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Cose da sapere per diventare un bitcoiner

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di Umberto Tarantino

Che cos’è il bitcoin?” non è una domanda a cui si può dare una risposta secca, una risposta esauriente. Sebbene in giro sia possibile reperire innumerevoli guide (incluso la mia) su cosa sia il bitcoin e come funzioni, purtroppo risultano essere poco fruibili, per via di contenuti troppo complessi che presuppongono la conoscenza di concetti a loro volta troppo tecnici, oppure poco esaurienti per via di contenuti trattati in maniera superficiale, talvolta anche errata.

“Non so come funzioni il Bitcoin e a questo punto ho troppa paura a chiedere”

Non è facile spiegare cosa sia il Bitcoin, occorre prenderci confidenza gradualmente per capirne le potenzialità e soprattutto la tecnologia rivoluzionaria su cui è basato. Occorre studiare la materia, partendo sicuramente dal white paper di Satoshi Nakamoto (disponibile anche in italiano), e proseguendo con materiale che affronta, sotto tutti gli aspetti, il Bitcoin e la tecnologia sottostante, come ad esempio, libri o video realizzati da esperti del settore.

E non è facile riconoscere un esperto Blockchain/Bitcoin, dal momento che definirsi tale in questo ambito è abbastanza autoreferenziale: chiunque può dichiararsi un esperto o un ottimo conoscitore non essendoci modo di verificarlo facilmente, data la complessità e la novità dell’argomento.

Se si ha un background informatico si è predisposti ad apprendere i concetti basilari più facilmente, ad ogni modo soltanto studiando si può apprendere il funzionamento e coglierne le caratteristiche salienti; caratteristiche che hanno fatto appassionare moltissimi utenti in giro per il mondo, soprattutto informatici ed economisti.
Invece non è affatto sufficiente, e molte volte sbagliato, documentarsi sui giornali e in generale sulle fonti “mainstream”, incluso la TV.

Degno di nota è un altro vantaggio che la conoscenza del Bitcoin offre a coloro i quali hanno compreso la tecnologia e le sue peculiarità. Ai fortunati “bitcoiners” (non gli early adopter che ora sono milionari) è stata concessa la possibilità di avere un’ulteriore consapevolezza, la consapevolezza sui media. Chi capisce di Bitcoin, e apprende notizie su di esso dai media tradizionali, diventa abile a pesare la qualità e il livello dell’informazione, soprattutto quella generalista: riesce a distinguere i contenuti veri da quelli un po’ viziati, che spesso compaiono sotto titoloni ad effetto.
Quando, ad esempio, i media escono con notizie che descrivono il Bitcoin come:

  • un sistema anarchico;
  • un modo per pagare nell’anonimato;
  • una catena di Sant’Antonio;
  • un mercato speculativo ad alto rischio;
  • un investimento non sicuro per via di fenomeni come MtGox;
  • lo strumento di pagamento degli hacker per chiedere i riscatti;
  • la moneta spesa nel dark web per comprare armi e droga

… allora chi conosce il Bitcoin riesce subito a dare un peso al giornalista di turno, al giornale e in generale al livello di informazione.
In quest’ottica poi non è difficile immaginare il livello di conoscenza dei giornalisti che solitamente scrivono per altri argomenti in altri ambiti. Inoltre si diventa subito consapevoli di quanto bisogna stare attenti alle notizie propinate dai media e di come queste possano essere eventualmente manipolate per far passare un determinato messaggio.
In ogni caso, buona o cattiva fede del giornalista, resta grave il pubblicare contenuti errati, frutto di un scarso approfondimento.

Tuttavia nell’ultimo periodo, tra le notizie sull’argomento “criptovaluta”, si riesce a distinguere una buona informazione, che segue un filone che non demonizza a prescindere lo strumento del Bitcoin ma, anzi, lo descrive come apripista per scenari positivi per il futuro, citando anche la Blockchain.

