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Cose da sapere per diventare un bitcoiner

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di Umberto Tarantino

Che cos’è il bitcoin?” non è una domanda a cui si può dare una risposta secca, una risposta esauriente. Sebbene in giro sia possibile reperire innumerevoli guide (incluso la mia) su cosa sia il bitcoin e come funzioni, purtroppo risultano essere poco fruibili, per via di contenuti troppo complessi che presuppongono la conoscenza di concetti a loro volta troppo tecnici, oppure poco esaurienti per via di contenuti trattati in maniera superficiale, talvolta anche errata.

“Non so come funzioni il Bitcoin e a questo punto ho troppa paura a chiedere”

Non è facile spiegare cosa sia il Bitcoin, occorre prenderci confidenza gradualmente per capirne le potenzialità e soprattutto la tecnologia rivoluzionaria su cui è basato. Occorre studiare la materia, partendo sicuramente dal white paper di Satoshi Nakamoto (disponibile anche in italiano), e proseguendo con materiale che affronta, sotto tutti gli aspetti, il Bitcoin e la tecnologia sottostante, come ad esempio, libri o video realizzati da esperti del settore.

E non è facile riconoscere un esperto Blockchain/Bitcoin, dal momento che definirsi tale in questo ambito è abbastanza autoreferenziale: chiunque può dichiararsi un esperto o un ottimo conoscitore non essendoci modo di verificarlo facilmente, data la complessità e la novità dell’argomento.

Se si ha un background informatico si è predisposti ad apprendere i concetti basilari più facilmente, ad ogni modo soltanto studiando si può apprendere il funzionamento e coglierne le caratteristiche salienti; caratteristiche che hanno fatto appassionare moltissimi utenti in giro per il mondo, soprattutto informatici ed economisti.
Invece non è affatto sufficiente, e molte volte sbagliato, documentarsi sui giornali e in generale sulle fonti “mainstream”, incluso la TV.

Degno di nota è un altro vantaggio che la conoscenza del Bitcoin offre a coloro i quali hanno compreso la tecnologia e le sue peculiarità. Ai fortunati “bitcoiners” (non gli early adopter che ora sono milionari) è stata concessa la possibilità di avere un’ulteriore consapevolezza, la consapevolezza sui media. Chi capisce di Bitcoin, e apprende notizie su di esso dai media tradizionali, diventa abile a pesare la qualità e il livello dell’informazione, soprattutto quella generalista: riesce a distinguere i contenuti veri da quelli un po’ viziati, che spesso compaiono sotto titoloni ad effetto.
Quando, ad esempio, i media escono con notizie che descrivono il Bitcoin come:

  • un sistema anarchico;
  • un modo per pagare nell’anonimato;
  • una catena di Sant’Antonio;
  • un mercato speculativo ad alto rischio;
  • un investimento non sicuro per via di fenomeni come MtGox;
  • lo strumento di pagamento degli hacker per chiedere i riscatti;
  • la moneta spesa nel dark web per comprare armi e droga

… allora chi conosce il Bitcoin riesce subito a dare un peso al giornalista di turno, al giornale e in generale al livello di informazione.
In quest’ottica poi non è difficile immaginare il livello di conoscenza dei giornalisti che solitamente scrivono per altri argomenti in altri ambiti. Inoltre si diventa subito consapevoli di quanto bisogna stare attenti alle notizie propinate dai media e di come queste possano essere eventualmente manipolate per far passare un determinato messaggio.
In ogni caso, buona o cattiva fede del giornalista, resta grave il pubblicare contenuti errati, frutto di un scarso approfondimento.

Tuttavia nell’ultimo periodo, tra le notizie sull’argomento “criptovaluta”, si riesce a distinguere una buona informazione, che segue un filone che non demonizza a prescindere lo strumento del Bitcoin ma, anzi, lo descrive come apripista per scenari positivi per il futuro, citando anche la Blockchain.

