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Mutui, il fondo di solidarietà è un boomerang, potreste pagare costi aggiuntivi

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Con l’attivazione del Fondo di solidarietà per i mutui le banche applicano dei costi aggiuntivi a carico dei clienti. Come evitare il salasso?
Le famiglie che vogliono acquistare la prima casa si affidano sempre più al web per trovare i finanziamenti più convenienti. Per scegliere i mutui on line migliori e adatti alle proprie esigenze, però, bisogna effettuare delle specifiche ricerche e quindi contattare l’istituto di credito per concordare il piano di rimborso del finanziamento. Se una famiglia si trova in difficoltà nel pagamento delle rate del mutuo, però, esistono degli strumenti a sostegno del credito come il Fondo di solidarietà. Ma come funziona? Si tratta di un’agevolazione effettivamente vantaggiosa?
Il Fondo di solidarietà per i mutui è uno strumento attivato da anni dal governo a tutela delle famiglie in difficoltà economica. In pratica consente di sospendere il pagamento delle rate per un periodo massimo di 18 mesi e contribuisce a saldare parte del debito. Per tutelarsi da imprevisti durante il periodo di rimborso le banche propongono spesso di attivare un’assicurazione sul mutuo, il Fondo di solidarietà, invece, è pensato dallo Stato per chi perde il lavoro o è vittima di un grave handicap.
Per accedere all’agevolazione occorre presentare domanda al Consap, l’ente che si occupa del servizio, e dimostrare di avere i requisiti necessari per sospendere le rate con il Fondo di solidarietà. Tuttavia, se si riesce a interrompere il mutuo per un certo periodo di tempo, bisogna prepararsi a pagare il conto una volta terminata la sospensione. L’associazione Altroconsumo ha elaborato una ricerca proprio per mettere i consumatori in guardia dagli interessi aggiuntivi che prevede questo fondo di agevolazione statale.
Facciamo alcuni esempi: una famiglia ha acceso un mutuo nel 2008 per 100 mila euro con periodo di rimborso di 20 anni a tasso fisso. Con una sospensione di 18 mesi gli oneri aggiuntivi calcolati dalla banca saranno di 3.039 euro. Per un mutuo di 150 mila euro con le stesse condizioni contrattuali le spese in più saranno di 3.912 euro, quasi 4 mila euro insomma, se si vuole sfruttare il Fondo di solidarietà. Con mutui dagli stessi importi ma a tasso variabile, gli “oneri di sospensione” scendono rispettivamente a 1.211 euro e a 1.322 euro.
Questo perché il Fondo di solidarietà paga solo una parte degli interessi imposti dalla banca: nello specifico la quota stabilita dai parametri di mercato. Quindi per quanto riguarda i mutui a tasso variabile un cliente dovrà pagare solo lo spread applicato dalla banca, mentre per i mutui a tasso fisso si pagherà lo spread più la differenza fra l’Irs attuale e quello relativo alla data di stipula del mutuo. Attenzione quindi alle condizioni contrattuali che accettiamo durante la sottoscrizione del finanziamento: se decidiamo di sospendere le rate del mutuo, dovremo pagare il conto con gli interessi.
L’Abi (l’Associazione delle banche italiane) sottolinea comunque l’importanza di questo strumento che permette alle famiglie in difficoltà di interrompere il pagamento delle rate per 18 mesi. Inoltre gli interessi aggiuntivi applicati dalle banche si potranno suddividere nelle restanti rate del mutuo, rendendo così più sostenibile il periodo di rimborso.
“È come se avessi la possibilità di un anno e mezzo in più di finanziamento, a un tasso inferiore a quello che si avrebbe se si accendesse un nuovo mutuo – si legge in una nota dell’Abi – E la banca ha un costo: se il cliente deve ridare il capitale in dieci anni lo restituisce in 11 pagando gli interessi, ma molto frazionati nel tempo”. L’esempio dei 18 mesi di sospensione, inoltre, è un caso limite, poiché con un periodo minore di interruzione gli interessi aggiuntivi si abbassano e, come visto, con i mutui a tasso variabile gli “oneri di sospensione” non sono maggiori di 1.322 euro.

fonte : supermoney.eu

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Buoni postali: la Cassazione ammette la variazione del tasso sui buoni sottoscritti prima del 1999

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Stiamo ricevendo in questi giorni molte richieste di informazioni ed assistenza da parte dei cittadini che hanno investito i propri risparmi in buoni fruttiferi postali. Una battaglia che da tempo vede coinvolta la Federconsumatori, impegnata a tutelare il diritto dei cittadini ad ottenere i rendimenti originariamente previsti sul retro del titolo e indicati al risparmiatore al momento della sottoscrizione.

