Seguici su

News

Il paradosso dell’adattamento: l’ambiente si ribella

Pubblicato

il

da VISIONARI

Il rapporto tra l’uomo e la natura ha attraversato diverse letture con l’evoluzione del pensiero filosofico e scientifico. Visioni che ci pongono come esseri viventi dotate del diritto di esercitare il dominio sugli altri e sull’ambiente sono state alimentate in parte dalla religione, in parte dal progresso tecnologico. D’altro canto, esistono anche prospettive che supportano l’armonia tra la natura e i suoi abitanti e non vedono un reale confine tra noi e il mondo esterno. Ciò che sorprende è osservare come due idee così diverse possano convivere nello stesso contesto socio-culturale, permettendo così l’esistenza di posizioni radicalmente in contrasto ma perfettamente riconducibili a schemi di pensiero già esistenti. Non è forse il dibattito attorno alla salvaguardia dell’ambiente uno dei più attuali e urgenti di questo decennio?

L’AMBIENTE SI STA RIBELLANDO

Se dobbiamo pensare alla razza umana come una specie abbastanza giovane — rispetto a molte altre presenti sul nostro pianeta — e se volessimo valutare il nostro rapporto con il mondo, occorre pensare a cosa significava vivere 10.000 anni fa. Le minacce della natura, le carestie, i predatori, la vita più breve, l’assenza di medicine: tutti questi elementi hanno stimolato il progresso nel fronteggiare le sfide alla sopravvivenza, pur determinando tutta una serie di conseguenze a livello sia psicologico che ambientale. Tutto è iniziato con lo sviluppo dell’agricoltura, della metallurgia e delle prime civiltà: oggi l’impatto della tecnologia, che rappresenta ormai la nostra principale strategia di sopravvivenza e adattamento, ha trasformato noi e il mondo in cui viviamo, creando nuove sfide per l’essere umano. Come ho accennato nel mio precedente articolo sugli wearable devices, ci piacciono gli angoli, la geometria: è una nostra tendenza ‘naturale’, che ci spinge alla ricerca di un ordine superiore in armonia con un principio matematico. Stiamo trasformando l’ambiente in una fantasia quantificabile, quasi come se non ne fossimo parte, come se fossimo geometria pura. Eppure noi somigliamo più alle piante e all’erba, piuttosto che ai palazzi, alle ferrovie e ai computer —per ora. Malgrado ciò, sembra che vogliamo sempre più trasformare il mondo e noi stessi, forzando il pianeta ad assecondare il nostro disagio.

Siamo passati dal subire l’ambiente a imporgli i nostri bisogni, ma ora sta iniziando a ribellarsi.

Sono cambiate molte cose, inclusa la nostra percezione del necessario. È davvero qualitativamente migliore la vita di oggi o sono semplicemente aumentati i nostri bisogni? E soprattutto: siamo in grado di comprendere le conseguenze del nostro modo di vivere/produrre/consumare e trasformarle in azioni concrete di adattamento, piuttosto che di rassegnazione o diniego? Occorre sicuramente agire, ma con coscienza, dopo aver pensato e identificato una direzione.

SPEZZATI TRA IL BISOGNO DI CERTEZZE E IL ‘PANTA REI’

Tra i negazionisti, i realisti e i pessimisti, è interessante notare come le diverse sfumature psicologiche di queste posizioni derivino dalla stessa cosa: la paura dell’incertezza.

Stiamo attraversando il paradosso dell’adattamento: siamo di fronte alle conseguenze ambientali degli strumenti e tecnologie che, a loro volta, sono stati sviluppati per rendere la nostra vita più semplice. Sarebbe riduttivo pensare di chiudere la questione affermando semplicemente che dalla soluzione di ogni problema ne nasce uno nuovo e, per gli amanti della retorica, sarebbe anche una contraddizione in termini, dal momento che porrebbe un’altra domanda importante: esistono soluzioni che durano? Riformulata in una maniera più radicale ma, forse, più onesta, quello che questa domanda pone in dubbio è l’esistenza di una certezza, di una verità ultima a cui arrivare. Una speranza che sicuramente appartiene a ogni essere umano e che guida la ricerca scientifica tanto quanto quella spirituale e che, tuttavia, si pone in contrasto un altro aspetto fondante e molto più mutevole della realtà. Viviamo nel cambiamento e, forse ,come specie siamo quella che lo rappresenta meglio, anche se non sempre lo affrontiamo serenamente. Questa è l’unica certezza di cui siamo in possesso e che alimenta le nostre paure, crescendo in rapporto direttamente proporzionale con il numero di problemi che risolviamo attraverso l’evoluzione: con l’aumento dei bisogni percepiti e, di conseguenza, dei tentativi di assecondarli, anche l’angoscia ha un’immancabile ruolo nell’interminabile impresa di mettere ordine nel caos.

