Fonte: resoconto stenografico dell’audizione sulla Sen (strategia energetica nazionale) presso la X commissione della Camera dei Deputati del 10 ottobre 2013. Versione integrale

LUIGI GABRIELE, Responsabile delle relazioni istituzionali e affari regolatori di Codici.
Grazie, onorevoli deputati. Come sapete, Codici è una delle associazioni nazionali a tutela del
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consumatore, come Altroconsumo e altre 18 associazioni di consumatori. Dei due contributi che vi sono stati inviati, uno reca il titolo che è stato già utilizzato – me ne scuso – per l’audizione che abbiamo avuto l’altro ieri in Senato, mentre l’altro è il nostro position paper, presentato all’audizione annuale dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, che ogni anno ci interpella per raccogliere la nostra opinione su quanto accade nel settore.
  Relativamente al tema di oggi, come sapete, il nostro Paese è privo di una strategia energetica nazionale da circa cinquant’anni. L’ultima strategia energetica potrebbe essere stata messa in campo a suo tempo da Mattei, nel 1953-1954, con l’estrazione di idrocarburi e gas; da allora l’unica nostra strategia energetica è quella che troviamo all’interno delle bollette. Immagino che a ciascuno di voi sarà capitato di vedere il frontespizio di una fattura di energia e gas, di quelle che arrivano nelle case dei consumatori finali (sia piccoli utenti sia grandi energivori) e certamente saprete che, in fattura, la distribuzione della strategia energetica fatta in questi anni nel nostro Paese rientra all’interno della famosa voce «oneri generali di sistema».
  Dal momento in cui si è iniziato a capire che in questa voce si potevano inserire più componenti, ne sono state inserite di ogni tipo: dai famosi incentivi alle Ferrovie dello Stato per aver disalimentato e ceduto le loro centrali a Enel, nel momento in cui questa nacque, fino alle odierne politiche delle fonti energetiche rinnovabili. Possiamo condividere o meno queste scelte, possiamo ritenerle onerose o meno ma, in ogni caso, il dato di fatto è che, secondo la strategia politica energetica portata avanti nel nostro Paese, esse sono state pagate dai consumatori finali, cittadini e aziende.
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  Tutto questo ha determinato, ovviamente, la crescita esponenziale del costo della bolletta energetica nel nostro Paese, finendo per far perdere il controllo della spesa alla famiglia media, all’azienda e a quei soggetti che, collegati a un’utenza elettrica, si trovano a dover far i conti con una voce che non è quella relativa al consumo o alla vendita. Difatti, il problema del nostro Paese non è che paghiamo molto l’energia – l’energia e il gas li paghiamo anche relativamente poco – ma ciò che paghiamo molto è l’inaudita concentrazione di sussidi incrociati, di oneri e incentivi che sono presenti all’interno della bolletta.
  Non mi dilungherò con l’elenco abnorme delle componenti che si annidano all’interno degli oneri generali di sistema – chi vuole potrà trovare queste informazioni nel grafico all’interno del documento che abbiamo consegnato, con l’analisi delle diverse componenti – ma ci domandiamo se sia giusto fare una strategia energetica nazionale continuando a tenere il peso degli oneri che gravano nei confronti delle famiglie o degli utenti finali così com’è.
  Come sapete, la strategia energetica che fu proposta l’anno scorso da alcune consultazioni a cui partecipammo anche noi si basa innanzitutto sull’efficientamento, sulle politiche sugli idrocarburi, sull’obiettivo di far diventare il nostro Paese un hub del gas e su numerose altri aspetti che, a nostro avviso, sono in parte validi, ma rappresentano soprattutto considerazioni di carattere generale. Non si può fare, infatti, una politica energetica che non dice come far risparmiare i consumatori italiani o gli utenti finali, così come non si può portare avanti una politica energetica che concentra il suo contenuto sull’efficientamento e, nello stesso periodo, emanare decreti come il cosiddetto decreto Passera-Grilli che sostanzialmente ha finanziato le grandi imprese energivore. In
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questo modo, finanziando gli energivori, erogando gli incentivi incrociati, continuando a dare contributi ed elargendoli, più o meno, a diffusione di massa, continuiamo a dire ai soggetti che consumano energia di non risparmiare, di non fare efficientamento.
  Ci pare evidente che, se vogliamo avere una politica energetica, il punto nodale è capire come consumare meno e come utilizzare le risorse a nostra disposizione. Certo, non possiamo dire che abbiamo una parte di idrocarburi nel sottosuolo, e non li estraiamo; a questo punto, Mattei sarebbe stato un visionario quando, a suo tempo, trovò il gas, allora considerato dalle Sette sorelle come una merce di poco valore. Oggi, come sapete, circa il 30 per cento dell’energia prodotta al mondo viene utilizzata attraverso il metano.
