Seguici su

Soldi

Economia, siamo arrivati alla frutta. Ma è finita anche quella. Ecco perchè

I più deboli pagano i costi dell’intero sistema ma non ce la fanno più

Pubblicato

il

La differenza di forza contrattuale tra le imprese e tra alcune di queste e gli utenti finali è vissuta dall’Accademia e dalla gente comune, come una anomalia del funzionamento dell’economia occidentale. Uno degli aspetti più rilevanti afferisce alle conseguenze sistemiche che tale anomalia comporta. La forza contrattuale di una parte consente a questa di trasferire parte dei propri costi nel prezzo del suo prodotto o servizio e quindi sull’altra parte del contratto. Tale quota di costo trasferito è tanto più alta quanto più alto è il suo potere di condizionamento del mercato. Questo trasferimento si realizza per ciò che riguarda i costi delle materie prime (basti evocare la capacità di trasferire il rincaro del petrolio sul prezzo della benzine senza che l’ammontare totale delle vendite venga significativamente ridotto), del lavoro e del fisco. Si tratta di vera e propria traslazione sui contraenti deboli dei propri costi e quindi anche delle proprie inefficienze. Spesso la forza di traslazione delle aziende private è tale che supera quella pur forte dello stesso fisco; alcune tasse -come il canone televisivo- si ritiene possa essere più capillarmente riscosso se incluso nella bolletta elettrica: come se l’ente elettrico facesse proprio quel costo fiscale e lo traslasse sui suoi clienti in modo più efficiente del fisco!

Al di la del fatto equitativo e morale la traslazione pone una questione sistemica. La floridezza della grande impresa e la sostenibilità dell’intero sistema dipende dalla capacità della piccola impresa di sostenere (pagare) i costi, le tasse e le inefficienze incluse nei prezzi imposti dalla grande impresa. Se è vero infatti che la forza contrattuale della grande impresa (comunque ottenuta: con la condizione monopolistica, con la forza persuasiva di promozioni realizzate con l’uso della psicologia, con l’appoggio della politica e della legge ottenuto con le azioni di lobby, con le delocalizzazioni, con l’elusione fiscale,…) le permette di traslare costi e tasse è altresì vero che la piccola impresa e le famiglie prive di forza contrattuale possono pagare fino ad un determinato segno e quindi la loro capacità reddituale (e di spesa) diviene la misura delle potenzialità della grande impresa. Si pongono così -tra le tante altre- alcune questioni ulteriori:

-le famiglie e le piccole imprese si trovano a dover subire oltre al proprio carico fiscale anche quello della grande impresa;

-parte del Pil oggi imputato alla grande impresa è in realtà “estorto” e quindi andrebbe imputato alla piccola;

-la differenza di forza tra le imprese è una condizione imprescindibile e quindi ne va preso atto.

Da tutto ciò discende che la necessità di riequilibrare le differenze di forza tra imprese e tra talune imprese e gli utenti finali non risponde solo a criteri equitativi ma anche di sostenibilità dell’intero sistema e quindi una maggiore capacità di spesa dei “deboli” è nell’interesse delle stesse imprese maggiori che dal mal funzionamento dell’economia trarrebbero e traggono i maggiori svantaggi. La questione fiscale è quella che si impone prioritariamente ed è quella sulla quale si può intervenire direttamente. È possibile immaginare un sistema fiscale che si applichi all’intera economia ma che materialmente si rivolga per la gran parte solo alla grande impresa. In questa ottica uscire dalla finzione di considerare le micro imprese alla stessa stregua delle grandi e quindi caricarle delle stesse incombenze amministrative, come oggi accade, porterebbe con se un enorme vantaggio per l’intero sistema semplicemente trasferendo l’intera tassazione del reddito dalle piccole imprese alle grandi. E questo risolverebbe la questione della maggiore fiscalità oggi, di fatto, addebitata alle imprese minori e le libererebbe da incombenze che in nulla accrescono la loro capacità contributiva e la loro effettiva contribuzione.

Ma quel che più conta è la maggiore capacità di spesa e maggiore predisposizione alla spesa stessa sia per maggiori consumi che per nuovi investimenti; si tratta di flussi di danari diffusi in tutta l’economia e di crescente intensità. Senza citare la capacità di offrire occupazione (anche questa crescente) e la conseguente maggiore serenità sociale. È impossibile calcolare credibilmente il contributo che tale nuova concezione offrirebbe alla dinamica del Pil, del gettito fiscale e previdenziale; ma certamente si tratta di avviare una fase di crescita almeno decuplicata rispetto a quella degli ultimi anni; la politica del “rigore” ha dimostrato che l’applicazione quasi maniacale del dettato fiscale ha mortificato proprio le imprese minori e quindi ha direttamente impattato anche sui conti delle imprese maggiori e delle aziende creditizie bloccando il sistema; invece andava incentivata la crescita del Pil cosa possibile, come visto, solo accrescendo le capacità di spesa delle imprese minori e delle famiglie cosa che avrebbe accresciuto anche il contributo alla crescita dell’impresa maggiore.

