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Formaggi con la latte in polvere, chiariscono gli esperti

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Intervista di Anna Zollo

Manca meno di un mese e  ancora poco  chiara è la  posizione del Governo in merito   all’infrazione inviata da parte della UE all’Italia,  al fine di omologare la normativa sulla libera circolazione del latte.  La diffida inviata all’Italia   prevede di  abrogare  il divieto di utilizzare polvere di latte per produrre formaggi, yogurt e latte alimentare ai caseifici situati sul territorio nazionale. Il Ministro Martina, sin da subito si è dichiarato contro tale azione, evidenziando la volontà del Governo a lottare affinchè ci fosse una sorta di ripensamento da parte della Ue, in considerazione soprattutto del valore che il mercato del latte e dei suo derivati ha sul sistema economico nazionale.

In Italia, infatti, sono presenti  487 formaggi tradizionali, di  cui 48  sono tutelati da una Denominazione Tipica o di Origine, per un   valore che si aggira intorno agli 11 miliardi di euro, rappresentando uno dei comparti di punta dell’export made in Italy.

Analizzando i dati di settore si evidenzia come nel  primo semestre del 2015 il comparto non abbia risentito in modo eccessivo della crisi economica e addirittura dell’embargo russo  ( argomento già trattato nei mesi scorsi). Il ministero delle politiche agricole ha infatti  confermato che il mercato dell’export  agroalimentare Made in Italy si aggira intorno ai  18 miliardi di euro. Un dato in crescita di oltre 8 punti percentuali rispetto al 2014, anche grazie alla spinta positiva di Expo.  A giugno, inoltre, il mercato Usa ha fatto registrare un +29% per il nostro alimentare, con vendite che nei sei mesi superano 1,7 miliardi di euro.

Nello specifico per i formaggi i risultati sono stati più che soddisfacenti   nonostante la chiusura del mercato russo (-45% in volume rispetto al 2013),   che assorbiva circa il 2% delle esportazioni italiane e che nel triennio 2010/2013 aveva mostrato una crescita di oltre 135 punti percentuali. Un mercato stabile invece, quello    degli Stati Uniti, quarto mercato di sbocco per i formaggi italiani (-5,7% in volume rispetto al 2013). Interessanti notizia invece arrivano dai nuovi mercati,  soprattutto   dell’est Europa,  in particolare Polonia (+18,5%), Repubblica Ceca (+9,1%) e Romania (+22%)  Cina e Corea (rispettivamente +41% e +26%) e negli Emirati Arabi Uniti (+28%). I prodotti che hanno maggiore appeal, nei mercati internazionali, sono la mozzarella    con il + 3,1% in volume sfiorando le 140 mila tonnellate e se si considera il quinquennio 2010-2014 i tassi di crescita hanno addirittura superato il 35%. Seguito dal  Grana Padano e Parmigiano Reggiano che  hanno fatto registrare una crescita significativa (+3,4% rispetto al 2013).  Risultati importanti, sono stati ottenuti anche da parte dei formaggi grattugiati (+9,7% in volume), da provolone (+7,2%) e Gorgonzola (+2,7%).Nello specifico, sempre in base i dati ISMEA,   considerando i primi quattro mercati di destinazione – Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti- si può constatare come  che nel 2014 la mozzarella e i freschi italiani i prodotti che hanno ottenuto una maggiore performances  soprattutto  in Germania (+8,2% in volume) e in Francia (+7,0%), mentre hanno registrato una flessione nel Regno Unito (-2,5%). Grana Padano e Parmigiano Reggiano hanno registrato la crescita maggiore nel Regno Unito (+9,1%), mentre sono aumentati meno in Germania e in Francia (rispettivamente +3,7% e +2,1%) ed è riapparso il segno negativo per le vendite negli USA (-5,2%). Il Gorgonzola, infine, è stato molto più apprezzato nei Paesi bassi (+13,9% in volume) e nel Regno Unito (+7,3%).

Il valore di tale tipo di prodotto è misurato anche dal mercato parallelo della contraffazione/italian sounding, che in generale per il made in vale nel  Mondo circa 60 miliardi di euro (poco meno della metà del fatturato dei prodotti originali e più di 2 volte l’export italiano),ma che vede come i prodotti maggiormente oggetto di contraffazione proprio i formaggi ed i derivati del latte ( basta pensare ai nomi quali parmesan, mozzarì, parmesao etc.

Il comparto lattiero caseario   incide per  quasi il  9% – 12% sulla produzione ai prezzi di base dell’agricoltura silvicoltura e pesca e per il 13%-19%  sul fatturato dell’industria alimentare.

Comprensibile quindi il polverone che ha sollevato la diffida indirizzata allo Stato italiano, da parte della Ue,   al fine di far abrogare  la legge   n. 138 del 1974, Nuove norme concernenti il divieto di ricostituzione  del latte in polvere per l’alimentazione umana) che vieta l’utilizzo di latte in polvere nella produzione di formaggi.

