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Il profilo di rischio degli investitori ed il principio di adeguatezza

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Firenze, 14 Marzo 2017. I due cardini attorno ai quali ruota, in Europa, tutto l’impianto normativo a tutela degli investitori sono sintetizzabili in due frasi:
1) “fornire agli investitori tutte le informazioni affinché possano fare scelte d’investimento consapevoli” e
2) “eseguire solo operazioni adeguate al profilo di rischio”.
Entrambi i principi vengono applicati dalle banche solo ed esclusivamente in maniera formale, al solo scopo di tutelarle legalmente. Troppo spesso queste norme, paradossalmente, per come vengono applicate, diventano un ostacolo alla concreta tutela degli investitori.
Il primo principio, quello di informare gli investitori, si traduce quasi sempre nel fornire loro (quando va bene, perché quando va male si fanno firmare dichiarazioni nelle quali i clienti affermano di aver ricevuto documentazione mai consegnata) dei fascicoli di documenti lunghissimi e incomprensibili che rappresentano veri e propri “muri di parole”.
Le autorità di vigilanza hanno ben presente il problema e da tempo la regolamentazione si sta muovendo nella direzione di affiancare ai documenti informativi completi delle schede di sintesi che dovrebbero contenere gli elementi essenziali. Naturalmente queste iniziative sono lodevoli ma restano inefficaci nei fatti. Da una parte perché sono ancora circoscritte ad una percentuale minoritaria dei prodotti e servizi accessibili agli investitori ma soprattutto perché gli investitori che non sono abituati a compiere scelte d’investimento consapevoli. L’investitore medio è convinto di non essere in grado di scegliere e neppure ci prova. La finanza è percepita (ed in parte sicuramente è così) come troppo complessa e inaccessibile.  Questi documenti, per quanto semplificati, molto spesso rimangono inaccessibili (vuoi per scelte comportamentali, vuoi per reale incapacità) alla grande maggioranza degli investitori.
Se sul primo principio cardine della tutela degli investitori ormai si è consolidata una certa consapevolezza circa la necessità di semplificare le informazioni fornite, sul secondo principio – ancora più difficile da realizzare concretamente – non siamo ancora arrivati neppure ad un livello di consapevolezza del problema da parte degli stessi tecnici che dovrebbero vigilare sulla loro applicazione.
Propedeutico al principio di eseguire solo le operazioni adeguate al profilo dell’investitore vi è l’obbligo normativo di raccogliere tutte le informazioni per determinare quale sia questo profilo. Le informazioni che è necessario raccogliere riguardano gli obiettivi d’investimento, la propensione al rischio ed il grado di conoscenza in materia di investimenti finanziari.
Sembrerebbe una cosa normale e logica, ma determinare il profilo di un investitore è una cosa molto, molto complessa.
Nel mondo reale, nella quasi totalità dei casi, questi questionari vengono precompilati dalle banche e sottoposti ai clienti per la firma in base al tipo di operazione che si è deciso di proporre. In sostanza invece di determinare il profilo di rischio per scegliere come investire, prima si sceglie come investire e poi si redige (o modifica) il profilo di rischio per farlo diventare compatibile con le scelte  fatte. E’ evidente che questo comportamento, del quale quasi tutti gli investitori hanno fatto esperienza (spesso neppure se lo ricordano perché la compilazione del questionario è stata fatta passare come una mera formalità affogata nel mare delle crocette dei “firmi, qui, qui e qui…”) è ai confini del truffaldino.  Qui ci preme sottolineare come la pretesa della norma sia, nei fatti, difficile da applicare per coloro che volessero essere realmente coscienziosi.
La percezione del rischio dei clienti cambia col tempo, molti investitori non hanno veri e propri obiettivi d’investimento se non quello di “rischiare il meno possibile e guadagnare il più possibile” (che non è un obiettivo ma un desiderio: cosa  molto diversa). Per dire meglio: non è che non hanno obiettivi, non sono mai stati abituati a pensare in termini di obiettivi di vita collegati ad esigenze finanziarie, ragione per la quale sono particolarmente restii ad affrontare analisi di questo tipo.
Nei rari casi nei quali si desidera veramente tracciare un serio profilo di rischio ci si rende conto di due elementi comuni: la dinamicità e la multi dimensionalità del profilo. Con il primo tratto intendiamo ribadire il fatto che un profilo fatto nel 2001, 2008 o nel 2011 sarà molto diverso di un profilo fatto oggi, dallo stesso investitore, in un momento nel quale i rischi finanziari sono molto poco percepiti. La percezione del rischio negli investitori è molto mutevole. La finanzia comportamentale, poi, c’insegna che gli investitori tendono ad essere avversi al rischio, ma se sono in perdita, al fine di recuperare, tendono ad essere più propensi al rischio.