Cosa lapalissiana ma evidentemente ancora non chiara a parte significativa dell’Accademia. Ma quella applicazione quasi maniacale del dettato fiscale ha rivelato la inadeguatezza di tutta la legislazione fiscale pensata sull’assunto errato della uguaglianza formale ma anche sostanziale delle imprese e dei contribuenti e che ha creato un carico assolutamente debordante sui piccoli a tutto danno delle imprese maggiori e del gettito. Si impone dunque una visione che faccia tesoro delle esperienze disastrose che la politica del rigore ci ha riservato e che superi visioni ottocentesche che ancora bloccano la nostra economia.

Bari, 10.1.16     Canio Trione

Fonte: corrierenazionale

Clicca per commentare

You must be logged in to post a comment Login

Leave a Reply

Soldi

Così la lobby delle banche cerca di rinviare la trasparenza

Pubblicato

il

Carlo DE MASI, Presidente di Adiconsum nazionale:
Basta rinvii! I consumatori hanno diritto di conoscere i costi sostenuti per i servizi di investimento offerti da banche/intermediari finanziari
come sancito dalla MIFID 2 


Adiconsum scrive al Ministero dell’Economia e delle Finanze
12 febbraio 2019 – La trasparenza, declinata in tutte le sue varie forme, sia che si riferisca ai costi, alle tariffe, ai prezzi, ai contratti, è un diritto del consumatore. Senza trasparenza non ha senso parlare di tutela del consumatore. 

Per quanto riguarda la trasparenza dei costi dei servizi di investimento ci troviamo di fronte ad un paradosso – dichiara Carlo De Masi, Presidente di Adiconsum nazionale – Infatti, nonostante la Direttiva europea Mifid 2 ne renda obbligatoria la comunicazione ai consumatori-investitori, nel nostro Paese, essa non è ancora operativa.

Dopo un primo rinvio richiesto dalle Associazioni bancarie e dagli intermediari dal 1° gennaio 2017 al 3 gennaio 2018 – prosegue Danilo Galvagni, Vicepresidente Adiconsum –apprendiamo che, in un documento datato 30 gennaio 2019, le principali Associazioni degli intermediari italiani  hanno previsto il rilascio di tali informazioni “nel corso del 2019”, dilazionando ulteriormente i tempi di godimento di quello che è un diritto dei consumatori, sancito dalla Commissione europea.

Adiconsum considera il diritto del consumatore alla trasparenza una tutela irrinunciabile e non dilazionabile del consumatore.

Per questo – conclude De Masi – riteniamo che il Governo debba intervenire per evitare ulteriori rinvii nell’applicazione di un diritto fondamentale dei consumatori e per non generare squilibri nel mercato.

Continua a leggere

Soldi

Osservatorio MutuiOnline.it (I Trim 2019): rientrano tassi e surroghe. Si stipula ancora a buone condizioni

Pubblicato

il


Torna la calma sul mercato dei mutui, che nei mesi scorsi avevano sofferto la congiuntura di fatti importanti: le tensioni sullo spread, la fine del programma di Quantitative easing, l’atteso aumento del costo del denaro da parte della Bce. Quello che emerge dalle rilevazioni dell’Osservatorio di MutuiOnline (dati al 31 gennaio) è un quadro con importanti novità su vari fronti.

La prima riguarda i tassi fissati dalla Bce ai quali si agganciano i nostri tassi di interesse: l’Euribor, fermo a segnare -0,31% (tasso a 3 mesi) e -0,37% (tasso a 1 mese), e l’Eurirs, che registra il valore più basso dal 2016 (minimo storico 1,01%): 1,30% a gennaio il tasso a 20 anni, contro l’1,51% dell’ottobre scorso.

L’importante calo delle surroghe

Dopo l’accelerazione di fine 2018, la richiesta di surroghe cala al 35,4%. Risale così al 53,8% la domanda di nuovi mutui (era il 42,5% un anno fa), e torna a stabilire un equilibrio importante per la ripresa del mercato.

L’effetto non si è ancora riflesso sulle erogazioni, dove l’acquisto prima casa (45,8%) segna un perfetto equilibrio con il 45,9% delle surroghe.

Il tasso variabile non fa più paura

Interessante è anche un primo, seppur leggero, ridimensionamento del fenomeno tasso fisso, all’80,9% per la domanda (84,3% lo scorso trimestre) e all’88,2% per le erogazioni (89,3% a fine 2018). E’ presto per dire se possa rappresentare un inizio di rimonta per il tasso variabile, ma certamente influisce la prospettiva di allungamento dei tempi di possibili rialzi del costo del denaro.