È necessario precisare che la  diffida  UE del 29 maggio 2015 procedura d’infrazione n. 2014/4170  inviata  all’Italia  prevede il divieto di utilizzare polvere di latte per produrre formaggi, yogurt e latte alimentare ai caseifici situati sul territorio nazionale (legge n. 138 del 1974, Nuove norme concernenti il divieto di ricostituzione  del latte in polvere per l’alimentazione umana); la motivazione giuridica posta a base della diffida dalla Commissione europea, in base a quanto si legge dagli  ATTI DI CONTROLLO E DI INDIRIZZO SEDUTA DEL 9 LUGLIO 2015della camera dei Deputati, si è resa necessaria in quanto  viola dell’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

I motivi dell’infrazione di fanno risalire al   caso EU-Pilot (EU Pilot 5697/l3/ AGRI), si tratta nello specifico della non conformità al diritto europeo delle norme nazionali sulla fabbricazione di prodotti lattiero-caseari.

Già il 18 novembre 2013  era stato avviato una  raccolta di informazioni da parte della Commissione europea riguardanti il recepimento in Italia della direttiva 2001/114/CE del Consiglio del 20 dicembre 2001 (relativa ad alcuni tipi di latte conservato parzialmente o totalmente disidratato destinato all’alimentazione umana), per verificare lo stato dei fatti, per chiarezze  è necessario ricordare che  la normativa italiana sulla produzione dei prodotti lattiero-caseari ha origine dal regio decreto n. 2033del 15 ottobre 1925,  per poi fermarsi con la norma del 74. Questa situazione di forte ritardo nell’aggiornare la normativa    ha fatto avvertire la necessità porre i essere azioni  innovative.  Da evidenziare come però, anche in base alle dichiarazioni del 2 luglio 2015 del Viceministro delle politiche agricole alimentari e forestali che rispondendo ai question time parlamentari presentati in Commissione agricoltura, ha sottolineato e sottoposto all’attenzione della  Commissione europea che in assenza di un’armonizzazione a livello europeo, tutti i Paesi dell’Unione europea hanno la possibilità di introdurre specifiche disposizioni sulla fabbricazione dei formaggi, con speciale riferimento alle previsioni di produzione e alle materie prime utilizzabili e che, l’eventuale abrogazione della leggen. 138 del 1974 avrebbe provocato unvuoto normativo in un settore tradizionalee fondamentale dal punto di vista socioeconomicoper il nostro Paese. A tale affermazione la Commissione ha evidenziato al riguardo come, a livello europeo, vi siano già specifiche protezioni per la politicadella qualità (DOP e IGP). Il 5 Agosto, è stato infatti mosso  un ulteriore passo in avanti, la Commissione agricoltura della Camera  ha approvato un risoluzione che  “impegna il Governo ad intraprendere ogni utile azione volta a tutelare le produzioni lattiero-casearie italiane non certificate DOP ed IGP, in modo da mantenere in vigore le disposizioni recate dalla legge n. 138 del 1974, e ad assumere iniziative volte alla revisione del regolamento (UE) n.1169/2011, per introdurre l’obbligo di indicazione in etichetta di quante più informazioni possibili relativamente ai prodotti lattiero-caseari, con particolare riguardo all’utilizzo di latte fresco o cagliate o cagliate congelate o semilavorati nel prodotto iniziale e all’indicazione della presenza o meno di furosina, ovvero ad individuare ogni utile misura, tenuto conto della compatibilità con il diritto comunitario, che sancisca l’obbligo, almeno a livello nazionale, di tali indicazioni”.

Quindi sembrerebbe che la situazione inizialmente spinosa stia giungendo ad una soluzione, ma secondo alcuni, tale approccio è un po’ troppo debole  oltre che semplicistico e   non tutelerebbe gli allevatori  e tantomeno i produttori di formaggio. Da precisare che nella  diffida è sottolineato come non vi è la sostituzione della materia prima ma l’alternativa è importante sottolineare come da un chilo di latte in polvere, che costa sul mercato internazionale 2 euro, è possibile ottenere 10 litri di latte, 15 mozzarelle o 64 vasetti di yogurt  questo porterebbe ad una sostituzione dovuta dall’abbattimento di costi  che però ricondurrebbe ad una omologazione dei  sapori,in quanto verrebbe  meno l’elemento distintivo dei diversi territori.  Da ricordare che produrre un chilo di mozzarella servono 7/8 litri di latte fresco.

Per comprendere affondo la problematica abbiamo chiesto spiegazioni ad  esperti di elevato spessore culturale, rappresentanti sia della società civile che del mondo  imprenditoriale e istituzionale.

Per  quanto concerne il mondo del consumerismo gli esperti sono pressoché tutti concordi nel presagire  effetti negativi sul consumatore, sia a causa della scarsa qualità della materia prima impiegata oltre che per la difficoltà nei controlli di filiera.