Percepiamo un dualismo, una separazione tra la spinta a creare un senso e la consapevolezza che quel senso sarà temporaneo. È proprio questa consapevolezza a generare una quantità non indifferente di angoscia, a cui si può reagire in diversi modi: accettandola e aumentando la resilienza o utilizzando altre difese psicologiche. In particolare, visto che l’imprevedibilità è la vera fonte di inquietudine, un modo per sopportare è rendere prevedibile uno shock o un evento negativo.

Paradossalmente, traiamo conforto quando siamo noi artefici di una sventura che ci colpirà in maniera più o meno devastante: a livello cerebrale, la consapevolezza dell’evento stressante corrisponde all’attivazione della nostra corteccia prefrontale e a una deattivazione delle parti limbiche e più emotive. Questo discorso vale per tante cose: il vizio, l’autosabotaggio, le cattive abitudini e il procrastinare. Lo stessa tendenza ci aiuta a spiegare il nostro ancora esitante approccio all’emergenza dell’ambiente. Si tratta di un modo inconscio per avere controllo sull’ansia legata all’incertezza del futuro: nella paura di destino imprevedibile che non si vuole far realizzare, non si fa niente per evitarlo rendendolo un atto volontario. È una specie di ribellione all’incertezza, cercando di sentirsi potenti, di avere voce in capitolo e controllo su qualcosa: uno schema di pensiero e di comportamento che si ritrova in molti atteggiamenti, correnti di pensiero, movimenti politici e culturali che, consapevolmente, lottano per la separazione e per la distruzione. Dentro di loro quindi, stanno disperatamente cercando di mostrare a se stessi e al mondo che esiste una certezza realizzabile, quella del caos, e ridicolizzare i tentativi degli altri di avere fede nell’ordine e nel mistero fondante della vita.

Tornando alla questione ambiente e senza perderci in ulteriori insight nei meccanismi di autosabotaggio dell’essere umano, l’unica vera ragione per rimandare la presa in mano della situazione è l’ansia. Al contrario, prendere volontariamente la scelta di andare in contro alla ragione dello stress ci pone in una posizione diversa, offensiva e non difensiva, attivando il sistema fisiologico che ci predispone alla ‘lotta’. A questo proposito, sono già numerosi, seppur insufficienti, i fronti su cui si sta combattendo la battaglia della conversione di molte fonti di inquinamento per il pianeta.

IL POTERE INDIVIDUALE

Tra l’ingegneria climatica e planetaria, la riduzione emissioni, la diffusione delle pratiche di riciclo e la ricerca nelle energie rinnovabili, si può dire che la battaglia per la salvaguardia dell’ambiente è iniziata. Esattamente. Siamo appena all’inizio, per diverse ragioni. Non è semplice capire a cosa dare priorità, sia per ragioni politiche che economiche, nell’azione concreta. Tuttavia, i fattori che frenano sono spesso dettati da criteri molto a breve termine e piuttosto relativi al presente, senza considerare troppo le conseguenze di queste scelte. Sicuramente, ciò che rallenta di più la transizione a un tipo di vita più sostenibile è la mancanza di una vera posizione condivisa, probabilmente dettata dal fatto che la responsabilità è troppo diffusa. Essendo qualcosa che colpisce tutti, la tendenza psicologica più immediata è vedere il problema come collettivo, piuttosto che come qualcosa che ci tocca in prima persona, e questo ci rallenta sia nella riflessione che nell’azione.

Quello che manca è la consapevolezza del potere individuale delle persone, dei gruppi e delle aziende che possono dettare dei trend e delle nuove direzioni.

C’è il bisogno di diffondere una vera e propria cultura in questo senso, anche se non c’è troppo tempo. Occorre però trovare un meccanismo psicologico per far adottare alle masse delle nuove abitudini di consumo e comportamento. L’idea di un indice di ecosostenibilità, legato alle scelte individuali di consumo e spostamento, potrebbe stimolare la consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte e della propria responsabilità. A questo proposito esistono già dei tentativi di questo tipo, ma sono ancora a uno stadio iniziale (questo sito permette di calcolare la propria impronta ambientale). Il sistema politico-economico, il valore dei materiali, dei lavori e delle attività, l‘insieme di credenze/norme di base della cultura di riferimento: tutti questi fattori convergono nel determinare il risultato finale.

Innalzare la coscienza di massa è un lavoro difficile, da operare attraverso educazione, media e iniziative collettive. Noi di VISIONARI incoraggiamo attivamente la presa in mano della situazione attraverso un dialogo aperto riguardo alle direzioni da prendere sia a livello pratico che a livello di consapevolezza individuale e, successivamente, collettiva.