Il problema di fondo è che chiedere ad un investitore “quanto vuoi rischiare?” è privo di senso se non si forniscono, contemporaneamente, dei parametri di riferimento.
La compilazione del questionario dovrebbe essere affiancata ad un momento di informazione su quelle che sono le reali alternative fra le quali scegliere.
Per quanto concerne la multi-dimensionalità del profilo di rischio c’è da evidenziare che è del tutto illogico incasellare un investitore in un unico profilo. Gli esseri umani sono complessi e sfaccettati per natura. Anche qui la finanza comportamentale c’insegna che le persone tendono a crearsi dei “conti mentali”. Con una parte del portafoglio sono disponibili a prendersi determinati rischi, con un’altra parte assolutamente no. Incasellare un investitore in un unico profilo di rischio è assolutamente privo di senso.
Ammesso, e non concesso, che si riesca a determinare un profilo d’investimento valido si dovrebbe arrivare poi al cuore della norma a tutela degli investitori, ovvero il fatto che gli intermediari finanziari dovrebbero eseguire solo operazioni adeguate al profilo dell’investitore.  (La normativa, in realtà,  è più complessa.  E’ prevista sia la verifica di “adeguatezza” per i servizi di gestione di portafoglio e di consulenza finanziari che quella, più leggera, di “appropriatezza” per gli altri servizi. In alcuni casi, inoltre, è possibile eseguire delle negoziazioni in modalità così detta  “execution only” che non prevede questo tipo di verifiche).
Cosa s’intende per “adeguate”? In realtà non esiste nessuna norma che specifichi precisamente il concetto di adeguatezza. I regolamenti parlano di adeguatezza per “tipologia, frequenza e dimensione”, ma cosa esattamente questo significhi è rimesso alla libera determinazione degli intermediari. L’autorità di vigilanza, nei fatti, vede di buon occhio una modalità automatizzata che traduce il profilo degli investitori in una qualche scala numerica (ad esempio da 1 a 5 dove 1 sarebbe il profilo conservativo e 5 il profilo più rischioso) e poi assegna a tutti gli strumenti finanziari un’identica scala sulla base, essenzialmente, di indicatori derivati dalla volatilità (che è il modo con il quale, solitamente – sbagliando! – si traduce l’espressione “rischio” in finanza).
Se vogliamo guardare in faccia alla realtà dobbiamo ammettere che fra i tecnici non esiste affatto una uniformità di vedute circa ciò che si possa definire tecnicamente adeguato ad un profilo. Per i casi limite è evidente che tutti siamo d’accordo. E’ chiaro, ad esempio, che per una persona che dichiara un profilo conservativo un portafoglio composto al 50% di azioni sia palesemente inadeguato, ma se invece del 50% di azioni si parlasse di un 5% di azioni? Qui probabilmente i pareri – anche fra i tecnici – inizierebbero a differenziarsi parecchio. Per qualcuno investire in azioni su un profilo conservativo sarebbe comunque sbagliato, per altri – paradossalmente – sarebbe sbagliato non farlo, per altri ancora dipenderebbe dal tipo di azioni o di strumento scelto.
Vi è poi il criterio dell’esperienza e conoscenza dell’investitore. Prendiamo un investitore che non abbia mai investito in azioni. Si può sostenere che per questo investitore, anche se propenso al rischio, sia sempre inadeguato l’investimento in azioni? Oppure una certa percentuale di azioni potrebbe essere comunque adeguata? Se sì, quale percentuale?
Solo da questi due esempi si può comprendere come il concetto di adeguatezza sia fortemente discrezionale e dipendente dalle idee del soggetto che fa questa valutazione.
Auspichiamo che le autorità di vigilanza nazionali ed europee aprano presto un serio dibattito sull’efficacia del concetto stesso di adeguatezza per la tutela degli investitori o se non sia più appropriato iniziare a pensare ad altri approcci. Come obiettivo minimo, auspichiamo che così come si stanno facendo dei miglioramenti sul primo principio, quello relativo alle informazioni da fornire agli investitori, s’inizi a pensare da dei miglioramenti anche sul modo (e frequenza) con cui vengono redatti questi profili e sul modo in cui vengono tradotti in verifiche di adeguatezza.
Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio
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Bankitalia spende 750mila euro per un sito che dovrebbe educare i consumatori al risparmio

