Il rapporto Bes2014 si basa sull’analisi dei 12 domini del benessere in Italia attraverso 134 indicatori. E’ proprio dalla lettura complessiva di questi che è possibile capire dove sta andando il nostro Paese, quali sono le principali criticità e quali le potenzialità, e anche le dinamiche positive in atto. Ogni capitolo propone una lettura dei fenomeni nel tempo e nei diversi territori del Paese per evidenziare non solo se il benessere sta aumentando o diminuendo ma anche che cosa succede delle disuguaglianze, se si ampliano o diminuiscono. In maniera sistematica, infatti, si guarda alle differenze esistenti per quanto riguarda il genere, l’età e il territorio. Dominio per dominio la ricchezza delle informazioni consente un esame dei mutamenti della qualità della vita in Italia vista da 12 punti di vista differenti.
Il Bes è stato l’occasione per il miglioramento dell’informazione statistica. Numerosi indicatori sono stati affinati, alcuni sono stati di nuovo rilevati a distanza di anni (indice di stato fisico e indice di stato psicologico per la salute), altri riportati a rilevazione annuale (rete potenziale di supporto, percezione di sicurezza da parte dei cittadini), altri ancora inseriti ex novo (percezione del rischio di perdere il lavoro e soddisfazione del lavoro). Il tutto per garantire la produzione di indicatori condivisi che permettano di capire come evolve la situazione di benessere del nostro Paese.

SALUTE
Migliorano le condizioni di salute fisica, permangono le disuguaglianze
Gli indicatori del dominio salute sono stati costruiti tenendo conto di tre dimensioni fondamentali: le condizioni di salute, le principali cause di morte nelle varie fasi della vita, i fattori di rischio della salute derivanti dagli stili di vita.
L’Italia presenta condizioni di salute in miglioramento e livelli di speranza di vita tra i più elevati a livello internazionale (79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne). Ciò rappresenta uno dei risultati più positivi dell’andamento del benessere della popolazione e un patrimonio fondamentale da salvaguardare. L’indicatore della speranza di vita in buona salute testimonia il miglioramento delle condizioni di salute degli italiani: tra il 2009 e il 2012 il numero medio di anni vissuti in buona salute aumenta di 2,1 anni per gli uomini e di 2,2 anni per le donne.
Si registrano miglioramenti anche per alcuni indicatori di mortalità. La mortalità infantile si riduce negli ultimi anni, passando da 34,2 decessi per 10.000 nati vivi nel 2009 a 30,9 nel 2011. Anche la mortalità da tumori tra gli adulti continua a diminuire (9,9 decessi per 10.000 residenti nel 2006; 9,1 nel 2011). Nello stesso tempo, sembra attenuarsi il trend in crescita del tasso di mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso, nonostante l’aumento dell’invecchiamento della popolazione. Al contrario, si arresta il trend positivo della riduzione della mortalità per incidenti da mezzi di trasporto.
Nel 2012 si riduce il benessere psicologico. L’indice di stato psicologico passa dal punteggio medio di 49,8 del 2005 a 49 del 2012, con un peggioramento soprattutto per la popolazione adulta e i giovani uomini (tra i 18 e i 24 anni l’indice passa da 53,4 a 51,7 per i maschi).
Sono ancora molto diffusi nella popolazione comportamenti che costituiscono rischi per la salute. L’eccesso di peso non accenna a diminuire – nel 2013 è in sovrappeso o obeso il 44,1% delle persone di 18 anni e più – così come la sedentarietà, che riguarda una consistente quota di popolazione (41,3% delle persone di 14 anni e più). Il consumo di frutta e verdura resta invece inferiore alle quantità raccomandate.
L’abitudine al fumo e la diffusione di comportamenti a rischio nel consumo di alcol confermano un trend in diminuzione negli ultimi anni. La quota di fumatori passa dal 23,3% nel 2010 al 21,3% nel 2013 mentre la quota di popolazione che presenta almeno un comportamento a rischio nel consumo di alcol scende dal 16,7% nel 2010 al 13,8% nel 2013.