Per Silvia Biasotto MDC Il rischio per i consumatori italiani di ritrovarsi negli scaffali dei negozi una grossa quantità di  formaggi di bassa qualità.  È interessante anche la precisazione  fatta dalla Biasotto in merito alla attuale presenza di formaggi non italiani prodotti con latte in polvere  questo   perché è solo la produzione ad essere vietata in Italia. Si tratta quindi di prodotti realizzati all’estero e venduti in Italia. Lo stop al nostro divieto porterebbe invece alla possibilità di produrre formaggi con latte in polvere anche in Italia e quindi si sperimenterebbe un aumento di produzione e di offerta. Per Matteo Pennacchia di Codici  “è importante specificare che lo scenario coinvolgerà i prodotti lattiero caseari, quali formaggi e yogurt, quindi si tratta di  una  attività di lobby attuata dall’industria lattiero casearia, rivolta alla possibilità di far decadere il divieto,   finalizzata alla possibilità di utilizzare il latte disidrato come ingrediente principale dei propri prodotti. In effetti, l’utilizzo di latte in polvere, permette al produttore di aggiungere quantità di acqua tali da determinare la cremosità dei formaggi, oltre che determinare una standardizzazione delle caratteristiche chimiche (proteine e grassi), poiché dal punto di vista nutritivo il latte disidrato non è da meno al latte fresco. 

A rincarare la dose è anche Valeria Graziussi di Codacons che continua  affermando che Il made in Italy sarebbe come gli altri prodotti esteri senza specificità e con qualità discutibili, dunque il marchio made in italy viene privato della forza della qualità rappresentata dalla garanzia di produzione  e  della provenienza degli ingredienti utilizzati! E ad avvantaggiarsene sarebbero solo le imprese   che mirano al mercato di massa in quanto vedrebbero  abbassarsi ancor più i costi di produzione posso immaginare, mentre i consumatori potrebbero credere di mangiare un formaggio prodotto con latte fresco invece trattasi di formaggio con latte in polvere!

Il problema che molti, in questo periodo hanno sollevato è, quindi, anche in merito alla tutela delle imprese “virtuose “che vorranno continuare nella produzione  tradizionale del prodotto. Per Pennacchia infatti l’assenza del divieto sarà utile all’industria lattiero-casearia, settore oramai non più italiano ma gestito da holding francesi, le quali hanno assorbito i più importanti brand italiani del settore, esclusi quelli delle DOP, IGP e STG.   I piccoli e medi produttori di formaggi italiani, di lunga tradizione ma privi di denominazione di qualità (quelli che ancora hanno il bestiame a pascolo libero), risulteranno gravati da questa novità, poiché le loro produzioni di qualità saranno sempre più minate da un mercato interno in concorrenza sleale. Questo segmento di mercato, determinerà il futuro della filiera produttiva lattiero casearia italiana, poiché assisteremo ad una resistenza oppure un adeguamento al mercato. Al riguardo, sarà fondamentale il ruolo del consumatore, che dovrà essere informato al punto da saper scegliere una metodologia produttiva tradizionale, oppure standardizzata, omogenea rispetto a quella industriale. Le scelte del consumatore, potranno assicurare mercato a quelle produzioni determinate da ricette e metodologie ordinarie, per la tradizione italiana.

Per la Biasotto, inoltre,  i produttori di latte, già in grande difficoltà, rischiano il colpo di grazia dovendo contrastare la concorrenza di latte in polvere e cagliate congelate provenienti dall’estero.

Contrari a tale abrogazione anche _Direttore Generale Dott. Stefano Berni del Consorzio  Grana Padano che afferma è una delle non poche regole della UE che non condividiamo così come non abbiamo condiviso la bocciatura della Legge italiana che imponeva di mettere in etichetta la provenienza del latte e il luogo o Paese dove viene trasformato, ma quando si è in un consesso comune ci si batte per contrastare ciò che non piace e introdurre ciò che piace anche se alla fine, le regole della democrazia e della convivenza impongono di adeguarsi al volere della maggioranza.  Entrambe le posizioni UE tendono a tutelare il latte dei Paesi del Nord Europa, specie le new entry, che ritengono che in Italia, Paese molto recettivo perché deficitario, ne consumerebbero meno se risultasse proveniente dall’estero, specie dai Paesi dell’Est

Fin qui quindi la richiesta dell’UE comporrebbe,  non solo un danno nei confronti dei consumatori, anello debole della filiera , m anche uno svilimento del made in Italy.

Discordante o meglio di vedute diverse la politica, che se da un lato è a difesa del Made in Italy dall’altro deve porre in essere azioni  nel rispetto delle politiche comunitarie.  Per Paolo Russo ( membro della Commissione agricoltura della Camera) questo tipo di richiesta da parte della UE  pone,  a seri rischi  la qualità del male in Italy, considerato che già da tempo l’Unione europea ha imposto la vendita nel nostro Paese di mozzarelle fatte all’estero con semilavorati industriali senza alcuna indicazione sull’etichetta. Per ora é arrivata una proroga che fa slittare i tempi al 29 settembre. Continueremo a mobilitarci per difendere le tradizioni del nostro Paese e la genuinità dei nostri prodotti.

