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Mezzi di pagamento: Wind, Vodafone e Fastweb multate dall’Antitrust per condotte discriminatorie

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Si è conclusa con una multa a Wind, Vodafone e Fastweb, l’indagine avviata lo scorso novembre dall’Antitrust volta a verificare la legittimità del comportamento posto in essere dai tre operatori di telefonia che non consentivano ai propri clienti, titolari di un conto corrente presso banche con sede in un Paese dell’UE diverso dall’Italia, di pagare i servizi di telefonia mediante l’addebito diretto sul conto.

Il procedimento, in particolare quello nei confronti di Wind Tre S.p.a, era stato avviato dall’Autorità dopo una segnalazione del nostro Centro che aveva rinviato al vaglio dell’AGCM il caso di un consumatore belga cui non era consentito di pagare il servizio di telefonia tramite un addebito diretto sul proprio conto corrente poiché il suo IBAN non iniziava con la sigla nazionale “IT”.

Dall’indagine è emerso che l’impedimento traeva origine dall’utilizzo, per gli incassi dei pagamenti effettuati dagli utenti, del servizio SEDA, un servizio opzionale e aggiuntivo al sistema SEPA, le cui funzionalità contribuirebbero, a detta degli operatori, ad un elevato livello di sicurezza e prevenzione delle frodi a vantaggio dei consumatori, ma che viene adottato prevalentemente da istituti di credito italiani.

Tale condotta, tuttavia, impedendo l’utilizzo dell’addebito diretto sul conto ai consumatori i cui conti correnti sono stati accesi presso un istituto bancario non italiano ma europeo, ha di fatto comportato una discriminazione tra i sistemi di pagamento all’interno dell’ Unione Europea vietata dal Regolamento (UE) n. 260/2012. Invero, l’art. 9 del regolamento, il cui fine ultimo è quello di

realizzare un mercato unico dei pagamenti, stabilisce che “Il beneficiario che accetta un bonifico o riceve fondi mediante addebito diretto da un pagatore titolare di un conto di pagamento interno all’Unione non specifica lo Stato membro nel quale è situato tale conto di pagamento, sempre che il conto di pagamento sia raggiungibile conformemente all’art. 3”.

Secondo l’Autorità, la scelta di ricorrere al servizio opzionale SEDA, che di fatto impedisce l’utilizzo di IBAN non italiani non “può certo rappresentare un esimente per il creditore che non si sia dotato di procedure interne specifiche al fine di adeguarsi alla normativa europee, così impedendo ai clienti di eseguire il pagamento dei servizi mediante domiciliazione bancaria su documenti e determinando discriminazioni tra questi e i conti italiani”.

Alla luce delle suddette evidenze, l’Autorità ha ritenuto di sanzionare Wind e Vodafone nella misura di 800.000 euro ciascuna e Fastweb per 600.000 euro. Le stesse, tuttavia, nelle more del procedimento, si erano impegnate:

  • quanto a Wind Tre, di contattare i clienti titolari di conti esteri che non avevano potuto utilizzare il pagamento per il tramite della domiciliazione bancaria e offrire tale possibilità
  • quanto a Vodafone, di garantire la domiciliazione bancaria su conto estero in caso di contratto stipulato presso il negozio fisico o al telefono

L’Antitrust ha, invece, accolto gli impegni presentati da Telecom Italia (TIM) relativi all’implementazione delle funzionalità dei sistemi per l’accoglimento delle richieste di domiciliazione bancaria su conti esteri entro giugno 2019.

Le politiche anti-discriminatorie dell’UE pervadono tutta la normativa europea e, in materia di pagamento, va altresì ricordato il Regolamento (UE) 2018/302, applicabile dallo scorso 3 dicembre 2018 e volto ad impedire i blocchi geografici ingiustificati. In particolare, l’art. 5 che vieta al professionista, nell’ambito dei mezzi di pagamento dallo stesso accettati, di applicare condizioni diverse a un’operazione di pagamento per motivi connessi alla nazionalità, al luogo di residenza o al luogo di stabilimento del cliente, all’ubicazione del conto di pagamento, al luogo di stabilimento del prestatore dei servizi di pagamento o al luogo di emissione dello strumento di pagamento all’interno dell’Unione.

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ANTITRUST SOSPENDE l’attività di vendita dei prodotti non disponibili www.tigershop.it e www.tecnotradeshop.it.