Permangono disuguaglianze territoriali e sociali. Nel Mezzogiorno, oltre ad una vita media più breve, si vive per più anni in peggiori condizioni di salute o con limitazioni nelle attività quotidiane. Inoltre, molti dei comportamenti a rischio sono più marcati tra le persone di bassa estrazione sociale.

ISTRUZIONE E FORMAZIONE
Formazione in lieve miglioramento, ma crescono i Neet e diminuisce la partecipazione culturale
Il dominio prende in considerazione quattro dimensioni: istruzione formale, formazione continua, livelli di competenze e partecipazione culturale. È attraverso queste che è possibile tracciare i principali mutamenti in atto.
Tra il 2011 e il 2013 migliorano quasi tutti gli indicatori sulla formazione, ma la crescita è lenta e troppo esigua per riuscire a colmare l’importante divario che separa l’Italia dal resto d’Europa. Nel 2013, il 58,2% dei 25-64enni possiede almeno il diploma superiore, contro un valore medio europeo del 74,9%; la quota di individui tra i 30 e i 34 anni che hanno conseguito un titolo universitario è appena del 22,4%, mentre la media europea è del 40%.
Permangono, inoltre, forti criticità. Come durante tutto il periodo di crisi, continua ad aumentare la quota di ragazzi che non studiano e non lavorano (Neet), soprattutto nel Sud, dove in molte regioni oltre un terzo dei giovani si trova in questa situazione. La quota di Neet, al 23,9% nel 2012, raggiunge il 26% nel 2013, oltre sei punti percentuali in più del periodo pre-crisi.
L’indice di partecipazione culturale continua il suo trend discendente – dal 27,9% del 2012 al 25,9% del 2013 – mentre permangono significative differenze interne che, in alcuni casi, tendono ad accentuarsi, soprattutto dal punto di vista territoriale e di genere.
Gli uomini, il Mezzogiorno e i giovani di estrazione sociale più bassa sono i più penalizzati. Particolarmente marcato appare lo svantaggio delle regioni del Sud e delle Isole rispetto ai diversi livelli di competenza, sia alfabetica sia numerica e informatica. I dati dell’Ocse tracciano un quadro allarmante, solo un terzo degli italiani tra i 16 e i 65 anni raggiunge un livello accettabile di competenza alfabetica mentre un altro terzo è ad un livello così basso da non essere in grado di sintetizzare un’informazione scritta.
LAVORO E CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI VITA
Cala l’occupazione, peggiora la qualità del lavoro, aumentano le disuguaglianze territoriali
Muovendo dalla prospettiva quantitativa della partecipazione al lavoro fino a quella soggettiva della job satisfaction, il dominio è stato articolato in quattro dimensioni: partecipazione e inclusione sociale, qualità del lavoro, conciliazione dei tempi di lavoro e di vita, insicurezza dell’occupazione e soddisfazione del lavoro.
L’acuirsi della crisi economica ha determinato una grave contrazione dell’impiego di risorse umane del Paese e un aumento delle disuguaglianze territoriali e generazionali.
La distanza che separa i tassi di occupazione e di mancata partecipazione italiani da quelli europei (Ue27), tradizionalmente già molto elevata, si amplia ulteriormente negli ultimi due anni. Nel 2013 il tasso di occupazione si attesta al 59,8%, mentre nella Ue27 è pari al 68,5%.
Gran parte degli indicatori di qualità del lavoro segnalano un preoccupante peggioramento della condizione dei lavoratori. L’instabilità dell’occupazione rimane diffusa e l’incidenza di lavoratori a termine di lungo periodo si associa ad una propensione sempre minore alla stabilizzazione dei contratti di lavoro temporanei, soprattutto per i giovani. Inoltre, aumenta la presenza di lavoratori con un titolo di studio superiore a quello richiesto dall’attività svolta (22,1% degli occupati nel 2013), mentre resta pressoché invariata la quota di occupati con bassa retribuzione o irregolari.
La maggioranza degli occupati, pur non temendo di perdere il lavoro, ritiene che difficilmente riuscirebbe a ritrovare un’occupazione simile qualora la perdesse (78,8%).
