Si potrebbe chiamare il primo Biodiesel Made in Italy, d’alta qualità, veneziano come il vetro di Murano.

Il biodiesel di Porto Marghera: componete “bio” al 15% del Diesel che mettiamo nelle nostre auto, molti lo criticano perché viene fatto con Olio di Palma, lo stesso che è stato oggetto di aspre critiche perché presente nei cibi per bambini, ma anche in quasi tutti i prodotti industriali che mangiamo ogni giorno(volete rinunciare alla Nutella?), basta leggere gli ingredienti dei biscotti che sono sulla nostra tavola, questa volta non perchè si mangia ma perchè se lo beve la nostra auto.

Le critiche sono mosse per il fatto che viene dall’Asia (sopratutto Indonesia)e che per produrre le Palme da Olio si distruggono intere foreste(le stesse che abbiamo distrutto in Italia per fare appartamenti, ville e centri commerciali).

Diciamo che però in quest’occasione non solo non lo dobbiamo mangiare ma che le palme dalle quali si estrae l’olio, sono nelle foreste certificate(a riproduzione controllata), come quelle per il TetraPack, ovvero il 99% dei contenitori per prodotti alimentari liquidi(latte, succhi, conserve ed altro).

Intanto l’ENI ci ha svelato che sta studiando per superare anche l’uso dell’Olio di Palma e che gli studi sono in fase avanzata. Presto, il Biodiesel  Made in Italy di Porto Marghera potrà essere prodotto anche con gli scarti alimentari(quelli che sprechiamo ogni giorno con lo scarto organico delle nostre tavole), oppure con le biomasse(quelle che sprechiamo  quando buttiamo gli scarti delle lavorazioni industriali o agricole).

Insomma se prima ci lamentavamo perchè la benzina costava troppo, adesso perchè viene fatta con l’Olio di Palma, sicuramente dopo perchè viene fatta con gli scarti.

Decidiamoci!O lasciamo tutti le auto a casa(non ne ho visto uno farlo nemmeno dopo i rincari stratosferici degli anni 2013-14),  oppure dobbiamo pure inventarci qualcosa. Visto che tutti vogliono il biologico, la vostra auto non è da meno.

Oppure smettiamo di lagnarci per ogni cosa. L’ambiente non è tema da fondamentalisti ambientali che inneggiano al green ma vanno in giro con le Blù(auto), è tema di tutti.

Aprile è stato il mese con la temperatura globale più alta di sempre( siamo in grado di rilevarla solo da fine 800), qualche riposta dobbiamo pur darla ai nostri figli se non vogliamo che respirino aria alle polveri sottili. Oppure vogliamo fare come i 68ini che lottavano solo per la causa loro, visto che sono stati i migliori spreconi di sempre?

Se poi la vogliamo buttare sui soldi(unico argomento condiviso da tutti i consumatori italiani), il Biodiesel Made in Italy di Porto Marghera(commercialmente ENI Diesel +), costa 10 cent/euro in più ma fa risparmiare il 15% del carburante usato quindi in media su 1,40 euro/cent sono 0,35 cent, e allunga la vita del motore di almeno 10-15% (mediamente un’auto dura 10 anni, quindi 1/2 anni di più), con costi di manutenzione molto inferiori.

Torniamo alla raffinazione e alla prima raffineria verde del mondo.

La raffinazione europea ha subito una crisi strutturale in tutta Europa a partire dalla crisi finanziaria del 2008. Da quel momento l’Europa ha visto le proprie raffinerie fronteggiare da un lato il calo della domanda interna e una sovrapproduzione di prodotti, dall’altro la crescente competizione dei produttori extra-UE (ad es. Cina e India) che producono a costi inferiori e senza sottostare alla regolamentazione ambientale europea sempre più stringente. Risultato: i margini si sono notevolmente ridotti e si è registrata la chiusura di alcuni stabilimenti, non ultimo nel nostro paese. Eni si è a questo punto chiesta come far fronte alla decisione presa in un primo momento di fermare Porto Marghera nel 2011 e mettere in cassa integrazione tra i 300 e i 400 dipendenti, che su un territorio circoscritto come questo, avrebbe creato seri problemi nel tessuto sociale locale.

Da qui nasce il progetto Green Refinery di Eni, primo esempio al mondo di riconversione di una raffineria petrolifera convenzionale in bioraffineria. Grazie agli investimenti in ricerca e al progetto di riconversione, Eni ha potuto riutilizzare la sezione catalitica di idrodesolforazione già presente nella raffineria di Porto Marghera riconfigurandola in bioraffineria, utilizzando il brevetto Eni Ecofining depositato nel settembre 2012. L’obiettivo è poter produrre sia una maggiore quantità che varietà di prodotti. Questa tecnologia permette di aggiungere idrogeno e togliere ossigeno, non c’è uso di metanolo ma di idrogeno appunto, che aumenta il potere calorifico del prodotto, risultato: i consumi diminuiscono del 4%, si riducono le emissioni inquinanti, è presente il 15% di componente rinnovabile quindi ben oltre la quota prevista dalla normativa europea (10% al 2020). Inoltre il green diesel ha una maggiore stabilità chimica ed è idrorepellente, in questo modo aumenta la densità energetica del prodotto.

Questo biocarburante sostituirà quello che altrimenti Eni avrebbe dovuto acquistare sul mercato, prodotto da altri operatori: in altri termini, a fronte del vincolo normativo europeo, Eni ha optato per l’opzione industriale (“make”) invece che quella commerciale (“buy”). 

La raffineria di Porto Marghera, che si estende per 100 ettari, ha 2 vocazioni: una produttiva e una come sito di logistica avanzata. Da qui infatti partono i prodotti finali per essere distribuiti sia sul territorio nazionale attraverso i punti vendita Eni e attraverso l’extra rete dei carburanti, oltre che venire distribuiti in zone strategiche estere come Slovenia e Austria.

Per ora viene utilizzata come materia prima il palm oil proveniente dal sud est asiatico, contrariamente a quanto si possa pensare, Eni si serve di coltivazioni ad hoc certificate per produrre il palm oil e al fine di rendere il tutto tracciabile, ha due sistemi di certificazione: uno sul prodotto, il secondo sul trasporto della materia prima “dal frutto alla raffineria”. Viene anche fatto un audit dei palmisti a Singapore.

Tre sono i messaggi principali che Eni intende far arrivare ai consumatori sui propri principi e cultura:

  • Innovazione di processo: prima conversione al mondo
  • Innovazione di prodotto
  • Salvaguardia dell’ambiente

Nel prossimo futuro

Per ovviare alle polemiche ambientaliste e ai costi aziendali sull’importazione del palm oil, Eni sta mettendo a punto un adeguamento degli impianti che consenta di trattare biomasse avanzate come: microalghe, scarti agricoli, grassi animali provenienti dalle concerie e oli esausti, residui legnosi o delle coltivazioni. Inoltre si potranno ricavare i bio oli dai rifiuti organici ovvero dalla raccolta differenziata e dai rifiuti solidi urbani asciugati dall’acqua, in questo modo si avrebbero dei vantaggi ulteriori come: il fatto che la filiera del prodotto esista già e che il costo sarebbe negativo in quanto il Comune pagherebbe per vedersi smaltire i rifiuti.

Il circolo virtuoso innescato con il progetto attuato a Porto Marghera prosegue con quello di Green Refinery che verrà replicato presso la raffineria Eni di Gela.

Luigi Gabriele e Carla Pillitu