In questo contesto, il dramma italiano rimane la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro. Il
tasso di occupazione nella fascia 20-24 anni è al di sotto del 30%, mentre l’indicatore relativo alla
mancata partecipazione al lavoro, nella fascia di età 1 5-24 anni, schizza al 54,9% nel 201 3, registrando
un +1 5% rispetto al 2008. Non v a di certo meglio alle donne, che fanno registrare un tasso di
occupazione intorno al 50%, quasi 1 5 punti percentuali in meno della rispettiva media Ue-27 . I dati
relativi all’ancor più deteriore situazione occupazionale del Mezzogiorno confermano l’esistenza di una
“frattura” dello stivale per risanare la quale bisogna interrogarsi se per curare malattie diverse
valgano ricette universali.
Se la quantità di lavoro scarseggia, la qualità non v a di certo meglio. A incidere in negativo sugli aspetti
qualitativi è anzitutto l’instabilità e l’incertezza: ben il 91 ,5% dei lavoratori teme che se dovesse perdere
il lav oro sarà difficile ritrovarne uno simile. Il sentimento di insicurezza del lavoro è più diffuso, oltre
che tra chi ha un contratto a termine, tra i più giovani e le donne (oltre il 40% ha paura di perdere il
lavoro), tra i lavoratori meno istruiti e quelli addetti a mansioni manuali poco qualificate. In sostanza,
v uol dire che i più giovani vivono nella paura di perdere il lavoro e gli anziani temono di non ritrovarlo.
Inoltre, cresce il numero di lavoratori con un titolo di studio superiore a quello richiesto dall’attività
svolta (il 22,1 % degli occupati nel 201 3), mentre resta pressoché invariata la quota di occupati con
bassa retribuzione o irregolari. Un dato apparentemente positivo è quello relativo alle differenze di
genere rispetto alla qualità del lavoro. Ma è solo una “illusione ottica”. Infatti, l’effetto positivo svanisce
quando ci si rende conto che la contrazione delle differenze dipende da un peggioramento dei dati
relativi alla condizione maschile e non da un miglioramento di quella femminile.

Questa situazione impatta inevitabilmente sulla salute e sul benessere della società. Basta esaminare
alcuni significativi dati contenuti nel dominio “salute” del Rapporto che sottolineano come il benessere
psicologico è particolarmente compromesso tra le persone in cerca di nuova occupazione e tra coloro che
sono in cerca di un primo lavoro.
Insomma, se le cose non cambiano, se il lavoro non torna al centro del dibattito politico ed economico in
modo adeguato, l’anno prossimo ci si troverà a discutere i dati di un Rapporto sul “malessere equo e
sostenibile”. Non scoraggiamoci però. Si sa che l’età del malessere è passeggera. E non è un caso che nella
Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 4 luglio 1 7 7 6 si citi come diritto inalienabile la
“ricerca della felicità”.

Fonte: ilsussidiario.it