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Mercato dell’energia: problemi e alibi (di Gionata Picchio)

Articolo originale: “Problemi e alibidi” di Gionata Picchio, pubblicato su staffettaonline.com il 13 febbraio 2015

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da staffettaonline.com

Il mercato al dettaglio dell’energia è ancora in gran parte immaturo, concentrato, con poche opportunità di risparmio e poco compreso da un’ampia quota di clienti finali. Questa la radiografia dell’Autorità nel primo monitoraggio sistematico del retail (v. Staffetta 12/02). La conclusione del regolatore è che quindi le tutele di prezzo, giudicate comunque strumenti di mercato, vanno mantenute. Ancora alcuni anni per le famiglie, ha precisato alla Staffetta il presidente Bortoni (v. Staffetta 12/1), solo mesi invece per i non domestici (nell’elettrico, perché nel gas la tutela non l’hanno già più dal 2013).

Il tema è (ri)entrato nel dibattito per l’apparente intenzione del governo, stando alle bozze degli ultimi mesi del Ddl concorrenza, di rimuovere le ultime forme di tutela in tempi molto brevi, entro un di un anno e mezzo. Cancellando una rete di protezione dei clienti finali che secondo molti – lo si è argomentato anche su queste pagine (v. Staffetta 30/01) – è anche uno degli ultimi limiti a una piena liberalizzazione del settore.

Un’analisi non condivisa dal presidente dell’Aeegsi, che in un convegno di Aiget e I-Com dell’11 febbraio ha rimarcato che una piena apertura c’è già stata il 1° luglio 2007 e le tutele, che pure si può discutere se allentare o meno, non sono in contrasto col mercato (almeno non in misura decisiva, v. sempre l’intervista). L’argomento è stato discusso durante il convegno LearTalk del giorno successivo, in cui il docente di diritto amministrativo dell’Università del Piemonte Orientale Eugenio Bruti Liberati ha definito “forzata” la tesi che le tutele siano strumenti davvero di mercato (sul punto di veda anche la lettera di Acquirente Unico sulla v. Staffetta 02/02).

Poiché il prezzo di tutela, ha argomentato Bruti, influenza in modo determinante le scelte commerciali degli operatori liberi e, nel caso dell’elettrico, dipende dall’azione di Acquirente Unico, soggetto regolato e privo di rischio imprenditoriale, esso non si sottrae ai caveat della Corte Ue, che nel 2010 ha ammesso i prezzi regolati solo a termine e se davvero necessari, né dell’Acer, che li giudica ostacolo alla concorrenza. Meglio sarebbe, ha concluso, passare a strumenti più leggeri. Per la direttrice Energia dell’Antitrust, Valeria Amendola, la tutela fissa un benchmark troppo basso, limitando la concorrenza.

L’a.d. di AU Vigevano per parte sua ha ribattuto che il sistema italiano ha avuto l’ok della Commissione Ue nel 2012 e che in questi anni il “segnale” da esso offerto ha protetto i clienti dalle disfunzionalità del mercato libero e dal potere degli incumbent, che rischia ora di perdere un argine importante. E che il mercato libero retail finora non si sia dimostrato una realtà esaltante non si può negare. Dal monitoraggio dell’Autorità emergono un’alta concentrazione (l’80% delle famiglie sul libero elettricità è servita da Enel, Eni o Edison) e soprattutto una scarsa consapevolezza dei clienti, che a dispetto di un’apparente sensibilità al prezzo di fatto sono andati a pagare di più*. Quanto di più? Secondo l’Autorità il 15-20%, non sul totale bensì sulla quota approvvigionamento, ossia il 7,5-10% netto (sul gas famiglia tipo +8,5%).

Tutti argomenti in grado di alimentare il dibattito sull’abolizione della tutela. Nessuno però, ci pare, sufficiente a chiuderlo, come si è fatto in questi anni, con un rinvio sine die.

I problemi di comprensione e leggibilità del mercato da parte del cliente medio con ogni evidenza ci sono. Tuttavia il mercato come lo disegnano non i manuali di economia, che come ogni cosa sono fallibili – e in questo caso specifico più che mai da mettere alla prova – ma le norme nazionali e Ue, va in quella direzione. Che prima o poi deve essere raggiunta, mettendo tra le priorità la soluzione di problemi che altrimenti rischiano di diventare alibi. Oppure apertamente messa in questione, in Italia e a Bruxelles.

