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Il problema dell’Italia non era il debito pubblico?

Sono passati ormai più di 30 mesi da quando la follia dei mercati finanziari ha portato molti operatori finanziari (e purtroppo anche molti piccoli investitori) a sbarazzarsi dei titoli di stato italiani temendo un default dell’Italia. Si sosteneva che il debito pubblico italiano fosse eccessivo, insostenibile. Allora il debito pubblico era pari a circa il 120% del PIL (dato del 2011) per circa mille e novecento miliardi di euro.

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 Oggi, a distanza di circa 30 mesi, il debito pubblico è aumentato di circa 200 miliardi di euro a 2.120 miliardi di euro e ben oltre il 130% del PIL e tutti si affrettano a comprare i nostri titoli di stato con i rendimenti che sono i più bassi da quando i servizi d’informazione finanziaria come Bloomberg registrano i dati.
Allora, era il debito pubblico il problema nel 2011? Evidentemente no, come noi abbiamo sempre ripetuto e scritto prima, durante e dopo la crisi del 2011 (1).
Sia chiaro, il debito pubblico è un problema grande. Non stiamo dicendo (come sostiene qualcuno) che il debito pubblico sia un falso problema e che può crescere all’infinito senza arrecare alcun danno. Stiamo dicendo, invece, che l’ammontare del debito pubblico non è il fatto più rilevante che possa determinare il default o meno di una nazione.
Come dimostra il caso del Giappone, si può avere un debito pubblico anche molto più alto di quello attuale dell’Italia e non avere la benché minima preoccupazione di default.
E’ un problema di regole del sistema finanziario.
Dal 2011 ad oggi sono cambiate diverse cose, ma quella veramente fondamentale è l’atteggiamento della BCE. La BCE ha fatto chiaramente capire che avrebbe fatto tutto quello che sarebbe stato necessario (“e credetemi, sarà sufficiente”, disse Mario Draghi) per salvare l’Euro.
E’ bastata questa consapevolezza affinché i mercati finanziari mollassero la presa sui titoli di stato che in quel momento erano oggetto di speculazione (anche perché gli speculatori rischiavano di perderci molti soldi, come qualcuno ha fatto). In altre parole è stata applicata la tesi della “pallottola d’argento” (2).
Ciò che dobbiamo domandarci, però, è se questo “idillio” dei mercati finanziari possa durare all’infinito. Con tutta probabilità, le prossime mosse della BCE che si attendono per il 5 Giugno contribuiranno a tenere i tassi ancora bassi per un po’, però non dovremmo cadere nell’errore opposto rispetto a quello che i mercati facevano nel 2011.
Né il debito pubblico italiano, né il problema dell’Euro è stato risolto.
Sul fronte dell’Euro si è fatto qualche passo avanti ad esempio sull’unione bancaria, ma sono piccole cose rispetto a ciò che sarebbe necessario (una riforma della BCE, una politica economica e fiscale comune e magari l’introduzione di monete complementari nazionali, ma su quest’ultimo tema stiamo parlando di qualcosa ancora troppo avanti per il main stream economico).
Sul fronte del debito pubblico, invece, l’Italia sta facendo passi troppo piccoli. Per abbassare il debito pubblico sarebbe necessaria una terapia d’urto, basata sullo stimolo della domanda, non certo sull’austerity e questa va fatta, ovviamente, non compromettendo i conti pubblici. Servono, in altre parole, terapie economiche non convenzionali che possano smuovere cifre nell’ordine delle centinaia di miliardi all’anno e non piccolezze nell’ordine delle decine di miliardi.
Fra qualche anno, i tassi d’interesse in tutto il mondo inizieranno a risalire e cosa farà l’Italia con circa 2.200/2.300 miliardi di debito pubblico a rifinanziare tutti gli anni e sul quale pagare ben oltre 100 miliardi d’interesse tutti gli anni? Ora è il momento di occuparsi (ed anche di pre-occuparsi) seriamente del debito pubblico. Adesso che i tassi sono bassi. Non demonizzandolo, non dicendo che tra poco finiremo in default. Ma pensando che un piano non convenzionale per dimezzare il rapporto Debito/PIL in 20 anni si può fare, bisogna solo smettere di pensare in modo convenzionale, partendo dal riconsiderare il ruolo della moneta nella teoria economica.

