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I seri rischi di un black out a causa delle rinnovabili (di Edoardo Beltrame)

Gli impianti, eolici e fotovoltaici, producono energia in corrente continua. Per riversarla nella rete elettrica, che funziona a corrente alternata, hanno bisogno di un dispositivo, l’inverter, che converte la corrente continua in corrente alternata, “agganciandola” alla tensione e alla frequenza di rete.

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Le grandi centrali termoelettriche garantiscono la stabilità della rete, perché equipaggiate con macchine elettriche rotanti le cui caratteristiche sono:

1) statismo: ogni generatore sincrono è in grado di dare più potenza, quando la frequenza diminuisce, e ridurla quando invece aumenta.

2) corrente di corto circuito: prima dell’intervento delle protezioni elettriche, che evitano che si sfasci, la macchina elettrica riesce a “dissanguarsi” fornendo una corrente che vale 4, 5 volte la corrente nominale tamponando eventuali guasti della rete, alimentandola fino all’intervento delle protezioni, che limitano il guasto a una singola porzione di rete.

L’elettronica degli inverter non consente questa elasticità:

1) non c’è statismo; quindi gli impianti versano sempre la potenza che la cella fotovoltaica, o il generatore dell’aeromotore,producono, indipendentemente dalla frequenza; sono come un’automobile senza acceleratore, che non si accorge se stiamo andando in salita o in discesa.

2) hanno correnti di corto circuito limitate (1,1 volte la corrente nominale); non rilevano il cortocircuito della rete e forniscono sempre la stessa corrente, anche a fronte di consistenti abbassamenti della tensione.

3) un’ulteriore componente del sistema, la protezione, stacca immediatamente per variazioni di frequenza o di tensione della rete. Le protezioni sono spesso inadeguate e non è chiaro se proteggano la rete o il macchinario dell’impianto. Un autentico far-west, come denuncia AEEG – l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas – “ L’Autorità ha già provveduto a informare il Ministro dello Sviluppo Economico e l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato affinché possa verificare se vi siano o vi siano stati comportamenti opportunistici e collusivi da parte dei costruttori dei sistemi di protezione di interfaccia”

Consistenti quote di energia da inverter, prodotte da più di mezzo milione di nuovi impianti, rendono quindi la rete instabile e il fenomeno si amplifica nelle giornate festive di basso carico, quando, buona parte della generazione termoelettrica è spenta, e la produzione da fotovoltaico diventa preponderante.

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Nelle ultime domeniche di luglio, il carico medio era di circa 23.000 MW, dei quali 12.000 MW di rinnovabile, 8.000 MW di importazione e 3.000 MW di generazione rotante.

In giornate come queste, il rischio di black-out aumenta considerevolmente: il venir meno di una quota d’importazione, farebbe infatti staccare in cascata gli impianti fotovoltaici e, con una potenza rotante in funzione così limitata, sarebbe lungo e molto complicato, tornare a regime.

Accadde già nel settembre del 2003, ma oggi la situazione è ancora più rischiosa perché, dal 2003, sono stati installati più 10.000 MW di rinnovabile, che possono staccare tutti insieme. Nel novembre del 2006, un altro blackout, quella volta europeo, lasciò l’Italia, solo parzialmente, indenne.

Al problema nazionale, si aggiungono quelli “locali”, legati alla disomogenea distribuzione della generazione e alla strutturale inadeguatezza dei collegamenti in alta tensione, tra Nord e Sud e tra le isole e il continente.

Spostare potenza elettrica non è come scambiare dati con Internet: una rete priva di gerarchia, nella quale ciascun soggetto dotato di IP si affaccia, in modo paritario e senza bisogno di dispacciamento per scambiare dati nelle due direzioni.

La rete elettrica attuale, invece, per come si è evoluta da fine ‘800, è concepita per collegare pochi soggetti produttori a tanti soggetti utilizzatori, con notevoli problematiche legate alla natura “materiale” della potenza (molto più materiale di un flusso di byte) e con la necessità del dispacciamento, che equilibra produzione e consumo.

Tutto nasce, come sempre, dalla cronica mancanza di pianificazione del nostro paese: prima d’incentivare “a pioggia” le rinnovabili bisognava rendersi conto che si sarebbero presentati questi problemi e ora, come sempre, bisogna inseguire per correggere.

Dall’inizio bisognava far sì che il mix delle fonti di generazione fosse equilibrato e non distorto da meccanismi ideologici come quello che mette le rinnovabili tra i buoni e tutti gli altri tra i cattivi.

Soprattutto in Italia, assistiamo a un devastante effetto a catena: paghiamo l’energia un terzo in più degli europei, per gli incentivi alle rinnovabili; con l’energia così cara chiudono le industrie e con il carico ridotto aumenta la penetrazione delle rinnovabili nella generazione, a tutto vantaggio dei Cinesi che, non solo producono i pannelli solari, ma stanno anche investendo nelle reti.

Nel frattempo,comprate qualche candela e pensate com’è semplice, per Francia e Germania, lasciarci al buio.

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Consumatori

Ferrovie: Federconsumatori esposto a Trenitalia sui tempi di percorrenza delle tratte regionali

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La “traccia orario” è il tempo assegnato ad un treno per percorrere una certa relazione.

Il tempo impiegato dovrebbe ricavarsi dalla formula t=S/v; dalla quale risulta evidente come il tempo necessario è in rapporto sia allo spazio da percorrere, sia alla velocità.

In realtà in ferrovia non bastano questi elementi per determinare la “traccia orario”, se ne aggiungono alcuni (spesso motivati), e altri di cui nessuno capisce la motivazione.