A proposito di problemi, peraltro, l’uscita dai sistemi di tutela ne pone una quantità anche di altro ordine, ad esempio gestionale. Nodi in questi giorni rimasti sullo sfondo ma che sembrano preoccupare più di tutto gli operatori, anche i più accesi detrattori delle tutele di prezzo. Nell’intervista alla Staffetta, Bortoni getta un sasso nello stagno: ipotizzando di mettere un termine alla maggior tutela anche solo per i circa 3 milioni di clienti non domestici ancora tutelati, come avverrà il passaggio?

Si profila un’alternativa tra due soluzioni comunque imperfette: da un lato quella preferita dal presidente Aeegsi, una gara per pacchetti di clienti, in cui di fatto i consumatori continuano a non scegliere in prima persona il loro fornitore ma in cui in compenso è garantita una maggiore parità di opportunità tra fornitori storici e newcomers. Dall’altro affidarsi semplicemente alla libertà di scelta del consumatore singolo, lasciando campo libero ai vantaggi competitivi degli incumbent, che almeno nella prima fase finirebbero verosimilmente per intercettare gran parte dei clienti in uscita.

In entrambi i casi si pongono poi problemi legati alla gestione dello switch, con il SII ancora in fase di avvio, alla necessità di ottenere in un breve arco di tempo un numero imponente di dati di misura, alla presenza di possibili, rilevanti “code” di morosità; e in caso di gara, agli stessi criteri da applicare al disegno dei lotti, al destino delle strutture di vendita ad essi associate, ai requisiti di partecipazione etc.

Sicuramente il governo dovrà tenere conto anche di questi temi e dell’impatto che possono avere sui tempi di operazioni del genere, se davvero vuole andare avanti su questa strada (l’esperienza insegna che la quantità di indiscrezioni che esce su un tema è spesso direttamente proporzionale all’indecisione del decisore. Il tutto anche trascurando che si parla non di un decreto ma di un Ddl, il cui iter parlamentare si annuncia lungo e pieno di incertezze). Purché sia chiaro che i problemi ormai vanno affrontati, non presi a pretesto per rispedire la questione oltre la linea dell’orizzonte.

* Nota: una maggiore onerosità spesso dovuta a servizi aggiuntivi, non ultimo la garanzia del prezzo fisso. Una soluzione molto gettonata negli ultimi anni a dispetto dell’andamento calante dei prezzi all’ingrosso. Il risultato è stato che negli ultimi 2 anni molti venditori hanno attutito il colpo del crollo dei prezzi wholesale, a volte perfino aumentando i margini. Circostanza sfortunata per i consumatori, ma anche incoraggiata dal marketing delle imprese (e talvolta forse anche dalla (dis?)informazione di molti quotidiani). Ora però i prezzi all’ingrosso viaggiano sui minimi storici e il prezzo fisso potrebbe anche non essere una cattiva idea. Chi lo dirà ai consumatori?

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Ferrovie: Federconsumatori esposto a Trenitalia sui tempi di percorrenza delle tratte regionali

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La “traccia orario” è il tempo assegnato ad un treno per percorrere una certa relazione.

Il tempo impiegato dovrebbe ricavarsi dalla formula t=S/v; dalla quale risulta evidente come il tempo necessario è in rapporto sia allo spazio da percorrere, sia alla velocità.

In realtà in ferrovia non bastano questi elementi per determinare la “traccia orario”, se ne aggiungono alcuni (spesso motivati), e altri di cui nessuno capisce la motivazione.

Solo Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana sono in grado di capire perché per percorrere la relazione Pescara-Montesilvano con treni regionali (ma ci sono centinaia di casi analoghi in Italia) a volte bastano 4 minuti altre volte ne occorrono 17. Eppure, nel caso considerato, i treni viaggiano a velocità simile, non ci sono fermate intermedie e la distanza tra le stazioni è sempre la stessa; ma i tempi assegnati ai treni per percorrere la stessa distanza sono diversissimi.

Un problema che non va sottovalutato, dal momento che ogni minuto di percorrenza di un treno costa alla collettività circa 10 euro.Questo vuol dire che, se al treno Montesilvano-Pescara si assegnano 13 minuti più del dovuto, la comunità pagherà in più 130 euro al giorno; quasi 50.000 euro ogni anno, solo per quel treno! (E questo vale per tutte le altre tratte interessate!

Se il risultato dei vari algoritmi utilizzati per calcolare il prezzo dei servizi da pagare conserva l’apparenza della neutralità, la traccia oraria è chiaramente determinata dagli interessi delle Ferrovie, senza che nessuno possa eccepire alcunché.

