Gianfranco Beltrami, docente di Scienze Motorie all’Università di Parma è intervenuto qualche giorno fa sul Corriere della Sera spiegando perché la corsa all’aperto risulta meno faticosa di quella su tapis roulant. In sintesi il docente dell’ateneo emiliano ha affermato che «l’uso del tapis roulant può risultare più faticoso perché viene a mancare la spinta del corpo in avanti, poiché il movimento del tappeto porta indietro il piede proprio nel momento in cui l’avampiede dovrebbe spingere in avanti il corpo».

Di conseguenza, mancando la spinta in avanti, prosegue Beltrami sul quotidiano di via Solferino, «si lavora di più coi quadricipiti e per evitare il contatto col nastro si tende a sollevare di più il piede, con maggior sforzo del muscolo tibiale anteriore. Le conseguenze di tale meccanismo maldestro non sono affatto positive, in quanto possono «comportare l’infiammazione di alcuni tendini e maggior affaticamento muscolare, specie a velocità elevate».

Il tutto senza considerare le differenze tra un allenamento al chiuso ed uno all’aperto: il secondo, difatti, è molto interessante sia per il corpo che per lo spirito, in quanto anche l’occhio vuole la sua parte. Correre per ore guardando un muro, del resto, non è poi così esaltante.

La stanchezza di un allenamento al chiuso, tra l’altro, dipende proprio dall’ambiente: Spiega Beltrami sul Corriere che «gli ambienti chiusi, se da un lato hanno il vantaggio di consentire la pratica della corsa anche quando fuori è buio e a dispetto di ogni condizione atmosferica, dall’altro spesso sono umidi e causano una maggiore dispersione del calore attraverso la sudorazione, cosa che riduce la resistenza agli sforzi prolungati e intensi».

La corsa al chiuso, inoltre, a causa della «regolarità dell’appoggio sul tapis roulant, non allena la capacità propriocettiva (la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista) del piede e della caviglia».

Prima di concludere, tuttavia, Beltrami spezza un paio di lance in favore del tappeto, affermando che corrervi sopra è per certi versi più facile in quanto «manca la resistenza dell’aria e, grazie all’elasticità del tappeto, si riduce l’impatto del corpo all’appoggio, con conseguente minor lavoro dell’apparato cardiorespiratorio a parità di velocità e pendenza».

Ad ogni modo, conclude il docente sullo storico quotidiano di via Solferino, «la corsa sul tappeto deve rappresentare un’opzione di riserva quando non si può proprio correre all’aperto». Quest’ultima, difatti, espone il nostro corpo «all’aria e alla luce solare, con conseguente attivazione della vitamina D, indispensabile alla nostra salute. Ci abitua, poi, ad affrontare diverse condizioni climatiche, permettendoci di rafforzare le difese immunitarie e di ridurre così il rischio di infezioni batteriche e virali».