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La giungla delle azionede partecipate dalla PA. Una su tre in rosso, ma nessuno vuole chiuderle (dal Blog Di Carlo Cottarelli)

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Il totale delle risorse che sono state spese prima di essere state risparmiate per effetto di queste decisioni ammonta ora 1,6 miliardi per il 2015. Intendiamoci: tecnicamente, la copertura c’è. Ma questa è in realtà costituita da tagli lineari perché la promessa di future operazioni di revisione della spesa non può essere accettata come copertura sul piano giuridico.

Cosa significa questo in prospettiva? Significa che le risorse che deriveranno dalla revisione della spesa per il 2015 non potranno essere usate per la riduzione della tassazione (o del deficit o per effettuare altre spese prioritarie). Oppure che si dovranno attivare i sopracitati tagli lineari. Credo sia una tendenza preoccupante perché continuando così nuove spese saranno finanziate o tramite risparmi che non sono stati ancora approvati a livello politico o attraverso i famigerati tagli lineari che la revisione della spesa vorrebbe evitare.

E’ una situazione paradossale in cui la revisione della spesa (futura) viene utilizzata per facilitare l’introduzione di nuove spese. Naturalmente possono sussistere mille buoni motivi per alcune nuove spese (anche se, con riferimento all’ultima applicazione di questo nuovo approccio, la spesa per pensioni in Italia mi sembra già abbastanza elevata e la riforma delle pensioni era volta a contenerne la crescita). Se il Parlamento legittimamente decide di introdurre nuove spese dovrebbe contestualmente coprirle con tagli di spesa non lineare di pari entità, individuandoli per esempio tra le proposte di revisione della spesa già presentate dal Commissario in passato. Mi sembra che usare presunti tagli lineari – in apparenza molto diluiti sull’intera amministrazione – per la copertura di nuove spese riduce il costo politico inevitabilmente legato all’individuazione di coperture vere, concrete, selettive. Inoltre con questo atteggiamento si finge di dimenticare che mentre una revisione selettiva della spesa ha l’obiettivo di aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione a parità di prestazioni, i tagli lineari possono produrre per alcuni servizi una inevitabile riduzione delle prestazioni.

In fondo a tutte queste considerazioni di metodo, a mio avviso ne resta una cruciale, nel merito: se si utilizzano risorse provenienti da risparmi sulla spesa per aumentare la spesa stessa, il risparmio non potrà essere utilizzato per ridurre la tassazione su lavoro. Condizione, a mio giudizio, essenziale per una ripresa dell’occupazione in Italia.

La giungla delle partecipate locali
07 luglio 2014
Non riesco a trovare un termine migliore—giungla—per descrivere il mondo delle partecipate locali. E non credo sia solo la calura di questo weekend di inizio luglio che mi fa pensare alla giungla, a una giungla in buona parte inesplorata e di estensione incerta. Si è parlato di 8000 società, consorzi, agenzie, enti vari partecipati degli enti locali (comuni e regioni soprattutto). Ma sono certo di più. La cifra di 8000, la più citata, si basa sulle informazioni della banca dati del Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ne censisce circa 7700. Ma questo censimento non è completo: intercetta quasi soltanto le partecipate direttamente controllate dall’ente locale e quelle direttamente controllate da esse (secondo livello) ma non include le scatole cinesi che ne discendono. Inoltre non tutti gli enti hanno inviato le informazioni ; ad esempio solo poco più della metà delle ASL ha risposto. Così come ha mancato l’appello circa il 50 per cento dei comuni sotto i 30000 abitanti.

Se, invece, si sceglie come riferimento la banca dati del Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio (costituita per valutare la rappresentanza femminile nella composizione dei consigli di amministrazione] il conteggio sale a 10000. E anche in questo caso ci sono delle incompletezze: dunque il numero reale è probabilmente ancora più elevato.

E’ una giungla molto variegata. Ci si trova di tutto. Ci sono i servizi pubblici “classici” (elettricità, acqua, gas, rifiuti, trasporto pubblico urbano), che se in termini di fatturato rappresentano il 50-60 percento, in termini di numero di aziende coprono soltanto intorno al 20 percento dell’universo delle partecipate. Ci sono le società che forniscono servizi all’ente pubblico (o agli enti pubblici) di controllo (le cosiddette strumentali). Queste sono circa un altro 40 percento. E ci sono anche quelle che operano sul mercato vendendo prodotti di diverso genere al pubblico, molti non di particolare rilevo economico, ma tanti altri sono in tutto simili a ciò che è gia offerto dal mercato.