Il Bitcoin non è il male assoluto, come viene spesso descritto da chi vuole screditare o da chi prova a parlare di qualcosa che non conosce bene. Sicuramente non è, e non può essere, uno strumento utilizzato da chi vuole commettere attività illecite, o addirittura lo strumento di finanziamento di organizzazioni criminali. I pagamenti in bitcoin sono tracciati e le tracce sono visibili a tutti, e rimangono per sempre. Seppur il Bitcoin possa essere un modo per pagare attività illecite (anche i contanti lo sono), certamente non è il miglior sistema per farlo! Oltre all’inalterabile tracciabilità, un altro motivo per cui è sconveniente che il Bitcoin sia lo strumento di attività criminali è il fatto che, contrariamente a quanto si senta in giro, non è anonimo. Il bitcoin è pseudo-anonimo, ovvero si viene identificati dall’indirizzo con il quale si effettuano transazioni, e non è molto difficile risalire all’identità dell’utente, soprattutto se il registro della blockchain viene spulciato da esperti o servizi dedicati a questo tipo di indagine. E si semplifica il loro lavoro quando al momento di disfarsi dei bitcoin c’è bisogno di inviare i propri documenti di identità e prove di residenza per uscire dal circuito delle criptovalute, operato maggiormente da exchange che devono rispondere alle leggi AML e KYC.

Per questi e altri motivi, alla domanda “che cos’è il Bitcoin?” spesso vengono associate domande del tipo “ma è sicuro il Bitcoin?”, proprio perché si leggono certe notizie o vengono diffuse informazioni con accezione sempre negativa.
Purtroppo molto spesso non si riesce a dimostrare l’infondatezza di alcune notizie raccontate sui giornali o in TV, perché lo sforzo per smontarle è troppo grande: le argomentazioni sono troppo complesse per farle arrivare a chi apprende da fonti non proprio attendibili o autorevoli in materia di criptovaluta. Pertanto alla fine è molto più facile credere ad un concetto semplice, che però è errato o falso, piuttosto che ad un concetto complicato, ma corretto, che risulta difficile da spiegare. Inoltre, molto spesso accade che chi crede al concetto semplice, che è in effetti elementare o più credibile, diventa poi un sostenitore di quel pensiero (“teoria della m. d. m.”).

Il Bitcoin viaggia su rete informatica, quindi essendo una “realtà” informatica nessuno ci può assicurare che un giorno non possa essere violata da qualche attacco hacker. Questo è un altro pensiero abbastanza diffuso da chi non ha approfondito la materia, il quale addirittura adduce motivazioni del tipo “l’NSA è vicina a crackare il protocollo”, ignorando che se ciò dovesse realmente avvenire, per mano dell’NSA o un gruppo di hacker, a quel punto vedere il Bitcoin crollare sarebbe davvero l’ultimo problema dell’umanità in quel momento.
La tecnologia blockchain mette insieme concetti e meccanismi informatici che già esistevano, che sono ampiamente consolidati e a prova di attacchi da parte di malintenzionati.
Sulle stesse componenti trovano applicazione altri sistemi fondamentali del mondo odierno, che sono alla base della società civile, dai più banali, il telecomando del cancello automatico di casa, a quelli più complessi, i sistemi militari e governativi, e anche gli stessi sistemi finanziari, fino alle carte di pagamento contactless. In caso di attacchi, problemi di sicurezza o eventuali scoperte di vulnerabilità, non sarebbe solo la tecnologia del Bitcoin ad essere messa in discussione. In un caso estremo, se dovesse essere rotto il sistema di hashing SHA256, o il meccanismo della firma digitale, oppure l’algoritmo delle curve ellittiche, ciò potrebbe permettere ad un hacker terrorista anche di lanciare un missile nucleare! A quel punto dove si collocherebbe in ordine d’importanza la rottura del protocollo Bitcoin?
L’utilizzo di componenti già consolidati è sicuramente un bene e riduce di molto il rischio di attacchi, ma comunque non lo elimina, poiché è l’implementazione che può essere vulnerabile. Ma nel progetto Bitcoin le eventuali problematiche relative all’implementazione sono mitigate dal fatto che il codice è open source, e quindi sotto gli occhi di tutti, compreso le decine di migliaia di sviluppatori, attivi o meno.
Se non dal punto di vista implementativo, bisogna conoscere ad un livello abbastanza approfondito la Blockchain e il funzionamento del Bitcoin, prima di affidarsi completamente a tale tecnologia e, in generale, per sposare la filosofia della criptovaluta.

