Troppo spesso, ci continuiamo ad occupare di tutela dei prodotti nazionali e quindi di “Made in Italy”, un vero e proprio marchio da tutelare in molti settori economici, ma che troppo spesso viene disatteso anche dalle istituzioni proprio in quegli spazi d’eccellenza che ci hanno fatto contraddistinguere da generazioni come nel campo dell’abbigliamento e del tessile. In tal senso, Giovanni D’Agata presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti” è purtroppo costretto a segnalare che non solo molti prodotti di moda, ma anche persino molte uniformi delle nostre forze armate sono prodotte all’estero, in particolare in Romania per la nota circostanza del minor costo del lavoro al prezzo di minori diritti e salari più bassi.

Una campagna internazionale denominata “Clean clothes campaign” (Ccc) (dall’inglese “Campagna per gli Abiti Puliti”) ha verificato che sia una buona parte dell’alta moda italiana, ma anche prodotti d’abbigliamento destinati alle istituzioni, vengono prodotti nei Paesi del cosiddetto Sud del Mondo e dell’Est in particolare in Romania, Bulgaria, Moldova. Tale campagna presente anche in Italia con la denominazione “Abiti puliti” (www.abitipuliti.org) è utilizzata per fare pressione sulle aziende del settore tessile e ottenere migliori condizioni di lavoro in una filiera di lavoro particolarmente feroce quanto a sfruttamento dei lavoratori.

Ormai sono anni, infatti, che una quota crescente della produzione tessile europea si è spostata al di fuori dei paesi tradizionalmente produttori tant’è che ad oggi il primo fornitore di abiti per i cittadini dell’Ue risulta essere la Cina (14%), seguita dalla Turchia (11%), mentre Polonia e Romania sono al sesto posto (4%).

La “Clean Clothes Campaign” con un recentissimo rapporto uscito pochi giorni fa ha evidenziato quale sia la situazioni delle donne nell’industria dell’abbigliamento in Europa orientale ed in Turchia a seguito di un’indagine che ha coinvolto 55 lavoratrici occupate in stabilimenti dalla Polonia alla Romania, dalla Turchia alla Moldavia. I risultati dell’indagine hanno sottolineato ciò che è noto, ma di cui se ne continua a parlare troppo poco: il diritto di associazione sindacale e alla contrattazione collettiva sono ignorati ovunque; i salari sono al di sotto di una retribuzione dignitosa: straordinari non pagati sono la norma come le discriminazioni di vario tipo e condizioni insalubri di lavoro. Va precisato che la Ccc aveva condotto un’inchiesta analoga già sotto anni fa e i problemi sono gli stessi in tutte le regioni salvo la Turchia dove la situazione è addirittura peggiorata.

Alla luce del rapporto della “Clean clothes campaign” ci rivolgiamo in primo luogo al Ministero della Difesa e dell’Interno affinché evitino per il prossimo futuro di rifornirsi all’estero per le uniformi allo scopo di contribuire ad un rilancio del tessile in Italia e per dare un taglio a quello che è un contributo indiretto a coloro che umiliano i lavoratori per la minore presenza di tutele nei Paesi di produzione.