Seguici su

Consumatori

Il coordinamento FREE si oppone alle politiche energetiche della UE

Pubblicato

il

ROMA, 29 ottobre 2013 – La dichiarazione congiunta sulla crisi dell’industria europea da parte dei ministri dello sviluppo economico di nove Stati membri dell’UE, fra cui il ministro Zanonato, ma con la significativa assenza del rappresentante della Germania – in occasione della prima Conferenza degli amici dell’industria svoltosi a Parigi – affronta tematiche estremamente importanti, che riguardano il futuro dell’economia nazionale ed europea e cioè il mantenimento di un tessuto industriale competitivo, la necessità di aumentare gli sforzi sull’innovazione e la ricerca, nonché di proseguire nelle iniziative di sviluppo di alcuni settori ad alta tecnologia, fra cui le tecnologie verdi.
Il Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti rinnovabili ed Efficienza energetica) condivide queste preoccupazioni e si riconosce negli obiettivi di sviluppo indicati nella dichiarazione dei nove ministri, i quali peraltro non vanno oltre generiche dichiarazioni di principio, con una sola eccezione, là dove affermano che “è necessario che la Commissione europea analizzi il differenziale di competitività fra l’Europa e le altre economie avanzate, prodotto dal divario nei prezzi dell’energia e dagli impegni in materia di riduzione delle emissioni di CO2 (sic!) e di produzione da fonti rinnovabili”. E il tono della dichiarazione diventa ultimativo: “entro febbraio 2014 la Commissione dovrà proporre soluzioni per ridurre questo differenziale di competitività”.
La presa di posizione dei nove ministri, che segue a ruota una analoga dei top manager delle più importanti industrie energetiche europee, non solo è istituzionalmente inusuale, in quanto assunta al di fuori degli organi collegiali comunitari, non solo in modo ingiustificato contraddice venti anni di politica energetico-ambientale europea, non solo mette a repentaglio lo sforzo più serio finora attuato per contrastare il cambiamento climatico, ma, quel che è più grave, in nome della sacrosanta salvaguardia dell’industria del nostro continente chiede di sacrificare il futuro della medesima, che risiede proprio nella sua riconversione “green”.
Che il futuro sia nella “green economy”, non lo diciamo solo noi, ma, solo per fare pochi esempi:
autorevoli istituzioni internazionali, come la Banca Mondiale, che recentemente pubblicato un rapporto (“Turn Down the Heat: Why a 4 °C Warmer World Must be Avoided”), dove si denuncia l’urgenza di interventi più efficaci di contrasto al cambiamento climatico;
un gruppo di 70 investitori globali che gestiscono complessivamente più di 3.000 miliardi di dollari di asset, il quale a settembre ha inviato una lettera ai colossi dell’industria energetica, perché valutino i possibili rischi finanziari dei loro investimenti, dato che le politiche contro il riscaldamento globale sono destinate ad andare avanti, chiedendo spiegazioni sulle “opzioni messe a punto per la gestione di questi rischi”, come ad esempio “la riduzione della ‘carbon intensity’ degli asset o l’alienazione di quelli più inquinanti”, ma anche “la diversificazione dei business attraverso l’investimento in fonti con minori emissioni”;
il recentissimo rapporto congiunto del World Energy Council e di Bloomberg New Energy Finance (“nel 2030 le tecnologie verdi varranno il 34% del mix elettrico planetario”);
la lettera alla Commissione europea di importanti industrie europee (da Siemens a Schneider, da Philips a Whirlpool) in cui si chiedono obbiettivi vincolanti al 2030 anche per l’efficienza energetica e le rinnovabili.
Stupito e preoccupato per l’appoggio del ministro Zanonato ad una proposta che, lungi dal contribuire allo sviluppo del Paese, lo frenerebbe, mettendo a repentaglio le imprese già impegnate nei settori “green” e più di centomila posti di lavoro, il Coordinamento FREE chiede al presidente Enrico Letta, il quale si è di recente pronunciato a favore della “green economy”, di fornire un’autorevole conferma che questa è la linea politica del Governo italiano, schierandolo nel dibattito europeo fra coloro che sostengono la necessità di obiettivi vincolanti al 2030 anche per l’efficienza energetica e le rinnovabili e non solo per la riduzione delle emissioni di CO2.

Clicca per commentare

You must be logged in to post a comment Login

Leave a Reply

Consumatori

Via libera della Camera alla videoserveglianza nella Asili

Pubblicato

il

Una ottima notizia per il Codacons il via libera dell’Aula alla procedura d’urgenza per l’esame della proposta di legge sulla videosorveglianza negli asili nido e nelle strutture socio-assistenziali per anziani e disabili.

“Da più di dieci anni ci battiamo affinché vengano introdotte telecamere negli asili e nelle scuole, e presso le strutture sanitarie, perché si tratta dell’unica misura realmente utile per combattere violenza e maltrattamenti a danno dei più deboli – afferma il presidente Carlo Rienzi – In Italia sono infatti aumentati a dismisura i casi di bambini malmenati dalle maestre o di disabili e anziani abusati presso cliniche e strutture sanitarie, casi portati all’attenzione pubblica solo grazie ai sistemi di videosorveglianza installati per ordine della magistratura”.