Il Bitcoin non è il male assoluto, come viene spesso descritto da chi vuole screditare o da chi prova a parlare di qualcosa che non conosce bene. Sicuramente non è, e non può essere, uno strumento utilizzato da chi vuole commettere attività illecite, o addirittura lo strumento di finanziamento di organizzazioni criminali. I pagamenti in bitcoin sono tracciati e le tracce sono visibili a tutti, e rimangono per sempre. Seppur il Bitcoin possa essere un modo per pagare attività illecite (anche i contanti lo sono), certamente non è il miglior sistema per farlo! Oltre all’inalterabile tracciabilità, un altro motivo per cui è sconveniente che il Bitcoin sia lo strumento di attività criminali è il fatto che, contrariamente a quanto si senta in giro, non è anonimo. Il bitcoin è pseudo-anonimo, ovvero si viene identificati dall’indirizzo con il quale si effettuano transazioni, e non è molto difficile risalire all’identità dell’utente, soprattutto se il registro della blockchain viene spulciato da esperti o servizi dedicati a questo tipo di indagine. E si semplifica il loro lavoro quando al momento di disfarsi dei bitcoin c’è bisogno di inviare i propri documenti di identità e prove di residenza per uscire dal circuito delle criptovalute, operato maggiormente da exchange che devono rispondere alle leggi AML e KYC.

Per questi e altri motivi, alla domanda “che cos’è il Bitcoin?” spesso vengono associate domande del tipo “ma è sicuro il Bitcoin?”, proprio perché si leggono certe notizie o vengono diffuse informazioni con accezione sempre negativa.
Purtroppo molto spesso non si riesce a dimostrare l’infondatezza di alcune notizie raccontate sui giornali o in TV, perché lo sforzo per smontarle è troppo grande: le argomentazioni sono troppo complesse per farle arrivare a chi apprende da fonti non proprio attendibili o autorevoli in materia di criptovaluta. Pertanto alla fine è molto più facile credere ad un concetto semplice, che però è errato o falso, piuttosto che ad un concetto complicato, ma corretto, che risulta difficile da spiegare. Inoltre, molto spesso accade che chi crede al concetto semplice, che è in effetti elementare o più credibile, diventa poi un sostenitore di quel pensiero (“teoria della m. d. m.”).

Il Bitcoin viaggia su rete informatica, quindi essendo una “realtà” informatica nessuno ci può assicurare che un giorno non possa essere violata da qualche attacco hacker. Questo è un altro pensiero abbastanza diffuso da chi non ha approfondito la materia, il quale addirittura adduce motivazioni del tipo “l’NSA è vicina a crackare il protocollo”, ignorando che se ciò dovesse realmente avvenire, per mano dell’NSA o un gruppo di hacker, a quel punto vedere il Bitcoin crollare sarebbe davvero l’ultimo problema dell’umanità in quel momento.
La tecnologia blockchain mette insieme concetti e meccanismi informatici che già esistevano, che sono ampiamente consolidati e a prova di attacchi da parte di malintenzionati.
Sulle stesse componenti trovano applicazione altri sistemi fondamentali del mondo odierno, che sono alla base della società civile, dai più banali, il telecomando del cancello automatico di casa, a quelli più complessi, i sistemi militari e governativi, e anche gli stessi sistemi finanziari, fino alle carte di pagamento contactless. In caso di attacchi, problemi di sicurezza o eventuali scoperte di vulnerabilità, non sarebbe solo la tecnologia del Bitcoin ad essere messa in discussione. In un caso estremo, se dovesse essere rotto il sistema di hashing SHA256, o il meccanismo della firma digitale, oppure l’algoritmo delle curve ellittiche, ciò potrebbe permettere ad un hacker terrorista anche di lanciare un missile nucleare! A quel punto dove si collocherebbe in ordine d’importanza la rottura del protocollo Bitcoin?
L’utilizzo di componenti già consolidati è sicuramente un bene e riduce di molto il rischio di attacchi, ma comunque non lo elimina, poiché è l’implementazione che può essere vulnerabile. Ma nel progetto Bitcoin le eventuali problematiche relative all’implementazione sono mitigate dal fatto che il codice è open source, e quindi sotto gli occhi di tutti, compreso le decine di migliaia di sviluppatori, attivi o meno.
Se non dal punto di vista implementativo, bisogna conoscere ad un livello abbastanza approfondito la Blockchain e il funzionamento del Bitcoin, prima di affidarsi completamente a tale tecnologia e, in generale, per sposare la filosofia della criptovaluta.

Come faccio a guadagnare?” rientra tra le domande più gettonate, ed è posta da coloro che hanno sentito parlare del Bitcoin e vogliono ottenere un facile guadagno, e perché no, diventare milionari. La risposta è molto semplice: per guadagnare bitcoin, occorre fare un lavoro oppure vendere prodotti o servizi per cui farsi pagare in bitcoin. Proprio così come avviene per guadagnare euro in Europa (o dollari negli Stati Uniti o qualsiasi altra valuta fiat in qualsiasi altro stato del mondo).
Il Bitcoin non è uno schema Ponzi, un programma ad alto investimento o qualsiasi altra diavoleria di stampo Multi Level Marketing. Il bitcoin è un mezzo, uno strumento, non un modo per guadagnare e diventare ricchi!