Niccolò Manzoni, Dottore in Clinical Psychology for Individuals, Families and Organizations presso Università degli Studi di Bergamo

Clicca per commentare

You must be logged in to post a comment Login

Leave a Reply

News

Povertà energetica – il video integrale di “Prima la casa” l’evento Adiconsum/CanaleEnergia del 16 luglio

Pubblicato

il

Continua a leggere

News

Autorità indipendenti: no alle logiche di spartizione politica

Pubblicato

il

Comunicato stampa Federconsumatori

Indipendenza, competenza e professionalità sono i criteri con cui si devono nominare i vertici di AGCOM e Garante Privacy.

È passato un mese dal nostro ultimo appello, in cui esprimevamo forte preoccupazione per le nomine dei presidenti delle autorità indipendenti Agcom e Garante della Privacy. Abbiamo sottolineato la necessità e l’urgenza di affidare questi compiti a Commissari competenti in materia e completamente indipendenti da ogni logica politica.

Si tratta, infatti, di due authorities che svolgono oggi un ruolo chiave in un’era in cui il settore della comunicazione è soggetto a forti minacce e richiede, come non mai, che siano garantiti i principi di responsabilità, trasparenza, sicurezza, imparzialità e rispetto per la privacy. La tutela della sicurezza dei dati personali è una questione di primaria importanza in un’epoca in cui tali dati sono divenuti letteralmente oggetto di mercato.

Affidare tali compiti secondo un disegno di mera spartizione delle nomine, che nulla ha a che vedere con i meriti e le competenze, potrà determinare un gravissimo danno per il Paese, in termini di sicurezza, di tutela e di sviluppo.

Per tutelare al meglio i diritti e gli interessi dei cittadini ed il Paese è indispensabile che chi compone le autorità indipendenti rispetti i requisiti di autorevolezza, professionalità, competenza, autonomia e indipendenza. Gli unici in grado di assicurare l’elevato grado di trasparenza e credibilità di cui queste Autorità hanno sempre goduto.

Barattare l’equilibrio del Governo con l’assegnazione di cariche così delicate e importanti sarebbe da irresponsabili.

Per questo rinnoviamo il nostro appello affinché le nomine siano improntate esclusivamente alla competenza, alla professionalità e alla trasparenza, per istituire un sistema di vigilanza e controllo realmente libero da qualsiasi condizionamento politico o di altra natura.

Continua a leggere

News

La nostra economia è basata sulla scarsità e ci sta deludendo. Ecco perché il “modello di abbondanza” è ciò di cui abbiamo bisogno.

Pubblicato

il

Di Bibop Gresta – Chairman & Co-Founder at Hyperloop Transportation Technologies

Fonte: Linkedin

La maggior parte del mondo non pensa all’economia come un sistema creato dall’uomo.

Pensiamo ad esso come pensiamo alla natura: era qui “prima” di noi e sarà qui “dopo” di noi. È troppo grande da immaginare, troppo complessa da capire – e di conseguenza, consapevolmente o meno, l’adoriamo con fede divina. 

Ironicamente, l’economia è il riflesso della natura. 

Nelle società cacciatore-raccoglitori, “l’economia” era giusta ed equilibrata. Non c’era nessuna gerarchia, nessuna concorrenza. Era un ambiente cooperativo – e come un albero cadeva, uno nuovo sorgeva al suo posto, e così via.

Tuttavia, osservando la storia, le società cacciatore-raccoglitori si sono sviluppate soltanto dove c’era abbondanza di risorse, solitamente vicino ad una foresta o in una zona climaticamente mite. È nel deserto che abbiamo sviluppato una gerarchia – un ambiente più del tipo “sopravvivenza del più forte”. In questo tipo di economia, la scarsità dominava, fino al punto che (lentamente, con il tempo) questo modello è diventato il “normale” approccio alla vita — anche in posti con abbondanza. Forte contro debole. Vincitore contro perdente. Coloro che “hanno” e coloro che “non hanno.”

Scorrendo velocemente il tempo, quello a cui siamo finiti oggi è una quantità molto limitata di persone che controllano il 95% delle risorse del pianeta, mentre il resto del mondo sta morendo di fame.

Nel 2019, stiamo attualmente producendo cibo per 10 miliardi di persone – tuttavia siamo un mondo di sette miliardi e mezzo di persone, due miliardi dei quali muoiono di fame.

Qui non si tratta di politica. E non si tratta di raccogliere fondi per le iniziative “going green.”

“Sostenibilità”, nel vero senso della parola, sta nel capire i difetti della nostra attuale struttura economica, e il modo in cui, un modello costruito intorno alla scarsità, non porta ad una società sostenibile.

