativi il consumatore non deve sostenere neppure il costo diretto di restituzione dei beni.

Possiamo notare come grazie alla “Consumer rights” passi in avanti siano stati fatti per la tutela del consumatore a livello europeo, e quindi italiano in seguito al recepimento della direttiva.

Il punto è che nonostante esista una normativa ben precisa, le attivazioni a distanza di contratti non richiesti persistono, tanto è vero che l’Antitrust insieme alle Associazioni dei consumatori, baluardo di legalità e tutela, periodicamente ha sanzionato con multe consistenti i comportamenti scorretti dei big dell’energia. Alcune aziende hanno ammesso di non riuscire a controllare le agenzie esterne alle quali si rivolgono per concludere i contratti sia a distanza che porta a porta, ed hanno o definitivamente abbandonato o fortemente ridotto questo metodo per ottenere i contratti commerciali.

Rimaniamo inoltre in attesa che si sbroglino altre forme di tutela per i consumatori come quella della class action, ovvero l’azione collettiva che consente di attivare un unico processo per ottenere il risarcimento del danno subito da un gruppo di cittadini danneggiati dalla stessa azienda (esclusa la pubblica amministrazione) in una situazione omogenea. Insomma, nulla a che fare con quanto accade negli Stati Uniti, dove la class action è uno strumento efficace, guardato con terrore dalle aziende.

Man mano che si va avanti, il consumatore dovrà essere sempre più consapevole in un mondo come quello dell’energia dove dovrà acquisire dimestichezza anche con il mercato libero dell’energia elettrica, che già esiste ma in alternativa a quello tutelato, mentre nel prossimo futuro, qualora si sbloccasse il Ddl concorrenza, il passaggio completo dovrebbe avvenire nel 2018.

Il consumatore italiano paradossalmente conosce al centesimo quanto costa la benzina al litro almeno in un paio di distributori prossimi a casa o al lavoro e sa benissimo in rapporto alla cilindrata della propria macchina quanto è il consumo al litro, ma se si prova a chiedere quanto costa il kW/h o un metro cubo di gas o a quanto ammontano i propri consumi bimestrali o annuali, ecco che lo sguardo si perde nel vuoto.

Ecco allora che in questo contesto, il consumatore verrà letteralmente preso di mira attraverso tutte le modalità possibili per concludere dei contratti nel mercato libero. Attualmente veniamo contattati dai consumatori che si ritrovano in un limbo da cui non sanno come uscire, e a piccoli passi portando avanti le nostre istanze, stiamo conquistando tutele sempre maggiori, nonostante rimanga ancora tanto da fare.

Quindi le Associazioni di Consumatori continueranno a fare la loro parte, le Autorità di Regolazione spesso vanno pungolate, ma anche il consumatore italiano deve acquisire sui propri consumi energetici maggiore consapevolezza e dimestichezza per poter così esercitare una forma di autotutela, nonché di tutela preventiva.

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Consumatori

Ferrovie: Federconsumatori esposto a Trenitalia sui tempi di percorrenza delle tratte regionali

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La “traccia orario” è il tempo assegnato ad un treno per percorrere una certa relazione.

Il tempo impiegato dovrebbe ricavarsi dalla formula t=S/v; dalla quale risulta evidente come il tempo necessario è in rapporto sia allo spazio da percorrere, sia alla velocità.

In realtà in ferrovia non bastano questi elementi per determinare la “traccia orario”, se ne aggiungono alcuni (spesso motivati), e altri di cui nessuno capisce la motivazione.

Solo Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana sono in grado di capire perché per percorrere la relazione Pescara-Montesilvano con treni regionali (ma ci sono centinaia di casi analoghi in Italia) a volte bastano 4 minuti altre volte ne occorrono 17. Eppure, nel caso considerato, i treni viaggiano a velocità simile, non ci sono fermate intermedie e la distanza tra le stazioni è sempre la stessa; ma i tempi assegnati ai treni per percorrere la stessa distanza sono diversissimi.

Un problema che non va sottovalutato, dal momento che ogni minuto di percorrenza di un treno costa alla collettività circa 10 euro.Questo vuol dire che, se al treno Montesilvano-Pescara si assegnano 13 minuti più del dovuto, la comunità pagherà in più 130 euro al giorno; quasi 50.000 euro ogni anno, solo per quel treno! (E questo vale per tutte le altre tratte interessate!

Se il risultato dei vari algoritmi utilizzati per calcolare il prezzo dei servizi da pagare conserva l’apparenza della neutralità, la traccia oraria è chiaramente determinata dagli interessi delle Ferrovie, senza che nessuno possa eccepire alcunché.

