Di Stefano Bruni
Il Cnel ha passato indenne il voto referendario. Per STEFANO BRUNI è arrivato però il momento di rilanciare quest’organo istituzionale o di chiederne l’abolizione con legge ordinaria

Il fatto politico più significativo del 2016 è stato senz’altro il referendum costituzionale del 4 dicembre, il cui risultato ha portato alle dimissioni di Matteo Renzi e alla formazione di un nuovo Governo guidato da Paolo Gentiloni. Con il loro voto, gli italiani che si sono recati alle urne hanno detto no a una riforma costituzionale che prevedeva anche l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel). Un organo che avrebbe comunque bisogno di una “revisione”, come ci spiega Stefano Bruni, già Capo Segreteria tecnica del Cnel, che invita a non perdere un’occasione importante.

 Quale occasione?

La legge che regolamenta la composizione e il funzionamento del Cnel, la 936 del 1986, prevede che al termine della quinquennale Consiliatura (l’ultima è scaduta lo scorso 28 luglio 2015), la Presidenza del Consiglio dei Ministri avvii un procedimento, che dura circa 9 mesi, per il rinnovo di Consiglieri e Presidente. Ora il Cnel è in prorogatio e ha l’opportunità di trasformare la “crisi” da soppressione in un’occasione di rilancio.

 In che modo potrebbe avvenire questo rilancio?

Certamente, il Cnel non sarà la priorità del Governo Gentiloni, ma le norme oggi vigenti in materia impongono una riflessione e delle decisioni da prendere per il futuro. In molti, in queste settimane post referendum hanno avanzato proposte interessanti. In realtà, la riforma e il nuovo ruolo del Cnel sono stati già definiti e sperimentati, anche se solo in parte, in occasione di una concreta esperienza: quella che ha portato all’introduzione in Italia degli indicatori di benessere (Bes). 

 

Ci può parlare di questa esperienza?

Nel 2011, Cnel e Istat hanno costituito un comitato che aveva il compito di individuare nuovi indicatori statistici, da affiancare al Pil, per misurare anche la crescita qualitativa e la sostenibilità sociale e ambientale dell’Italia. Per questo delicato compito, il Comitato doveva essere, evidentemente, il più possibile rappresentativo del tessuto sociale e produttivo del Paese. Così, oltre alle parti sociali che sedevano nel parlamentino di Villa Lubin (sede del Cnel), furono convocati rappresentanti delle associazioni di Consumatori e di quelle ambientaliste, esponenti delle consulte regionali per le pari opportunità, tecnici dell’Ocse, gli uffici studio delle parti sociali e illustri esperti, in aggiunta a quelli già presenti al Cnel, in sociologia, economia e così via. 

 

A quali risultati ha portato questo metodo di lavoro?

In un anno si è prodotto, senza nessun costo aggiuntivo a carico dello Stato, un rapporto con 134 indicatori e con una serie di suggerimenti e considerazioni talmente utili che il Parlamento italiano ha deciso, qualche mese fa, di inserire i nuovi indicatori del Bes nella nuova Legge di bilancio dello Stato. Da questa collaborazione tra il Cnel e l’Istat è nato dunque un nuovo modo di fare politica economica in Italia. Un modo innovativo che posiziona il nostro Paese all’avanguardia in Europa rispetto ai temi della qualità della vita. 

 E questa esperienza in che modo potrebbe essere utile per riformare il Cnel?

Basterebbe ripartire da quella positiva esperienza, magari ispirandosi al funzionamento e alla struttura del Cese (il Cnel europeo), per proporre un nuovo e utile soggetto di consulenza alta e specialistica per il Parlamento, il Governo e le Regioni. Certamente sarà necessario qualche ulteriore correttivo. Infatti, 64 consiglieri sono ancora troppi, gli organismi interni devono essere pochi e snelli, i temi su cui deve cimentarsi il Consiglio devono essere limitati e specifici e poi ci vuole il coraggio di aprire le porte del Cnel anche a tutti quegli aggregatori sociali che rappresentano al meglio una società che oggi è molto meno strutturata rispetto a quella di alcuni anni fa. Inoltre, non va dimenticato che al Cnel esiste l’archivio nazionale dei contratti e che da esso potrebbero essere desunte tante informazioni utili e uniche. Per esempio, si potrebbe avviare un monitoraggio degli strumenti di welfare introdotti con la contrattazione decentrata. È un tema questo che sta prendendo piede grazie agli incentivi introdotti negli ultimi due anni e sul quale anche i grandi player del settore potrebbero avere interesse a investire. 

 

Quali errori non deve ripetere il “nuovo” Cnel?

Certamente dovrà evitare di ricadere nella “trappola” delle posizioni predefinite dalle parti che vi siederanno. Intendo dire che forse sarebbe meglio che venissero designati “tecnici di area” più che diretti rappresentanti di quella o quell’altra sigla. Altrimenti vedo difficile si possano trovare posizioni convergenti su determinati argomenti “caldi”. E poi, forse, cercherei un’altra sede, magari più modesta. 

 

Vede altre alternative per il futuro del Cnel?

Se le istituzioni e le parti sociali decideranno di credere e investire veramente nel Cnel, allora questo organo di rilievo costituzionale potrà essere una risorsa per l’Italia e da simbolo dello spreco potrebbe divenire addirittura strumento di risparmio. Ma se così non fosse, allora meglio abolirlo. E per abolirlo de facto basterebbe una semplice legge ordinaria.