Quanto costano alla collettività queste partecipate? Le cifre che sono circolate di recente sui giornali probabilmente esagerano il problema. Si è parlato della possibilità di risparmiare 12-13 miliardi dalla eliminazione delle partecipate (incluse quelle partecipate dalle amministrazioni centrali). Si dimentica che molti dei fondi che vengono erogati alle partecipate sono spesi per acquistare servizi che servono alla collettività o finanziano investimenti (soprattutto nel caso delle partecipate centrali). Ma anche al netto di queste cifre il costo resta comunque significativo. Nel 2012 le perdite delle partecipate censite dal MEF è stato di circa un miliardo e 200 milioni. Le perdite evidenziate in bilancio peraltro non raccontano tutto: in molti casi ad esempio non appaiano soltanto perché l’attività dell’ente è finanziata con un contratto di servizio troppo generoso, i cui costi gravano sui cittadini, oppure perché le inefficienze vengono scaricate sugli utenti attraverso tariffe più elevate di quanto sarebbe necessario se queste società fossero ben gestite.

Non sono solo le perdite economiche a rappresentare un costo, anche la sproporzionata lievitazione del numero delle aziende è già di per sé un problema: l’opacità, oltre che la complessità, del sistema che ne consegue è evidente.. Le partecipate sono troppe (in Francia, non certo un esempio di snellezza fiscale, ce ne sono un migliaio). E molte appaiono anomale. Il Cerved, nel suo recente rapporto, indica che “in più della metà delle oltre 5 mila partecipate dei comuni, le persone che siedono nel Consiglio di Amministrazione sono più degli addetti”. Per precisione (con ringraziamenti al Cerved per aver fornito i dati disaggregati) si tratta di 2671 società che operano in campi del tutto diversi che vanno dalla consulenza, allo smaltimento dei rifiuti, al commercio al dettaglio (vedi tavola sottostante).

Partecipate con più cariche del Cda rispetto al numero dei dipendenti per settore di attività
società operative partecipate da Comuni (fino al terzo livello) e non quotate

settore
Consulenza665
Energia e gas389
Altri settori307
Servizi214
Costruzioni206
Attività immobiliari184
Servizi sociali, istruzione e sanità153
Supporto ai trasporti142
Smaltimento rifiuti133
Commercio al dettaglio e farmacie114
Trasporto pubblico109
Raccolta, trattamento e fornitura di acqua55
totale2671
Fonte: Cerved, portale Cerved PA
Il dato stupisce ancora di più perché è opinione diffusa che la spinta all’estensione del fenomeno delle partecipate risieda nelle opportunità di assumere personale aggirando i vincoli imposti agli enti locali. A uno sguardo ancora più attento I dati rivelano una ulteriore sorpresa: ben 1213 di queste società (peraltro tutte operative) addirittura non hanno addetti, ma solo amministratori. Di queste 86 sono holding, 137 gestiscono attività immobiliari, più di 200 sono società con un unico socio, il resto sono perlopiù società che si occupano delle attività più varie. Non che tutte queste società siano necessariamente patologiche. Ma il dato indica che ci sono margini per semplificare il sistema, anche senza dover affrontare la gestione di esuberi del personale.

Partecipate con più cariche del Cda rispetto al numero dei dipendenti per numero di dipendenti
società operative partecipate da Comuni (fino al terzo livello) e non quotate

n dipendenti#
nessun addetto1213
superiore a zero e fino a 5 addetti1407
più di 5 addetti51
totale2671
Fonte: Cerved, portale Cerved PA
Numeri esorbitanti, estrema diversità, opacità: non è semplice risolvere il problema delle partecipate. Occorrono piani di intervento diversi, proprio perché sono così difformi. Per i cinque servizi pubblici classici occorre raggiungere dimensioni sufficienti per sfruttare le econome di scala possibili, che solo in pochi casi sono attualmente sfruttate. E già in questo campo troviamo una prima eccezione importante: il trasporto pubblico urbano, che è idiosincratico sia in termini di entità del problema finanziario da risolvere (vista la dimensione delle perdite del settore), che di caratteristiche industriali (non è chiara l’importanza delle economie di scala). Per le partecipate strumentali, la questione da risolvere è individuare quali sono state create principalmente per eludere i vincoli del Patto di Stabilità interno e come ovviare al problema. Per le altre che agiscono sul mercato occorre stabilire se esistano motivazioni di interesse generale che ne giustifichino l’esistenza . Certo non si vede perché un ente pubblico locale debba agire in settori in cui certo non manca l’offerta da parte del settore privato. Ci sono per esempio oltre 50 aziende agricole che producono vino (e anche che lo vendono al dettaglio), fiori, formaggio, prosciutti, zucchero, surgelati…

Occorre ovviamente scendere più nello specifico. Ma non ora. L’articolo 23 del Decreto Legge 66 del 2014 richiede al Commissario per la Revisione della Spesa di predisporre “un programma di razionalizzazione della aziende speciali, delle istituzioni e delle società direttamente o indirettamente controllate dalle amministrazioni locali” un programma che deve essere reso “operativo e vincolante per gli enti locali, anche ai fini di una sua traduzione nel patto di stabilità e crescita interno, nel disegno di legge di stabilità per il 2015”. Questo programma deve essere predisposto entro il 31 luglio 2014. Restate in onda.

