Gli ultimi dati Istat sul servizio idrico italiano delineano un quadro che, è il caso di dirlo, fa acqua da tutte le parti. Secondo la ricerca, è aumentata del +74% la spesa media mensile effettiva delle famiglie (da 12,16 euro del 2008 a 21,18 euro del 2013). Eppure esistono realtà locali, come quella rappresentata nella regione Sicilia in cui viene registrato il picco di procedure di infrazione della normativa in materia di trattamento dei reflui. Nel 2014, infatti, in Sicilia risultavano 175 gli agglomerati sotto procedura. A seguire la Calabria con 130.

Nel 2012 erano ancora 25 i comuni italiani totalmente sprovvisti della rete di distribuzione. 114.561 persone, pari allo 0,2% della popolazione totale, non aveva l’acqua corrente. I comuni sono tutti al Nord: Lombardia (12), Veneto (8) e Friuli-Venezia Giulia (5), dove la popolazione ha forme autonome di autoapprovvigionamento (ad esempio pozzi privati).

Al Sud invece ci sono centri abitati che non hanno ancora le fogne. I 43 comuni sprovvisti si trovano in Sicilia (26), Puglia (5), Campania (4), Veneto (4) e Friuli Venezia Giulia (4) e vi risiedono poco meno di 500 mila persone (0,8% della popolazione totale). Si tratta di situazioni in cui la rete esiste ma non è stata ancora messa in esercizio.

Anche se l’acqua c’è non è detto però che ci sia il servizio di depurazione. I comuni in cui nel 2012 era attiva erano 7.550 mentre in altri 542 (circa 2,3 milioni di persone, 3,8% della popolazione totale) è assente. Le situazioni di maggiore criticità si registrano in Sicilia, dove i comuni senza depurazione sono 95 (vi risiede il 17,9% della popolazione regionale), in Calabria, con 73 comuni (l’8,9% dei residenti), e in Campania, con 87 comuni (7,1% dei residenti).

Altro problema è la dispersione dell’acqua. Quello che dovrebbe essere considerato l’“oro blu” viene letteralmente buttato. Nel 2012, infatti, le dispersioni di rete ammontano al 37,4% (in aumento rispetto al 2008, quando erano pari al 32,1%). La perdita si fa sentire soprattutto al Sud, come a Campobasso dove tocca quota 69%.
La colpa della cattiva gestione della rete ricade sui gestori che per l’82% sono in mano alle amministrazioni comunali.

“CODICI da tempo sottolinea l’incapacità delle società del servizio idrico che da anni subiscono le direttive della politica. Gli amministratori locali hanno finora dimostrato una gestione disastrosa che ha certamente aumentato i costi e i disservizi per gli utenti”, commentano Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale CODICI e Luigi Gabriele, Responsabile Affari Istituzionali. Per questo l’associazione ha già lanciato due class action contro Acea Ato 2 (Roma e provincia) e Acea Ato 5 (Frosinone) che puntano all’ottenimento di un risarcimento per i tanti disagi subiti. Dai contatori a nolo non dovuti alle partite pregresse.