Dopo un originario pronunciamento risalente al 2007 in cui la Corte affermò che sottoscrivere un buono equivale a un contratto, pertanto questo non può essere modificato in itinere, la nuova sentenza della Cassazione a Sezioni Unite ha radicalmente capovolto la situazione. Ha infatti stabilito che, per i buoni sottoscritti prima del 1999, il tasso di interesse può essere modificato, anche in modo retroattivo, tra l’altro senza obbligo di informativa al risparmiatore.

Resta, però, per l’investitore la possibilità di recedere dal contratto, incassando quanto spetta secondo il tasso di interesse originario e più vantaggioso.

“Tale pronunciamento a nostro avviso risulta alquanto contraddittorio e non del tutto rispettoso del diritto del risparmiatore a ricevere informazioni chiare e corrette sui propri investimenti.” – afferma Emilio Viafora, Presidente della Federconsumatori. – “Per questo stiamo valutando se sussistono gli estremi per presentare ricorso alla Corte di Giustizia Europea.”

Ad aggravare la situazione contribuisce il fatto, che non è stato minimamente considerato dalla Corte di Cassazione, che Poste Italiane è oggi un soggetto di diritto privato, che non può più essere equiparato ad un Ente pubblico.

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CONSOB: obbligo dare tutte le informazioni sui costi e gli oneri sui servizi di investimento e strumenti finanziari.

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Richiamo di attenzione n. 2 del 28 febbraio 2019

Oggetto: informazioni sui costi e gli oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari.

La nuova disciplina MiFID II richiede agli intermediari maggiore trasparenza informativa su costi e oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari. Ciò al fine di assicurare che gli investitori siano consapevoli di tutti i costi e gli oneri per la valutazione degli investimenti anche in un’ottica di confronto fra servizi e strumenti finanziari.

Il quadro di riferimento normativo in materia, vigente dall’inizio del 2018, è definito dal d.lgs. 58/1998 e dal Regolamento delegato (UE) 2017/565, cui fa esplicito rinvio il Regolamento Intermediari n. 20307/2018 emanato dalla Consob in data 15 febbraio 2018. In tema, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) ha pubblicato, a partire dal 16 dicembre 2016, “Questions & Answers on MiFID II and MiFIR investor protection topics”, nella Sezione 9, “Information on costs and charges”.

L’insieme delle richiamate misure, dalla data di entrata in vigore di MiFID II, impone in modo incondizionato, chiaro ed esplicito, agli intermediari[1] di fornire agli investitori, ex ante ed ex post, informazioni in forma aggregata su tutti i costi ed oneri connessi ai servizi prestati ed agli strumenti finanziari, per consentire al cliente di conoscere il costo totale ed il suo effetto complessivo sul rendimento. Su richiesta del cliente, tali informazioni devono essere presentate anche in forma analitica.

Ai sensi delle citate disposizioni, le informazioni devono essere corrette, chiare e non fuorvianti e vanno rese in una forma comprensibile.

Al fine di potere ottemperare a tali obblighi, come chiarito nelle Q&A dell’ESMA, qualora le informazioni sugli strumenti finanziari non siano pubblicamente disponibili, gli intermediari distributori dovrebbero mettersi nelle condizioni di ottenere i dati necessari dai produttori, laddove non siano essi stessi i manufacturer dello strumento. Quando l’intermediario non riesca ad ottenere i dati dal produttore in tempo utile dovrebbe prima di tutto valutare se può fornire informazioni adeguate al cliente sui costi e gli oneri dello strumento finanziario.