Il  vero nodo dolente, secondo Russo è rappresentato dalla miopia dell’Europa, continua affermando che  É la solita filosofia di un’ Europa che non distingue ma omologa e massifica. Dopo il vino senza uva e l’aranciata senza arance tocca ora ai nostri formaggi. Qui non si vuol ragionare di diritto astratto, piuttosto si ritiene in chiave nazionale di interpretare un modello di agricoltura distintiva e riconoscibile e peraltro tanto apprezzata dai consumatori mondiali.

Per Corrado Martinangelo collaboratore segreteria particolare ministro dell’agricoltura, tiene a sottolineare come anche se non siamo ancora all’ Europa politica, essa ha a cuore il libero mercato e la concorrenza e in tale quadro ha chiesto all’ Italia di modificare la norma.

 Il Ministro Martina, di converso, ha espresso tutta la propria contrarietà chiedendo una discussione di fondo negli organi europei; in ogni caso bisogna precisare che l’ Ue non chiede l’ obbligo di utilizzare il latte in polvere ma di non vietarlo; se dovesse vincere tale ipotesi significherebbe per il governo italiano sostenere ancora di più e con più mezzi e strumenti la qualità del nostro latte e il mondo zootecnico, in quanto noi dobbiamo aggredire i mercati con la distintività ma anche con una maggiore organizzazione della filiera; infine il latte in polvere non potrà mai riguardare i prodotti a marchio dop, ecc..

Tanti quindi i rischi in cui  sia le imprese che i consumatori potranno incappare, se non si troveranno delle giusti e oggettive soluzioni. Molto complicato trovare un equilibrio fra quello che chiede l’UE e quello che è meglio per l’Italia.

 

Per Carmine Nardone ( Presidente di Futuridea) il possibile utilizzo di questi prodotti alternativi verrebbe consentito senza regole adeguate.  È necessario quindi che  l’Unione Europea, imponga  di colorare obbligatoriamente la polvere di latte in modo da evitare possibili usi non trasparenti lasciando liberi i consumatori di comprare eventualmente derivati rossi, gialli o azzurri.

Per Paolo Russo i principali rischi e danni saranno sopportati dalle imprese, continua affermando che  chi sarà maggioramene penalizzato saranno  imprese , in quanto  meno motivate a puntare sulla qualità ed i consumatori sempre più bombardati da offerte di cibo a basso costo ed a bassa qualità. È necessario chiarire,    che il latte concentrato non faccia male se prodotto in condizioni di efficienza di processo, ma il problema è un altro è necessario rivendicare e pretendere il dumping territoriale a favore dell’Italia. E’ necessario   riconoscere che se si apre la cataratta del latte in polvere chiuderanno centinaia di stalle italiane, perderemo in riconoscibilità e distintività, si disegnerà di fatto un’agricoltura di quantità ed uguale, insomma si trasformerà il nostro modello agricolo nazionale. In Europa al di là dei sofismi tecnico-giuridici dobbiamo con forza spiegare che non può esistere una agricoltura sola. Massificata, intensiva, indistinta ed incolore. Devono coesistere le diverse agricolture e tra queste certamente la specificità italiana non solo fa bene alla salute ed agli agricoltori, ma rappresenta un modello di Paese. Il bon vivre, il saper vivere, la cultura mediterranea e le eccellenze dei nostri straordinari prodotti. Non potremo mai arrenderci a questa Europa.

Uno dei punti dolenti della spinosa questione è rappresentato, anche,  dal sistema de controlli che diventerà più complicato e farraginoso.  Per Fugaro ( già dipenedenteMipaaf ed esperto del settore ) infatti, il sistema dei controlli dovrà essere adeguato al regime che verrà adottato poiché è chiaro che dovrà essere rafforzato per tutelare i produttori che vorranno continuare a produrre formaggi con l’impiego di latte fresco ed evitare che i produttori che utilizzano il latte in polvere nascondano fraudolentemente tale circostanza.  Oggi vi è un valido sistema di controllo che riguarda i prodotti DOP e Igp che seguono specifici disciplinari che vietano l’impiego di latte in polvere, che potrebbe essere adottato anche per le produzioni convenzionali ottenuto con l’impiego esclusivo di latte fresco.

Dello stesso parere Paolo Russo che rincara la dose affermando  che se dovesse essere abrogata la norma del 1974 sarà tutto più difficile perché a diventare tortuoso sarà lo stesso percorso di rintracciabilità. Ma il problema qui é anche un altro e non riguarda solo la diffida dell’Europa. Mentre, infatti, il Paese e le nostre eccellenze si trovano al cospetto di una nuova insidia, il Governo abolisce il Corpo Forestale dello Stato, cancellando con un colpo di spugna competenze e risorse che fino ad oggi hanno costituito un modello di tutela dell’ambiente e del patrimonio agricolo nazionale.

Da quanto  è emerso la situazione è spinosa e molto complicata; da un lato la necessità di rispettare quanto chiesto dalla UE dall’altra tutelare un comparto significativo. Cosa fare quindi come comportarsi? Quali le soluzioni?