(1) http://investire.aduc.it/editoriale/debito+pubblico+italiano+sostenibile_17641.php
(2) http://www.aduc.it/editoriale/ben+venga+cambiamento+italia+adesso+bce+spari_19654.php

Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la Tutela del Risparmio

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Consumatori

Boom dell’e.commerce. Grazie sopratutto alle donne

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Tra i settori fortemente in crescita prodotti femminili, accessori di design, bottiglie di spumante, prosecco e champagne. Le donne tra i 35 e i 44 anni le più coinvolte. 

 

11  Ottobre 2018 – Secondo il report di Nielsen[1] sulle vendite online e sulla crescita dell’e-commerce nel mondo, le vendite globali online stanno crescendo quattro volte più velocemente delle vendite offline con una stima che prevede che gli acquisti globali totali raggiungeranno i 400 miliardi di dollari entro il 2022. Sempre secondo Nielsen, l’Italia è tra i primi 5 paesi europei per vendite telematiche; al primo posto vi è Regno Unito, seguito da Francia, Svezia e Russia. Idealo, portale internazionale di comparazione prezzi,  ha voluto approfondire l’argomento, scoprendo che nel corso dell’ultimo anno l’e-commerce è decisamente stato nelle mani delle donne[2].

2018: anno dell’e-commerce al femminile. Tra le categorie di prodotto maggiormente in crescita legate al mondo femminile e con una crescita pari ad almeno il 200% rispetto al 2017, idealo segnala i prodotti di make up, quelli per la cura del viso, i solari, i prodotti per la cura del corpo, quelli per la cura dei capelli, fon e profumi.

Tra le categorie merceologiche più strettamente legate ad un pubblico femminile, come ad esempio i trattamenti per il viso o per il corpo, le donne maggiormente coinvolte sono quelle che appartengono alla fascia di età tra i 35 e i 44 anni,  nel primo caso corrispondono infatti al 25,0% delle ricerche, nel secondo caso al 27,8%. Unica eccezione la fanno i prodotti per la cura dei capelli e per il make up, settori che coinvolgono anche un pubblico più giovane tra i 25 e i 34 anni, nel primo caso con una percentuale che corrisponde al 29,7%, nel secondo caso al 31,6%.

 

Boom degli alcolici online. Anche se il 2018 dell’e-commerce è stato appannaggio del pubblico femminile, la categoria di prodotto che più di tutte ha fatto registrare un boom è legata al settore food & beverage: i vini bianchi, infatti, hanno registrato la crescita di interesse più elevata rispetto all’anno precedente. E non si tratta dei soli prodotti alcolici in classifica, infatti ottimi risultati, con almeno il +200%, hanno riscosso anche i vini rossi e  le bottiglie di champagne, spumante e prosecco,.

Per quanto riguarda questi ultimi, il boom è stato registrato principalmente ad Aprile e a Settembre 2018 ed ha coinvolto in particolar modo i giovani tra i 25 e i 34 anni (28,5%). In questo caso i più interessati sono i ragazzi (62,9%) mentre le donne hanno effettuato il 37,1% delle ricerche. Tra i prodotti più cercati in assoluto Moët & Chandon Brut Impérial, Veuve Clicquot Brut, Pommery Brut Royal, Ferrari Brut e Moët & Chandon Rosé Impérial.

[1]                                                       Il report integrale di Nielsen dal titolo  “Future Opportunities in FMCG E-commerce” è disponibile a questo link.

[2]                                                      L’analisi di idealo ha preso in esame un arco temporale che va dal 1° Gennaio 2018  al 24 Settembre 2018.

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Consumatori

Voli cancellati, la compagnia deve rimborsare tutto

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Fonte: ECC-NET

In caso di cancellazione di un volo, il rimborso dovuto dalla compagnia aerea al passeggero comprende anche le commissioni riscosse dall’intermediario, purché la compagnia fosse a conoscenza della corresponsione delle stesse al momento dell’acquisto.