Se l’intermediario distributore ritiene di non essere in grado di ottenere informazioni sufficienti sui prodotti offerti per adempiere ai propri obblighi nel quadro della MiFID II, dovrebbe, nell’ambito delle proprie scelte di product governance, evitare di inserirli nella propria gamma prodotti.

Le informazioni ex ante sui costi e gli oneri vanno rese in tempo utile prima della prestazione del servizio. È quindi necessario che l’intermediario, prima di commercializzare uno strumento finanziario, si assicuri di poter effettuare, in assenza di costi puntualmente determinabili, almeno stime ragionevoli e sufficientemente accurate da rappresentare ex ante al cliente nei termini richiesti dalla normativa.

Le informazioni sui costi e gli oneri vanno altresì rendicontate ex post su base periodica almeno annuale. Nell’invio dei rendiconti periodici, gli intermediari si attengono alle previsioni che abbiano a tale scopo introdotto nella contrattualistica con la clientela e, in ogni caso, li trasmettono prima possibile a decorrere dalla maturazione del periodo di riferimento, come specificato anche dall’ESMA nelle proprie Q&A.

La Consob, sin dall’entrata in vigore della MiFID II, vigila sulla corretta applicazione della disciplina da parte degli intermediari e contribuisce alla definizione in sede ESMA di chiarimenti idonei ad assicurare l’armonizzazione nell’applicazione delle norme, anche ai fini di una convergenza delle prassi di vigilanza.

La Consob richiama l’attenzione degli intermediari[2] sull’osservanza della normativa vigente.

I presidi adottati per la trasparenza ex ante ed ex post, aggregata e disaggregata, sui costi e gli oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e agli strumenti finanziari dovranno essere compiutamente illustrati nella prossima “Relazione sui servizi”[3] da trasmettere alla Consob entro il 31 marzo p.v..

La Relazione della Funzione di controllo di conformità alle norme, accompagnata dalle osservazioni e determinazioni degli organi aziendali, inviata ai sensi della delibera Consob n. 17297 del 28 aprile 2010, dovrà contenere gli esiti dei controlli effettuati sul tema.

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Prezzi: l’inflazione accelera al +1,1%, con ricadute di 325,60 Euro annui a famiglia.

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Urgente avviare misure adeguate per il rilancio della domanda interna e dell’occupazione.

L’Istat diffonde oggi i dati relativi al tasso di inflazione a febbraio, che sale al +1,1%.

Più marcata l’accelerazione del tasso relativa al carrello della spesa, che si attesta al +2,1%, sulla spinta dell’incremento dei prezzi dei vegetali freschi a causa del maltempo di questi giorni, nonché dei costi dell’energia.

Tale crescita comporta aumenti aggravi in termini annui per una famiglia tipo di circa 325,60 Euro annui.

Un importo che, specialmente nella delicata fase che il Paese sta attraversando, mettono a dura prova i bilanci familiari, con importanti conseguenze negative sull’intero sistema economico, a causa dell’ulteriore contrazione della domanda interna.

Ad aggravare ulteriormente la situazione contribuiscono le minacce provenienti dal rischio di aumento della pressione fiscale, nonché l’incombente aumento dell’IVA che potrebbe scattare dal prossimo anno.

Abbiamo fatto appello a Comuni e Regioni affinché non aumentino le addizionali, determinando un ulteriore aumento della pressione fiscale per i cittadini, che si rivelerebbe insostenibile in questo momento.

Per quanto riguarda l’incremento dell’IVA che si prospetta nei prossimi anni è fondamentale che il Governo lavori con impegno e serietà per trovare le coperture necessarie a scongiurare le clausole di salvaguardia.

“È evidente che, di fronte a tale situazione non basta evitare gli aumenti, ma è necessario rilanciare la domanda interna attraverso una reale riforma fiscale con al centro una riduzione sul lavoro dipendente e sulle pensioni. È inoltre necessario destinare risorse agli investimenti per rimettere in moto la crescita, creando così una ripresa occupazionale stabile.” – afferma Emilio Viafora, Presidente della Federconsumatori.

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