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Dopo anni di silenzio, il Dipartimento dell’Energia Statunitense si unisce alla ricerca sui computer quantistici

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fonte:visionari.org

Il DOE decide di investire nei computer quantistici, macchine capaci di compiere più calcoli che il numero di atomi presenti nell’Universo.

Il Dipartimento dell’ Energia degli Stati Uniti (DOE) sta partecipando alla ricerca per lo sviluppo dei computer quantistici, dispositivi che sfrutterebbero la meccanica quantistica per risolvere problemi irrisolvibili per i computer convenzionali. L’iniziativa arriva mentre Google e altre aziende gareggiano per costruire un computer quantistico in grado di dimostrare la “supremazia quantica”, battendo i computer classici su un problema di test. Ma raggiungere questa pietra miliare non significherebbe avere gli usi pratici subito a portata di mano, e il nuovo sforzo del DOE di $40 milioni è destinato a stimolare lo sviluppo di algoritmi di calcolo quantistico utili per la chimica, scienza dei materiali, fisica nucleare e fisica delle particelle.

“Siamo alla ricerca di algoritmi in grado di far progredire la scienza,” dice Stephen Binkley, direttore del dipartimento Office of Science da $5,4 miliardi di dollari del DOE a Washington, DC, che in una lettera aperta del 29 novembre 2017 ha esortato i ricercatori a presentare proposte per tale lavoro.

Il governo degli Stati Uniti investe già circa 250 milioni di dollari all’anno nel computing quantistico, in gran parte attraverso l’Ufficio di Ricerca dell’Esercito, dice Christopher Monroe, un fisico dell’Università del Maryland nel College Park e co-fondatore della startup del computing quantistico IonQ. Ma i fondi del DOE andranno principalmente ai suoi laboratori nazionali. Monroe dice che i ricercatori ci possono giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo delle macchine. “L’industria non può farlo perché non ha la gente, e gli accademici non possono farlo perché non costruiscono le cose.”

Mentre un computer convenzionale manipola bit che possono essere impostati a 0 o 1, un computer quantistico utilizza bit o qubit quantici che, stranamente, possono essere impostati a 0 e 1 contemporaneamente. Un qubit può essere un campione di metallo superconduttore che può essere caricato elettricamente per codificare 1, non caricato per codificare 0, o entrambi caricato e non caricato allo stesso tempo. Gli ioni intrappolati, che possono muoversi in direzioni opposte o in entrambe le direzioni contemporaneamente, possono anche servire da qubit. Con le loro capacità bidirezionali, solo 300 qubit potrebbero contemporaneamente codificare più numeri di quanti atomi ci siano nell’Universo osservabile.

Tuttavia, è il modo in cui i computer quantistici risolvono i problemi che spiega la loro potenza e i loro limiti. I problemi possono essere codificati in modo che le possibili soluzioni corrispondano a diverse forme d’onde quantistiche propaganti attraverso i qubit. Impostando un sistema in cui le onde interferiscano nel modo giusto, e le soluzioni sbagliate si annullino a vicenda, la soluzione giusta salterà fuori automaticamente. È così che un computer quantistico potrebbe rapidamente determinare grandi numeri, potenzialmente permettendogli di rompere gli attuali protocolli di crittografia Internet. Ma l’approccio non può agevolare qualunque tipo di calcolo.

“Ad esempio, i computer quantistici non contribuiranno ad analizzare le miliardi di registrazioni delle singole collisioni di particelle prodotte da acceleratori di particelle come il Large Hadron Collider in Svizzera,” dice James Amundson, fisico computazionale del Fermi National Accelerator Laboratory di Batavia, Illinois. Ognuno dei record è facile da analizzare, quindi hanno bisogno solo di essere alimentati attraverso un esercito di normali computer che lavorano in parallelo, dice Amundson. Un computer quantistico non può velocizzare il processo.