E vi spiegherò come — con una piccola storia chiamata “L’isola delle 10 palme”.

C’è un’isola con dieci persone e dieci palme.

L’economia che abbiamo creato per noi afferma un principio fondamentale: se ognuna delle persone dell’isola ha il potere di sostentarsi (cibo, acqua, ecc.), per definizione, non c’è economia. Se provo a vendere i frutti di una palma a qualcun altro, nessuno li comprerà perché gli altri hanno gli stessi frutti e sono sani e autosufficienti.

Ora immaginate che un uragano o un tornado colpisca l’isola e spazzi via 4 dei 10 alberi.

All’improvviso, si crea un’economia.

Le quattro persone che non hanno più palme per sostentarsi saranno improvvisamente interessate a comprare i frutti dagli altri sei che producono regolarmente frutta.

Pertanto, la teoria economica di Smith e Kerns direbbe: in questa situazione, se una delle sei persone che ha ancora un albero comincia a mettere un prezzo piu’ alto ai suoi frutti, poi qualcun altro abbasserà il prezzo al fine di competere per il cliente—e si avrà sempre un mercato che si auto-compensa.

Questa è domanda-offerta nella sua forma più basilare.

Purtroppo, è stato dimostrato che questa teoria è falsa perché la persona con la palma inizierà a volere sempre più potere. Lui/lei capirà le regole e le dinamiche dell’offerta e della domanda, e troverà il modo per far sì che gli altri con le palme non competano. Lui/lei potrebbe iniziare a comprare le altre palme in modo da poter dominare – o, immaginate che arrivi un altro tornado e distrugga le altre cinque palme. Ciò significa che l’individuo con l’ultima palma rimanente non solo controlla il prezzo, ma essenzialmente controlla l’intero approvvigionamento alimentare. Lui/lei diventa il sovrano dell’isola, in grado di decidere chi vive, chi muore, e ogni cosa che accade sull’isola.

Questo è ciò che succede quando si costruisce un modello economico attorno alla scarsità.

Adesso, vediamo come potrebbe essere l’opposto della scarsità.

Se si progettano le cose basandole sull’abbondanza, non solo si creano le condizioni per prosperare, ma si possono anche creare le premesse per un pianeta completamente nuovo basato su presupposti diversi – opposti a quelli esistenti sull’isola della scarsità. Solo che non dovete “consumare”, non dovete “produrre.” Non avete neanche il problema del lavoro, per esempio. Secondo uno studio di Oxford, il 47% dei posti di lavoro in tutto il mondo scomparirà nei prossimi 25 anni – e questi posti di lavoro non torneranno. Saranno sostituiti da computer e robot, e va bene cosi’. Evviva! Perché questo ci offre l’opportunità di poter garantire i diritti di base a tutti e di lottare per fare ciò che facciamo meglio: spendere l’80% del nostro tempo in creare e far progredire l’umanita’ e il 20% del nostro tempo eventualmente a lavorare.

Se fossimo in grado di ottimizzare e di costruire un modello economico attorno all’abbondanza invece che alla scarsità, sbarazzandoci del “lavoro” definitivamente, sarebbe ancora meglio.

Questo è estremamente importante nel modo in cui ci stiamo avvicinando e stiamo costruendo Hyperloop. 

L’abbondanza opposta alla scarsità è un pilastro fondamentale dei nostri criteri di progettazione. L’obiettivo qui non è quello di creare una società che fa tonnellate di denaro — anche se è l’ovvia conseguenza. La missione finale è un invito all’azione a livello planetario per costruire un sistema che apra la strada e costruisca l’infrastruttura per un’economia di nuova generazione. Non deve essere “Come possiamo arrivare da Los Angeles a San Francisco in meno di un’ora in modo che possa prendere più riunioni, lavorare di più, produrre di più, consumare di più,” ecc. 

Per riequilibrare veramente la nostra economia, dobbiamo attaccare il problema alla radice. E questo significa ridisegnare l’interazione umana da zero.

Mi rendo conto di dover sembrare un pazzo, fuori di testa, e va bene cosi’. Oggi stiamo appena scoprendo il percorso per arrivare a un modello di “abbondanza”. Al Forum mondiale dell’economia (World Economic Forum), 50 delle migliori compagnie del mondo ci prestano attenzione – desiderano tutti gli stessi risultati, ma partendo da punti di vista diversi. Ogni giorno possiamo vedere, passo dopo passo, un percorso sempre più chiaro davanti a noi.

Questo è un momento molto importante nella storia per l’umanità, e sta a noi unire e re-immaginare il mondo come lo conosciamo.

To read the English version of this piece, click here.

Continua a leggere