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Il futuro della carne

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fonte: visionari.org

 

Ogni giorno noi esseri umani impattiamo sul Pianeta con le nostre scelte alimentari, tra le quali la più pesante è il consumo di carne. C’è chi sta cambiando le cose: ecco come.

 

C’è un’azienda che produce carne in laboratorio coltivandola direttamente da cellule animali.

Si chiama Memphis Meats e ha appena raccolto un giro di investimenti per il valore complessivo di 17 milioni di dollari. Tra gli investitori, Richard Branson, Bill Gates, Suzy e Jack Welch, e la famosa società di venture capitalism Draper Fisher Juvetson, che già ha investito in SpaceX, Twitter e Tesla. Non solo: i fondi sono arrivati anche dall’industria del cibo, con in testa Kimbal Musk e Cargill, 15esima nella classifica Fortune 500.

C’è Memphis Meats, ma non è sola. Ci sono aziende che producono, proprio come lei, “carni pulite”: Mosa Meats e Hampton Creek, per citarne due. Mentre ce ne sono altre che fanno “carni a base vegetale”: è il caso di Beyond Meat e Impossible Foods. Proprio quest’ultima ha ricevuto $75 milioni da Bill Gates.

C’è una missione comune: ridurre il consumo di carne tradizionale.
Perché? Perché la carne è ancora una parte centrale delle diete in tutto il mondo. Le persone che vivono nei paesi industrializzati (come gli Stati Uniti) ne mangiano ogni anno circa 95 kg. E il consumo nei paesi in via di sviluppo, dove le persone mangiano circa 30 kg ogni anno, sta salendo velocemente. La crescita è tale che entro il 2030 l’essere umano in media dovrebbe consumare 45 kg all’anno, il 10% in più rispetto a oggi. Considerando che circa un terzo della superficie non ghiacciata del pianeta è già dedicata alla produzione animale, un contemporaneo aumento del consumo di carne — si stima +73% entro il 2050 — obbligherà ad intensificare questo utilizzo.

Ma la terra disponibile non è infinita, come ben sappiamo. E non è solo questione di terra: secondo le Nazioni Unitel’allevamento del bestiame assorbe un’enorme quantità di acqua per caloria di cibo rispetto alle colture, e in termini di emissioni di gas serra, è negativo quanto la combustione dei combustibili fossili.

C’è un problema emergente, dunque. E sembra esserci anche la soluzione.

Cultured meat, la carne da laboratorio

Suona terribilmente male, ma potrebbe essere la tecnologia più importante per le sorti dell’umanità.

La carne coltivata (detta anche pulita, sinteticain vitro o artificiale) è prodotta coltivando le cellule muscolari degli animali in un siero nutriente e incoraggiandole a formare fibre simili a muscoli. Prodotti animali più semplici, come il latte o l’albume d’uovo artificiali, possono essere creati da lieviti geneticamente modificati per produrre le stesse proteine presenti nel (vero) latte o nelle (vere) uova, che vengono poi estratte e miscelate nella giusta quantità.

Il processo di coltivazione della carne inizia con alcune cellule “satellitari”, che possono essere ottenute da un piccolo campione di muscoli prelevati da un animale vivo. Si tratta di cellule staminali che possono trasformarsi in cellule diverse che si trovano nel muscolo. In teoria, una sola cellula potrebbe essere utilizzata per coltivare un’infinita quantità di carne. Quando si alimentano con un siero ricco di nutrienti, le cellule si trasformano in cellule muscolari e proliferano, raddoppiando il loro numero praticamente ogni pochi giorni.

Dopo che le cellule si sono moltiplicate, sono incoraggiate a formare strisce, proprio come le cellule muscolari formano fibre nei tessuti viventi. Queste fibre sono attaccate ad un’impalcatura a forma di spugna che inonda le fibre di sostanze nutritive e le allunga meccanicamente, “esercitando” le cellule muscolari per aumentarne la dimensione e il contenuto proteico. Il tessuto così ottenuto può quindi essere raccolto, stagionato, cotto e consumato come carne disossata lavorata.

La tecnologia ci consente di fare tutto questo, e oltre.