Eppure, tali macchinari possono essere molto promettenti per alcuni problemi, dicono i ricercatori, come quelli che implicano la modellazione o la simulazione intrinsecamente dei processi meccanici quantistici. In chimica, ad esempio, gli enzimi chiamati nitrogenasi catalizzano le reazioni che consentono ai batteri fissatori dell’azoto di trasformare l’azoto dall’aria in una forma che le piante possono utilizzare. Nessun computer convenzionale può calcolare esattamente come funziona il processo, ma un computer quantistico potrebbe, dice Wibe de Jong, un chimico computazionale del Lawrence Berkeley National Laboratory a Berkeley, California. “Ci sono molti processi catalitici che sono ancora molto difficili da modellare a causa della complessità computazionale,” spiega.

I computer quantistici possono anche aiutare nella progettazione di materiali a partire dai loro costituenti atomici. E potrebbero anche aiutare a prevedere come si comporta la materia superdensa nelle stelle di neutroni o come si scinde un protone durante una collisione di particelle. Tali applicazioni coinvolgono tutti l’interazione di forme d’onda quantistiche che descrivono le particelle subatomiche.

“Il monitoraggio delle forme d’onda quantistiche potrebbe impallare un computer convenzionale, ma un computer quantistico gestisce automaticamente quell’aspetto di calcolo”, spiega Martin Savage, teorico nucleare dell’Università di Washington a Seattle.

I ricercatori hanno solo iniziato a capire come mappare tali problemi su qubit di un computer quantistico. Per accelerare il processo, nel settembre 2017 il DOE ha lanciato due piattaforme di prova per consentire a progettisti e scienziati di lavorare insieme su approcci al calcolo quantistico. Nel laboratorio di Berkeley, il fisico Irfan Siddiqi e i colleghi mirano a costruire il proprio computer quantistico a 64 quadranti utilizzando qubit superconduttori. Il feedback da parte degli utenti influenzerà i loro progetti, come ad esempio il modo in cui i qubit sono disposti e collegati tra loro su un chip, dice Siddiqi.

Al contrario, un laboratorio di prova presso lo Oak Ridge National Laboratory in Tennessee fornirà l’accesso remoto alle macchine esistenti presso IBM e IonQ. Questo approccio dovrebbe innescare lo stesso tipo di “co-design” senza richiedere ai ricercatori di Oak Ridge di costruire una macchina da zero, dice Raphael Pooser, uno scienziato dell’informazione quantistica a Oak Ridge. Inoltre assomiglia più da vicino al modo in cui DOE sviluppa i suoi supercomputer in collaborazione con l’industria.

Nel frattempo, le macchine industriali sono sempre più potenti. Questa settimana, i ricercatori del laboratorio di Google a Santa Barbara, in California, hanno iniziato a testare un chip da 50 qubit che pensano raggiungeranno la supremazia quantistica, anche se l’esperimento potrebbe richiedere ancora mesi. Eppure alcuni ricercatori temono che una tale dimostrazione possa indurre in errore il pubblico nel pensare che gli scienziati hanno raggiunto la fine della strada nello sviluppo di un utile computer quantistico. “Non è nemmeno l’inizio della strada,” dice Siddiqi.

John Martinis, il fisico che guida lo sforzo di Google, dice che l’azienda “capisce che la supremazia quantistica è una grande pietra miliare e che ci vorrà più tempo, forse molto di più, per fare qualcosa di pratico”. Il DOE è chiaramente d’accordo.


Tradotto in Italiano. Articolo originale: Science


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24 ottobre – giornata internazionale della Mortadella

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LA FABBRICA TRASPARENTE A FICO Eataly World

All’interno di FICO, Fabbrica Italiana Contadina, il grande parco agroalimentare aperto a Bologna, il Consorzio Mortadella Bologna ha uno spazio di oltre 300 mq, nel quale ha costruito una vera fabbrica trasparente di Mortadella dotata di grandi vetrate che consente ai visitatori di seguire dall’esterno l’intero processo di produzione della Mortadella Bologna IGP, per capire come si produce una mortadella di alta qualità, cosa c’è dentro, sfatare falsi miti e capire come riconoscere una vera Mortadella Bologna IGP.