Ma allora perché c’è bisogno di bitcoin? Per quale motivo si dovrebbe acquistare bitcoin? A cosa serve? Perchè molte persone nel mondo comprano il bitcoin? Perché vale così tanto? Queste e altre domande simili di solito sopraggiungono quando si scopre che il bitcoin non è un sistema di guadagno telematico. Le risposte sono molteplici, si compra o utilizza bitcoin per vari motivi e si possono delineare i profili principali dei suoi utilizzatori:

  • chi ha sposato la filosofia della criptovaluta;
  • chi fa trading speculativo;
  • chi vuole usare un metodo di pagamento innovativo;
  • chi crede ad una rivoluzione del sistema finanziario;
  • chi ha capito le potenzialità della tecnologia;
  • chi vuole fare riserva di valore.

Sono questo tipo di utenza e queste necessità che costituiscono il rapporto domanda/offerta, che a sua volta costituisce il controvalore in euro o dollaro (o altra valuta) del bitcoin, a livello mondiale.

Se non si vuole scendere nei dettagli o non si ha il background informatico/economico per approfondire i meccanismi del bitcoin, allora da un punto di vista molto superficiale il Bitcoin può essere trattato semplicemente come una nuova modalità di pagamento. Niente di più. Vista in questo modo allora non occorre conoscerne il funzionamento e tutte le peculiarità, allo stesso modo come per usare le carte di pagamento le persone non si sono mai poste il problema di come funzionasse la banda magnetica oppure come funzioni ora chip o trasmettitore NFC.
Basta cominciare ad usare Bitcoin come metodo di pagamento e già si può entrare a far parte della rivoluzione economica in atto. E per farlo basta iscriversi o utilizzare i wallet sempre più user-friendly, facili e intuitivi, messi a disposizione da startup o progetti sempre più innovativi. Si è quindi in grado di utilizzare la criptovaluta anche restando all’oscuro di cos’è realmente il protocollo Bitcoin e di come sia un prodotto disruptive, in campo economico e non solo.

Il bitcoin è disruptive. Determinati paradigmi, specialmente in ambito finanziario, il settore maggiormente interessato dalle criptovalute, non possono essere utilizzati per definire il Bitcoin e risulta inoltre difficile anche servirsi di termini di paragone per descriverlo.
In generale per spiegare un concetto, o anche un oggetto, c’è bisogno di concetti più semplici. Un esempio banale è cercare una definizione di un termine su un dizionario: viene definito grazie all’utilizzo di altri termini o concetti più semplici che, se non conosciuti, possono a loro volta essere cercati sullo stesso dizionario.
Il concetto nuovo del Bitcoin non si riesce a spiegare con concetti semplici già esistenti, e difficilmente si riesce a paragonarlo a qualcosa di già conosciuto, soprattutto se lo si vuole inquadrare in ambito finanziario, visto che finora non esisteva assolutamente nulla di simile. Pertanto risulta arduo, e a volte impreciso, collocarlo o categorizzarlo in qualche modo. Non si è in errore se si afferma che il bitcoin sia un metodo di pagamento, ma bisogna essere consapevoli che sia anche qualcosa in più, e che offra molto di più.

Per la prima volta nella storia, il denaro è nelle mani del cittadino, del singolo, senza intermediari come banche o altri istituti finanziari. Si è totalmente responsabili dei propri soldi, e questa è una caratteristica straordinariamente positiva, ma che al contempo può essere un problema.
Essere totalmente responsabili dei propri fondi bitcoin significa sia che nessuno può toccarli, sia che possono essere perduti senza potersi appellare a nessuno.
Non c’è nessuno che può prelevare forzosamente o bloccare i fondi, ma non c’è nessuno a cui poter inviare un reclamo in caso di furto o smarrimento.
Una volta acquisita questa consapevolezza, ovvero della totale libertà di gestire il proprio denaro, allora si compie già un passo importante verso la conoscenza del Bitcoin.

Si è talmente liberi di gestire il proprio denaro che è possibile inviare e ricevere pagamenti senza dover passare per nessun ufficio, per nessuna autorizzazione, per nessuna entità che abiliti o meno i trasferimenti. Addirittura se si hanno capacità di coding si può programmare un pagamento, definendone importo e destinatario (e volendo anche la data di accredito) in piena libertà, nel codice sorgente del programma, senza alcuna possibilità che possa esserne sindacata la provenienza o la motivazione e, soprattutto, senza dover chiedere il permesso a nessuna autorità o ente finanziario.