Infatti, utilizzando “l’agricoltura cellulare”, gli scienziati possono coltivare carne artificiale con caratteristiche tipiche non di uno, ma di una combinazione di animali. Oppure migliorare la carne coltivata in laboratorio con grassi, vitamine o vaccini più sani.

Il tutto senza dover allevare un solo animale.

Sostenere la produzione

Nel 2013, il mondo vide per la prima volta la creazione di un hamburger da laboratorio. Era la creatura del Dr. Mark Post, scienziato olandese. Il piccolo disco rosa, strappato fuori da un piatto di Petri e fritto davanti ai media, era la prova che era possibile coltivare carne sicura e commestibile senza macellare un solo animale. C’era un solo problema: il burger aveva impiegato due anni e più di 300.000 dollari per essere prodotto.

Mark Post e il suo hamburger. © Simon Dawson/Bloomberg via Getty Images

La sfida che Post e altri operatori del settore si trovavano ad affrontare stava dunque nel migliorare il processo per renderlo economicamente sostenibile. Coltivare le cellule industrialmente richiede un grande ‘bioreattore’ — una vasca high-tech che può fornire le condizioni perfette per la crescita delle cellule, ma anche il movimento e la stimolazione per esercitarle. Il più grande bioreattore esistente in grado di fare questo ha un volume di 25.000 litri (circa cento volte quello di una piscina olimpionica), che Post stima potrebbe produrre abbastanza carne per nutrire 10.000 persone. Per pensare ad una commercializzazione di massa vera e propria, servirebbero molte più vasche.

Ma dal primo burger sono passati alcuni anni, ed il costo della produzione di questa carne high-tech è crollato. Nel gennaio 2016, Memphis Meats ha prodotto una “polpetta di carne coltivata” per circa 1.000 dollari.

La prima polpetta “pulita” sviluppata da Memphis Meats nel 2016.

Da quel traguardo, l’azienda ha compiuto progressi nell’ultimo anno in termini di riduzione dei costi della produzione. A partire da marzo, l’azienda ha stimato che potrebbe produrre 1 libbra (0.45kg) di carne di pollo per meno di $9.000, che è circa la metà di quello che costava loro produrre 1 libbra di polpette nel 2016. Anche se ovviamente ancora costoso, è un’enorme riduzione, soprattutto se si pensa ai 300.000 dollari del primo hamburger pulito del 2013. Memphis Meats si propone di raggiungere un prezzo di mercato competitivo, paragonabile alla carne tradizionale se non meno caro, in qualche anno.

Perché rendere la carne in vitro competitiva è la vera chiave di volta affinché inizi a sostituire veramente la carne tradizionale.

Post crede che sarebbe possibile arrivare ad una versione del suo burger che costi solo 10 dollari se la tecnologia scalasse a livello di processo industriale. “Si potrebbe arrivare ad avere prodotti a prezzi competitivi entro il 2020. In termini di vendite commerciali, direi tra quattro o cinque anni,” dice Post. “Sarà ancora un hamburger un po’ costoso, intorno ai $10. Ma altri pochi anni di produzione commerciale e il prezzo inizierà a scendere ulteriormente.”

Un altro ostacolo alla commercializzazione è il “siero” ricco di nutrienti che alimenta le cellule. Sieri di successo sono stati un cocktail di zuccheri, aminoacidi e sangue animale. Non solo i sieri a base di sangue sono fonte di preoccupazione per vegetariani e vegani, ma “non ci sarebbe abbastanza siero nel mondo per far crescere tutte le cellule necessarie per produrre la nostra carne in massa”, dice Post. Lui e altre aziende di carne coltivate stanno lavorando su alternative senza sangue — ma non è semplice.

“Stiamo lavorando su quelle sostanze nel sangue necessarie per la crescita,” dice. “Ci sono decine di migliaia di diverse sostanze nel sangue e ci sono alcuni ingredienti magici necessari a seconda del tipo diverso di cellula.” Una ricerca tutt’altro che finita.

Convincere al supermercato

Una volta risolti i problemi e raggiunta un’attrattività economica, il vero collo di bottiglia diverrebbe convincere noi, i consumatori. Perché la storia recente ci mostra come la reazione alle tecnologie alimentari è spesso di paura e disinformazione. Si pensi alla questione OGM.