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2018 crescono i clienti domestici nel mercato libero. Soprattutto i 20-40 enni situati al Centro-Nord

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Elettricità: nel 2018 crescono i clienti domestici nel mercato libero
maggiore incidenza tra 20-40enni situati al Centro-Nord
Le anticipazioni del nuovo Monitoraggio retail 2018 presentate oggi a Milano
Milano, 20 febbraio 2019 – Continua a crescere la quota dei clienti che scelgono il mercato libero dell’energia elettrica: a fine anno 2018 le pmi sul mercato libero sono pari al 58% (4,3 milioni di utenze) e le famiglie al 46% (13,5 milioni) con picchi superiori al 50% in Umbria, Emilia Romagna
e Piemonte e un’altissima incidenza nelle fasce d’età dai 20 ai 40 anni. Non si arresta inoltre la crescita del numero delle società di vendita di energia elettrica attive, giunte a quota 554 unità (da 507 del 2017), con 290 società che operano come meri rivenditori. È quanto emerso dai primi risultati del
‘Monitoraggio dei mercati retail 2018’, anticipati oggi durante il convegno organizzato dall’ARERA a Milano “Monitoraggio retail: uno strumento per l’evoluzione del mercato”.
Durante la mattinata sono stati analizzati i dati completi del 2017 e, per la prima volta, sono state illustrate le potenzialità del nuovo monitoraggio, che sarà sottoposto a breve a una consultazione pubblica. Sfruttando il Sistema informativo integrato (SII), consentirà di comprendere con maggiore
efficacia lo sviluppo delle dinamiche concorrenziali e il livello di apertura dei mercati di energia elettrica e gas, nonché il livello di consapevolezza dei clienti, semplificando al tempo stesso gli adempimenti di venditori e distributori.
Con il nuovo monitoraggio sarà possibile inquadrare e descrivere in modo più completo e dettagliato il tipo di clientela, con cluster relativi alle caratteristiche dei clienti stessi (per esempio: età, genere, categorie commerciali o professionali delle utenze non domestiche), la zona geografica di fornitura, con focus regionali, provinciali e comunali, le offerte disponibili sul mercato (grazie alla mappatura del Portale Offerte) e le scelte operate dai clienti, il numero dei venditori, la loro dimensione e
collocazione territoriale. Infine, sarà più facile anche fruire dei nuovi dati prodotti, e della serie storica, perché saranno pubblicati con maggiore frequenza e saranno consultabili da tutti gli stakeholder in modalità open data.
Il Rapporto monitoraggio retail 2017 e il materiale del convegno sono disponibili sul sito.
www.arera.it

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Calcio 2018/19, sanzioni per 7 milioni di euro a SKY per pubblicità ingannevole e pratica aggressiva

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COMUNICATO STAMPA


L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha chiuso l’istruttoria avviata nei confronti di SKY Italia, accertando due violazioni del Codice del Consumo e irrogando alla società sanzioni per complessivi 7 milioni di euro.

L’Autorità ha rilevato che SKY non ha fornito informazioni chiare e immediate sul contenuto del pacchetto Calcio per la stagione 2018/19, lasciando intendere ai potenziali nuovi clienti che tale pacchetto fosse comprensivo di tutte le partite del campionato di serie A come nel triennio precedente.

Il consumatore appassionato di calcio, pertanto, in assenza di informazioni che veicolassero immediatamente e con la dovuta rilevanza i contenuti dell’offerta e in particolare le limitazioni sul numero di partite disponibili (7 su 10 per ciascuna giornata di campionato), sarebbe potuto facilmente incorrere nell’errore di ritenere compreso nel pacchetto SKY Calcio l’intero campionato di calcio di serie A, assumendo così una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso, ossia l’attivazione dell’abbonamento a tale servizio per la stagione calcistica 2018/19.

L’Autorità ha inoltre accertato che SKY ha attuato una pratica aggressiva in quanto ha esercitato un indebito condizionamento nei confronti dei clienti abbonati al pacchetto SKY Calcio, i quali, a fronte di una rilevante ridefinizione dei suoi contenuti (riduzione del 30% delle partite di serie A e cancellazione dell’intero torneo di serie B) non sono stati posti nella condizione di poter assumere liberamente una decisione in merito al mantenimento o meno del pacchetto. Gli abbonati a tale servizio sono stati costretti a scegliere tra due possibilità, entrambe svantaggiose, ossia la prosecuzione degli addebiti, tra l’altro in misura invariata, nonostante il contenuto diverso e ridotto del pacchetto rispetto a quello originariamente scelto, oppure il recesso dal contratto a titolo oneroso, con il pagamento di penali e/o la perdita di sconti e promozioni connessi alle offerte con vincolo di durata minima.