“Invitiamo Governo e Parlamento a non cedere alle pressioni della lobby dei sindacati che, specie nel settore scolastico, si sono schierati contro la presenza delle telecamere, che al contrario potrebbero tutelare anche gli insegnanti contro episodi di bullismo” – conclude Rienzi.

Continua a leggere

Consumatori

Ferrovie: Federconsumatori esposto a Trenitalia sui tempi di percorrenza delle tratte regionali

Pubblicato

il

La “traccia orario” è il tempo assegnato ad un treno per percorrere una certa relazione.

Il tempo impiegato dovrebbe ricavarsi dalla formula t=S/v; dalla quale risulta evidente come il tempo necessario è in rapporto sia allo spazio da percorrere, sia alla velocità.

In realtà in ferrovia non bastano questi elementi per determinare la “traccia orario”, se ne aggiungono alcuni (spesso motivati), e altri di cui nessuno capisce la motivazione.

Solo Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana sono in grado di capire perché per percorrere la relazione Pescara-Montesilvano con treni regionali (ma ci sono centinaia di casi analoghi in Italia) a volte bastano 4 minuti altre volte ne occorrono 17. Eppure, nel caso considerato, i treni viaggiano a velocità simile, non ci sono fermate intermedie e la distanza tra le stazioni è sempre la stessa; ma i tempi assegnati ai treni per percorrere la stessa distanza sono diversissimi.

Un problema che non va sottovalutato, dal momento che ogni minuto di percorrenza di un treno costa alla collettività circa 10 euro.Questo vuol dire che, se al treno Montesilvano-Pescara si assegnano 13 minuti più del dovuto, la comunità pagherà in più 130 euro al giorno; quasi 50.000 euro ogni anno, solo per quel treno! (E questo vale per tutte le altre tratte interessate!

Se il risultato dei vari algoritmi utilizzati per calcolare il prezzo dei servizi da pagare conserva l’apparenza della neutralità, la traccia oraria è chiaramente determinata dagli interessi delle Ferrovie, senza che nessuno possa eccepire alcunché.

Eppure dalle tracce orario dipendono: 1) i costi sostenuti dalle regioni per pagare i corrispettivi a Trenitalia per l’offerta del servizio regionale; 2) la possibilità di applicare o meno le sanzioni a Trenitalia in caso di ritardo; 3) la qualità del servizio ferroviario regionale ;4) la concreta possibilità di apertura del mercato ferroviario.

Per evidenziare un abuso di posizione dominante da parte delle Ferrovie italiane nel mercato ferroviario, la Federconsumatori ha presentato un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Lo stesso esposto è stato inviato all’Autorità di Regolazione dei Trasporti e, per conoscenza, anche al Ministro dei Trasporti (con due precedenti esposti della nostra Associazione al Garante, sono state comminate due diverse sanzioni: la prima da un milione di euro nel 2014, la seconda da cinque milioni di euro nel 2017).

Continua a leggere

Consumatori

Paghereste un caffè l’80% in più della media? La polemica su Starbucks a Milano

Pubblicato

il

Starbucks, il colosso del caffè americano sbarca in Italia con il primo mega store a Milano: per il nostro Paese si tratta di una piccola rivoluzione culturale che da una parte, sicuramente, amplia la concorrenza tra bar e caffeterie, dall’altra suscita qualche perplessità sui costi, davvero molto alti. Pagare un caffè espresso 1,80 è davvero esagerato, senza contare i 3,50 euro del caffè americano, per poi salire di prezzo per caffè più sofisticati: è l’80% in più rispetto alla media milanese!

Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili dell’Osservatorio prezzi e tariffe del ministero dello Sviluppo economico, infatti, che utilizza i prezzi ufficiali rilevati dagli Uffici comunali di statistica nell’ambito della rilevazione mensile dell’Istat, in media il caffè espresso a Milano costa 1 euro, 1,10 euro la quotazione massima. Da Starbucks, quindi, si paga l’espresso, mediamente, 80 centesimi più rispetto al resto della città, 70 centesimi di differenza considerando i bar più cari. Considerato che per molti il caffè al bar è un’abitudine giornaliera irrinunciabile, diventa quasi un lusso!

Ma quanto costa, invece, il caffè fatto in casa? In generale utilizzando 7 grammi di miscela,  il caffè casalingo costa mediamente 12 centesimi, quindi andare da Starbucks ci costa il 2471% in più della tazzina di caffè home made.

Non tutti sanno però che il costo del caffè di casa dipende anche dallo strumento utilizzato: una tazzina di caffè con la tradizionale moka costa infatti circa 0,12 centesimi, mentre con la macchinetta a capsule 0,41 centesimi; per sapere qual è la macchinetta per il caffè più adatta alle diverse esigenze e confrontare i prezzi del caffè fatto con moka, macchinetta automatica, a capsule o a cialde, leggi la nostra indagine Quanto ci costa un caffè espresso fatto in casa

Autore: Unione Nazionale Consumatori

Continua a leggere