L’idea di carne da laboratorio spaventa, nonostante il fatto che per propria natura, essa sia la versione più sana e sostenibile del prodotto animale che tanto ci è caro.

La diffidenza potrebbe essere anche una questione di palato? Marie Gibbons, ricercatrice della North Carolina State University che si occupa della produzione di carne coltivata, afferma che non c’è limite a ciò che gli scienziati potrebbero fare con il sapore.

“Non c’è dubbio che [i prodotti coltivati] possano essere manipolati per ottenere un buon sapore, si tratta solo di come reagiscono le sostanze chimiche con le vostre papille gustative,” dice. Ritiene che le carni coltivate potrebbero alla fine essere più gustose della carne tradizionale, anche se aggiunge: “Al momento la priorità è quella di produrre proteine commestibili su larga scala. Poi si potrà lavorare sui componenti aromatici.”

Il primo raccolto di prodotti a base di carne coltivati assumerà inevitabilmente la forma di hamburger, nuggets e altre carni lavorate — la carne non lavorata ha una struttura complessa di ossa, vasi sanguigni, tessuto connettivo e grasso e cresce in forme specifiche.

Ciò non significa sia impossibile creare una bistecca vera e propria. “Dovrebbe essere possibile coltivare anche tessuti complessi come quello,” dice il dottor Paul Mozdziak, collega di Gibbons alla North Carolina State University. Lui e gli scienziati di varie organizzazioni di agricoltura cellulare (come New HarvestSuperMeat e Future Meat) stanno tenendo d’ occhio gli sviluppi della medicina rigenerativa, il ramo della scienza biomedica che si occupa di organi sostitutivi in crescita e tessuti per procedure come gli innesti cutanei.

La medicina rigenerativa consiste nell’incoraggiare le cellule a crescere su un ponteggio, in modo che il tessuto risultante imiti la disposizione precisa di un organo vivente, con diversi tipi di cellule nella giusta posizione, creando parti interconnesse e funzionali. Tuttavia, la complessità dei tessuti viventi significa che solo tessuti relativamente semplici come la pelle sono stati costruiti con successo — finora.

Eppure, “una costoletta di maiale da laboratorio o un carré di costine è perfettamente fattibile,” dice Mozdziak. “Quando i mondi della carne pulita e della strutturazione dei tessuti collideranno, l’industria decollerà in modo esponenziale.”

(Oltre alle parti animali per il cibo, gli scienziati potrebbero anche coltivare prodotti biologici come le corna del rinoceronte per aiutare a prevenire il bracconaggio.)

Quindi, superare la prova del palato non sarà difficile. La questione diventa scavalcare gli ostacoli mentali.

Organizzazioni come la Modern Agricolture Foundation stanno già preparando il terreno per l’arrivo della carne in vitro, educando la gente sul perché ne abbiamo bisogno.

Il direttore della Fondazione, Shaked Regev, ritiene che la carne coltivata non avrà lo stesso problema che le alternative alla carne esistenti affrontano nell’essere accettate, perché è così simile all’originale. “È questo il punto: non si può distinguere dalla carne tradizionale nemmeno al microscopio,” dice.

Ricerche suggeriscono che ci sarebbe anche una certa volontà di dare a questa carne moderna una chance. Un sondaggio condotto sulla popolazione olandese ha indicato che il 63 per cento era favorevole al concetto di carne bovina coltivata e che il 52 per cento era disposto a provarlo. Un altro sondaggio di The Guardian ha rivelato che il 69% delle persone voleva provare la carne coltivata. Tuttavia, che la gente scelga gli hamburger coltivati al supermercato è una questione completamente diversa.

La gente sarà sempre estremamente sensibile su ciò che c’è nel piatto. Nonostante le giustificazioni ambientali e di benessere per la carne coltivata, il pensiero dell’hamburger proveniente da un laboratorio piuttosto che da una fattoria è un’idea strana. Ma se la carne artificiale rispetta le sue promesse e diventa il modo più rispettoso dell’ambiente, più sicuro, più economico e più saporito di mangiare carne, il concetto di allevare gli animali a milioni per la macellazione potrebbe rapidamente sembrare molto sconosciuto.

