Recentemente ad un convegno organizzato a Milano da Standard & Poor’s a tema “Utilities italiane alla sfida del mercato” a proposito dello stato di crisi del settore energetico italiano il CEO di Sorgenia Andrea Mangoni ha dichiarato provocatoriamente che il cosiddetto mercato dell’energia italiano in realtà “mercato” non è (inteso come luogo ove la domanda incontra l’offerta sotto la spinta della libera concorrenza), quanto piuttosto il coacervo di una serie di “rendite di posizione” che trovano terreno fertile in una legislazione primaria frammentaria accompagnata da una normativa di settore sovente incomprensibile.

Qualcuno com’era lecito attendersi ha storto il naso e non poco. In effetti si è trattato di pura provocazione o di affermazioni – per quanto forti – sensate e fondate? Per darci una risposta (e ancora una volta ognuno sia libero di trovare la sua), suggerisco di rispolverare la composizione di una bolletta media e, numeri e calcolatrice alla mano, verificare quanta parte sia il prodotto del “libero mercato” e quanta parte vada ad impinguare quelle presunte “rendite di posizione”.

Per questo esercizio delicato mi affido a rilevazioni di terze parti. Un interessante articolo de Il Sole 24 Ore del 17 novembre scorso dal titolo eloquente “Gli oneri appesantiscono la bolletta” illustrava i risultati dell’indagine internazionale condotta dall’istituto Nus Consulting sui prezzi dell’elettricità e del gas pagati dalle imprese italiane, sottolineando che oggi “(…) per la prima volta le altre componenti costano più della generazione”. Il trend di mercato rilevato sul quinquennio 2010-14, infatti, mostra che l’incidenza percentuale dei costi di generazione sul prezzo totale fatturato dalle utilities alle imprese italiane è drasticamente (io direi “drammaticamente”) sceso da oltre il 60% a poco meno del 37%, mentre sono letteralmente esplose le incidenze dei costi del dispacciamento (dal 5% al 10%) e dei famigerati oneri di sistema (dal 16% al 37%).

Se la spiegazione offerta per l’incremento del dispacciamento appare debole (gli autori dello studio affermano sinteticamente che sia riconducibile alla “difficoltà di gestire la generazione e il bilanciamento in rete degli impianti rinnovabili”), le dinamiche degli oneri di sistema sono fin troppo chiare agli addetti ai lavori e trovano un’illustrazione che parla da sola ad opera della stessa AEEGSI (http://www.autorita.energia.it/it/elettricita/onerigenerali.htm).

Parliamo di oneri fra i più disparati fra i quali la parte del leone, come noto, la fanno le coperture degli incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate (12 miliardi e mezzo nel solo 2013 !!). Ma non solo: in ordine sparso si va dai sussidi di Stato alla Rete Ferroviaria Italiana (460 milioni, recentemente ridotti dal Governo con tanto di accese proteste da parte dei ferrovieri) ai fondi per la promozione dell’efficienza energetica negli usi finali (270 milioni), dai costi per lo smantellamento delle centrali nucleari (195 milioni di euro all’anno) alle compensazioni territoriali agli enti locali che ospitano impianti nucleari (dismessi da 30 anni, ricordo, e infatti ci paghiamo lo smantellamento), dalla copertura delle agevolazioni alle industrie manifatturiere “energivore” alle compensazioni per le imprese elettriche minori (70 milioni ad appannaggio delle aziende elettriche di isole come Capri, Giglio, Favignana, Pantelleria ed altre amene località), dal sostegno alla ricerca di sistema (40 milioni) alla copertura degli oneri per il bonus elettrico (20 milioni).

Il tutto per un gettito totale che nel 2013 ha sfiorato i 14 miliardi di euro e che nel 2014 li supererà certamente a causa del continuo incremento della quota di copertura degli incentivi alle fonti rinnovabili. Una lunga serie alla quale solo per un pelo abbiamo scampato l’aggiunta dell’ultimo arrivato, il canone RAI (di cui ho già parlato nel mio post https://www.linkedin.com/pulse/20141120100336-16181738-canone-tv-in-bolletta-il-solito-pasticcio-all-italiana?trk=mp-reader-card).

E così accade l’assurdo: mentre in 5 anni il prezzo della componente energia per le imprese italiane diminuisce del 27% (dai 78 €/MWh del 2010 ai 57 €/MWh del 2014), a riprova che laddove c’è vera concorrenza i benefici per il consumatore si vedono eccome, il costo finale in bolletta aumenta del 23% (da 125 €/MWh a 154 €/MWh).

Ora, provocazione o meno, come si faccia a dire che siamo in presenza di un libero mercato quando il 63% del costo dell’energia sostenuto dalle imprese italiane va a ripagare soggetti che nulla a che vedere hanno con le società di vendita di energia al punto tale che un potenziale risparmio si tramuta in un aggravio di costi? Che ognuno si faccia la propria (libera) idea.