La soddisfazione per il lavoro rimane comunque mediamente elevata, anche se nel 2013 diminuisce per gli aspetti legati alla remunerazione e alla stabilità occupazionale, in particolare tra gli uomini.
La crisi ha reso ancora più profonde le diseguaglianze territoriali, generazionali e di cittadinanza, sia nell’accesso al lavoro sia riguardo alle varie dimensioni della qualità dell’occupazione. In conseguenza del peggioramento degli indicatori del lavoro, maggiormente avvertito dagli uomini, il gender gap continua invece a ridursi. La distanza di genere per il tasso di mancata partecipazione al lavoro passa dagli 11 punti del 2008 a meno di otto punti nel 2013, pur restando ampiamente superiore alla media europea; tra i settori più colpiti dalla crisi vi sono, infatti, quello edile e quello manifatturiero, in cui gli uomini sono più presenti.
L’Italia si caratterizza in Europa per la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro, e il Mezzogiorno presenta una marcata incidenza di occupati in posizione non regolare (nel 2012 il 19,1% in confronto al 10,5% della media nazionale). Del resto, sono proprio i giovani e i lavoratori meridionali a essere meno soddisfatti per le varie dimensioni del lavoro, anche se, nel 2013, a seguito del peggioramento dei livelli di soddisfazione degli adulti e dei lavoratori nelle regioni del Nord, la distanza diviene più contenuta. Il livello di soddisfazione è molto basso tra le donne che svolgono il part-time involontario, in forte aumento durante la crisi.
La qualità dell’occupazione, inoltre, si lega strettamente alle difficoltà di conciliare tempi di lavoro e di vita. Nonostante l’asimmetria del lavoro familiare vada progressivamente riducendosi, le difficoltà di conciliazione si manifestano con maggiore intensità soprattutto in presenza di figli piccoli, come testimonia la recente crescita del divario tra il tasso di occupazione delle madri di bambini in età prescolare e quello delle donne senza figli (nel 2013 rispettivamente 54,6% e 72,6% i tassi per le donne 25-49enni), soprattutto nel Mezzogiorno (36,8% vs. 52,8%).

BENESSERE ECONOMICO
Le condizioni economiche delle famiglie non migliorano, nonostante deboli segnali positivi nel 2013
Gli indicatori del dominio benessere economico sono stati costruiti tenendo conto di due dimensioni fondamentali: reddito disponibile e ricchezza; spesa per consumi e condizioni materiali di vita.
Gli italiani continuano a possedere una ricchezza reale netta tra le più alte in Europa, largamente dovuta all’elevata diffusione della proprietà dell’abitazione di residenza. L’intensità e la persistenza della crisi economica, tuttavia, da un lato hanno ridotto il valore di questa ricchezza, dall’altro hanno ampliato la disuguaglianza economica e l’area della povertà e della deprivazione materiale.
Nel 2012, la ricchezza netta complessiva è scesa, rispetto all’anno precedente, del 2,9% in termini reali. Tale diminuzione è da attribuirsi in larga parte al calo nel valore degli immobili. Inoltre, nel quinquennio della crisi il reddito per abitante, in valori correnti, è diminuito nel Centro-Nord (-4% nel Nord e -2,9% nel Centro) ed è rimasto pressoché identico nel Mezzogiorno (+0,1%), dove, tuttavia, è pari al 65% di quello delle regioni settentrionali.
Con il perdurare della crisi l’efficacia dei sistemi di protezione disponibili – ammortizzatori sociali e solidarietà familiare – si è progressivamente indebolita. Nel 2012, le difficoltà economiche delle famiglie si sono accentuate: dalla diminuzione del reddito reale disponibile e della ricchezza reale netta complessiva è derivato un calo della spesa per consumi e un aumento degli indicatori di povertà, soprattutto assoluta, e di deprivazione.