Riflettendo su cosa c’è nel piatto

Noi esseri umani abbiamo un problema, e quel problema è la carne.

Ne mangiamo tanta, siamo sempre di più e ne vorremo sempre di più. La carne contiene sostanze nutritive come zinco e proteine, favorisce la crescita e fornisce energia — e il suo prezzo è crollato drasticamente. Ma il modo in cui viene prodotta non è sostenibile: consuma terra, consuma risorse, consuma acqua, consuma aria. Sommando tutti questi elementi, ci ritroviamo a fare i conti con una bomba ad orologeria che minaccia la sopravvivenza nostra e del nostro pianeta.

La soluzione è cambiare le abitudini alimentari, e contemporaneamente cambiare il modo di produrre carne.

Ci sono aziende che stanno pensando alla seconda parte della soluzione. Come Memphis Meats, che ha sviluppato carne coltivata direttamente da cellule animali come un modo per aggirare le varie complicazioni associate con l’agricoltura animale tradizionale. Con la loro carne pulita coltivata in laboratorio, mirano a ridurre al minimo l’impatto ambientale della carne, a preservare il benessere degli animali e a produrre carne più sicura da mangiare rispetto alla carne di allevamento tradizionale.

Secondo uno studio del 2011, poi rivisitato nel 2014 per aggiornarlo alle più recenti tecniche, la carne pulita avrebbe un’impronta significativamente inferiore rispetto alla normale produzione di carne bovina, suina e anche di pollame. Richiederebbe però più energia. Nonostante l’alta incertezza legata alla mancanza di conoscenza completa sui processi di coltivazione della carne, e la continua necessità di aggiornare le ricerche man mano che i processi evolvono, questi studi restituiscono ottimismo sulla strada percorsa.

Confronto tra l’input di energia primaria, le emissioni di gas a effetto serra (GHG), l’uso del suolo e l’utilizzo dell’acqua per la produzione di carne coltivata con carni bovine, ovine, suine e avicole europee prodotte in modo convenzionale per 1000 kg di carne commestibile come percentuale dell’impronta del prodotto con il maggiore impatto in ogni categoria di input. Tabella presente nello studio del 2014.

Ci sono i soldi di chi comprende il problema e crede in questa strada come potenziale soluzione. Come i $17 milioni raccolti da Memphis Meats, o i 75 dati ad Impossible Foods.

C’è un obiettivo intermedio da raggiungere: abbattere i costi di produzione per arrivare ad una vera commercializzazione di massa.
Si pensa a scalare il processo a livello industriale, ma esistono alternative. Una è quella di incoraggiare i negozi e i ristoranti a coltivare la propria carne su una scala ridotta: nel settembre 2016, SuperMeat, un’azienda biotecnologica israeliana, ha lanciato una campagna di crowdfunding per raccogliere 100.000 dollari — che poi sono più che raddoppiati — per sviluppare dispositivi di coltivazione del pollo che potrebbero essere “collocati presso negozi di alimentari, ristoranti e anche nelle case dei consumatori.”

C’è un ostacolo enorme, e quell’ostacolo è la diffidenza umana. Avremo bisogno di educazione, informazione e apertura per capire, accettare e fare propria nelle nostri abitudini alimentari questa importantissima tecnologia.

Infine, c’è la speranza che tutto vada bene. E che noi esseri umani riusciamo a distinguere per tempo cosa sia giusto da cosa sia comodo.

Per seguire gli sviluppi di questa tecnologia:



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Consumatori

La pazienza degli italiani durante lo shopping natalizio ha un limite: 11 minuti

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  • Solo il 31% degli intervistati italiani è disposto ad attendere in coda più di 20 minuti
  • Se l’attesa è lunga, quasi il 40% degli italiani preferisce andare in altri negozi o ricorrere al negozio online
  • Gli uomini hanno meno pazienza delle donne: soprattutto se si tratta di giocattoli e vestiti

Dicembre 2018. Natale è spesso sinonimo di grandi folle nei centri commerciali, supermercati e negozi di ogni genere, spesso accompagnate da lunghe code alla cassa. La pazienza degli italiani in queste occasioni ha un limite. Secondo uno studio condotto tra gli utenti* di Tiendeo.it – la piattaforma di offerte geolocalizzate e cataloghi- emerge che gli italiani attendono pazientemente in fila alla casa non più di 11 minuti.