 Era il 24 ottobre 1661 quando il Cardinal Farnese emanò il primo e storico “Bando e previsione sopra la fabbrica delle mortadelle e salami” ovvero un documento assimilabile all’attuale Disciplinare di Produzione della Mortadella Bologna IGP.

Dopo 357 anni vogliamo celebrare la Mortadella Bologna IGP con il #MortadellaDay: una giornata dedicata alla regina dei salumi con un programma ricco di eventi e celebrazioni nella città di Bologna.

Location: Sagrato Basilica di San Petronio, Piazza Maggiore, Bologna

 

PROGRAMMA MORTADELLA DAY 24 ottobre 2018

Ore 11.00
Inaugurazione Statua celebrativa della Mortadella Bologna IGP.
Il Presidente del Consorzio Mortadella Bologna, Corradino Marconi, consegnerà alla Curia di Bologna una Statua celebrativa della Mortadella Bologna IGP – realizzata dal Maestro scultore bolognese Nicola Zamboni –con la partecipazione del Prof. Vittorio Sgarbi. 

Ore 12.00
Gara della Coltellina.
In collaborazione con la Mutua Salsamentari, si svolgerà l’antica gara del “taglio a mano”. Vincerà chi riuscirà ad ottenere la fetta più sottile (ed integra) possibile. A disposizione avranno una Mortadella Bologna IGP gigante (200 chili). 

Ore 12.30
Donazione della Mortadella da 200 kg ad un Ente di Beneficenza della Città di Bologna.

Location: FICO (Fabbrica Italiana Contadina)

Ore 15.00 – Area Arena di FICO
Il Prof. Vittorio Sgarbi presenterà il quadro realizzato in live-performance dello Street Artist Mr.Wany e, a seguire, lo batterà in un’asta di beneficenza.
Il ricavato verrà donato ad un Ente di Beneficenza della Città di Bologna.

Ore 16.30 – Area Arena di FICO
Aperitivo
L’evento terminerà con un aperitivo a base di Mortadella Bologna a cura di Alex Fantini con il cocktail “Mortadella Sour”.

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Ottobre 1987, il più grande crollo della borsa americana- ma nessuno lo ricorda

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Fonte: ilcorrierenazionale.it

Quel giorno di trentuno anni fa è oggi ricordato come “il più grande crollo dell’indice americano”… ma nulla più. È molto significativo che “il più grande crollo dell’indice americano”, quello che fece impallidire, doppiandoli, i proverbiali crolli degli anni ’20 e ’30, non susciti almeno tra gli studiosi un po’ di curiosità.

Ma cosa accadde?

Il tempo ha cancellato molte delle cronache dell’epoca ma è certo che vi era stato un lungo periodo di lievitazione delle quotazioni azionarie di tutto il mondo sospinte dal favorevole andamento dell’economia liberata in Usa e in Uk dai retaggi keynesiani per mano della Thatcher e poi di Reagan. Già all’epoca la stragrande maggioranza dei commentatori era ipnotizzata dalle tesi neo monetariste elaborate da M. Friedman e nessuno si azzardava ad ipotizzare una sua rivisitazione anche implicita. Così l’idea di studiare quelle che poi sarebbero state chiamate bolle non passava nella mente di nessuno se non di pochissimi. Nei giorni immediatamente precedenti quel lunedì si erano avuto sinistri rumori che furono derubricati come normali nel ben più promettente trend (cioè andamento di lungo periodo) che rimaneva, nelle menti degli operatori, positivo. Ottimismo che aveva le sue radici in una fede quasi cieca nelle mirabolanti proprietà delle tesi neomonetariste; cosa che è vera ancora oggi.

Già dalla mattina di quel lunedì i mercati asiatici avevano lanciato l’allarme con crolli di varie decine di punti; ma all’epoca erano ancora ritenuti poco significativi e quindi si andò dritto come nulla fosse. Poi, improvvisamente, anche le borse occidentali si fecero prendere dal panico. Si dirà che i computer erano stati programmati male e, in automatico, vendevano se i corsi scendevano più di quello che era previsto come accettabile. Cioè detto in parole più chiare che erano stati impostati per essere coinvolti dal panico anche loro. Si disse subito dopo che si era posto rimedio anche a questo errore tecnico. Come? Non lo si è saputo. Si può immaginare che i grandi investitori si siano accordati per sospendere tutti assieme le vendite anche in casi estremi… riducendo così la concorrenza tra di loro! un cartello? Una lobby? Una loggia?