L’indicatore di povertà assoluta, basato sulla spesa per consumi nel 2012, mostra un aumento di ben 2,3 punti percentuali: la quota di persone che vivono in famiglie assolutamente povere passa dal 5,7% all’8% e aumenta in tutte le ripartizioni territoriali, dal 4% al 6,4% nel Nord, dal 4,1% al 5,7% nel Centro, dall’8,8% all’11,3% nel Mezzogiorno. L’aumento, alquanto generalizzato, coinvolge in particolare le famiglie più ampie, quelle composte da coppie con tre o più figli, soprattutto se minori, le famiglie di monogenitori o con componenti aggregati.
L’indicatore di grave deprivazione, all’11,1% nel 2011 (+4,2 punti percentuali rispetto al 2010), raggiunge il 14,5% nel 2012 ma registra un miglioramento nel 2013, scendendo al 12,5%, per la diminuzione della quota di persone in famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste, di non potersi permettere un pasto proteico adeguato ogni due giorni o di riscaldare adeguatamente l’abitazione.
Nel 2013 aumenta la propensione al risparmio (12,8%) e sembra leggermente diminuito (intorno al 5%) il ricorso all’indebitamento. Le famiglie hanno dunque contratto i propri consumi, per poter risparmiare o indebitarsi di meno.

RELAZIONI SOCIALI
Si fa più affidamento a reti di sostegno, ma la partecipazione sociale è in calo e resta bassa la fiducia negli altri
Gli indicatori proposti per il dominio relazioni sociali sono organizzati secondo uno schema a tre settori quali drivers del benessere di individui, famiglie e gruppi sociali nei singoli contesti locali e nazionali: società civile, economia sociale e famiglia.
Le reti di aiuto informale, quelle familiari in particolare, rappresentano un sostegno fondamentale nel corso della vita, non solo per i soggetti più vulnerabili. Il ruolo delle reti di solidarietà è determinante anche per fronteggiare gli effetti della crisi: nel 2013, cresce la quota di popolazione che ha dichiarato di avere parenti, amici o vicini su cui contare, passando dal 76% del 2009 all’80,8% del 2013.
Al tempo stesso, diminuisce la soddisfazione per le relazioni familiari e amicali e si riducono le attività di partecipazione sociale rispetto all’anno precedente. In particolare, la quota di popolazione molto soddisfatta per le relazioni familiari passa dal 36,8% del 2012 al 33,4% del 2013; quella dei molto soddisfatti per le relazioni amicali scende dal 26,6% al 23,7%.
I dati del Censimento delle istituzioni non profit del 2011 testimoniano la presenza importante di questa realtà, anche se sono forti le differenze geografiche. In media, ci sono 50,7 istituzioni non profit ogni 10.000 abitanti, con 57,8 istituzioni nel Nord e 55,8 nel Centro, mentre si scende a 38,5 nel Mezzogiorno.
Stabile la percentuale di persone che partecipano ad attività di volontariato dopo la crescita registrata in precedenza. Nel 2013, la percentuale di popolazione che dichiara di aver svolto attività gratuita per associazioni o gruppi di volontariato è pari al 9,4%. Il volontariato è più diffuso nel Nord (12,1%), meno nel Centro e nel Mezzogiorno (rispettivamente 9% e 6,1%). L’azione dell’associazionismo e del volontariato continua ad essere quindi meno rilevante nelle zone dove i bisogni sono più acuti, come nel Mezzogiorno.
Un sentimento di profonda diffidenza e sfiducia negli altri continua a caratterizzare la popolazione. Nel 2013, solo il 20,9% delle persone di 14 anni e più ritiene che gran parte della gente sia degna di fiducia. L’Italia è uno dei paesi Ocse con i più bassi livelli di fiducia verso gli altri, e il minimo è raggiunto proprio nel Mezzogiorno (17,2%), che presenta i valori più critici per tutti gli indicatori riferiti alle Relazioni sociali.

POLITICA E ISTITUZIONI
Più donne e giovani nei luoghi decisionali economici e politici, scende l’età media dei parlamentari, resta alta la sfiducia nelle istituzioni
Gli indicatori proposti in questo dominio fanno riferimento alla sfera istituzionale dello Stato quale driver del benessere, articolato nelle seguenti dimensioni: partecipazione civica e politica; fiducia nelle istituzioni; presenza di donne e giovani nei luoghi decisionali.