Per Giuseppe Fugaro nel caso in cui l’Italia fosse costretta ad abrogare la legge del 1974 potrebbe verificarsi la stessa situazione verificatasi per la pasta alimentar per cui rimarrebbe in vigore il divieto di  produrre formaggi destinati al mercato interno con latte in polvere, mentre potrebbe essere consentito di farlo per quelli destinati all’estero così come i produttori degli altri Stati membri potrebbero liberamente inondare il mercato italiano di tali produzioni, ovviamente indicando in etichetta il differente impiego di materia prima e cioè latte in polvere non latte crudo fresco. Le motivazioni per mantenere in vigore la legge del 1974 non sono solo di tutela della qualità del Made in Italy ma anche e sopratutto di tutela dei produttori di latte italiana che vino avere una garanzia di sbocco per la loro produzione  anche se l’attuale struttura produttiva non consente di. Abbassare i costi di produzione del latte. Per Nardone, invece, le nuove etichettature intelligenti, potranno rappresentare delle valide soluzioni, in quanto  in grado di garantire l’autenticità del prodotto e la tracciabilità di ogni fase produttiva, è la strada per rendere agevole anche il sistema dei controlli.

La Graziussi, ritiene necessario , evidenziare in etichetta in maniera ancor piu visibile gli ingredienti utilizzati e mettere in risalto se il prodotto è fatto con latte fresco; inoltre è necessaria un’opera di educazione al consumo dei cittadini

Per  Stefano Berni  occorre che volontariamente sulle confezioni di formaggi e latte fatti solo con latte italiano venga indicato con chiarezza “prodotto solo con latte italiano”. E questa diventa un’opportunità perché la preoccupazione del consumatore di non sapere cosa mangia per noi deve diventare un vantaggio. Direi che non tutto il male viene per nuocere. E tale vantaggio dovrebbe manifestarsi anche sui prodotti DOP fatti obbligatoriamente solo con latte della zona DOP e quindi necessariamente solo italiano, anzi di una parte ristretta e ben definita dell’Italia. Se il sistema lattiero caseario italiano non saprà trasformare questa decisione avversa in un’opportunità vorrà dire che ha dormito o voluto dormire.

Quindi i danni non solo di tipo economico ma anche di perdita di quella ch molta parte della letteratura in materia chiama cultura immateriale, legata  non solo alla produzione ma anche alle tecniche di lavorazione.

Per  Alessandra Guigoni, antropologa culturale , l’Italia deve continuare a puntare sulla qualità organolettica e sull’eccellenza dei saperi e dei sapori, non ha senso perdere una fetta del mercato in nome del latte in polvere, il consumatore di prodotti italiani li compra in nome della storia, della cultura, della genuinità e della bontà dei prodotti stessi, la reputazione e dunque il valore aggiunto dipendono da questi fattori. I prodotti italiani sono prodotti identitari, e l’identità di questi prodotti dipende dalla reputazione e dai valori che veicolano, il made in Italy, con l’artigianalità da un lato, il genio e la creatività italiana, le tradizioni dall’altro, con la storia e la cultura millenaria delle produzioni. Se l’Italia si omologa al resto d’Europa i consumatori perderanno fiducia nei cfr. delle produzioni italiane. Vero è che purtroppo la GDO vende già prodotti d’importazione fatti con latte in polvere, e spesso i nostri consumatori non sono consapevoli di cosa stanno andando a consumare. Se si ragiona solo sul prezzo inferiore si sbaglia di grosso. Bisognerebbe convincere l’Unione Europea semmai a vietare i prodotti con latte in polvere in tutti gli stati membri, l’Unione europea deve puntare sulla qualità, non sulla quantità delle produzioni agroalimentari, tanto non potrà, alla lunga, nei prossimi decenni, competere con paesi produttori come i Brics. Se abbiamo questa qualità della vita, che ci invidiano gli americani, e c’è questa interessante longevità negli anziani europei, specie negli italiani e greci, la dobbiamo anche allo stile alimentare europeo e ai prodotti consumati nella vecchia Europa. L’Italian sounding porta via un bel po’ di miliardi l’anno, ed è l’effetto dello straordinaria reputazione del made in Italy. Va contrastato in modo molto più deciso ed efficace, perché vedo nel turismo, nell’agroalimentare e nei servizi (telematici in primis) ad essi connessi il vero unico futuro di questo Paese.

Per Vincenzo Pepe ( Presidente di FareAmbiente) l’abrogazione della norma, sarà una catastrofe  per le economie locali che poggiano la loro sussistenza sulle peculiarità dei prodotti tipici. La potenziare sostituzione del latte come materia prima con quello di importazione ( congelato o in polvere) potrebbe ad una alterazione sia della biodiversità agronomica ma anche culturale. E’necessario ricordare, infatti,  che in molte realtà rurali  e soprattutto di montagna l’allevamento del bestiame da latte consente una corretta manutenzione del territori, venendo meno questo tipo di attività  non solo si assisterà ad una desertificazione sociale, ma anche ad un abbandono dei territori che potrebbe alterare l’equilibrio ecologico dei luoghi e ad un maggiore rischio idrogeologico. Gli allevatori, gli agricoltori hanno sempre rappresentato le sentinelle del territorio.