Non si sa; ma si può dire che questo significa che: a) i mercati più importanti del mondo sono in mano ai computer; b) una manciata di persone decidono per tutti; c) i valori borsistici non sono reali ma pilotati; d) non sapremo mai quali sono i valori veri ancora oggi. Quindi il mercato non è più lo specchio “vero” dei valori e quindi anche il diritto di tutti gli stati è in mano a queste poche persone. Ecco perché il fenomeno delle “bolle” non solo non è stato superato ma è divenuto parte integrante della quotidianità; fenomeno cui si è risposto e si risponde non certo risanando il funzionamento del mercato, ma facendo appello alle “autorità” monetarie cioè chiedendo e accettando moneta “nuova” al posto di quella vecchia che fugge via dal mercato azionario…………

Pure era evidente che l’euforia, (“esuberanza irrazionale” la chiamerà garbatamente un grande governatore della Fed nel 1996) nel rincarare le azioni si riferiva di fatto solo alla porzione “calda” dei pacchetti azionari (cioè quella effettivamente scambiata) e quindi sui listini si evidenziava (come ancora accade) il valore affettivamente pagato per una quantità esigua dei titoli in circolazione; mentre, contemporaneamente, la si attribuiva all’intera massa dei titoli esistenti! Così appena la grande massa dei portatori di titoli si sarebbe accorta che il prezzo era eccessivo avrebbe inondato le borse di offerta procurando il crollo. Circostanza ampiamente accentuata dall’uso illimitato delle nuove tecnologie informatiche. Così è andata, così si è ripetuto in maniera sempre più ampia nel corso degli anni e, ancora oggi, nessun commentatore si occupa di una realtà così evidente. Forse perché non riesce ad immaginare un altro mondo e un’altra maniera di accordare un valore ad un titolo.

Certo è che siamo ancora oggi prigionieri di questo enorme limite della teoria economica.

Canio Trione

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Perché all’Italia conviene l’economia circolare – Lo dice il Rapporto AGI/ Censis

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ALLA MAKER FAIRE ROME 2018 IL 5° RAPPORTO AGI-CENSIS “PERCHÉ ALL’ITALIA CONVIENE L’ECONOMIA CIRCOLARE”

In diretta streaming venerdì 12/10 dalle 10:30  

CODICE EMBED DIRETTA

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L’ITALIA HA CARTE IMPORTANTI DA GIOCARE IN RELAZIONE AL NUOVO PARADIGMA DELL’ECONOMIA CIRCOLARE: OTTO MOTIVI STRUTTURALI CHE PONGONO IL NOSTRO PAESE IN PRIMA FILA

Roma, 11 ottobre 2018 –  Il nuovo paradigma della circolarità è ancora poco dibattuto nel nostro Paese ma è un tema su cui l’Italia può giocare carte importanti: perché siamo un paese di trasformazione privo di risorse naturali con il più basso consumo di materiali grezzi in Europa, tra i più bravi ad estrarre valore dalle risorse utilizzate, al primo posto per circolazione di materiali recuperati all’interno dei processi produttivi e l’industria del riciclo si stima produca circa l’1% del Pil italiano. Sono i numeri, come quelli elencati di seguito, a dire che il nostro Paese è un punto di riferimento per l’Europa quando si parla di “economia circolare”:

  • Abbiamo il più basso consumo domestico di materiali grezzi: 8,5 tonnellate pro-capite contro le 13,5 della media UE;
  • Tra i più bravi ad estrarre valore dalle risorse utilizzate: 3,34 euro di Pil per ogni kg di risorse, contro un valore medio europeo di 2,2 €/kg;
  • Al 1° posto per “circolazione” di materiali recuperati all’interno dei processi produttivi (18,5% di riutilizzo contro il 10,7% della Germania);
  • Sulla totalità dei rifiuti prodotti (129 milioni di tonnellate) solo il 21% viene avviato a smaltimento (contro il 49% della media europea). Sulla totalità dei rifiuti trattati, l’Italia ne avvia al riciclo il 76,9% (36,2% la media UE);
  • Nel 1999 il 68% dei rifiuti urbani veniva mandato direttamente a smaltimento. Oggi questa percentuale è scesa all’8% circa;
  • La sola industria del riciclo si stima produca 12,6 miliardi di euro di valore aggiunto (circa l’1% dell’intero PIL italiano);
  • Nel 2017 il 48% degli italiani ha acquistato o venduto beni usati, con una crescita dell’11% rispetto al 2016. Un mercato che vale 21 miliardi di euro (1,2% del Pil). Il 42% degli acquisti è avvenuto online;
  • Gli iscritti al car sharing sono raddoppiati in due anni: da 630 mila nel 2015 a 1 mln 310 mila nel 2017.

 

IL SENTIMENT CULTURALE DEGLI ITALIANI

Oltre a ricoprire un ruolo di primo piano nel flusso delle conversazioni sul futuro del mondo, il tema dell’economia circolare sta provando, non senza qualche difficoltà, a ritagliarsi uno spazio nell’immaginario quotidiano degli italiani. E’ di ottimo auspicio il notevole interesse che riveste presso gli imprenditori, la parte più attiva e dinamica del Paese. La rilevazione infatti ha consentito di raccogliere gli orientamenti e il “sentiment” sul tema da parte di 1073 soggetti che occupano posizioni e svolgono ruoli significativi nel panorama socio-economico del Paese: imprenditori, liberi professionisti, docenti universitari, dirigenti d’impresa e funzionari pubblici. Qui alcuni dati che rispecchiano lo stato dell’arte:

  • Il 40% degli intervistati sa bene di cosa si tratta;
  • Il 70 % ritiene che non riguardi solo recupero, riciclaggio e riuso, ma la produzione di tutti i beni;
  • Il principale vantaggio per il 77,8 % sarà la salvaguardia dell’ambiente, mentre pochissimi ritengono che possa avere un impatto su PIL e occupazione;
  • Il 73 % di quelli che la conoscono dice che si imporrà solo se la politica creerà le condizioni abilitanti (i giovani chiedono vantaggi economici evidenti, mentre dopo i 65 anni si privilegiano azioni che incidano sulla sensibilità collettiva). Una percentuale analoga dice che il principale ostacolo sarà l’incapacità della politica di favorire il cambiamento;
  • Per il 60 % spetta all’Unione Europea guidare questo cambiamento;
  • La sharing economy (40%) e la decarbonizzazione (36%) sono i processi innovativi maggiormente correlati

Questo è quanto emerge dal 5° rapporto Agi-Censis “Perché all’Italia conviene l’economia circolare, realizzato nell’ambito del programma pluriennale “Diario dell’Innovazione” della Fondazione Cotec, che indaga la reazione degli italiani di fronte ai processi innovativi, e che sarà presentato venerdi 12 ottobre alle ore 10:30, nel corso dell’Opening Event Ground Breakers Pioneers of the future della Maker Faire Rome 2018, il più importante spettacolo al mondo sull’innovazione.

La ricerca contiene anche un’intervista esclusiva realizzata da Agi a Ellen MacArthur, fondatrice dell’omonima Fondazione nata nel 2009 con un preciso obiettivo: accelerare la transizione da un’economia lineare verso un modello circolare. Secondo Ellen MacArthur, infatti, “l’economia circolare rappresenta un’opportunità, significa costruire un’economia resiliente, di recupero e rigenerazione. Significa superare il modello lineare, che per quanto lo si possa rendere efficiente alla fine ti fa cadere nel precipizio”.   