Eppure dalle tracce orario dipendono: 1) i costi sostenuti dalle regioni per pagare i corrispettivi a Trenitalia per l’offerta del servizio regionale; 2) la possibilità di applicare o meno le sanzioni a Trenitalia in caso di ritardo; 3) la qualità del servizio ferroviario regionale ;4) la concreta possibilità di apertura del mercato ferroviario.

Per evidenziare un abuso di posizione dominante da parte delle Ferrovie italiane nel mercato ferroviario, la Federconsumatori ha presentato un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Lo stesso esposto è stato inviato all’Autorità di Regolazione dei Trasporti e, per conoscenza, anche al Ministro dei Trasporti (con due precedenti esposti della nostra Associazione al Garante, sono state comminate due diverse sanzioni: la prima da un milione di euro nel 2014, la seconda da cinque milioni di euro nel 2017).

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Paghereste un caffè l’80% in più della media? La polemica su Starbucks a Milano

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Starbucks, il colosso del caffè americano sbarca in Italia con il primo mega store a Milano: per il nostro Paese si tratta di una piccola rivoluzione culturale che da una parte, sicuramente, amplia la concorrenza tra bar e caffeterie, dall’altra suscita qualche perplessità sui costi, davvero molto alti. Pagare un caffè espresso 1,80 è davvero esagerato, senza contare i 3,50 euro del caffè americano, per poi salire di prezzo per caffè più sofisticati: è l’80% in più rispetto alla media milanese!

Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili dell’Osservatorio prezzi e tariffe del ministero dello Sviluppo economico, infatti, che utilizza i prezzi ufficiali rilevati dagli Uffici comunali di statistica nell’ambito della rilevazione mensile dell’Istat, in media il caffè espresso a Milano costa 1 euro, 1,10 euro la quotazione massima. Da Starbucks, quindi, si paga l’espresso, mediamente, 80 centesimi più rispetto al resto della città, 70 centesimi di differenza considerando i bar più cari. Considerato che per molti il caffè al bar è un’abitudine giornaliera irrinunciabile, diventa quasi un lusso!

Ma quanto costa, invece, il caffè fatto in casa? In generale utilizzando 7 grammi di miscela,  il caffè casalingo costa mediamente 12 centesimi, quindi andare da Starbucks ci costa il 2471% in più della tazzina di caffè home made.

Non tutti sanno però che il costo del caffè di casa dipende anche dallo strumento utilizzato: una tazzina di caffè con la tradizionale moka costa infatti circa 0,12 centesimi, mentre con la macchinetta a capsule 0,41 centesimi; per sapere qual è la macchinetta per il caffè più adatta alle diverse esigenze e confrontare i prezzi del caffè fatto con moka, macchinetta automatica, a capsule o a cialde, leggi la nostra indagine Quanto ci costa un caffè espresso fatto in casa

Autore: Unione Nazionale Consumatori

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Cambio operatore telefonico| MDC : caos portabilità AGCOM garantisca tempi certi e indennizzi agli utenti coinvolti.

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Evidentemente non sono bastate le multe per la fatturazione 28 giorni e quelle per la minaccia di iscrizione a inesistenti banche dati morosi irrogate da Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e Antitrust alle principali compagnie telefoniche per far rispettare i consumatori italiani.

Come denuncia il Movimento Difesa del Cittadino l’Annus horribilis degli utenti della telefonia continua ancora per migliaia di utenti infuriati a causa dei ritardi della migrazione del proprio numero verso Iliad ed altri nuovi operatori da parte degli incumbents.

È soprattutto il caso Vodafone a tenere banco in queste ore, con numerosi clienti di fatto irraggiungibili a causa dei gravi rallentamenti nella trasmissione del proprio numero di cellulare dalla compagnia al nuovo operatore prescelto dal consumatore.

Come sottolineato da MDC, al danno per la irreperibilità si aggiunge la beffa di dover tollerare scuse banali come l’errore nella trascrizione del proprio codice fiscale e continui rimpalli della responsabilità tra vecchio e nuovo operatore.

Per il Presidente nazionale del Movimento Difesa del Cittadino Francesco Luongo è urgente un intervento di AGCOM per garantire il sacrosanto diritto degli utenti alla Mobile Number Portability oltre ad una istruttoria sulla plateale violazione di quanto stabilito nella Delibera 147/11/CIR e connesso diritto dei clienti di ricevere il pagamento degli indennizzi previsti dall’articolo 14 pari a € 2,5 per ogni giorno lavorativo di ritardo fino ad un massimo di € 50,00 che dovrà versare l’operatore ricevente che a sua volta si rivarrà poi sul donating.

Tutta la rete del Movimento si sta attivando in queste ore per supportare i reclami dei consumatori e garantire il pagamento delle somme dovute.

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