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Consumatori

Luce e gas, via al portale statale ma senza comparare le offerte – da Il Fatto Quotidiano

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Fonte: Il Fatto Quotidiano del 16 luglio 2018, in edicola

di Patrizia De Rubertis

Verso la liberalizzazione . I milioni di euro di multa inflitti a Eni per la scorretta fatturazione dei consumi

Il provvedimento dell’Antitrust trae origine dalle segnalazioni dei consumatori che hanno lamentato maxi conguagli sulle bollette del 2007 Luce e gas, via al portale statale ma senza comparare le offerte.

La piattaforma dell’Authority riporta i prezzi del mercato libero e non quelli del tutelato » 

Ventidue milioni di consumatori dell’energia e 18 milioni del gas entro il primo luglio 2019 dovranno obbligatoriamente passare al mercato libero, così come ha deciso il ddl Concorrenza. Ma, salvo un ulteriore slittamento deciso dal governo nei prossimi mesi, questo passaggio iniziato nel 2009 potrebbe essere “subito” dalle famiglie che ignorano l’avvento della rivoluzione che mette fine al mercato libero. Con la concreta possibilità, tuttavia, di non scegliere il nuovo gestore che soddisfi le proprie esigenze e il serio pericolo di pagare una bolletta più cara. Tanto che, secondo un sondaggio effettuato dall’associazione Codici, un terzo delle famiglie non sa quanto spende davvero in elettricità e gas, mentre 1’80% ignora addirittura il tipo mercato in cui si trova. COSÌ, se la liberalizzazione del mercato nasce da un’esigenza di maggior concorrenza tra gli operatorie di più ampi margini di guadagno che possano portare a maggiori investimenti sul settore, le offerte “libere” già presenti sul mercato non sempre si sono rivelate convenienti. Senza giri diparole, quello che difatto ha sempre bloccato il passaggio (nel 2016 ultimo dato disponibile nel mercato libero c’era solo il 34,4% dei clienti domestici dell’elettricità e poco meno del 38% del gas) è la paura della mancanz a di trasparenza. Fino ad oggi, infatti, chi ha abbandonato consapevolmente il mercato libero (ma è alta lapercentuale dei clienti ai quali sono stati “estorti” contratti stipulati tramite reti di agenti che operano porta a porta o attraverso il teleselling), dopo la scadenza del primo anno quello su cui solitamente viene applicata una forte scontistica si è ritrovato a pagare più di prima. Mentre solo i più smanettoni che hanno sottoscritto i contratti via web sono riusciti a risparmiare fino al13%, secondole elaborazionidiRef Ricerche. Facciamo chiarezza. Alle decine di operatori di call center e agli emissari porta a porta che in queste settimane stanno telefonando o scampanellando a casa per comunicare che entro il mese in corso bisogna passare al mercato libero, va subito risposto che c’è ancora un anno di tempo per prendere una decisione così importante che vede sul piatto migliaia di euro all’anno che si sborsano per le bollette della luce e del gas. La scomparsa del mercato a maggior tutela significa, infatti, scegliere personalmente il proprio fornitore (come si fa con la telefonia), dal momento che non ci sarà più un garante, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (Arera), che ogni tre mesi stabilisce il prezzo di luce e gas. Un importo, frutto dell’acquisto collettivo di energia senza ricarichi, salvo i rialzi che si registrano solitamente per la corsa del petrolio. E che per ilterzo trimestre equivalgono a un +6,5% per l’elettricità e il +8,2% per il gas, che per una famiglia tipo equivalgono a un aumento di spesa da 24 euro all’anno.

COME FARE, quindi, a decidere a quale gestore affidarsi, la forma contrattuale da sottoscrivere (monoraria, bioraria, multioraria) e la condizione di prezzo (fissa, variabile)? E perché proprio queste tre domande? Sono i quesiti che pone il “Portale offerte”, il sito operativo da inizio mese e realizzato dall’Acquirente Unico sulla base delle indicazioni fornite dall’Arera. Iniziativalodevole che dovrebbe aiutare le famiglie a individuare l’offerta più vantaggiosa rispetto al proprio profilo di consumo visualizzando le cosiddette offerte “placet”, vale a dire le proposte commerciali per i clienti domestici che contengono un prezzo determinato dal venditore, ma a condizioni contrattuali e struttura di prezzo definiti dall’Authority. Noi abbiamo fatto la prova sul campo. Quasi impossibile trovare il sito che non solo non è indicizzato sui motori di ricerca, ma non è neanche promosso sul sito dell’Arera, dove tra i banner in bella evidenza, campeggia ancora il “Trova offerte”, il vecchio comparatore. Poi, una volta che si inseriscono i dati, l’offerta del fornitore che esce è alquanto improbabile: un gruppo sconosciuto che riconduce a un sito assi lontano dal concetto di trasparenza tariffaria. “Questo portale ingenera solo confusione in un settore già di per sé molto complicato”, commenta Luigi Gabriele di Codici. Che spiega: “Peccato che si siano dimenticati di comparare queste offerte con il prezzo del servizio ditutela, ossia proprio con il parametro di riferimento piu importante; inoltre mancano le offerte green, qualsiasi informazione sui bonus destinate alle fasce più deboli”. E dal nostro . Dal canto suo l’Acquirente unico si discolpa spiegando che il sito è in fase di rodaggio e che la comparazione tra le offerte avverrà per gradi: a dicembre verranno pubblicate tutte le offerte esistenti sul mercato. Ma il peccato originale della mancata comparazione con il prezzo della tutela resterà.

