Di Giovanni Malanchini, fonte industriaenergia.it

Chiude l’anno di attività dell’Osservatorio sulla regolazione amministrativa un incontro dedicato alla direttiva europea n. 83 del 2011, in materia dei diritti dei consumatori, con particolare attenzione al suo impatto sulle vendite a distanza di prodotti energetici.
Come ha fatto notare in apertura il direttore scientifico Enzo Pontarollo, il seminario, svoltosi il 16 dicembre 2013 all’Università Cattolica di Milano, costituisce un approfondimento della precedente giornata di studio dell’8 luglio, che ha introdotto il tema più generale del rapporto tra regolazione e autonomia contrattuale degli operatori.

Nell’inquadrare il tema, Alessandro D’Adda dell’Università Cattolica di Milano sottolinea come l’obiettivo di armonizzazione, che la direttiva 2011/83 avrebbe dovuto perseguire, si è scontrato con alcune resistenze dei singoli Stati membri. Ne è derivato un quadro normativo non sempre chiaro, a partire dalla definizione dell’ambito di applicazione della nuova disciplina. Come evidenzia D’Adda “se da un lato la direttiva ricomprende qualsiasi contratto concluso tra un professionista e un consumatore, dall’altro la stessa dichiara di applicarsi altresì ai contratti per la fornitura di acqua, gas, elettricità o teleriscaldamento (…) nella misura in cui detti prodotti sono forniti su base contrattuale”.
Ne deriva che, mentre “generalmente l’applicazione della disciplina di tutela presuppone il requisito soggettivo dell’alterità di categoria professionista/consumatore”, secondo una certa interpretazione “tale presupposto potrebbe venir meno nel settore della fornitura di energia”. In tal caso, si tratterebbe di una novità: la direttiva 2011/83 non si applicherebbe solo nel segmento business-to-consumer, ma anche a rapporti business-to-business, e dunque a quelle relazioni tra imprese in cui pure possono sussistere asimmetrie informative.

Sulla nuova disciplina sul recesso contrattuale D’Adda si sofferma diffusamente: “il consumatore dispone ora di un periodo di 14 giorni per recedere da un contratto a distanza o negoziato fuori dai locali commerciali mentre, se il professionista non fornisce al consumatore le informazioni sul diritto di recesso, il termine per il recesso decorsi 12 mesi dalla fine del periodo di recesso iniziale”. Una simile dilatazione dell’applicazione del recesso pone dunque “serie questioni circa le restituzioni delle prestazioni somministrate durante il periodo in cui è ancora possibile recedere”; a questo riguardo, la soluzione del legislatore dell’Unione è nel senso d’imporre “al consumatore di corrispondere al professionista un importo proporzionale a quanto è stato fornito fino al momento del recesso, calcolato sulla base del prezzo totale concordato nel contratto; in caso di prezzo eccessivo, si prevede il riferimento al valore di mercato della fornitura”.

Sposta l’attenzione sul ruolo delle Authorities l’intervento di Margherita Ramajoli, docente all’Università degli studi di Milano Bicocca. Il contrasto alle pratiche commerciali scorrette, cui anche la direttiva 2011/83 obbliga gli Stati membri, ripropone la questione dei confini tra le competenze dell’Agcom e dell’Aeeg. Come rimarca la relatrice “entrambe le autorità si ritengono competenti ad agire in materia di vendite a distanza”, in forza della presenza di diverse fonti normative: “da un lato la disciplina generale de codice del consumo, che attribuisce all’Agcm il compito sanzionare le condotte commerciali scorrette in tutti i settori del mercato, e quindi anche in quelli regolamentati (energia elettrica, gas, telecomunicazioni)”; dall’altro “abbiamo una disciplina di carattere settoriale (la delibera dell’Aeeg n. 153/2012/R/COM) emanata dall’autorità di settore dotata di potere regolamentare”. Se il principio di specialità imporrebbe l’applicazione delle disposizioni di settore, il noto parere consultivo del Consiglio di Stato n. 3999/2008 ha precisato “che il principio di specialità opera purché vi sia una disciplina sufficientemente chiara, sufficientemente precisa e sufficientemente dettagliata”. Tuttavia, rileva ancora Ramajoli, “la regolazione di settore può non essere sempre dotata di tali requisiti” e allora “si potrebbe pensare di ricorrere all’articolo 20 del codice di consumo, laddove prevede che una pratica commerciale è scorretta se contraria alla diligenza professionale”; in ogni caso “la situazione, evidentemente complessa ma anche confusa, non porta benefici né alle imprese né ai consumatori, e non può dirsi in linea con l’articolo 97 della Costituzione, esponendo le amministrazioni e i consociati ad una duplicazione delle competenze. Si auspica che il recepimento della direttiva 2011/83 consenta al legislatore la definizione dell’esatto ruolo che compete alle autorità”.

