Roma, 22 marzo 2016 – Per ogni 100 calorie date agli animali degli allevamenti ne ritornano indietro 17/30 calorie in carne e latte e se si riducesse del 50% i consumi di carne, latte e uova si ridurrebbero del 25-40% le emissioni dei gas serra. Sono questi i dati salienti emersi dal nuovo dibattito organizzato da Pro\Versi (www.proversi.it), la piattaforma online di discussioni e dibattiti. Con i contributi del prof. Giuseppe Pulina, ordinario di Zootecnia Speciale e direttore generale AGRIS Sardegna, e la dott.ssa Annamaria Pisapia, direttrice del CIWF Italia Onlus, il nuovo video dibattito che ha analizzato i vari aspetti sugli allevamenti intensivi, da quella igienico-sanitaria e alimentare a quella ecologica ed economica. A partire soprattutto dall’allarme lanciato dall’AIRC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro nello scorso ottobre, si è riaperto il dibattito, non solo sull’eventuale cancerogenicità della carne, ma anche sui metodi di allevamento del bestiame e di lavorazione dei prodotti derivati. Le posizioni sono diverse e distanti tra loro. Già a partire dalla distinzione tra allevamenti intensivi e allevamenti industriali le distanze tra le opinioni in campo risultano notevoli. Se per il prof. Pulina “non dobbiamo confondere gli allevamenti intensivi con gli allevamenti industriali, dove animali e molte volte anche persone sono trattati come oggetti in una catena di montaggio”. Quelliintensivi, invece, “se rispettano il benessere degli animali e il benessere dei lavoratori, che stanno vicino agli animali […], sono la migliore soluzione che oggi abbiamo per rispondere a quelle che sono le sfide di sfamare il pianeta e di sfamarlo riducendo gli impatti”, per la dott.ssa Pisapia l’allevamento intensivo “priva gli animali di tutto ciò che rende la vita dell’animale stesso degna di essere vissuta. Un allevamento industriale – che certamente è un allevamento su scala commerciale – può contenere, invece, elementi di benessere animale, perché, ovviamente, può essere meno intensivo”. Per il prof. Pulina  gli allevamenti intensivi sono senz’altro la soluzione più efficiente per la crescente domanda globale di cibo, poiché in essi “concentriamo più animali per superficie e ottimizziamo tutti i fattori della produzione, rendendo possibile produrre di più utilizzando meno risorse”. Inoltre, le emissioni di elementi inquinanti sono “minori per unità di prodotto: emissioni di gas serra, emissioni di azoto e altre emissioni secondarie”. Di diverso avviso la direttrice del CIWF Italia, Annamaria Pisapia, la quale afferma che l’allevamento intensivo è “la soluzione più inefficiente per fronteggiare la crescente domanda globale di cibo, perché esso si fonda sulla maggior causa di spreco e perdita di cibo: il nutrire gli animali con cereali commestibili per l’uomo […] gli animali non convertono efficientemente queste risorse. Infatti, per ogni 100 calorie date agli animali sotto forma di cereali noi riceviamo in media solo 17/30 calorie in carne e latte”. Sostiene, inoltre, che l’allevamento intensivo “inquina terribilmente”: “le Nazioni Unite, dicono che la produzione animale intensiva è probabilmente la fonte principale di inquinamento idrico” e “contribuisce anche alle emissioni di gas serra globali”, “se si riducesse come noi diciamo [CIWF Italia Onlus] del50% il consumo di carne, latte e uova nell’Unione europea potremmo ridurre le emissioni del 25-40%