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Comunicato stampa del 21/06/2019 di Agcm

Riportiamo integralmente

Antitrust: vendite online, sospesa l’attività di commercializzazione di prodotti non disponibili da parte di due siti 

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, a seguito dell’avvio di due procedimenti istruttori, ha adottato due distinti provvedimenti cautelari nei confronti delle società Tiger Group S.r.l. e Tecnotrade S.r.l.s., attive nella vendita online di prodotti di telefonia, elettronica e informatica, attraverso i siti Internetwww.tigershop.it e www.tecnotradeshop.it
Nello specifico, è stato ordinato alle società di sospendere ogni attività diretta alla vendita di prodotti non disponibili e all’addebito anticipato di corrispettivi per beni che non risultino in giacenza nei magazzini o che non siano comunque pronti per la consegna. 
Le società Tiger Group S.r.l. e Tecnotrade S.r.l.s. dovranno comunicare l’avvenuta esecuzione di quanto disposto nei due distinti provvedimenti di sospensione entro 10 giorni dal loro ricevimento. 
L’intervento si inquadra in una più ampia strategia, già da tempo perseguita dall’Autorità, volta ad assicurare il corretto ed equilibrato sviluppo delle vendite on line anche attraverso l’organica repressione di fenomeni quali la mancata consegna della merce ordinata e regolarmente pagata dai consumatori, gli ostacoli al rimborso delle somme versate e all’esercizio del diritto di recesso, nonché la divulgazione di informazioni false in merito al reale stato degli ordini di acquisto e alle effettive tempistiche di consegna degli stessi. 

Roma, 20 giugno 2019

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Con la scusa dei punti per Pannolini “acchiappavano consensi illecitamente”

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Per poter partecipare ad un programma di raccolta punti
e usufruire così di piccoli vantaggi il cliente non deve
essere obbligato ad esprimere il consenso a ricevere
pubblicità. Il principio è stato ribadito dal Garante
privacy che ha vietato a una nota marca di pannolini
l’ulteriore trattamento per finalità promozionali dei dati
di oltre un milione e mezzo di persone, acquisiti in modo
illecito mediante il form “raccolta punti” del sito della
società. Dagli accertamenti svolti dal Garante in
collaborazione con il Nucleo speciale privacy della
guardia di finanza, a seguito di una segnalazione, è
emerso che solo nei primi due mesi del 2018 la società
ha inviato newsletter promozionali a circa un milione di

indirizzi e-mail raccolti e utilizzati senza un valido
consenso.
Ai clienti interessati alla raccolta punti, infatti, non
veniva data la possibilità, come richiesto dalla normativa,
di esprimere un consenso libero e specifico per le singole
finalità di trattamento che la società intendeva svolgere,
tra le quali vi era appunto l’attività promozionale. Per
poter completare la registrazione e aderire al programma
di fidelizzazione i clienti erano invece obbligati a
rilasciare due consensi generici, uno per la società e uno
per i marchi collegati.
Oltre a disporre il divieto, il Garante ha ingiunto alla
società, qualora intenda svolgere attività promozionali, di
modificare il form di raccolta dati presente sul sito,
affinché gli utenti possano esprimere un consenso libero
e informato per tale finalità.
Per i trattamenti illeciti è stata applicata una sanzione
amministrativa che la società ha già pagato.

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L’Agente di riscossione non dispone degli atti di notifica delle cartelle di pagamento? Il debito può essere annullato

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Il Movimento Difesa del Cittadino dà notizia di un’importante vittoria per i contribuenti vessati da notifiche di atti di intimazione di pagamento, pignoramenti su conti correnti bancari, iscrizioni ipotecarie, fermi amministrativi.

Come segnalato dalla sede di MDC Roma Ovest, e dall’Avv. Dalila Loiacono, il Giudice di Pace di Roma, con la sentenza n. 5665/19 ha affermato che “l’Amministrazione è tenuta a rispettare le cadenze imposte dalla legge, in base alle quali la notificazione della cartella costituisce un adempimento indefettibile. Nella predetta sequenza, quindi, l’omissione della notificazione di un atto presupposto costituisce vizio procedurale che determina la nullità dell’atto consequenziale notificato, nullità che può essere fatta valere dal contribuente con l’impugnazione dell’atto consequenziale.

Divenuti giuridicamente inesistenti gli atti presupposti, l’atto notificato è improduttivo di effetti e, pertanto, va dichiarato inefficace.

La dichiarazione di inefficacia dell’atto impugnato, quindi, estingue il diritto del Concessionario di procedere difettando validi titoli esecutivi”.

In conclusione, l’Avv. Dalila Loiacono dichiara che l’azione esecutiva è soggetta alla corretta e rituale notifica degli atti prodromici. Diversamente, l’Agente della riscossione non può procedere nei confronti del contribuente.

Mdc si augura che la sentenza in parola costituisca un esempio virtuoso di giustizia.

Invitiamo i cittadini in difficoltà a rivolgersi alla sportello SOS Equitalia di MDC Roma Ovest, tel. 06/88642693, e mail romaovest@mdc.it

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