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Inail: quando deve prendere prende, quando deve dare non dà!

Codici segue il caso di un lavoratore che, sei mesi dopo il suo infortunio, riceve soltanto 95 euro di rimborso.

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Ogni mattina, milioni di lavoratori, devono raggiungere il proprio posto di lavoro. Può capitare a chiunque, in questo percorso, nel marasma del traffico cittadino, di subire un infortunio più o meno grave che causerà, forzatamente, l’assenza dal lavoro.

In caso di incidente in itinere, dovrebbe essere l’Inail a tutelare il lavoratore vittima di infortunio, ma, purtroppo per i lavoratori, non sempre avviene. 

L’Associazione consumatori CODICI ha effettuato un indagine sull’efficienza e l’utilità dell’ Inail, occupandosi dello specifico caso di un lavoratore che, a febbraio, stava raggiungendo il proprio posto di lavoro  in scooter e ha subito un incidente. Ha richiesto un rimborso per infortunio all’Inail che, ben sei mesi dopo, lo ha risarcito con, soltanto, 95 euro.

La prassi per richiedere il rimborso è, tradizionalmente, complessa e onerosa e il lavoratore, assente da lavoro per otto giorni, ha chiesto assistenza alla nostra associazione.

Per ottenere il rimborso abbiamo dovuto riempire due questionari dettagliati contenenti precise indicazioni del modo in cui è avvenuto l’infortunio, compreso il percorso svolto dal lavoratore per recarsi sul posto di lavoro. Lo stesso questionario è stato compilato anche dal datore di lavoro: uno spreco di tempo, considerando che ne sarebbe bastato soltanto uno.

Nel caso in cui all’Inail la pratica risulta poco chiara o illeggibile, o semplicemente non viene compresa un’informazione contenuta sul questionario, l’ente comunica l’errore, esclusivamente a mezzo di posta ordinaria, non specificando quali siano gli elementi non compresi o gli carenze presenti. L’Inail  si preoccupa, invece, di  inviare ogni volta la stessa comunicazione in cui definisce la pratica incompleta per carenza documentale: nel caso specifico la comunicazione è stata inviata otto volte, a distanza di 15 giorni l’una dall’altra e quando si cercava di capire dove fosse l’errore, la risposta era sempre la stessa lettera. Solo nel caso in cui il consumatore ha l’accortezza di rispondere formalmente o inviare le richieste tramite Pec, gli viene indicata la posizione da sanare.

La situazione che emerge da questa indagine è estremamente complessa: telefonando ai numeri indicati come riferimento sulle lettere, non risponde nessuno o, nel migliore dei casi, risponde un centralino; le pratiche dei cittadini romani, in particolare, vengono spesso gestite da operatori che lavorano in provincia di Rieti, quindi il confronto diretto diventa un’utopia, tutt’al più in pubblica amministrazione, con ferie e malattie annesse che rendono quasi impossibile la comunicazione.

Il lavoratore di cui ci siamo occupati, ha ricevuto, a luglio, quindi ben sei mesi dopo, 95 euro di risarcimento, cosa resa possibile soltanto grazie all’insistenza del lavoratore e di Codici.

Qualora il cittadino non avesse la forza di procedere con insistenza, abbandonando la gestione della procedura, non riceverebbe alcun tipo di risarcimento, in quanto l’impostazione dell’Ente non prevede un pagamento automatico.  In più nei primi quattro giorni dall’infortunio, il lavoratore non vedrà corrisposto nessun pagamento né da parte del datore di lavoro né dall’Inail, secondo quanto cita l’art. 68, n. 1124, il quale afferma che “a decorrere dal quarto giorno successivo da quello in cui è avvenuto l’infortunio, viene corrisposta all’infortunato stesso, un’indennità giornaliera”, da parte dell’Inail.

Ciò significa che, nei primi quattro giorni, i lavoratori infortunati non riceveranno alcuna forma di indennizzo e questo lo stabilisce una legge del 1965 a cui ci atteniamo ancora oggi, più di cinquant’anni dopo!

Considerati i tempi e le modalità di rimborso, chissà quanti  lavoratori abbandoneranno le pratiche per richiedere un risarcimento in seguito ad un infortunio, chissà quanti non avranno la forza e la convinzione di portarla avanti senza l’aiuto di Associazioni come la nostra.