Come faccio a guadagnare?” rientra tra le domande più gettonate, ed è posta da coloro che hanno sentito parlare del Bitcoin e vogliono ottenere un facile guadagno, e perché no, diventare milionari. La risposta è molto semplice: per guadagnare bitcoin, occorre fare un lavoro oppure vendere prodotti o servizi per cui farsi pagare in bitcoin. Proprio così come avviene per guadagnare euro in Europa (o dollari negli Stati Uniti o qualsiasi altra valuta fiat in qualsiasi altro stato del mondo).
Il Bitcoin non è uno schema Ponzi, un programma ad alto investimento o qualsiasi altra diavoleria di stampo Multi Level Marketing. Il bitcoin è un mezzo, uno strumento, non un modo per guadagnare e diventare ricchi!

Ma allora perché c’è bisogno di bitcoin? Per quale motivo si dovrebbe acquistare bitcoin? A cosa serve? Perchè molte persone nel mondo comprano il bitcoin? Perché vale così tanto? Queste e altre domande simili di solito sopraggiungono quando si scopre che il bitcoin non è un sistema di guadagno telematico. Le risposte sono molteplici, si compra o utilizza bitcoin per vari motivi e si possono delineare i profili principali dei suoi utilizzatori:

  • chi ha sposato la filosofia della criptovaluta;
  • chi fa trading speculativo;
  • chi vuole usare un metodo di pagamento innovativo;
  • chi crede ad una rivoluzione del sistema finanziario;
  • chi ha capito le potenzialità della tecnologia;
  • chi vuole fare riserva di valore.

Sono questo tipo di utenza e queste necessità che costituiscono il rapporto domanda/offerta, che a sua volta costituisce il controvalore in euro o dollaro (o altra valuta) del bitcoin, a livello mondiale.

Se non si vuole scendere nei dettagli o non si ha il background informatico/economico per approfondire i meccanismi del bitcoin, allora da un punto di vista molto superficiale il Bitcoin può essere trattato semplicemente come una nuova modalità di pagamento. Niente di più. Vista in questo modo allora non occorre conoscerne il funzionamento e tutte le peculiarità, allo stesso modo come per usare le carte di pagamento le persone non si sono mai poste il problema di come funzionasse la banda magnetica oppure come funzioni ora chip o trasmettitore NFC.
Basta cominciare ad usare Bitcoin come metodo di pagamento e già si può entrare a far parte della rivoluzione economica in atto. E per farlo basta iscriversi o utilizzare i wallet sempre più user-friendly, facili e intuitivi, messi a disposizione da startup o progetti sempre più innovativi. Si è quindi in grado di utilizzare la criptovaluta anche restando all’oscuro di cos’è realmente il protocollo Bitcoin e di come sia un prodotto disruptive, in campo economico e non solo.

Il bitcoin è disruptive. Determinati paradigmi, specialmente in ambito finanziario, il settore maggiormente interessato dalle criptovalute, non possono essere utilizzati per definire il Bitcoin e risulta inoltre difficile anche servirsi di termini di paragone per descriverlo.
In generale per spiegare un concetto, o anche un oggetto, c’è bisogno di concetti più semplici. Un esempio banale è cercare una definizione di un termine su un dizionario: viene definito grazie all’utilizzo di altri termini o concetti più semplici che, se non conosciuti, possono a loro volta essere cercati sullo stesso dizionario.
Il concetto nuovo del Bitcoin non si riesce a spiegare con concetti semplici già esistenti, e difficilmente si riesce a paragonarlo a qualcosa di già conosciuto, soprattutto se lo si vuole inquadrare in ambito finanziario, visto che finora non esisteva assolutamente nulla di simile. Pertanto risulta arduo, e a volte impreciso, collocarlo o categorizzarlo in qualche modo. Non si è in errore se si afferma che il bitcoin sia un metodo di pagamento, ma bisogna essere consapevoli che sia anche qualcosa in più, e che offra molto di più.

Per la prima volta nella storia, il denaro è nelle mani del cittadino, del singolo, senza intermediari come banche o altri istituti finanziari. Si è totalmente responsabili dei propri soldi, e questa è una caratteristica straordinariamente positiva, ma che al contempo può essere un problema.
Essere totalmente responsabili dei propri fondi bitcoin significa sia che nessuno può toccarli, sia che possono essere perduti senza potersi appellare a nessuno.
Non c’è nessuno che può prelevare forzosamente o bloccare i fondi, ma non c’è nessuno a cui poter inviare un reclamo in caso di furto o smarrimento.
Una volta acquisita questa consapevolezza, ovvero della totale libertà di gestire il proprio denaro, allora si compie già un passo importante verso la conoscenza del Bitcoin.