“Il governo che vieta il Bitcoin”

E’ stato inventato un sistema per spostare valore che non richiede alcun permesso, che non richiede fiducia e, soprattutto, che non può essere fermato o censurato.
Che sia o no il Bitcoin il futuro, ormai il percorso è abbastanza segnato: si è soltanto agli inizi dell’era delle criptovalute, che sconvolgerà completamente il mondo finanziario per come lo abbiamo conosciuto finora. E molto probabilmente cambierà il funzionamento di tanti altri settori, alla stessa maniera in cui Internet ha cominciato a farlo a partire dagli anni ‘90.

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Buoni postali: la Cassazione ammette la variazione del tasso sui buoni sottoscritti prima del 1999

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Stiamo ricevendo in questi giorni molte richieste di informazioni ed assistenza da parte dei cittadini che hanno investito i propri risparmi in buoni fruttiferi postali. Una battaglia che da tempo vede coinvolta la Federconsumatori, impegnata a tutelare il diritto dei cittadini ad ottenere i rendimenti originariamente previsti sul retro del titolo e indicati al risparmiatore al momento della sottoscrizione.

Dopo un originario pronunciamento risalente al 2007 in cui la Corte affermò che sottoscrivere un buono equivale a un contratto, pertanto questo non può essere modificato in itinere, la nuova sentenza della Cassazione a Sezioni Unite ha radicalmente capovolto la situazione. Ha infatti stabilito che, per i buoni sottoscritti prima del 1999, il tasso di interesse può essere modificato, anche in modo retroattivo, tra l’altro senza obbligo di informativa al risparmiatore.

Resta, però, per l’investitore la possibilità di recedere dal contratto, incassando quanto spetta secondo il tasso di interesse originario e più vantaggioso.

“Tale pronunciamento a nostro avviso risulta alquanto contraddittorio e non del tutto rispettoso del diritto del risparmiatore a ricevere informazioni chiare e corrette sui propri investimenti.” – afferma Emilio Viafora, Presidente della Federconsumatori. – “Per questo stiamo valutando se sussistono gli estremi per presentare ricorso alla Corte di Giustizia Europea.”

Ad aggravare la situazione contribuisce il fatto, che non è stato minimamente considerato dalla Corte di Cassazione, che Poste Italiane è oggi un soggetto di diritto privato, che non può più essere equiparato ad un Ente pubblico.

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CONSOB: obbligo dare tutte le informazioni sui costi e gli oneri sui servizi di investimento e strumenti finanziari.

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Richiamo di attenzione n. 2 del 28 febbraio 2019

Oggetto: informazioni sui costi e gli oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari.

La nuova disciplina MiFID II richiede agli intermediari maggiore trasparenza informativa su costi e oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari. Ciò al fine di assicurare che gli investitori siano consapevoli di tutti i costi e gli oneri per la valutazione degli investimenti anche in un’ottica di confronto fra servizi e strumenti finanziari.

Il quadro di riferimento normativo in materia, vigente dall’inizio del 2018, è definito dal d.lgs. 58/1998 e dal Regolamento delegato (UE) 2017/565, cui fa esplicito rinvio il Regolamento Intermediari n. 20307/2018 emanato dalla Consob in data 15 febbraio 2018. In tema, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) ha pubblicato, a partire dal 16 dicembre 2016, “Questions & Answers on MiFID II and MiFIR investor protection topics”, nella Sezione 9, “Information on costs and charges”.

L’insieme delle richiamate misure, dalla data di entrata in vigore di MiFID II, impone in modo incondizionato, chiaro ed esplicito, agli intermediari[1] di fornire agli investitori, ex ante ed ex post, informazioni in forma aggregata su tutti i costi ed oneri connessi ai servizi prestati ed agli strumenti finanziari, per consentire al cliente di conoscere il costo totale ed il suo effetto complessivo sul rendimento. Su richiesta del cliente, tali informazioni devono essere presentate anche in forma analitica.

Ai sensi delle citate disposizioni, le informazioni devono essere corrette, chiare e non fuorvianti e vanno rese in una forma comprensibile.

