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Consumatori

I-Com, replica a: “Consumatori in fuga da chi? Il 3° rapporto “I-Com and Partners” sul consumerismo italiano”.

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Scriviamo dopo aver letto con una certa sorpresa il post “Consumatori in fuga da chi? Il 3° rapporto “I-Com and Partners” sul consumerismo italiano”.

Già dal titolo si potrebbe inferire che dietro il nostro Istituto si celino oscuri interessi tesi a minare l’indipendenza delle associazioni dei consumatori. In realtà, come tutti sanno, da 2 anni l’Osservatorio I-Com sui Consumatori racconta la realtà del consumerismo italiano, rappresentato dai suoi tre principali pilastri: le autorità, le associazioni dei consumatori e le aziende. Lo facciamo, come nei diversi ambiti di studio di cui ci occupiamo, sulla base dei numeri e facendo parlare direttamente i protagonisti nel Rapporto e nei nostri convegni. Crediamo dunque di essere diventati una cassa di risonanza significativa (anche se naturalmente non ci arroghiamo di essere né l’unica né la principale) per le stesse associazioni, che ci riconoscono il merito di essere uno dei pochi soggetti a parlare di loro in maniera puntuale ed estesa.

Proprio per questo, se accettiamo volentieri critiche che ci aiutino a migliorare un prodotto che giudichiamo di buona qualità ma certamente perfettibile, non possiamo accettare che il nostro lavoro sia screditato in maniera tanto evidente quanto infondata. Senza replicare punto su punto al pezzo in questione, per evitare di annoiare il lettore, riteniamo opportuno svolgere qualche doverosa considerazione e precisazione riguardo le inesattezze ed affermazioni più gravi ivi formulate:  

  • Per l’autore del pezzo I-Com avrebbe “premiato […] un’azienda energetica, per il miglior rapporto con i consumatori”. I-Com non ha mai dato premi né ad aziende né ad ogni altro tipo di organizzazione. Facciamo ricerca e informazione, non distribuiamo medaglie.
  • Sempre secondo l’autore del pezzo, nel rapporto dell’anno scorso i ricercatori I-Com “diedero i numeri sui siti internet delle associazioni, dovendo ritrattare perché tutti completamente sbagliati”. Premesso che la genericità dell’affermazione non consente una replica puntuale, ci teniamo a precisare che non abbiamo mai dato numeri sui siti internet delle associazioni. Se, come crediamo, l’autore dell’articolo si riferisce alla fotografia fatta sulle pagine degli account delle associazioni dei consumatori rappresentative a livello nazionale sui principali social media (Facebook, Twitter e YouTube), l’affermazione è gravemente infondata e fuorviante poiché delle 46 pagine di social network analizzate (al 25/3/2013) solo in un caso ci è stato segnalato un errore, da parte di Adiconsum sulla propria pagina Facebook (svista generata dalla circostanza di aver tenuto in considerazione il profilo e non la pagina fan dell’Associazione); errore che abbiamo riconosciuto, come è nostro costume, dandone pubblicità nell’ultima edizione del Rapporto.
  • Per quanto attiene all’ulteriore affermazione per cui il nostro studio sarebbe basato su “un po’ di dati presi in giro (prevalentemente da Internet)”, è di tutta evidenza, per chiunque esamini il nostro rapporto con un minimo di obiettività e con qualche esperienza di ricerca, che una parte significativa dei dati sono raccolti in maniera originale e con notevole sforzo (mi riferisco in particolare a quelli sulle sanzioni delle Autorità, sulle opinioni degli italiani e sulla rappresentazione del mondo consumeristico sulla stampa quotidiana). Laddove i dati siano reperiti da un’altra fonte, quest’ultima è sempre puntualmente riportata per ogni figura o tabella, in conformità ai consolidati standard delle pubblicazioni di carattere scientifico.
  • Infine, il pomo della discordia: “in barba alla correttezza e pensando di fare scalpore, è stato anticipato su italiaoggi.it un pezzo della ricerca che annunciava la fuga di iscritti dalle associazioni”. In realtà, come tutti sanno, le anticipazioni media degli studi sono una prassi del tutto normale. Dunque non siamo stati né scorretti né tantomeno volevamo produrre scalpore ma semmai dare la giusta attenzione a profili della ricerca che altrimenti sarebbero annegati in poche righe o per nulla riportati. Inoltre, mentre evidentemente il titolo di un articolo è responsabilità della testata, nello stesso si fornisce con piena evidenza una spiegazione (“il nuovo quadro giuridico”) che mostra di condividere anche l’autore del pezzo al quale stiamo rispondendo. Perché dunque alimentare polemiche inutili?