Si è talmente liberi di gestire il proprio denaro che è possibile inviare e ricevere pagamenti senza dover passare per nessun ufficio, per nessuna autorizzazione, per nessuna entità che abiliti o meno i trasferimenti. Addirittura se si hanno capacità di coding si può programmare un pagamento, definendone importo e destinatario (e volendo anche la data di accredito) in piena libertà, nel codice sorgente del programma, senza alcuna possibilità che possa esserne sindacata la provenienza o la motivazione e, soprattutto, senza dover chiedere il permesso a nessuna autorità o ente finanziario.

“Il governo che vieta il Bitcoin”

E’ stato inventato un sistema per spostare valore che non richiede alcun permesso, che non richiede fiducia e, soprattutto, che non può essere fermato o censurato.
Che sia o no il Bitcoin il futuro, ormai il percorso è abbastanza segnato: si è soltanto agli inizi dell’era delle criptovalute, che sconvolgerà completamente il mondo finanziario per come lo abbiamo conosciuto finora. E molto probabilmente cambierà il funzionamento di tanti altri settori, alla stessa maniera in cui Internet ha cominciato a farlo a partire dagli anni ‘90.

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Bankitalia spende 750mila euro per un sito che dovrebbe educare i consumatori al risparmio

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CODICI presenta un Esposto alla Corte dei Conti per il sito sull’educazione finanziaria del Comitato EDUFIN

L’Associazione si oppone allo sperpero di denaro pubblico e chiede di verificare costi e modi di realizzazione di uno strumento che risulterebbe più a favore delle Banche che dei Consumatori

L’Associazione CODICI, a tutela degli interessi dei cittadini e dei consumatori, ha presentato un esposto alla Corte dei Conti, ritenendo che l’iniziativa del sito internet per l’educazione finanziari del Comitato EDUFIN, al quale sono stati assegnati fondi per un totale di 1 milione di euro dal 2017, rappresenti una dispersione di fondi pubblici.

CODICI chiede al nuovo Governo, in particolare al Ministero dello Sviluppo Economico e al Ministero dell’Economia e delle Finanze, di vigilare su questo spreco di soldi pubblici e controllare l’emergenza che si nasconde dietro le attività di consulenze e appalti, per progetti che risultano inadeguati ai costi.

Analizzando il sito internet dedicato http://www.quellocheconta.gov.it/it/che è costato più di 750 mila euro, risulta evidente come, una spesa di questa entità sia sproporzionata a fronte dei contenuti pubblicati all’interno dello stesso sito. I testi risulterebbero dei contenuti riconducibili a siti internet di istituti bancari. Una situazione paradossale che appare ancor più strana dal momento che il sito in questione e il comitato ad esso collegato sono stati costituiti per informare e divulgare nozioni fondamentali per il consumatore, riguardo l’argomento finanziario. Da un’analisi del sito si evince come questa informazione sia del tutto insufficiente.

La Fondazione per l’Educazione Finanziaria al Risparmio, attraverso il Comitato per l’educazione finanziaria, ha realizzato un sito web che, da quanto riportato anche in un’inchiesta de “Il Fatto Quotidiano”, sebbene sia un’iniziativa governativa di EDUFIN, risulterebbe inefficace e molto dispendiosa per i contribuenti italiani.

Il sito nasce con l’intento di fare luce su una materia che sembrerebbe ancora oscura ai risparmiatori, quella della cultura finanziaria. Dagli strumenti bancari per mettere da parte i primi risparmi, alle nozioni sulla busta paga e il TFR; dal percorso che è possibile intraprendere per l’acquisto di una casa, alle spese da affrontare in una famiglia, fino alla gestione della pensione.

Il problema evidenziato nell’articolo de “Il Fatto Quotidiano” dello scorso 29 Aprile, riguarda sia le spese di realizzazione del sito, che è costato quasi un milione di euro all’anno (750 mila euro), provenienti dal Ministero del Tesoro, che i contenuti. Ad una lettura attenta non emergono informazioni davvero utili e complete sull’educazione finanziaria, sebbene questa dicitura sia riportata quasi in ogni articolo, ma si tratta piuttosto di informazioni banali e talvolta fuorvianti.

