Secondo i dati resi noti oggi dall’Istat, a marzo le retribuzioni contrattuali orarie sono rimaste ferme rispetto a febbraio. Alla fine di marzo la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 61,9% nel totale dell’economia e del 50,7% nel settore privato.
Per il Codacons è sconcertante che il 61,9% dei dipendenti sia in attesa di rinnovo. E’ assurdo e vergognoso che tutti i Governi che si sono succeduti in questi anni, Renzi compreso, si siano preoccupati soltanto del riordino dei contratti di lavoro e mai del loro mancato rinnovo. Anzi, con lo scoppio della crisi, una crisi aggravata proprio dalla difficoltà delle famiglie di arrivare a fine mese, si sono addirittura congelati gli stipendi dei dipendenti pubblici, facendo l’opposto di quello che si sarebbe dovuto fare.
Non ci si può interessare solo della flessibilità del lavoro e non del fatto che è fallita l’idea che gli stipendi sarebbero stati adeguati all’inflazione al momento del rinnovo contrattuale. I dati di oggi dell’Istat, secondo i quali l’attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 27,2 mesi per l’insieme dei dipendenti, ossia più di 2 anni, dimostra che questa idea è miseramente fallita.
Ecco perché, invece che limitarsi a dare una tantum 80 euro in più, se si vuole dare sicurezza al lavoratore sulla propria futura capacità di spesa, unica condizione per rilanciare i consumi, sarebbe bene che il Governo immaginasse una riforma sull’indicizzazione degli stipendi, ad esempio reintroducendo la scala mobile all’inflazione programmata.