Per concludere, se proprio avessimo voluto togliere spazio e credibilità alla rappresentanza dei consumatori, non avremmo certamente inserito nel rapporto i dati del sondaggio che abbiamo proposto quest’anno, che, al contrario, testimoniano un livello di fiducia generale nelle associazioni pari o superiore a 6 (su una scala da 1 a 10) da parte di due italiani su tre. Per inciso, un punteggio nettamente più alto rispetto alla media complessivamente ottenuta dalle autorità e dalle imprese, di cui si dà ampio risalto nel report e in tutte le nostre forme di comunicazione verso l’esterno.

Mattia Fadda, Responsabile Relazioni Esterne Istituto per la Competitività

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Consumatori

Ferrovie: Federconsumatori esposto a Trenitalia sui tempi di percorrenza delle tratte regionali

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La “traccia orario” è il tempo assegnato ad un treno per percorrere una certa relazione.

Il tempo impiegato dovrebbe ricavarsi dalla formula t=S/v; dalla quale risulta evidente come il tempo necessario è in rapporto sia allo spazio da percorrere, sia alla velocità.

In realtà in ferrovia non bastano questi elementi per determinare la “traccia orario”, se ne aggiungono alcuni (spesso motivati), e altri di cui nessuno capisce la motivazione.

Solo Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana sono in grado di capire perché per percorrere la relazione Pescara-Montesilvano con treni regionali (ma ci sono centinaia di casi analoghi in Italia) a volte bastano 4 minuti altre volte ne occorrono 17. Eppure, nel caso considerato, i treni viaggiano a velocità simile, non ci sono fermate intermedie e la distanza tra le stazioni è sempre la stessa; ma i tempi assegnati ai treni per percorrere la stessa distanza sono diversissimi.

Un problema che non va sottovalutato, dal momento che ogni minuto di percorrenza di un treno costa alla collettività circa 10 euro.Questo vuol dire che, se al treno Montesilvano-Pescara si assegnano 13 minuti più del dovuto, la comunità pagherà in più 130 euro al giorno; quasi 50.000 euro ogni anno, solo per quel treno! (E questo vale per tutte le altre tratte interessate!

Se il risultato dei vari algoritmi utilizzati per calcolare il prezzo dei servizi da pagare conserva l’apparenza della neutralità, la traccia oraria è chiaramente determinata dagli interessi delle Ferrovie, senza che nessuno possa eccepire alcunché.

Eppure dalle tracce orario dipendono: 1) i costi sostenuti dalle regioni per pagare i corrispettivi a Trenitalia per l’offerta del servizio regionale; 2) la possibilità di applicare o meno le sanzioni a Trenitalia in caso di ritardo; 3) la qualità del servizio ferroviario regionale ;4) la concreta possibilità di apertura del mercato ferroviario.

Per evidenziare un abuso di posizione dominante da parte delle Ferrovie italiane nel mercato ferroviario, la Federconsumatori ha presentato un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Lo stesso esposto è stato inviato all’Autorità di Regolazione dei Trasporti e, per conoscenza, anche al Ministro dei Trasporti (con due precedenti esposti della nostra Associazione al Garante, sono state comminate due diverse sanzioni: la prima da un milione di euro nel 2014, la seconda da cinque milioni di euro nel 2017).