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CODICI presenta un Esposto alla Corte dei Conti per il sito sull’educazione finanziaria del Comitato EDUFIN

L’Associazione si oppone allo sperpero di denaro pubblico e chiede di verificare costi e modi di realizzazione di uno strumento che risulterebbe più a favore delle Banche che dei Consumatori

L’Associazione CODICI, a tutela degli interessi dei cittadini e dei consumatori, ha presentato un esposto alla Corte dei Conti, ritenendo che l’iniziativa del sito internet per l’educazione finanziari del Comitato EDUFIN, al quale sono stati assegnati fondi per un totale di 1 milione di euro dal 2017, rappresenti una dispersione di fondi pubblici.

CODICI chiede al nuovo Governo, in particolare al Ministero dello Sviluppo Economico e al Ministero dell’Economia e delle Finanze, di vigilare su questo spreco di soldi pubblici e controllare l’emergenza che si nasconde dietro le attività di consulenze e appalti, per progetti che risultano inadeguati ai costi.

Analizzando il sito internet dedicato http://www.quellocheconta.gov.it/it/che è costato più di 750 mila euro, risulta evidente come, una spesa di questa entità sia sproporzionata a fronte dei contenuti pubblicati all’interno dello stesso sito. I testi risulterebbero dei contenuti riconducibili a siti internet di istituti bancari. Una situazione paradossale che appare ancor più strana dal momento che il sito in questione e il comitato ad esso collegato sono stati costituiti per informare e divulgare nozioni fondamentali per il consumatore, riguardo l’argomento finanziario. Da un’analisi del sito si evince come questa informazione sia del tutto insufficiente.

La Fondazione per l’Educazione Finanziaria al Risparmio, attraverso il Comitato per l’educazione finanziaria, ha realizzato un sito web che, da quanto riportato anche in un’inchiesta de “Il Fatto Quotidiano”, sebbene sia un’iniziativa governativa di EDUFIN, risulterebbe inefficace e molto dispendiosa per i contribuenti italiani.

Il sito nasce con l’intento di fare luce su una materia che sembrerebbe ancora oscura ai risparmiatori, quella della cultura finanziaria. Dagli strumenti bancari per mettere da parte i primi risparmi, alle nozioni sulla busta paga e il TFR; dal percorso che è possibile intraprendere per l’acquisto di una casa, alle spese da affrontare in una famiglia, fino alla gestione della pensione.

Il problema evidenziato nell’articolo de “Il Fatto Quotidiano” dello scorso 29 Aprile, riguarda sia le spese di realizzazione del sito, che è costato quasi un milione di euro all’anno (750 mila euro), provenienti dal Ministero del Tesoro, che i contenuti. Ad una lettura attenta non emergono informazioni davvero utili e complete sull’educazione finanziaria, sebbene questa dicitura sia riportata quasi in ogni articolo, ma si tratta piuttosto di informazioni banali e talvolta fuorvianti.