L’aumento della spesa per luce (+6,5%) e gas (+8,2%) della famiglia tipo nel mercato tutelato per il terzo trimestre 34,4% La quota dei clienti domestici che nel 2016 sono passati al mercato libero dell’elettricità Sul fronte del gas, la percentuale è poco meno del 38% 21% La quota totale sul mercato libero che detiene Enel. Edison è al 6,1%, Eni al 5,5% e agli altri operatori va il 24,9% Alt 1.6 r 72). tr. . r. . 41 ».. . 1¦Igh tie ” Contratto Placet È la nuova proposta ibrida che i rivenditori devono fornire per agevolare gli utenti

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Bollette LUCE E GAS – Bomba ad orologeria per il governo giallo-verde

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di Luigi Gabriele – (ringrazio per gli spunti tecnici Giuseppe Dell’Acqua Brunone- Markettaro dell’energia)

Dalla relazione annuale ARERA relativa all’anno 2017 sul settore Elettrico,  relazione che l’Autorità avrebbe dovuto presentare alle Camere come prevede la legge e che invece, per la prima volta nella storia, non è stato fatto, emerge una situazione a tinte fosche e potenzialmente una bomba per il Governo in carica, in vista della piena liberalizzazione del luglio 2019.

Un’Autorità di regolazione che decide di non adempiere a questo obbligo normativo, pubblicando unicamente sul proprio sito una relazione dalla quale appare chiaro che 3 soli operatori coprono il 45% del mercato mentre il 75% è suddiviso tra 16, ci lascia con l’amaro in bocca e con più di qualche dubbio.

Cosa emerge? Sul libero mercato, i primi 20 operatori hanno il 78% delle utenze, i restanti 544 hanno solo il 22% e più semplicemente che, si può essere un fornitore di energia anche con lo 0,01% del mercato e questo, se da una parte ci preoccupa, dall’altra ci rincuora per il fatto che in qualsiasi momento qualcuno con una tecnologia o una modalità dirompente potrebbe cambiare le carte in tavola.

Nel 2017 sono nati 22 nuovi fornitori e quasi sempre sono piccoli reseller molto aggressivi dal punto di vista commerciale, o molto fantasiosi, e questo non è una dramma, purché operino in maniera “pulita”.

Ben tre milioni ed 800 mila consumatori hanno cambiato fornitore almeno 1 volta, inoltre il tasso di switching sta crescendo sensibilmente. Sembra che siano orientati prevalentemente verso i principali operatori ma, tra sanzioni dell’Antitrust sempre più rilevanti sul profilo della reputazione e consumatori cavillosi che effettuano ricerche on line estremamente profilate, di fatto, tutto questo sta cambiando notevolmente il mercato, grazie anche al nostro ruolo che ci vede e ci vedrà sempre più presenti sui principali media nazionali nel parlare di utenze in vista della fine della tutela.

Lo attestano le domande più svariate che ci vengono rivolte e la forte esigenza nel comprendere cosa sta accadendo. Qualcosa quindi sta cambiando e prevediamo che molto cambierà nell’atteggiamento dei consumatori, ma soprattutto prevediamo che il luogo principale del cambiamento sarà la rete.

Non è un caso che il SUD abbia il più basso tasso di switching verso il libero mercato, questo dimostra ancora una volta che il cambiamento è un fattore comportamentale che, a mio avviso, seguirà la scia del mercato TLC prima, e delle assicurazioni, dei viaggi, dell’e-commerce poi.

Saranno i dispositivi e la tecnologia a cambiare tutto. Siamo già nell’era Blockchain, dell’IA, del quantum computing e dei big data, tutto quindi si fa molto più emozionante ed avvincente.

Ricapitolando: ci sono ancora 18 milioni di utenti nel servizio di tutela (61% del mercato) ma al 1° luglio 2019 dovranno necessariamente aver scelto. Bella sfida! Non ho mai visto nei miei 10 anni di esperienza nel consumerismo un cambiamento così radicale, se vogliamo disruptive.

 

Prevedo di tutto, ma soprattutto che gli elementi principali da tenere in considerazione saranno: reputazione e fidelizzazione.