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Consumatori

Paghereste un caffè l’80% in più della media? La polemica su Starbucks a Milano

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Starbucks, il colosso del caffè americano sbarca in Italia con il primo mega store a Milano: per il nostro Paese si tratta di una piccola rivoluzione culturale che da una parte, sicuramente, amplia la concorrenza tra bar e caffeterie, dall’altra suscita qualche perplessità sui costi, davvero molto alti. Pagare un caffè espresso 1,80 è davvero esagerato, senza contare i 3,50 euro del caffè americano, per poi salire di prezzo per caffè più sofisticati: è l’80% in più rispetto alla media milanese!

Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili dell’Osservatorio prezzi e tariffe del ministero dello Sviluppo economico, infatti, che utilizza i prezzi ufficiali rilevati dagli Uffici comunali di statistica nell’ambito della rilevazione mensile dell’Istat, in media il caffè espresso a Milano costa 1 euro, 1,10 euro la quotazione massima. Da Starbucks, quindi, si paga l’espresso, mediamente, 80 centesimi più rispetto al resto della città, 70 centesimi di differenza considerando i bar più cari. Considerato che per molti il caffè al bar è un’abitudine giornaliera irrinunciabile, diventa quasi un lusso!

Ma quanto costa, invece, il caffè fatto in casa? In generale utilizzando 7 grammi di miscela,  il caffè casalingo costa mediamente 12 centesimi, quindi andare da Starbucks ci costa il 2471% in più della tazzina di caffè home made.

Non tutti sanno però che il costo del caffè di casa dipende anche dallo strumento utilizzato: una tazzina di caffè con la tradizionale moka costa infatti circa 0,12 centesimi, mentre con la macchinetta a capsule 0,41 centesimi; per sapere qual è la macchinetta per il caffè più adatta alle diverse esigenze e confrontare i prezzi del caffè fatto con moka, macchinetta automatica, a capsule o a cialde, leggi la nostra indagine Quanto ci costa un caffè espresso fatto in casa

Autore: Unione Nazionale Consumatori

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Consumatori

Cambio operatore telefonico| MDC : caos portabilità AGCOM garantisca tempi certi e indennizzi agli utenti coinvolti.

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Evidentemente non sono bastate le multe per la fatturazione 28 giorni e quelle per la minaccia di iscrizione a inesistenti banche dati morosi irrogate da Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e Antitrust alle principali compagnie telefoniche per far rispettare i consumatori italiani.

Come denuncia il Movimento Difesa del Cittadino l’Annus horribilis degli utenti della telefonia continua ancora per migliaia di utenti infuriati a causa dei ritardi della migrazione del proprio numero verso Iliad ed altri nuovi operatori da parte degli incumbents.

È soprattutto il caso Vodafone a tenere banco in queste ore, con numerosi clienti di fatto irraggiungibili a causa dei gravi rallentamenti nella trasmissione del proprio numero di cellulare dalla compagnia al nuovo operatore prescelto dal consumatore.

Come sottolineato da MDC, al danno per la irreperibilità si aggiunge la beffa di dover tollerare scuse banali come l’errore nella trascrizione del proprio codice fiscale e continui rimpalli della responsabilità tra vecchio e nuovo operatore.

Per il Presidente nazionale del Movimento Difesa del Cittadino Francesco Luongo è urgente un intervento di AGCOM per garantire il sacrosanto diritto degli utenti alla Mobile Number Portability oltre ad una istruttoria sulla plateale violazione di quanto stabilito nella Delibera 147/11/CIR e connesso diritto dei clienti di ricevere il pagamento degli indennizzi previsti dall’articolo 14 pari a € 2,5 per ogni giorno lavorativo di ritardo fino ad un massimo di € 50,00 che dovrà versare l’operatore ricevente che a sua volta si rivarrà poi sul donating.

Tutta la rete del Movimento si sta attivando in queste ore per supportare i reclami dei consumatori e garantire il pagamento delle somme dovute.

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