Viene spontaneo chiedersi, di conseguenza, quanti miliardi ci sono in pancia all’Inail? E, soprattutto, è realmente necessaria ai lavoratori?

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Buoni postali: la Cassazione ammette la variazione del tasso sui buoni sottoscritti prima del 1999

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Stiamo ricevendo in questi giorni molte richieste di informazioni ed assistenza da parte dei cittadini che hanno investito i propri risparmi in buoni fruttiferi postali. Una battaglia che da tempo vede coinvolta la Federconsumatori, impegnata a tutelare il diritto dei cittadini ad ottenere i rendimenti originariamente previsti sul retro del titolo e indicati al risparmiatore al momento della sottoscrizione.

Dopo un originario pronunciamento risalente al 2007 in cui la Corte affermò che sottoscrivere un buono equivale a un contratto, pertanto questo non può essere modificato in itinere, la nuova sentenza della Cassazione a Sezioni Unite ha radicalmente capovolto la situazione. Ha infatti stabilito che, per i buoni sottoscritti prima del 1999, il tasso di interesse può essere modificato, anche in modo retroattivo, tra l’altro senza obbligo di informativa al risparmiatore.

Resta, però, per l’investitore la possibilità di recedere dal contratto, incassando quanto spetta secondo il tasso di interesse originario e più vantaggioso.

“Tale pronunciamento a nostro avviso risulta alquanto contraddittorio e non del tutto rispettoso del diritto del risparmiatore a ricevere informazioni chiare e corrette sui propri investimenti.” – afferma Emilio Viafora, Presidente della Federconsumatori. – “Per questo stiamo valutando se sussistono gli estremi per presentare ricorso alla Corte di Giustizia Europea.”

Ad aggravare la situazione contribuisce il fatto, che non è stato minimamente considerato dalla Corte di Cassazione, che Poste Italiane è oggi un soggetto di diritto privato, che non può più essere equiparato ad un Ente pubblico.

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CONSOB: obbligo dare tutte le informazioni sui costi e gli oneri sui servizi di investimento e strumenti finanziari.

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Richiamo di attenzione n. 2 del 28 febbraio 2019

Oggetto: informazioni sui costi e gli oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari.

La nuova disciplina MiFID II richiede agli intermediari maggiore trasparenza informativa su costi e oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari. Ciò al fine di assicurare che gli investitori siano consapevoli di tutti i costi e gli oneri per la valutazione degli investimenti anche in un’ottica di confronto fra servizi e strumenti finanziari.

Il quadro di riferimento normativo in materia, vigente dall’inizio del 2018, è definito dal d.lgs. 58/1998 e dal Regolamento delegato (UE) 2017/565, cui fa esplicito rinvio il Regolamento Intermediari n. 20307/2018 emanato dalla Consob in data 15 febbraio 2018. In tema, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) ha pubblicato, a partire dal 16 dicembre 2016, “Questions & Answers on MiFID II and MiFIR investor protection topics”, nella Sezione 9, “Information on costs and charges”.

L’insieme delle richiamate misure, dalla data di entrata in vigore di MiFID II, impone in modo incondizionato, chiaro ed esplicito, agli intermediari[1] di fornire agli investitori, ex ante ed ex post, informazioni in forma aggregata su tutti i costi ed oneri connessi ai servizi prestati ed agli strumenti finanziari, per consentire al cliente di conoscere il costo totale ed il suo effetto complessivo sul rendimento. Su richiesta del cliente, tali informazioni devono essere presentate anche in forma analitica.

Ai sensi delle citate disposizioni, le informazioni devono essere corrette, chiare e non fuorvianti e vanno rese in una forma comprensibile.

Al fine di potere ottemperare a tali obblighi, come chiarito nelle Q&A dell’ESMA, qualora le informazioni sugli strumenti finanziari non siano pubblicamente disponibili, gli intermediari distributori dovrebbero mettersi nelle condizioni di ottenere i dati necessari dai produttori, laddove non siano essi stessi i manufacturer dello strumento. Quando l’intermediario non riesca ad ottenere i dati dal produttore in tempo utile dovrebbe prima di tutto valutare se può fornire informazioni adeguate al cliente sui costi e gli oneri dello strumento finanziario.