Sul profilo commerciale appare interessante che solo il 14,6% abbia scelto un contratto dual fuel.

L’italiano comunque nel 63% dei casi preferisce la proposta monoraria (nonostante da sempre abituato alle fasce), l’84% preferisce il prezzo fisso come per il settore bancario nei mutui e solo il 5% gradisce una clausola di durata minima, questo significa che non ci piace essere sposati troppo a lungo a meno che non si tratti di una coppia felice.

Chi ha scelto opzioni aggiuntive, per il 45% è sensibile all’energia verde, un altro 45% ama la raccolta punti, il 5% prodotti per risparmio o efficienza energetica.  Insomma, basta con le lampadine e le lavatrici, il consumatore vuole energia pulita e sentirsi coccolato con dei regalini di tanto in tanto.

In tutto questo, il 3,8% degli utenti ha sottoscritto un contratto online, ma l’80% dei fornitori non prevede offerte Web(sic.). Ecco la super classifica show!

Stupisce che, tra tutti questi dati le quattro cose messe in campo per sostenere il passaggio verso la liberalizzazione, ovvero: tutela simile, portale offerte, offerta Placet e albo operatori, siano tutti e quattro un fallimento regolatorio ed operativo.

Quindi non stupirà se pronostichiamo che il Governo e il Parlamento avranno grossi grattacapi sia sotto l’assetto comunicativo che gestionale, quando si troveranno 30 milioni di italiani imbufaliti perché non hanno capito cosa fare e non troveranno nessun vantaggio!

Ricordiamo che nella nostra ultima indagine, su un campione di 2000 consumatori è emerso che gli italiani per l’80% non sanno cos’è il mercato libero e quello tutelato, ma soprattutto al 90% non conoscono il prezzo dell’energia e del gas.

Come gestire questa situazione, visto anche che ormai sulle nostre bollette il 60% di entrambe(luce e gas) serve a coprire oneri che nulla hanno a che vedere con la materia prima?

Cosa accadrà?

“Se le formiche si mettessero d’accordo potrebbero spostare un elefante”, quindi l’informazione degli utenti potrebbe spostare non solo le fette di mercato che prima abbiamo detto essere concentrate, ma anche l’orientamento e il giudizio politico sulle scelte energetiche.

In bocca al lupo a tutti

Di Luigi Gabriele

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Consumatori

Autostrade: rincari sui pedaggi delle A24 e A25 | Stangata del +12,89% dal 1° gennaio 2018

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CODICI si oppone all’aumento delle tariffe autostradali

L’Associazione CODICI contesta il continuo aumento dei pedaggi autostradali. In particolare, nella zona tra Roma e le aree interne del centro Italia, sulla A24 e A25, stiamo assistendo ad un ulteriore aumento che mette a duramente alla prova il diritto alla mobilità di tanti cittadini e pendolari che affrontano ogni giorno quelle tratte e devono far fronte a costi insostenibili, spesso non avendo alternative ferroviarie a disposizione.

Il Sottosegretario ai Trasporti Dell’Orco, nel recente incontro con i Sindaci di Lazio e Abruzzo, riconduce il problema al pronunciamento del Tar sulla concessione in atto con Società Strada dei Parchi spa, di proprietà dell’imprenditore Carlo Toto, concessionario sia della A24 che della A25 e assicura che farà accelerare l’aggiornamento del Piano Economico-Finanziario, a cui è legata la convenzione.

Le richieste più urgenti attualmente sono: la ridefinizione dei criteri di concessione al fine di garantire una tariffa adeguata per un’area interna svantaggiata, una gestione pubblica dei tratti, che quindi dovrebbero tornare all’Anas, il declassamento della tratta A24 da ‘montana’ a ‘non montana’ nel tratto laziale, il congelamento al 12% degli aumenti, oltre ad una riduzione tariffaria almeno per i pendolari, attraverso abbonamenti calmierati, annunciati ma mai realizzati.

Secondo il dossier realizzato da CODICI, la situazione delle Autostrade in Italia è critica proprio a causa di questo sistema di concessioni, penalizzato dalla mancanza di investimenti e di lavori per la manutenzione promessa dai Concessionari.

L’Associazione ritiene che sia necessario fare un punto sulla sicurezza delle nostre strade in Italia e  sulla gestione delle Concessioni, il controllo delle scadenze e i tempi per realizzare nuove gare d’appalto.

“Chiediamo al Ministero dei Trasporti una soluzione strutturale e programmatica che porti davvero a calmierare il prezzo delle tariffe autostradali –  afferma il Segretario Nazionale di CODICI Ivano Giacomelli – Al cittadino che vede aumentare la tariffa autostradale del 2,5% l’anno, in modo immediato deve essere garantito un piano di lavoro che rispetti alcuni criteri per dare senso a questo continuo aumento dei prezzi”.

Per coloro che volessero approfondire l’argomento, invitiamo i lettori a seguire il servizio video sul tema: https://www.spazioconsumatori. tv/media-gallery/1530- autostrade-in-italia-dossier- codici-pochi-investimenti.html

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