Al fine di potere ottemperare a tali obblighi, come chiarito nelle Q&A dell’ESMA, qualora le informazioni sugli strumenti finanziari non siano pubblicamente disponibili, gli intermediari distributori dovrebbero mettersi nelle condizioni di ottenere i dati necessari dai produttori, laddove non siano essi stessi i manufacturer dello strumento. Quando l’intermediario non riesca ad ottenere i dati dal produttore in tempo utile dovrebbe prima di tutto valutare se può fornire informazioni adeguate al cliente sui costi e gli oneri dello strumento finanziario.

Se l’intermediario distributore ritiene di non essere in grado di ottenere informazioni sufficienti sui prodotti offerti per adempiere ai propri obblighi nel quadro della MiFID II, dovrebbe, nell’ambito delle proprie scelte di product governance, evitare di inserirli nella propria gamma prodotti.

Le informazioni ex ante sui costi e gli oneri vanno rese in tempo utile prima della prestazione del servizio. È quindi necessario che l’intermediario, prima di commercializzare uno strumento finanziario, si assicuri di poter effettuare, in assenza di costi puntualmente determinabili, almeno stime ragionevoli e sufficientemente accurate da rappresentare ex ante al cliente nei termini richiesti dalla normativa.

Le informazioni sui costi e gli oneri vanno altresì rendicontate ex post su base periodica almeno annuale. Nell’invio dei rendiconti periodici, gli intermediari si attengono alle previsioni che abbiano a tale scopo introdotto nella contrattualistica con la clientela e, in ogni caso, li trasmettono prima possibile a decorrere dalla maturazione del periodo di riferimento, come specificato anche dall’ESMA nelle proprie Q&A.

La Consob, sin dall’entrata in vigore della MiFID II, vigila sulla corretta applicazione della disciplina da parte degli intermediari e contribuisce alla definizione in sede ESMA di chiarimenti idonei ad assicurare l’armonizzazione nell’applicazione delle norme, anche ai fini di una convergenza delle prassi di vigilanza.

La Consob richiama l’attenzione degli intermediari[2] sull’osservanza della normativa vigente.

I presidi adottati per la trasparenza ex ante ed ex post, aggregata e disaggregata, sui costi e gli oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari dovranno essere compiutamente illustrati nella prossima “Relazione sui servizi”[3] da trasmettere alla Consob entro il 31 marzo p.v..

La Relazione della Funzione di controllo di conformità alle norme, accompagnata dalle osservazioni e determinazioni degli organi aziendali, inviata ai sensi della delibera Consob n. 17297 del 28 aprile 2010, dovrà contenere gli esiti dei controlli effettuati sul tema.

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Prezzi: l’inflazione accelera al +1,1%, con ricadute di 325,60 Euro annui a famiglia.

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Urgente avviare misure adeguate per il rilancio della domanda interna e dell’occupazione.

L’Istat diffonde oggi i dati relativi al tasso di inflazione a febbraio, che sale al +1,1%.

Più marcata l’accelerazione del tasso relativa al carrello della spesa, che si attesta al +2,1%, sulla spinta dell’incremento dei prezzi dei vegetali freschi a causa del maltempo di questi giorni, nonché dei costi dell’energia.

Tale crescita comporta aumenti aggravi in termini annui per una famiglia tipo di circa 325,60 Euro annui.

Un importo che, specialmente nella delicata fase che il Paese sta attraversando, mettono a dura prova i bilanci familiari, con importanti conseguenze negative sull’intero sistema economico, a causa dell’ulteriore contrazione della domanda interna.

Ad aggravare ulteriormente la situazione contribuiscono le minacce provenienti dal rischio di aumento della pressione fiscale, nonché l’incombente aumento dell’IVA che potrebbe scattare dal prossimo anno.

Abbiamo fatto appello a Comuni e Regioni affinché non aumentino le addizionali, determinando un ulteriore aumento della pressione fiscale per i cittadini, che si rivelerebbe insostenibile in questo momento.

Per quanto riguarda l’incremento dell’IVA che si prospetta nei prossimi anni è fondamentale che il Governo lavori con impegno e serietà per trovare le coperture necessarie a scongiurare le clausole di salvaguardia.

“È evidente che, di fronte a tale situazione non basta evitare gli aumenti, ma è necessario rilanciare la domanda interna attraverso una reale riforma fiscale con al centro una riduzione sul lavoro dipendente e sulle pensioni. È inoltre necessario destinare risorse agli investimenti per rimettere in moto la crescita, creando così una ripresa occupazionale stabile.” – afferma Emilio Viafora, Presidente della Federconsumatori.

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