A stabilirlo è la Corte di Giustizia Ue, intervenuta ancora una volta a definire e incrementare le tutele dei passeggeri aerei previste dal Regolamento UE 261/04 in occasione di un rinvio pregiudiziale effettuato dal tribunale di Amburgo. Il giudice tedesco era stato investito di una controversia insorta a seguito della cancellazione di un volo Amburgo-Faro della Vueling Airlines, per il quale il sig. Dirk Harms aveva acquistato sei biglietti attraverso l’intermediazione di un noto sito comparatore di tariffe (Opodo.de). A seguito del disservizio, il sig. Harms ha chiesto alla compagnia aerea il rimborso del totale pagato ad Opodo, pari a 1108,88 euro, ma la Vueling ha accettato di corrispondere la somma di 1031,88 euro, rifiutando fermamente di rimborsare 77 euro, pari alle commissioni ricevute dall’intermediario. Il tribunale di Amburgo, adito dal sig. Harms, ha interpellato, mediante rinvio pregiudiziale, la Corte di Giustizia per ottenere un’interpretazione dell’art. 8 del Regolamento che attribuisce al passeggero, in caso di cancellazione, il diritto al rimborso del <<prezzo pieno del biglietto, allo stesso prezzo al quale è stato acquistato>>. Il tribunale, nello specifico, ha chiesto “se la nozione di rimborso (…) debba essere interpretata nel senso che debba ivi intendersi la somma versata dal passeggero per il biglietto aereo in questione o se occorra invece fare riferimento alla somma effettivamente percepita dal vettore aereo avversario qualora, nel processo di prenotazione, sia intervenuta una società di intermediazione che, senza peraltro dichiararlo, lucri la differenza tra l’importo corrisposto dal passeggero e quello percepito dal vettore aereo”.

La Corte ha dichiarato che la commissione riscossa da un intermediario presso un passeggero, al momento dell’acquisto di un biglietto, deve, in linea di principio, essere considerata come una componente del prezzo da rimborsare ai passeggeri in caso di cancellazione del volo, ma che tale inclusione deve essere soggetta a taluni limiti, tenuto conto degli interessi dei vettori aerei che essa mette in discussione. È necessario cioè verificare se la compagnia aerea fosse a conoscenza della corresponsione della somma all’intermediario al momento dell’acquisto e, solo in caso positivo, considerare la commissione ai fini della corresponsione del rimborso.

Tale interpretazione è in linea con gli obiettivi del Regolamento 261 il quale, come ribadito dai giudici di Lussemburgo, mira a garantire un livello elevato di protezione dei passeggeri, ma anche ad assicurare un equilibrio tra gli interessi di tali passeggeri e quelli dei vettori aerei.

 

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Consumatori

Revisionare uno scooter costa come un SUV. Esposto del Codacons

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La revisione auto, il famoso certificato cui sono obbligati i proprietari di auto e motocicli, finisce al vaglio dell’Antitrust. Il Codacons ha presentato infatti un esposto all’Autorità per la concorrenza e al Ministero dei Trasporti chiedendo di fare luce sui costi del certificato che la legge impone ai cittadini e di modificare le tariffe stabilite per legge.

Il certificato di revisione è un controllo obbligatorio previsto dal Codice della Strada su tutti i veicoli a motore, finalizzato a verificarne le condizioni sul fronte della sicurezza, del livello di emissioni inquinanti e della rumorosità – spiega l’associazione – Le tariffe per ottenere il rilascio del documento sono stabilite dal Ministero dei Trasporti di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze ma il relativo decreto non fa alcuna distinzione tra tipologie di veicolo: ne consegue così che per sottoporre uno scooter a revisione si paga la stessa cifra prevista per un Suv o per un’auto potente e di elevata cilindrata.

Nello specifico per il corrente anno i costi relativi alle operazioni di revisione sono pari 45,00 euro se la revisione è effettuata presso la Motorizzazione e 66,80 euro (Iva inclusa) se la revisione è effettuata presso un’officina autorizzata.

Fermo restando la legittimità dell’obbligo di revisione dei veicoli, con riferimento all’aspetto meramente economico ne emerge, a parere della scrivente associazione, un’evidente disparità di trattamento fra gli utenti/automobilisti, in funzione del mezzo adoperato, ed in ragione della loro capacità contributiva ex art. 53 Cost. – scrive il Codacons nell’esposto – Si chiede pertanto di aggiornare ovvero parametrare le tariffe relative alle operazioni di revisione tenendo conto dei dati del veicolo (cilindrata, modello, data di immatricolazione, alimentazione, allestimento del veicolo, tipo di utilizzo e i km percorsi annualmente) nonché ai dati del proprietario (persona fisica, giuridica o società; residenza, data di nascita e anno di conseguimento della patente; classe di merito e attestato di rischio; numero di sinistri e tipologia; eventuali altre auto possedute in famiglia), previo annullamento in autotutela ai sensi della L. 241/90 del “Regolamento recante la fissazione delle tariffe applicabili alle operazioni di revisione dei veicoli” ex D. Min. Trasporti del 2 agosto 2007, n.161”.

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