Solo Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana sono in grado di capire perché per percorrere la relazione Pescara-Montesilvano con treni regionali (ma ci sono centinaia di casi analoghi in Italia) a volte bastano 4 minuti altre volte ne occorrono 17. Eppure, nel caso considerato, i treni viaggiano a velocità simile, non ci sono fermate intermedie e la distanza tra le stazioni è sempre la stessa; ma i tempi assegnati ai treni per percorrere la stessa distanza sono diversissimi.

Un problema che non va sottovalutato, dal momento che ogni minuto di percorrenza di un treno costa alla collettività circa 10 euro.Questo vuol dire che, se al treno Montesilvano-Pescara si assegnano 13 minuti più del dovuto, la comunità pagherà in più 130 euro al giorno; quasi 50.000 euro ogni anno, solo per quel treno! (E questo vale per tutte le altre tratte interessate!

Se il risultato dei vari algoritmi utilizzati per calcolare il prezzo dei servizi da pagare conserva l’apparenza della neutralità, la traccia oraria è chiaramente determinata dagli interessi delle Ferrovie, senza che nessuno possa eccepire alcunché.

Eppure dalle tracce orario dipendono: 1) i costi sostenuti dalle regioni per pagare i corrispettivi a Trenitalia per l’offerta del servizio regionale; 2) la possibilità di applicare o meno le sanzioni a Trenitalia in caso di ritardo; 3) la qualità del servizio ferroviario regionale ;4) la concreta possibilità di apertura del mercato ferroviario.

Per evidenziare un abuso di posizione dominante da parte delle Ferrovie italiane nel mercato ferroviario, la Federconsumatori ha presentato un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Lo stesso esposto è stato inviato all’Autorità di Regolazione dei Trasporti e, per conoscenza, anche al Ministro dei Trasporti (con due precedenti esposti della nostra Associazione al Garante, sono state comminate due diverse sanzioni: la prima da un milione di euro nel 2014, la seconda da cinque milioni di euro nel 2017).

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Consumatori

Paghereste un caffè l’80% in più della media? La polemica su Starbucks a Milano

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Starbucks, il colosso del caffè americano sbarca in Italia con il primo mega store a Milano: per il nostro Paese si tratta di una piccola rivoluzione culturale che da una parte, sicuramente, amplia la concorrenza tra bar e caffeterie, dall’altra suscita qualche perplessità sui costi, davvero molto alti. Pagare un caffè espresso 1,80 è davvero esagerato, senza contare i 3,50 euro del caffè americano, per poi salire di prezzo per caffè più sofisticati: è l’80% in più rispetto alla media milanese!

Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili dell’Osservatorio prezzi e tariffe del ministero dello Sviluppo economico, infatti, che utilizza i prezzi ufficiali rilevati dagli Uffici comunali di statistica nell’ambito della rilevazione mensile dell’Istat, in media il caffè espresso a Milano costa 1 euro, 1,10 euro la quotazione massima. Da Starbucks, quindi, si paga l’espresso, mediamente, 80 centesimi più rispetto al resto della città, 70 centesimi di differenza considerando i bar più cari. Considerato che per molti il caffè al bar è un’abitudine giornaliera irrinunciabile, diventa quasi un lusso!

Ma quanto costa, invece, il caffè fatto in casa? In generale utilizzando 7 grammi di miscela,  il caffè casalingo costa mediamente 12 centesimi, quindi andare da Starbucks ci costa il 2471% in più della tazzina di caffè home made.

Non tutti sanno però che il costo del caffè di casa dipende anche dallo strumento utilizzato: una tazzina di caffè con la tradizionale moka costa infatti circa 0,12 centesimi, mentre con la macchinetta a capsule 0,41 centesimi; per sapere qual è la macchinetta per il caffè più adatta alle diverse esigenze e confrontare i prezzi del caffè fatto con moka, macchinetta automatica, a capsule o a cialde, leggi la nostra indagine Quanto ci costa un caffè espresso fatto in casa

Autore: Unione Nazionale Consumatori

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Cambio operatore telefonico| MDC : caos portabilità AGCOM garantisca tempi certi e indennizzi agli utenti coinvolti.

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Evidentemente non sono bastate le multe per la fatturazione 28 giorni e quelle per la minaccia di iscrizione a inesistenti banche dati morosi irrogate da Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e Antitrust alle principali compagnie telefoniche per far rispettare i consumatori italiani.

Come denuncia il Movimento Difesa del Cittadino l’Annus horribilis degli utenti della telefonia continua ancora per migliaia di utenti infuriati a causa dei ritardi della migrazione del proprio numero verso Iliad ed altri nuovi operatori da parte degli incumbents.

È soprattutto il caso Vodafone a tenere banco in queste ore, con numerosi clienti di fatto irraggiungibili a causa dei gravi rallentamenti nella trasmissione del proprio numero di cellulare dalla compagnia al nuovo operatore prescelto dal consumatore.

Come sottolineato da MDC, al danno per la irreperibilità si aggiunge la beffa di dover tollerare scuse banali come l’errore nella trascrizione del proprio codice fiscale e continui rimpalli della responsabilità tra vecchio e nuovo operatore.

Per il Presidente nazionale del Movimento Difesa del Cittadino Francesco Luongo è urgente un intervento di AGCOM per garantire il sacrosanto diritto degli utenti alla Mobile Number Portability oltre ad una istruttoria sulla plateale violazione di quanto stabilito nella Delibera 147/11/CIR e connesso diritto dei clienti di ricevere il pagamento degli indennizzi previsti dall’articolo 14 pari a € 2,5 per ogni giorno lavorativo di ritardo fino ad un massimo di € 50,00 che dovrà versare l’operatore ricevente che a sua volta si rivarrà poi sul donating.

Tutta la rete del Movimento si sta attivando in queste ore per supportare i reclami dei consumatori e garantire il pagamento delle somme dovute.

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