Da piu’ parti si e’ chiesto un aumento delle pene, dirette e indirette, la nomina di commissari e la messa al bando dei corrotti. Chi auspica la pena di morte, chi i calci nel fondo schiena, e cosi’ via. Nel saggio “Dei delitti e delle pene”, pubblicato nel 1764, a cura di Cesare Beccaria, si affermava che non e’ l’entita’ della pene che ha funzione deterrente ma la certezza della pena stessa. Visto lo stato della nostra giustizia, la certezza della pene non e’ sempre certa. Il pubblico ministero Carlo Nordio, che si occupa dell’inchiesta sul Mose, dichiara: “La nomina di un commissario straordinario conta molto poco. La madre della corruzione, 20 anni fa come oggi, e’ la complessità delle leggi. Se devi bussare a cento porte inv
ocando
cento leggi diverse per ottenere un provvedimento, e’ quasi inevitabile che qualcuna resti chiusa e qualcuno ti venga a dire che devi imparare a oliarla”. Dunque non rimane che semplificare le norme esistenti e questo e’ compito dei nostri legislatori e amministratori, alcuni dei quali, invece, invocano maggiori pene, non riflettendo sul fatto che l’inasprimento non serve, semmai occorre agire sulle procedure per rendere semplice e trasparente cio’ che oggi e’ complesso.
Dunque? Diffidare dal polverone che e’ sollevato da chi propone nuove norme o l’inasprimento di quelle esistenti, anche in altri settori.
Di giocolieri ne abbiamo fin troppi.

Primo Mastrantoni, segretario Aduc