“Come Associazione a difesa dei Consumatori, riteniamo – dichiara il Segretario Nazionale di CODICI Ivano Giacomelli – che operazioni come questa rappresentino un grande sperpero di risorse pubbliche e non siano state gestite in maniera totalmente trasparente. Sicuramente i contribuenti e i risparmiatori a cui era indirizzato il sito si ritroveranno ancora a farsi molte domande sull’educazione finanziaria, dopo aver letto articoli poco esaustivi, a favore di alcuni istituti bancari o news che rappresentano vere e proprie campagne promozionali per vendere polizze” – ha concluso Giacomelli.

Per i motivi sopracitati CODICI, nella sua quotidiana attività a tutela dei Consumatori, ritenendo che il sito governativo non sia stato realizzato con un punto di vista imparziale, bensì contenga contenuti pubblicitari a favore delle Banche, ha presentato un esposto alla Corte dei Conti.

Ufficio Stampa Associazione CODICI
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Educazione finanziaria, emergenza nazionale. Di Francesco Luongo

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Tutela del risparmio ed educazione finanziaria “virtuale” dei consumatori. L’irresistibile inconsapevolezza della rabbia dei cittadini

 

In Italia oltre 500mila famiglie sono state colpite dai crack seguiti alla malagestio conclamata di un management bancario disinvolto ed in alcuni casi dai comprovati rapporti amicali con le Autorità di vigilanza.

A fronte di soli 67 milioni di euro di sanzioni irrogate da BankItalia e Consob, chissà se e quando riscossi, ai bancarottieri sono stati riconosciuti 113 milioni di euro di bonus.

Dopo la strage di azionisti e bondholders di Banca Marche, CariChieti, CariFerrara, Etruria, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, non dimentichiamo che il Ministero dell’Economia (quindi noi contribuenti) ha investito in Monte dei Paschi di Siena circa 5,4 miliardi di euro: 3,85 miliardi per l’aumento di capitale e 1,53 miliardi nell’offerta ai risparmiatori ex titolari di bond subordinati, divenuti soci della banca per permettere allo Stato di salvare l’istituto.

Ecco pertanto il porsi ancora una volta  al centro dell’attenzione istituzionale il vecchio problema dell’ alfabetizzazione economica degli italiani, con l’istituzione da parte del MEF del Comitato Edufin e l’approfondimento svolto nell’ambito della XVII sessione programmatica CNCU – Regioni, svoltasi a Macerata. “Educazione e trasparenza finanziaria: un investimento per i cittadini/utenti” il titolo della due giorni di confronto e discussione tra Associazioni dei consumatori, il Ministero dello Sviluppo Economico, le Regioni e quelle Autorità che, come la Banca d’Italia e Consob, svolgono una attività di “stabilità dei mercati bancari e finanziari” ben diversa dalla “tutela dei risparmiatori”.

Non è un caso, del resto, che la stessa Commissione d’Inchiesta Parlamentare sulle banche della scorsa legislatura nella relazione finale abbia chiarito che «le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio».

E’ ormai palpabile la sfiducia dei risparmiatori verso ogni forma di investimento, dimostrata dai 1.329 miliardi di euro gelosamente custoditi sui conti correnti a tassi irrisori, se non negativi, a causa del “bollo” introdotto dal Governo Monti nel 2012.

Solo un’ adeguata e capillare campagna di educazione finanziaria che parta dalle scuole diffondendosi nei territori attraverso incontri diretti con i risparmiatori, anche con il contributo delle associazioni dei consumatori, unita a una nuova vera autorità di tutela del risparmio che potrebbe essere la stessa Antitrust e norme penali più severe che prevedano il carcere per i bancarottieri, potranno invertire questo trend della paura che sta bloccando il Paese.

Non sembra al momento che gli interlocutori istituzionali, a cominciare dal MEF e dal Comitato Edufin, condividano questa impostazione visto che hanno deciso di investire  nel 2017 circa 750mila euro per la creazione dell’ennesimo portale “Quello che Conta” che aggiunge a quelli di ConsobBankItalia, ed altri 300mila in studi e consulenze.

Vedremo se nei prossimi mesi  si ragionerà in termini più concreti e meno “virtuali” rispetto ai bisogni di cultura finanziaria dei cittadini e che il nuovo Governo sia più sensibile verso questi temi comprendendo la rabbia dei tanti  che hanno perso i propri risparmi.

