fonte:visionari.org

La comunicazione interstellare sarà possibile nel breve futuro, e realizzarla è più semplice di quanto si possa immaginare.

Hai bisogno di mandare un messaggio interstellare? Allora usa il Sole per migliorare il segnale! Una nuova proposta suggerisce che la forza di gravità del Sole potrebbe essere usata per amplificare i segnali emessi da una sonda spaziale, permettendo di inviare materiale video da una stella all’altra, arrivando addirittura fino ad Alpha Centauri. Ancora meglio, questa tecnologia è già disponibile.

Anche se al momento non abbiamo sonde così lontane da poter usare questa tecnologia, potrebbe essere utilizzata per semplificare la comunicazione interstellare. Se costruissimo una rete di comunicazione, potremmo chiamarci da un’astronave all’altra, ma anche chiamare una civiltà aliena.

Ad oggi, per ricevere un messaggio anche di un solo Watt da una sonda che si trova nel vicino sistema solare di Alpha Centauri un’antenna posta sulla Terra dovrebbe essere larga circa 53 kilometri — più grande di New York City — secondo i calcoli di Michael Hippke, astrofisico indipendente.

Nei suoi studi, Hippke suggerisce che invece si potrebbe usare un telescopio dal diametro di appena un metro per inoltrare il segnale. Basterebbe posizionarlo in un punto a circa 90 miliardi di kilometri dal Sole — una distanza che ottimizzerebbe un effetto chiamato “lente gravitazionale” per ampliare il segnale.

L’effetto, predetto da Albert Einstein e osservato per la prima volta nel 1919, piega e concentra la luce, una volta che quest’ultima passa vicino ad un oggetto di massa enorme, come il Sole.

Telefonare ad Alpha Centauri

Incrementare la potenza del segnale in questo modo sarà vitale per costruire dei ricevitori da utilizzare in missioni interstellari. Senza di esso, dovremmo costruire un enorme telescopio sulla Terra e inviare sonde capaci di portare degli ingombranti strumenti di alimentazione.

Grazie alla lente gravitazionale, servirà molta meno potenza, che percorrerà una lunga distanza avanti e indietro dal nostro Sistema Solare. “Per fare un paragone, basterà la potenza emessa da un puntatore laser tascabile per inviare un messaggio alle Stelle più vicine”, dice Hippke. Il flusso di data potrà essere abbastanza grande da poter trasmettere foto e video, anche se, con l’attuale tecnologia, ci vorranno circa 4 anni perché il messaggio arrivi su Alpha Centauri.

L’ultima proposta per mandare delle sonde su Alpha Centauri arriva da Breakthrough Starshot, che sta lavorando alla costruzione di mini astronavi che pesano qualche grammo, alimentate da un pannellino solare a forma di vela. Per creare le vele solari, il laser che le alimenta e tutta l’elettronica di questo progetto, saranno richiesti diversi anni di sviluppo.

Tecnologie già disponibili

Il progetto di Hippke, invece, si concentra solo su tecnologie già disponibili. Ciò non rende le cose per forza più semplici. L’astronave da lui concepita dovrà trovarsi quattro volte più lontano di Voyager I: la sonda si trova a 20,8 miliardi di kilometri dalla Terra, rappresentando l’oggetto di costruzione umana più lontano dalla Terra. Voyager I è stato lanciato 40 anni fa.

Ogni oggetto più lontano di 90 miliardi di kilometri invece non potrebbe beneficiare dell’aumento del segnale, perché il Sole interferirebbe nella trasmissione.

Slava Turyshev, scienziata al Laboratorio Motori a Propulsione NASA, dice che il piano di Hippke è “difficile, ma non impossibile”. La sonda che riceve il segnale non avrebbe nemmeno bisogno di fermarsi, dato che potrà ricevere segnali anche a 300 miliardi di kilometri dal Sole.

Turyshev pensa che utilizzando la fionda gravitazionale del Sole, potremmo spedire una sonda al traguardo dei 90 miliardi di kilometri con un tempo di viaggio di 25 o 30 anni.

Nonostante le varie sfide da superare in questo progetto così ambizioso, Hippke pensa che gli umani abbiano lanciato telescopi molto più grandi di quello da lui proposto: “Sarebbe molto più facile che costruire il telescopio spaziale Hubble!”


Tradotto in Italiano. Articolo originale: New Scientist


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