  Non possiamo, però, nemmeno immaginare di perforare tutte le nostre coste, pensando così di abbassare la nostra dipendenza da idrocarburi o di avere a disposizione più petrolio, anche estraendolo dalle nostre aree geografiche, e credere così di risolvere il problema. Infatti, la nostra dipendenza da idrocarburi è oggi stimata in circa 60 miliardi; a regime, se anche estraessimo tutti gli idrocarburi presenti sulle nostre coste, arriveremmo a 5 miliardi. Mi chiedo come facciamo a colmare la differenza di circa 55 miliardi.
  Il prezzo del petrolio, inoltre, non cambierà; che lo si estragga a casa o lo si compri altrove, il petrolio avrà sempre lo stesso prezzo. Certo, potremmo avere qualche beneficio in termini di tassazione, ma il beneficio va considerato e rapportato al gravissimo danno ambientale fatto a territori locali cui non si riesce a dare in cambio quello che, in effetti, gli viene tolto.
  In questi anni, le fonti rinnovabili sono state incentivate in maniera allegra e comoda. Se è vero che abbiamo creato, in
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qualche modo, un mercato delle fonti rinnovabili, è anche vero che non abbiamo una sola azienda nazionale che produca pannelli fotovoltaici o una rete diffusa di aziende che producono quadri elettrici; non abbiamo, insomma, strutturato un’industria. Inoltre, come sapete, la maggior parte degli impianti a terra di grandissime dimensioni, sia parchi eolici che fotovoltaici, non sono di proprietà dei consumatori, che pagano le fonti rinnovabili attraverso la componente A3 degli oneri generali sistema, ma sono in prevalenza di organismi finanziari e bancari.
  Possiamo pensare, oggi, di rimettere in discussione i famosi incentivi ? Non si tratta di diritti acquisiti; se si può mettere in discussione la pensione di un italiano medio, poiché si va a tagliare lì dove il bilancio dello Stato ne ha bisogno, è necessario anche rivedere i diritti che vengono considerati acquisiti. Se, ad esempio, un grande impianto, al di sopra di un megawatt (quindi, non è la famiglia, né la piccola azienda e nemmeno l’azienda agricola), si è ripagato il suo investimento, non possiamo continuare a dare incentivi da qui ai prossimi vent’anni, pensando di risolvere il problema attraverso l’introduzione di bond, poiché non facciamo altro che traslare il debito nel tempo, alle future generazioni.
  Il nostro problema focale, oltre al tipo di fonte, è la tipologia di distribuzione delle fonti. Noi abbiamo una rete che rimane, per diversi motivi, in una condizione oligopolistica. Quando fu fatta l’Enel, la concentrazione della distribuzione della produzione italiana andò nelle mani di un unico operatore che, anche se di Stato – nulla in contrario alle aziende di Stato – non garantisce alcun tipo di concorrenza. Nel momento in cui, ad esempio, l’omino di Enel distribuzione deve decidere se far passare un’energia prodotta da un impianto fotovoltaico o da un impianto di Enel produzione,
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secondo voi in favore di chi potrà decidere ? È ovvio che favorirà il suo collega, per ovvie motivazioni; anche io farei la stessa cosa.
  L’asset portante del nostro Paese rimane la rete; possiamo risolvere persino il problema della Telecom se riusciamo ad accorpare la rete telefonica con la rete di distribuzione di energia. Apriremmo immediatamente, in questo modo, la strada alle smart cities; potremmo mettere insieme, in maniera integrata e intelligente, le diverse tecnologie che vanno dalla gestione dei rifiuti all’acqua, al gas, all’energia. Potremmo efficientare e risparmiare, ma dobbiamo liberalizzare la rete. Oggi, lo ribadisco, il nostro problema fondamentale è proprio quello: o liberalizziamo la rete o la diamo, fino alla cabina, fino al cosiddetto ultimo miglio, a un soggetto unico, che sia in grado di permettere a tutti, in maniera equa, di gestire e inserire energia a proprio piacimento.
  Perché un piccolo produttore – penso a una famiglia, a chi ha perso il lavoro o a chiunque decida di intraprendere un tipo di attività diversa, rivolgendosi alla produzione di energia – con un impianto fotovoltaico, che da un momento all’altro decide di mettere in rete e a mercato l’energia, anziché prendere l’incentivo, semplicemente non può fare come fanno gli altri operatori del mercato ? Perché la rete, così com’è, non glielo permette.
  Sono certo che a ognuno di voi sarà capitato di ricevere un conguaglio stratosferico, in ritardo di quattro o cinque anni, oppure di trovare in bolletta la cosiddetta voce «consumo stimato» al posto del consumo effettivo. Vi porto questi esempi perché non si tratta di cose differenti; la distribuzione (e, quindi, la rete) è gestita dagli stessi operatori; i disservizi che stanno sul libero mercato sono gli stessi elementi di negatività che non permettono lo sviluppo energetico di questo Paese.