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Carte di credito clonate, un giro d’affari di 150.000 euro a settimana

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Vacanze in arrivo, truffe in agguato… Carte di credito clonate, un giro d’affari di 150.000 euro a settimana. Il Movimento Difesa del Cittadino rinnova le sue battaglie di sensibilizzazione, invitando i consumatori alla massima attenzione, seguendo anche i consigli dei Carabinieri

 

Un enorme giro d’affari, un indotto impressionante. Le indagini parlano chiaro. Attraverso la frode dei codici bancari, e la successiva clonazione delle carte di credito, il business che si può raggiungere tocca 150.000 euro a settimana, circa 10 milioni l’anno.

I prelevamenti vengono effettuati perlopiù nei Paesi esteri, con maggiore concentrazione in Jamaica, Indonesia e Belize.

Gli sportelli ATM sono abilmente manipolati, attraverso l’inserimento di un file “spia”, perfettamente mimetizzato, che riesce a carpire tutti i dati delle carte di credito inserite. Ecco così che codici e bande magnetiche vengono cifrati ed inviati direttamente all’estero, dove avviene la clonazione.

 

Il Movimento Difesa del Cittadino, attraverso le campagne SOS POS e Pago Sicuro, ha da tempo avviato un percorso finalizzato all’educazione finanziaria dei cittadini, proponendosi di incentivare l’utilizzo delle carte di debito e di credito con la corretta informazione,  stimolando le Istituzioni e l’opinione pubblica ad una riflessione su queste tematiche, raccogliendo denunce e reclami dei cittadini, al fine di poter affrontare qualsiasi acquisto serenamente e in totale sicurezza. Conoscere diritti e doveri è la base per gli acquisti sicuri!

 

<<La maggiore diffusione dei pos nei piccoli esercizi commerciali – spiega Francesco Luongo, Presidente Nazionale di MDCpermetterebbe ai consumatori di non essere costretti a continui prelievi bancomat esponendosi al rischio di hacking della propria carta di debito. Ci auguriamo che il nuovo Governo prenda subito a cuore il tema della sicurezza e della diffusione dei pagamenti elettronici essenziali alla crescita del paese>>.

 

Attraverso i link: www.difesadelcittadino.it/sos-pos/ e www.difesadelcittadino.it/pago-sicuro/ I cittadini possono contattare l’Associazione per ricevere consigli e assistenza sui pagamenti elettronici, per denunce e reclami per disservizi o per vere e proprie violazioni della legge.

 

L’Associazione, inoltre, ricorda gli accorgimenti che l’Arma dei Carabinieri ha diffuso nei mesi scorsi, al fine di evitare la sottrazione dei dati sensibili e le truffe sempre in agguato:

 

1) Verificare sempre che nelle immediate vicinanze non vi siano persone ferme in atteggiamento sospetto. 2) Accertarsi che sullo sportello non siano state applicate apparecchiature posticce, controllando, ad esempio, la fessura ove viene inserita la carta (per l’eventuale presenza di skimmer, fili o nastro adesivo sospetto) oppure l’aderenza della tastiera al corpo dello sportello (verificando che non vi siano due tastiere sovrapposte). Queste applicazioni infatti non inficiano l’operazione da svolgere, per cui al termine della stessa l’ignara vittima potrebbe non accorgersi della duplicazione del codice. 3)Controllare che non vi siano fori anomali all’interno dello sportello (specialmente sul lato superiore), ove potrebbero trovare eventuale alloggiamento microtelecamere (queste non superano il mezzo centimetro di diametro). 4) Qualora ci sia il sospetto che lo sportello sia stato manomesso bisogna chiamare il “112”. 5) Durante l’operazione di digitazione del codice, utilizzare una protezione “visiva” (anche l’altra mano, ben collocata, o il portafogli stesso possono essere sufficienti) che renda effettivamente difficoltoso, per potenziali “spioni”, prendere conoscenza del codice attraverso microtelecamere in precedenza installate. 6)Qualora al termine dell’operazione non venga restituita la carta, è buona norma chiamare subito il numero verde per bloccarla.

 

 

 

 

 

 

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