“Come Associazione a difesa dei Consumatori, riteniamo – dichiara il Segretario Nazionale di CODICI Ivano Giacomelli – che operazioni come questa rappresentino un grande sperpero di risorse pubbliche e non siano state gestite in maniera totalmente trasparente. Sicuramente i contribuenti e i risparmiatori a cui era indirizzato il sito si ritroveranno ancora a farsi molte domande sull’educazione finanziaria, dopo aver letto articoli poco esaustivi, a favore di alcuni istituti bancari o news che rappresentano vere e proprie campagne promozionali per vendere polizze” – ha concluso Giacomelli.

Per i motivi sopracitati CODICI, nella sua quotidiana attività a tutela dei Consumatori, ritenendo che il sito governativo non sia stato realizzato con un punto di vista imparziale, bensì contenga contenuti pubblicitari a favore delle Banche, ha presentato un esposto alla Corte dei Conti.

Ufficio Stampa Associazione CODICI
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Educazione finanziaria, emergenza nazionale. Di Francesco Luongo

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Tutela del risparmio ed educazione finanziaria “virtuale” dei consumatori. L’irresistibile inconsapevolezza della rabbia dei cittadini

 

In Italia oltre 500mila famiglie sono state colpite dai crack seguiti alla malagestio conclamata di un management bancario disinvolto ed in alcuni casi dai comprovati rapporti amicali con le Autorità di vigilanza.

A fronte di soli 67 milioni di euro di sanzioni irrogate da BankItalia e Consob, chissà se e quando riscossi, ai bancarottieri sono stati riconosciuti 113 milioni di euro di bonus.

Dopo la strage di azionisti e bondholders di Banca Marche, CariChieti, CariFerrara, Etruria, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, non dimentichiamo che il Ministero dell’Economia (quindi noi contribuenti) ha investito in Monte dei Paschi di Siena circa 5,4 miliardi di euro: 3,85 miliardi per l’aumento di capitale e 1,53 miliardi nell’offerta ai risparmiatori ex titolari di bond subordinati, divenuti soci della banca per permettere allo Stato di salvare l’istituto.

Ecco pertanto il porsi ancora una volta  al centro dell’attenzione istituzionale il vecchio problema dell’ alfabetizzazione economica degli italiani, con l’istituzione da parte del MEF del Comitato Edufin e l’approfondimento svolto nell’ambito della XVII sessione programmatica CNCU – Regioni, svoltasi a Macerata. “Educazione e trasparenza finanziaria: un investimento per i cittadini/utenti” il titolo della due giorni di confronto e discussione tra Associazioni dei consumatori, il Ministero dello Sviluppo Economico, le Regioni e quelle Autorità che, come la Banca d’Italia e Consob, svolgono una attività di “stabilità dei mercati bancari e finanziari” ben diversa dalla “tutela dei risparmiatori”.

Non è un caso, del resto, che la stessa Commissione d’Inchiesta Parlamentare sulle banche della scorsa legislatura nella relazione finale abbia chiarito che «le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio».

E’ ormai palpabile la sfiducia dei risparmiatori verso ogni forma di investimento, dimostrata dai 1.329 miliardi di euro gelosamente custoditi sui conti correnti a tassi irrisori, se non negativi, a causa del “bollo” introdotto dal Governo Monti nel 2012.

Solo un’ adeguata e capillare campagna di educazione finanziaria che parta dalle scuole diffondendosi nei territori attraverso incontri diretti con i risparmiatori, anche con il contributo delle associazioni dei consumatori, unita a una nuova vera autorità di tutela del risparmio che potrebbe essere la stessa Antitrust e norme penali più severe che prevedano il carcere per i bancarottieri, potranno invertire questo trend della paura che sta bloccando il Paese.

Non sembra al momento che gli interlocutori istituzionali, a cominciare dal MEF e dal Comitato Edufin, condividano questa impostazione visto che hanno deciso di investire  nel 2017 circa 750mila euro per la creazione dell’ennesimo portale “Quello che Conta” che aggiunge a quelli di ConsobBankItalia, ed altri 300mila in studi e consulenze.