Il ritmo frenetico tipico degli acquisti, sommato agli impegni e ai preparativi natalizi, fanno sì che il 56% degli intervistati non sia disposto a superare gli 11 minuti di coda. Ciò avviene in diversi tipi di negozi e nelle principali categorie merceologiche (supermercati, elettronica, giocattoli e negozi di abbigliamento). All’estremo opposto troviamo invece il 31% degli italiani intervistati, disposti invece ad aspettare più di 20 minuti per ottenere l’acquisto desiderato.

Quasi il 40% degli italiani cerca alternative e va da un competitor

Le infinite code possono rappresentare un motivo decisivo per rinunciare all’acquisto di determinati articoli. Ciò è quanto conferma una parte importante degli intervistati. Secondo il sondaggio promosso da Tiendeo.it, infatti, quasi il 40% degli intervistati preferisce lasciare il negozio e andare in cerca di alternative: altri negozi che vendono lo stesso prodotto, oppure effettuare l’acquisto online. L’ampia gamma di possibilità alla portata dei consumatori costringe i retailer a ottimizzare in modo significativo l’esperienza nel negozio fisico per cercare di ridurre al minimo la possibilità di perdere la vendita.

Gli uomini hanno meno pazienza delle donne

Sono gli uomini ad dimostrare di essere meno pazienti davanti alle lunghe code che si possono creare alle casse. A non superare gli 11 minuti di attesa, in particolare per acquisti di giocattoli (72%) e vestiti (70%), sono soprattutto gli uomini.

Ed è proprio in questi momenti che gli acquirenti tendono a lasciare il negozio e cercare alternative, acquistare online o addirittura rinunciare all’acquisto.
In particolare, nel settore dell’abbigliamento sono gli uomini che prima di acquistare  consultano maggiormente i social network (33% vs 12%).


Per ingannare l’attesa in cassa, il 71% degli italiani osserva gli altri.  

Malgrado i social network siano alla nostra portata, sempre e ovunque, e siano spesso impiegati per ingannare le attese, è interessante notare che solo il 16% degli italiani li utilizzi mentre è in coda a Natale. Un significativo 71% si integra nell’ambiente, prestando attenzione al comportamento delle persone che ha intorno e persino parlando agli altri .


L’acquisto di giocattoli è il più impegnativo

Il momento dell’acquisto di giocattoli per i più piccoli risulta spesso complesso e difficoltoso. Per questo motivo, e causa delle ingenti concentrazioni di masse di clienti che si affollano nei negozi, sono proprio i giocattoli (40%), seguiti da elettronica (38%) e abbigliamento (36%) la categoria merceologica in cui la tolleranza in coda si riduce ai minimi termini. Per questi acquisti la tendenza più diffusa è quella di cercare alternative in altri punti vendita, o realizzare gli acquisti attraverso i canali online.

Invece per quanto riguarda l’acquisto cibo (35%) si preferisce posticipare l’acquisto e tornare al supermercato in un momento più tranquillo.


* Studio condotto su un campione di oltre 800 utenti Tiendeo.com nel 2018

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MADE IN ITALY DAY 2018 Venerdì 14 dicembre, aiutiamo i nostri produttori

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Adiconsum aderisce alla petizione lanciata dai produttori italiani
a tutela del Made in Italy

NO all’introduzione di bollini allarmistici
per indicare salubrità o meno degli alimenti
13 dicembre 2018 – Sono giorni difficili per il Made in Italy. Mentre, proprio in questi giorni, dovrebbe andare in votazione una risoluzione presentata, lo scorso novembre, alla seconda Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) sull’utilizzo di bollini allarmistici per indicare la salubrità o meno degli alimenti, che penalizzerebbe i prodotti Made in Italy, la Coldiretti ha lanciato un nuovo allarme sul giro d’affari dell’Italian Sounding che sarebbe salito a 100 miliardi di euro.

ADICONSUM, come associazione rappresentativa dei consumatori italiani, sostiene i produttori italiani, ed in particolare la petizione dei Produttori Italiani “Scegli il prodotto italiano. Acquistalo nei Centri storici”, lanciata in occasione del “Made in Italy Day”, che si celebra il prossimo venerdì 14 dicembre 2018.