Nel febbraio 2017, a Lisbona, il Capo dello Stato Sergio Mattarella aveva guardato avanti invitandoci a riflettere su un nuovo modello economico. L’economia circolare. Se ne parla ormai da qualche lustro, ma è solo di recente che l’innovazione tecnologica lo ha reso non solo auspicabile ed etico, ma conveniente e quindi possibile. Del resto anche papa Francesco, nell’enciclica Laudato Sì, invoca l’adozione di un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti” – afferma Riccardo Luna, Direttore Agi – “Era insomma inevitabile che Agi e Censis si misurassero con questo argomento così importante eppure ancora sostanzialmente

fuori dal dibattito politico e sconosciuto al grande pubblico, come dimostrano i risultati dell’indagine”.

E’ possibile scaricare qui l’intero report.

 

SINTESI DELLA RICERCA

 

L’analisi complessiva dei dati raccolti suggerisce alcune riflessioni di carattere interpretativo sul nuovo paradigma della circolarità che possono così essere riassunte:

 

SI TRATTA DI UN TEMA ANCORA POCO DIBATTUTO

Se il 60,2% di un panel di italiani con cultura elevata e ruoli professionali avanzati ha una conoscenza poco approfondita dei cardini del paradigma e delle potenzialità che racchiude, è evidente che c’è un notevole lavoro da fare in termini di conoscenza e consapevolezza.

 

È DI OTTIMO AUSPICIO IL NOTEVOLE INTERESSE CHE IL TEMA RIVESTE PRESSO LA PARTE PIÙ ATTIVA E DINAMICA DEL PAESE, OSSIA PRESSO GLI IMPRENDITORI

Questo significa che si tratta di un paradigma fecondo, in grado di garantire partecipazione, senso della sfida, progettualità futura. In questa chiave appare molto più promettente rispetto al concetto di sostenibilità ambientale in tutte le diverse declinazioni con cui è stato presentato negli ultimi trent’anni.

 

È UN TEMA SU CUI L’ITALIA PUÒ GIOCARE CARTE IMPORTANTI

Questo per due ordini di motivi: innanzitutto perché siamo un paese di trasformazione privo di risorse naturali. E saper trasformare al minimo livello di consumo di beni naturali oggi può diventare una gran virtù. Inoltre, associare il connotato di “circular goods” ai prodotti del Made in Italy può contribuire a rafforzare il carattere distintivo delle nostre produzioni.

 

CERCASI TRAINO PER L’ECONOMIA CIRCOLARE

L’argomentazione del punto precedente deve però sottostare ad una condizione precisa: si fa economia circolare solamente attraverso un coinvolgimento massivo di tutti gli attori sociali in gioco. E su questo punto l’Italia deve crescere molto, soprattutto nell’azione di indirizzo dei decisori centrali e nei comportamenti dei cittadini-consumatori (come peraltro ben rimarcato dai partecipanti all’indagine).

L’ECONOMIA CIRCOLARE TRA MEZZOGIORNO E PONTE MORANDI

Colpisce che i dati di indagine registrino livelli di conoscenza e di interesse per i residenti nelle regioni del Sud pari e in alcuni casi superiori alla media nazionale. L’economia circolare è un’opportunità di rilancio delle regioni meridionali? Certamente lo è per le filiere agricole e per quelle turistiche. Ma anche in materia di gestione circolare dei rifiuti le potenzialità sono notevoli, proprio a partire dai tanti allarmi innescati da gestioni non solo “lineari” ma addirittura “criminali”. E a questo riguardo come non pensare ad una materia di nuovo protagonismo per lo stanco regionalismo meridionale? Come non pensare che proprio dal vulnus del passato (si pensi alla Campania) possa venire l’adozione di nuovi modelli?

Infine, il pensiero non può non andare a quel 76,6% di intervistati che vede nel crollo del ponte Morandi di Genova un caso esemplare di scarsa attenzione di un Paese nei confronti del proprio patrimonio materiale. Le infrastrutture sono beni pubblici certo non naturali, ma alla stessa stregua da proteggere perché utili e preziose. L’economia circolare ci indica la strada per imparare a prendercene cura e a traguardarle verso le future generazioni.

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