Se l’intermediario distributore ritiene di non essere in grado di ottenere informazioni sufficienti sui prodotti offerti per adempiere ai propri obblighi nel quadro della MiFID II, dovrebbe, nell’ambito delle proprie scelte di product governance, evitare di inserirli nella propria gamma prodotti.

Le informazioni ex ante sui costi e gli oneri vanno rese in tempo utile prima della prestazione del servizio. È quindi necessario che l’intermediario, prima di commercializzare uno strumento finanziario, si assicuri di poter effettuare, in assenza di costi puntualmente determinabili, almeno stime ragionevoli e sufficientemente accurate da rappresentare ex ante al cliente nei termini richiesti dalla normativa.

Le informazioni sui costi e gli oneri vanno altresì rendicontate ex post su base periodica almeno annuale. Nell’invio dei rendiconti periodici, gli intermediari si attengono alle previsioni che abbiano a tale scopo introdotto nella contrattualistica con la clientela e, in ogni caso, li trasmettono prima possibile a decorrere dalla maturazione del periodo di riferimento, come specificato anche dall’ESMA nelle proprie Q&A.

La Consob, sin dall’entrata in vigore della MiFID II, vigila sulla corretta applicazione della disciplina da parte degli intermediari e contribuisce alla definizione in sede ESMA di chiarimenti idonei ad assicurare l’armonizzazione nell’applicazione delle norme, anche ai fini di una convergenza delle prassi di vigilanza.

La Consob richiama l’attenzione degli intermediari[2] sull’osservanza della normativa vigente.

I presidi adottati per la trasparenza ex ante ed ex post, aggregata e disaggregata, sui costi e gli oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari dovranno essere compiutamente illustrati nella prossima “Relazione sui servizi”[3] da trasmettere alla Consob entro il 31 marzo p.v..

La Relazione della Funzione di controllo di conformità alle norme, accompagnata dalle osservazioni e determinazioni degli organi aziendali, inviata ai sensi della delibera Consob n. 17297 del 28 aprile 2010, dovrà contenere gli esiti dei controlli effettuati sul tema.

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Prezzi: l’inflazione accelera al +1,1%, con ricadute di 325,60 Euro annui a famiglia.

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Urgente avviare misure adeguate per il rilancio della domanda interna e dell’occupazione.

L’Istat diffonde oggi i dati relativi al tasso di inflazione a febbraio, che sale al +1,1%.

Più marcata l’accelerazione del tasso relativa al carrello della spesa, che si attesta al +2,1%, sulla spinta dell’incremento dei prezzi dei vegetali freschi a causa del maltempo di questi giorni, nonché dei costi dell’energia.

Tale crescita comporta aumenti aggravi in termini annui per una famiglia tipo di circa 325,60 Euro annui.

Un importo che, specialmente nella delicata fase che il Paese sta attraversando, mettono a dura prova i bilanci familiari, con importanti conseguenze negative sull’intero sistema economico, a causa dell’ulteriore contrazione della domanda interna.

Ad aggravare ulteriormente la situazione contribuiscono le minacce provenienti dal rischio di aumento della pressione fiscale, nonché l’incombente aumento dell’IVA che potrebbe scattare dal prossimo anno.

Abbiamo fatto appello a Comuni e Regioni affinché non aumentino le addizionali, determinando un ulteriore aumento della pressione fiscale per i cittadini, che si rivelerebbe insostenibile in questo momento.

Per quanto riguarda l’incremento dell’IVA che si prospetta nei prossimi anni è fondamentale che il Governo lavori con impegno e serietà per trovare le coperture necessarie a scongiurare le clausole di salvaguardia.

“È evidente che, di fronte a tale situazione non basta evitare gli aumenti, ma è necessario rilanciare la domanda interna attraverso una reale riforma fiscale con al centro una riduzione sul lavoro dipendente e sulle pensioni. È inoltre necessario destinare risorse agli investimenti per rimettere in moto la crescita, creando così una ripresa occupazionale stabile.” – afferma Emilio Viafora, Presidente della Federconsumatori.

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