A tal proposito, ADICONSUM annuncia, a testimonianza del suo impegno nella tutela delMade in Italy, che siglerà un protocollo d’intesa con l’Istituto Tutela Produttori Italiani.

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Consumatori

Adiconsum segnala Toyota per pubblicità ingannevole

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Carlo DE MASI, Presidente di Adiconsum nazionale:
L’ingannevolezza dei messaggi pubblicitari della Toyota segnalati già dallo scorso 2 luglio.

Adiconsum a Antitrust:
aprire al più presto l’istruttoria tesa ad accertare l’ingannevolezza dei claim diffusi
dalla casa automobilistica giapponese


 
13 dicembre 2018 – Lo scorso 2 luglio, Adiconsum ha segnalato all’Antitrust, l’ingannevolezza di alcuni messaggi pubblicitari relativi alle auto ibride della Toyota.

Apprendiamo dalla stampa – dichiara Carlo De Masi,Presidente di Adiconsum nazionale –che nei giorni scorsi anche un’altra associazione consumatori ha deciso di chiedere l’intervento dell’Antitrust  per porre fine alla pubblicità ingannevole di Toyota.  È evidente che siamo di fronte ad un vero e proprio “CASO” che necessita di chiarezza per non indurre il consumatore a fare acquisti con aspettative ecologiche e di prestazioni che poi non corrispondono alla realtà.

Toyota nella sua pubblicità usa termini come “50% elettrica”, “Non devi ricaricarla e ti permetterà di fare oltre il 50% dei tuoi percorsi in città in modalità elettrica”, “si traduce in risparmio di benzina e zero emissioni”. Frasi che fanno credere ciò che non è possibile, visto che un’auto ibrida semplice può percorrere, in solo elettrico, al massimo circa 2 Km.

ADICONSUM, da sempre attenta all’innovazione e soprattutto alla mobilità sostenibile, già da aprile 2018 è intervenuta per cercare di far modificare la pubblicità ritenuta non corretta, contattando direttamente  la dirigenza della Toyota. Nonostante i ripetuti incontri – dichiara Mauro Vergari, responsabile dell’Ufficio innovazioni di ADICONSUM – l’azienda automobilistica nipponica ha ritenuto di non dover modificare la pubblicità, costringendo ADICONSUM, a luglio 2018, a segnalare il caso all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Da allora siamo in attesa che l’Antitrust apra l’istruttoria e speriamo che al più presto si faccia chiarezza.

L’acquisto di un’auto sostenibile, che salvaguardi l’ambiente e la salute, è attualmente  un’esigenza molto sentita da parte dei consumatori che richiede scelte oculate e competenti, viste anche le recentissime scelte del Governo in merito alla bonus/malus che si vuole applicare alle auto riducendo il costo di quelle non inquinanti, i sempre più diffusi divieti alla circolazione per le auto inquinanti da parte dei Comuni e soprattutto la necessità di raggiungere gli obiettivi europei per ridurre, entro il 2030, del 33% le emissioni di CO2.

Con questo quadro non è possibile tollerare da parte delle case automobilistiche, come Toyota, pubblicità contenenti messaggi equivoci, non trasparenti e infondati che inducono ad acquisti errati:
·      non basta dire “ibrido” per credere di non inquinare
·      non è corretto dire “ibrido” per intendere trazione elettrica, perché le motorizzazioni ibride sono variegate e soprattutto esiste una grande differenza fra le ibride normali, che hanno motori temici con un piccolissimo storage per l’elettrico, e l’ibrido plug-in assimilato ai veicoli elettrici.  Il plug-in, infatti, oltre al motore termico ha un motore elettrico alimentato da una capiente batteria, capace di circolare da solo per oltre 50 Km senza nessuna emissione (non inquinando le città) ed è ricaricabile con la spina collegata alla rete elettrica.

Confidiamo nell’intervento dell’Antitrust – conclude De Masi – che con la sua qualificata azione sicuramente vorrà fare chiarezza. I consumatori hanno diritto a ricevere informazioni corrette, certe  e comprensibili da tutti.

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