Impennata dei finanziamenti erogati

Altro dato rilevante dell’Osservatorio di MutuiOnline è l’importo medio dei mutui erogati: 133.089 euro contro 126.879 euro del quarto trimestre 2018. Sostanziale stabilità invece per l’importo medio richiesto, ora a 131.397 euro rispetto ai 131.526 euro del trimestre precedente.

Stabili i dati sulle classi di importo, dove prevale ancora la fascia 50.000-100.000 euro con il 36,1% delle richieste, mentre per le erogazioni è la classe oltre i 200.000 euro a registrare un rialzo importante: quasi 4 punti in più rispetto al trimestre precedente, il 13,3% del totale del campione rilevato.

Durate più lunghe per domanda e offerta

Le rilevazioni sui mutui di questa prima parte dell’anno ci riservano ancora novità. È questa volta il caso delle durate dei mutui che – rispetto all’ultimo trimestre 2018 – vedono crescere l’intervallo dei 30-40 anni di quasi 2 punti percentuali (25,5%). Stesso aumento si registra dal lato delle erogazioni, con la classe di durata più lunga che guadagna 2,2 punti percentuali e arriva a coprire il 19,1% dei mutui concessi.

Infine, un’evidenza importante sulla percentuale di valore finanziato dell’immobile. Le banche hanno concesso in questi primi mesi del 2019 il 34,7% di finanziamenti con loan-to-value compreso tra il 70 e l’80%, esattamente l’8,0% in più del trimestre precedente.

Quanto costa oggi il mutuo più conveniente?

A queste nuove condizioni, l’allarme aumento mutui sembra essere rientrato e un nuovo finanziamento a tasso variabile a 20 anni alle migliori condizioni (quelle in cui si chiede entro il 50% del valore dell’immobile) vede una rata mensile di 444 euro al Tasso dello 0,65% e Taeg (Tasso annuo effettivo globale, che comprende interessi ed eventuali spese accessorie) dello 0,69%. Il miglior fisso ha invece un Tan dell’1,10% e un Taeg dell’1,44%, con una rata di poco superiore, 464 euro (Simulazione del 6 di febbraio su un impiegato di 35 anni residente a Milano, che richiede 100.000 euro per un valore dell’immobile di 200.000 euro).

Continua a leggere

Soldi

Addizionali: rischio aumento della pressione fiscale. Allarme Federconsumatori

Pubblicato

il

Il report di Confprofessioni sulle prospettive di rialzo delle aliquote Irpef regionali e comunali conferma in pieno il nostro allarme circa il rischio di aumento della pressione fiscale, diretta conseguenza del mancato blocco delle aliquote nella legge di bilancio.

Tra il 2016 e il 2018, grazie al blocco, gli enti locali non hanno avuto margine per modificare le aliquote. Ora però lo potranno fare, dovendo approvare i bilanci previsionali entro il 31 marzo.

Si stima un incremento complessivo di quasi un miliardo di Euro nel 2019. Ma non è tutto: bisogna tener conto anche degli aumenti su IMU e TASI su cui i comuni che non hanno applicato l’aliquota massima potranno effettuare dei rialzi.

Una situazione allarmante, che inciderà in maniera negativa sull’andamento dei redditi già oggi spesso inadeguati e precari. Da uno studio pubblicato dalla Federconsumatori è infatti emerso come i redditi delle famiglie siano cresciuti in misura decisamente marginale rispetto a quanto sia cresciuta la spesa (dal 2013 al 2018 +3,8% i redditi al netto dell’inflazione a fronte di una crescita della spesa del +6,4%).

È evidente che tale dato peggiorerà nel 2019, decurtando ulteriormente la capacità di acquisto delle famiglie e incidendo negativamente su una domanda interna già in crisi.

È di oggi, infatti, la conferma dello stallo delle vendite da parte dell’Istat: nel 2018 +0,2% rispetto al 2017. Un dato che attesta la fase di recessione in cui è entrato il Paese e a cui le attuali politiche del Governo non forniscono alcuna risposta.

“Ignorare tale andamento, o ancor peggio ignorarlo declamando inesistenti boom economici è da irresponsabili. Per questo chiediamo al Governo e all’intero Parlamento di prendere atto di una situazione insostenibile per le famiglie e per il Paese, prendendo provvedimenti immediati tesi ad aprire nuove prospettive di crescita.” – afferma Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori.

Il primo passo in questa direzione è evitare l’aumento della pressione fiscale sui cittadini, facendo appello a Comuni e Regioni affinché non aumentino le addizionali.

Inoltre è indispensabile che il Governo stanzi gli opportuni fondi da destinare alla ricerca, allo sviluppo e alla modernizzazione delle infrastrutture, nonché operando un taglio del cuneo fiscale: misure finalizzate a creare nuova occupazione e gettare basi stabili per la ripresa economica.

Continua a leggere