Eppure dalle tracce orario dipendono: 1) i costi sostenuti dalle regioni per pagare i corrispettivi a Trenitalia per l’offerta del servizio regionale; 2) la possibilità di applicare o meno le sanzioni a Trenitalia in caso di ritardo; 3) la qualità del servizio ferroviario regionale ;4) la concreta possibilità di apertura del mercato ferroviario.

Per evidenziare un abuso di posizione dominante da parte delle Ferrovie italiane nel mercato ferroviario, la Federconsumatori ha presentato un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Lo stesso esposto è stato inviato all’Autorità di Regolazione dei Trasporti e, per conoscenza, anche al Ministro dei Trasporti (con due precedenti esposti della nostra Associazione al Garante, sono state comminate due diverse sanzioni: la prima da un milione di euro nel 2014, la seconda da cinque milioni di euro nel 2017).

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Consumatori

Paghereste un caffè l’80% in più della media? La polemica su Starbucks a Milano

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Starbucks, il colosso del caffè americano sbarca in Italia con il primo mega store a Milano: per il nostro Paese si tratta di una piccola rivoluzione culturale che da una parte, sicuramente, amplia la concorrenza tra bar e caffeterie, dall’altra suscita qualche perplessità sui costi, davvero molto alti. Pagare un caffè espresso 1,80 è davvero esagerato, senza contare i 3,50 euro del caffè americano, per poi salire di prezzo per caffè più sofisticati: è l’80% in più rispetto alla media milanese!

Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili dell’Osservatorio prezzi e tariffe del ministero dello Sviluppo economico, infatti, che utilizza i prezzi ufficiali rilevati dagli Uffici comunali di statistica nell’ambito della rilevazione mensile dell’Istat, in media il caffè espresso a Milano costa 1 euro, 1,10 euro la quotazione massima. Da Starbucks, quindi, si paga l’espresso, mediamente, 80 centesimi più rispetto al resto della città, 70 centesimi di differenza considerando i bar più cari. Considerato che per molti il caffè al bar è un’abitudine giornaliera irrinunciabile, diventa quasi un lusso!

Ma quanto costa, invece, il caffè fatto in casa? In generale utilizzando 7 grammi di miscela,  il caffè casalingo costa mediamente 12 centesimi, quindi andare da Starbucks ci costa il 2471% in più della tazzina di caffè home made.

Non tutti sanno però che il costo del caffè di casa dipende anche dallo strumento utilizzato: una tazzina di caffè con la tradizionale moka costa infatti circa 0,12 centesimi, mentre con la macchinetta a capsule 0,41 centesimi; per sapere qual è la macchinetta per il caffè più adatta alle diverse esigenze e confrontare i prezzi del caffè fatto con moka, macchinetta automatica, a capsule o a cialde, leggi la nostra indagine Quanto ci costa un caffè espresso fatto in casa

Autore: Unione Nazionale Consumatori

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Consumatori

Cambio operatore telefonico| MDC : caos portabilità AGCOM garantisca tempi certi e indennizzi agli utenti coinvolti.

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Evidentemente non sono bastate le multe per la fatturazione 28 giorni e quelle per la minaccia di iscrizione a inesistenti banche dati morosi irrogate da Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e Antitrust alle principali compagnie telefoniche per far rispettare i consumatori italiani.

Come denuncia il Movimento Difesa del Cittadino l’Annus horribilis degli utenti della telefonia continua ancora per migliaia di utenti infuriati a causa dei ritardi della migrazione del proprio numero verso Iliad ed altri nuovi operatori da parte degli incumbents.

È soprattutto il caso Vodafone a tenere banco in queste ore, con numerosi clienti di fatto irraggiungibili a causa dei gravi rallentamenti nella trasmissione del proprio numero di cellulare dalla compagnia al nuovo operatore prescelto dal consumatore.

Come sottolineato da MDC, al danno per la irreperibilità si aggiunge la beffa di dover tollerare scuse banali come l’errore nella trascrizione del proprio codice fiscale e continui rimpalli della responsabilità tra vecchio e nuovo operatore.

Per il Presidente nazionale del Movimento Difesa del Cittadino Francesco Luongo è urgente un intervento di AGCOM per garantire il sacrosanto diritto degli utenti alla Mobile Number Portability oltre ad una istruttoria sulla plateale violazione di quanto stabilito nella Delibera 147/11/CIR e connesso diritto dei clienti di ricevere il pagamento degli indennizzi previsti dall’articolo 14 pari a € 2,5 per ogni giorno lavorativo di ritardo fino ad un massimo di € 50,00 che dovrà versare l’operatore ricevente che a sua volta si rivarrà poi sul donating.

Tutta la rete del Movimento si sta attivando in queste ore per supportare i reclami dei consumatori e garantire il pagamento delle somme dovute.

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