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  È necessario, ovviamente, procedere con adeguati approfondimenti su ciò che è la rete di idrocarburi e la distribuzione, ma non continuiamo a pensare, come dicono alcuni big player, che in questo Paese è sufficiente ridurre il numero delle pompe di benzina per risolvere il problema del prezzo. Anche in questo caso, infatti, siamo di fronte a una falsità; non mi è mai capitato di sentire che se, nel mercato, riduciamo il numero degli operatori, ne guadagna il consumatore finale.
  Il problema non è solo che la nostra rete è obsoleta; in questo Paese, anche nel caso della distribuzione degli idrocarburi, c’è una logica monopolistica e di concentrazione che vede pochissimi operatori che sono i principali detentori della stragrande maggioranza del numero delle reti e non permette ad altri operatori di entrare sul mercato. Non possiamo pensare, però, di andare avanti a petrolio chissà per quanto altro tempo. Se vogliamo fare una ridistribuzione della rete degli idrocarburi dobbiamo unirvi necessariamente una ridefinizione della rete delle nuove tecnologie.
  Negli Stati Uniti, da qualche giorno, Tesla, la più grande produttrice di autovetture elettriche (che intanto hanno raggiunto una tecnologia formidabile per durata, velocità e prestazioni), per svilupparne la vendita ha iniziato a realizzare soprattutto la rete. Come possono gli italiani utilizzare auto o biciclette elettriche se non sanno dove ricaricarle ? Come possono gli italiani, giustamente, dotarsi di un mezzo elettrico se poi impiegano cinque o sei ore per ricaricarlo ? Oggi la tecnologia permette l’abbattimento di questi tempi, ma è necessario predisporre piani di sviluppo per questo tipo di attività.
  Vorrei dire un’ultima cosa sul gas e sull’idea di costruire un hub nazionale, che potrebbe essere importante, ma non so quanto ci porterà in termini di economie. Non so se ne siete
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a conoscenza, ma la stragrande maggioranza delle gare negli ambiti territoriali dei distributori di gas sono scadute da tredici anni e ci sono aziende di lungo corso che non sanno se da domani potranno continuare a distribuire o meno il gas. Insomma, non pensiamo a risolvere i problemi più immediati, che potremmo risolvere in un giorno, e invece pensiamo di realizzare l’hub europeo del gas. Credo che dovremmo valutare maggiormente questi elementi.
  L’elemento positivo è che oggi si è ricominciato a parlare di Strategia energetica nazionale (SEN), argomento che purtroppo avevamo accantonato. Come sapete, ci sono problemi nel Ministero competente che vi pregherei di risolvere, perché non è possibile che non vi sia un’autorità in grado di esercitare poteri determinanti per sviluppare strategie energetiche. Vi chiedo anche di riaprire velocemente una riflessione tecnica, perché le questioni legate all’energia, vi assicuro, stanno determinando l’impoverimento delle famiglie, la chiusura delle aziende e il disastro economico di questo Paese.

Seconda parte:

  LUIGI GABRIELE, Responsabile relazioni istituzionali e affari regolatori di Codici. Rispetto alla prima domanda, troverete nel documento che vi abbiamo consegnato una risposta dettagliata. Sottolineo soltanto, riguardo alla distribuzione, che il distributore è colui che fa la rilevazione della misura, cioè la verifica del contatore (che sia teleletto o necessiti fisicamente di un operatore).
  Il problema grave del Paese è che questo distributore, nonostante prenda il 13 per cento della fatturazione nel settore elettrico e una percentuale simile nel gas, non svolge questa attività e di conseguenza non solo non permette al consumatore di essere in linea con i propri consumi, ma genera una serie disastrosa di problemi. Proprio per questo motivo ho ribadito la necessità, sia per il gas che per l’energia, di liberalizzare l’ultimo miglio o, comunque, di trovare una soluzione immediata per uscire dall’oligopolio degli attuali distributori.
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  È vero che il Paese deve essere serio; avere più Stato significa avere più mercato. Rivedere gli incentivi ai soggetti finanziari, alle grandi banche e ai grandi fondi che hanno incentivi con un guadagno superiore al 10 per cento, non significa non essere seri, ma al contrario significa essere molto seri, soprattutto in una situazione di crisi come quella attuale. Non ho detto di togliere gli incentivi agli impianti di tre kilowatt; fino al megawatt mi sembra corretto mantenerli, ma è noto che molti degli impianti al di sopra di questa potenza sono esclusivamente di organizzazioni di natura finanziaria.
  Se sono rientrati con l’investimento, garantiamo loro, sicuramente, un surplus ma che non possa superare il 10 per cento. Oggi in alcuni casi supera anche il 35 per cento e stiamo pensando di emettere dei bond per coprire ciò che costituisce l’80 per cento degli impianti di fonti rinnovabili.
  Rinvio al documento che vi abbiamo consegnato per ogni approfondimento e per le altre risposte alle domande che avete formulato.

@Doctorspinone