In proposito, Paola Quaranta dell’Agcm osserva come “l’Antitrust individua l’elemento qualificante delle pratiche commerciali scorrette nell’alterazione della scelta del consumatore, che sussiste sia quando l’operatore dimostra la volontà di ingannare il consumatore, sia anche quando l’operatore non mette il consumatore in condizioni di poter fare una scelta consapevole”. Perciò “l’Agcm ha ritenuto che la verifica meccanica del rispetto della norma regolatoria, seppure condizione imprescindibile, non è sufficiente ad integrare la diligenza professionale, perché il pedissequo rispetto della regola può comunque causare un’alterazione della scelta del consumatore”.
Concludendo il proprio intervento, Quaranta punta l’attenzione sulla direttiva europea: “la cosa forse più sconvolgente è la modifica del diritto di recesso perché incide su discipline ormai radicate e sul sinallagma contrattuale: è quasi inaccettabile che nel momento in cui il consumatore non ha ricevuto un’informazione sul diritto di recesso può essere tenuto a non pagare una prestazione di cui comunque ha usufruito. È evidente che alla luce del nuovo quadro normativo si porrà la necessità di una riflessione più profonda da parte dei professionisti sulle modalità di conclusione contratti a distanza, del teleselling in particolare. Servirà poi riflettere su come interpretare le indicazioni del legislatore comunitario che sicuramente intende tutelare il consumatore, non rendendosi però conto che tale fuga in avanti creerà problemi non solo nel nostro Paese, ma anche in altre legislazioni a noi vicine”.

Fanno seguito i rappresentanti del punto di vista dei consumatori Luigi Gabriele e Davide Zanon, dell’associazione Codici, richiamando l’esperienza di cooperazione con A2A che nel 2011 ha portato al primo osservatorio sul tema dei contratti non richiesti: “dalla collaborazione con l’Aeeg è nata la delibera 153/2011/R/COM che dà la possibilità agli operatori di autoregolarsi predisponendo dei propri codici etici. Buona parte delle aziende si sono dotate di un codice etico eppure ben poche (solo 3 su 189) hanno fatto sì che questo codice fosse concordato con le associazioni dei consumatori”. Ritengono, comunque, i relatori che “la delibera 153 richiede una netta revisione: il fenomeno si è attutito ma non si è attenuato”, e una conferma in tal senso potrebbe arrivare dall’attesa black list degli operatori energetici, prevista dalla delibera 153.

Dal canto loro, gli operatori intervenuti hanno concordemente fatto presente come la tutela del consumatore corrisponda al proprio stesso interesse. Daniele Salodini per Eni, nel confermare l’importanza delle vendite a distanza, fortissimo canale di contatto, fa presente che l’azienda ha adottato un sistema di attento monitoraggio della qualità del proprio teleselling. È infatti evidente che l’operatore è interessato a “proporre al consumatore vendite di qualità; in caso contrario il consumatore non rimarrà con l’azienda, quindi non vi sarà alcun valore aggiunto per nessuna delle parti”; bisognerebbe dunque iniziare a considerare il consumatore uno smart consumer in quanto “oggi la sua possibilità di informarsi è molto ampia”. Dalla prospettiva di un nuovo entrante, Claudio Moscardini di Sorgenia osserva che “l’asimmetria ancora presente nel mercato deriva da ragioni strutturali: non è legata al prezzo della materia prima, ma è nidificata in quelle componenti che sono al confine tra aspetti normativo-regolatori e aspetti di sistema (costo delle accise, oneri infrastrutturali). È perciò difficile trasmettere al consumatore tutta una serie di informazioni che richiederebbero un compendio che molto spesso il consumatore non ha né tempo né voglia di conoscere”.”………Continua a leggere