Roma, 18 febbraio 2019

www.agcm.it

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Accordo Eni e RenOils per incrementare la raccolta degli oli alimentari usati e di frittura

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L’accordo prevede anche la realizzazione di campagne di informazione ed
educazione ambientale per raccontare i vantaggi dell’utilizzo di oli esausti per la produzione di carburanti alternativi a quelli fossili

Roma, 14 febbraio 2019 – Eni e RenOils, Consorzio nazionale degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti, costituito nel 2016 con lo scopo di assicurare la corretta gestione della raccolta, del trasporto, dello stoccaggio, del trattamento e il riutilizzo degli oli vegetali e dei grassi animali esausti, hanno sottoscritto oggi un accordo di collaborazione volto a favorire il recupero degli oli vegetali esausti.
Eni, che attualmente utilizza circa il 50% degli oli alimentari usati disponibili in Italia, grazie anche alle aziende di rigenerazione aderenti a RenOils amplierà la possibilità di impiegare questi rifiuti per produrre biocarburante di alta qualità nella bioraffineria di Venezia, a Porto
Marghera, e a breve anche a Gela.
La lettera di intenti, sottoscritta oggi da Giuseppe Ricci, Chief Refining & Marketing Officer di Eni, e dal Presidente di RenOils Ennio Fano, prevede anche la realizzazione di campagne di informazione ed educazione ambientale per raccontare i vantaggi dell’utilizzo di oli esausti
per la produzione di carburanti alternativi a quelli fossili e di progetti di sensibilizzazione delle associazioni di categoria, dei consumatori e ambientaliste.
L’obiettivo è incrementare la raccolta e il corretto conferimento: oggi gli oli esausti prodotti a livello domestico sono quasi interamente dispersi. Nel 2018 sono state raccolte circa 75.000 tonnellate di olio alimentare di scarto, quasi esclusivamente prodotte dal settore della ristorazione e dell’industria, che rappresentano solo il 25% dell’olio prodotto in Italia, che ammonta a circa 280.000 tonnellate all’anno.
La maggior parte della produzione avviene quindi nelle case, e lo smaltimento avviene per lo più negli scarichi perché la maggior parte dei cittadini non sa che eliminare gli oli di frittura attraverso la rete fognaria può comportare gravi conseguenze ambientali. Oltre a intasare il sistema di scarico domestico e delle reti fognarie con incremento dei costi di manutenzione, lo smaltimento attraverso la rete fognaria pregiudica il corretto funzionamento dei depuratori, aumentando i costi di depurazione. Un litro di olio genera fino a 4 kg di fanghi di depurazione che dovranno poi essere gestiti come rifiuto, può giungere alle falde e rendere l’acqua non
potabile e crea inquinamento delle acque superficiali, cioè laghi, fiumi e mare con danni all’ecosistema, alla flora e alla fauna. Se disperso in acqua forma un “velo” che impedisce ai raggi solari di penetrare, causando ingenti danni all’ambiente.
RenOils ha l’obiettivo di contribuire in modo efficiente e partecipato alla gestione del sistema del riciclo degli oli esausti in Italia, incrementandone la raccolta. A oggi, sono 254 le associazioni e le imprese della filiera associate, a partire dai produttori di olio per uso alimentare, ai riciclatori e ai recuperatori del rifiuto. Il Consorzio agisce in mutualità per il conseguimento degli obiettivi ambientali che il Ministero dell’Ambiente (dal quale ha ottenuto il riconoscimento nel 2018) ha fissato per il settore. RenOils ha realizzato, in collaborazione l’Università di Roma Tor Vergata, il primo sistema di monitoraggio del comparto degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti (R_O_S) che opera su base geografica ed è fruibili all’interno di una piattaforma web. Questo tracciamento è di fondamentale importanza ai fini dell’accordo con Eni per l’impiego degli oli vegetali esausti per la produzione di biocarburante.
L’accordo siglato oggi è un ennesimo tassello delle iniziative di Eni finalizzate a mettere in atto un circuito virtuoso di “economia circolare” per la raccolta di materie di scarto che vengono, una volta purificate e rigenerate, trasformate in biocarburanti di alta qualità presso strutture industriali nazionali, dando piena valorizzazione a una risorsa energetica nazionale.

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