Vedremo se nei prossimi mesi  si ragionerà in termini più concreti e meno “virtuali” rispetto ai bisogni di cultura finanziaria dei cittadini e che il nuovo Governo sia più sensibile verso questi temi comprendendo la rabbia dei tanti  che hanno perso i propri risparmi.

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Carte di credito clonate, un giro d’affari di 150.000 euro a settimana

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Vacanze in arrivo, truffe in agguato… Carte di credito clonate, un giro d’affari di 150.000 euro a settimana. Il Movimento Difesa del Cittadino rinnova le sue battaglie di sensibilizzazione, invitando i consumatori alla massima attenzione, seguendo anche i consigli dei Carabinieri

 

Un enorme giro d’affari, un indotto impressionante. Le indagini parlano chiaro. Attraverso la frode dei codici bancari, e la successiva clonazione delle carte di credito, il business che si può raggiungere tocca 150.000 euro a settimana, circa 10 milioni l’anno.

I prelevamenti vengono effettuati perlopiù nei Paesi esteri, con maggiore concentrazione in Jamaica, Indonesia e Belize.

Gli sportelli ATM sono abilmente manipolati, attraverso l’inserimento di un file “spia”, perfettamente mimetizzato, che riesce a carpire tutti i dati delle carte di credito inserite. Ecco così che codici e bande magnetiche vengono cifrati ed inviati direttamente all’estero, dove avviene la clonazione.

 

Il Movimento Difesa del Cittadino, attraverso le campagne SOS POS e Pago Sicuro, ha da tempo avviato un percorso finalizzato all’educazione finanziaria dei cittadini, proponendosi di incentivare l’utilizzo delle carte di debito e di credito con la corretta informazione,  stimolando le Istituzioni e l’opinione pubblica ad una riflessione su queste tematiche, raccogliendo denunce e reclami dei cittadini, al fine di poter affrontare qualsiasi acquisto serenamente e in totale sicurezza. Conoscere diritti e doveri è la base per gli acquisti sicuri!

 

<<La maggiore diffusione dei pos nei piccoli esercizi commerciali – spiega Francesco Luongo, Presidente Nazionale di MDCpermetterebbe ai consumatori di non essere costretti a continui prelievi bancomat esponendosi al rischio di hacking della propria carta di debito. Ci auguriamo che il nuovo Governo prenda subito a cuore il tema della sicurezza e della diffusione dei pagamenti elettronici essenziali alla crescita del paese>>.

 

Attraverso i link: www.difesadelcittadino.it/sos-pos/ e www.difesadelcittadino.it/pago-sicuro/ I cittadini possono contattare l’Associazione per ricevere consigli e assistenza sui pagamenti elettronici, per denunce e reclami per disservizi o per vere e proprie violazioni della legge.

 

L’Associazione, inoltre, ricorda gli accorgimenti che l’Arma dei Carabinieri ha diffuso nei mesi scorsi, al fine di evitare la sottrazione dei dati sensibili e le truffe sempre in agguato:

 

1) Verificare sempre che nelle immediate vicinanze non vi siano persone ferme in atteggiamento sospetto. 2) Accertarsi che sullo sportello non siano state applicate apparecchiature posticce, controllando, ad esempio, la fessura ove viene inserita la carta (per l’eventuale presenza di skimmer, fili o nastro adesivo sospetto) oppure l’aderenza della tastiera al corpo dello sportello (verificando che non vi siano due tastiere sovrapposte). Queste applicazioni infatti non inficiano l’operazione da svolgere, per cui al termine della stessa l’ignara vittima potrebbe non accorgersi della duplicazione del codice. 3)Controllare che non vi siano fori anomali all’interno dello sportello (specialmente sul lato superiore), ove potrebbero trovare eventuale alloggiamento microtelecamere (queste non superano il mezzo centimetro di diametro). 4) Qualora ci sia il sospetto che lo sportello sia stato manomesso bisogna chiamare il “112”. 5) Durante l’operazione di digitazione del codice, utilizzare una protezione “visiva” (anche l’altra mano, ben collocata, o il portafogli stesso possono essere sufficienti) che renda effettivamente difficoltoso, per potenziali “spioni”, prendere conoscenza del codice attraverso microtelecamere in precedenza installate. 6)Qualora al termine dell’operazione non venga restituita la carta, è buona norma chiamare subito il numero verde per bloccarla.

 

 

 

 

 

 

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