Aumenta la presenza di donne e giovani nelle assemblee parlamentari e nei più importanti luoghi decisionali della sfera pubblica. È donna un parlamentare su tre (le donne sono il 31,3% dei deputati e il 29,8% dei senatori), ha meno di 50 anni un senatore su quattro e meno di 40 un deputato su quattro. Le donne elette sono, in media, più giovani degli uomini: più della metà delle donne elette (58,1%) ha meno di 50 anni contro il 41,3% degli eletti. Inoltre, un uomo ogni cinque ha 60 anni e più contro una donna ogni dieci.
Cresce la presenza femminile nei consigli regionali e nelle società quotate in borsa, raggiungendo rispettivamente il 15,1% e il 17,8% dei consiglieri. Rimangono zone d’ombra in alcune istituzioni, dove la presenza femminile decresce a causa di cariche perse dalle donne e non sostituite.
Cresce anche la partecipazione politica attraverso l’atto di informarsi e lo scambio di opinioni sui temi della vita civile e politica, in particolare nel centro Italia. Nel 2013, il 68,6% della popolazione di 14 anni e più partecipa alla vita civile e politica. Aumenta la quota di persone che parla di politica, dal 40,1% al 48,9%, e si informa di politica almeno una volta a settimana, dal 61,5% al 64,3%; si riduce, invece, la partecipazione attraverso il web. Sebbene gli uomini siano maggiormente interessati e partecipino di più a questi aspetti della cittadinanza, le donne si attivano più che in passato, riducendo il divario rispetto alla componente maschile. Le donne partecipi in questo tipo di attività passano dal 60% al 62,2%, mentre per gli uomini si registra una crescita inferiore a un punto percentuale (dal 74,7% al 75,3%).
Resta elevata la sfiducia nei confronti di partiti, Parlamento, consigli regionali, provinciali e comunali, e del sistema giudiziario. Si tratta di un fenomeno trasversale, che riguarda i diversi segmenti della popolazione, tutte le zone del Paese e le diverse classi sociali. L’unica fiducia espressa dai cittadini che raggiunge e supera la sufficienza è quella verso le istituzioni dei Vigili del fuoco e delle Forze dell’ordine, che insieme raggiungono il 7,2 come media tra la fiducia verso i vigili del fuoco (7,9) e quella verso le Forze dell’ordine (6,4).
La bassa fiducia nelle istituzioni si riflette anche nella forte contrazione dell’affluenza alle urne: la quota di votanti alle ultime elezioni del Parlamento europeo si attesta al 58,7% (66,5% nel 2009).

SICUREZZA
Calano gli omicidi ma aumentano furti e rapine
Nell’ambito del dominio sono state considerate dimensioni diverse, dalla criminalità alla violenza fisica e sessuale subita dentro e fuori le mura domestiche, alla paura della criminalità.
Negli ultimi anni, sono aumentati i reati contro il patrimonio, in parte anche per effetto della crisi, mentre continuano a diminuire gli omicidi, come emerge dai dati delle denunce dei cittadini alle Forze dell’ordine e dall’attività investigativa delle Forze di polizia.
I reati da cui si può ricavare un guadagno economico (furti, rapine, truffe, estorsioni, spaccio di sostanze stupefacenti, usura, ricettazione, ecc.) sono aumentati a partire dal 2010, mentre diminuiscono i reati a carattere non economico, fatta eccezione per l’aumento delle lesioni e delle minacce denunciate nel 2011 e nel 2012.
Tra i reati denunciati sono, in particolare, i furti in abitazione ad avere avuto un’impennata nel 2012, con un aumento di quasi il 40% rispetto al 2010. L’incremento riguarda tutte le ripartizioni: il 61% in più nel biennio nel Nord-est, il 42% nel Mezzogiorno (con un picco del 52% nelle Isole), il 31% nel Centro e il 30% nel Nord-ovest.
Anche gli scippi e i borseggi denunciati sono in crescita, rispettivamente del 40,5% e del 28,6%. Se confrontati con il 2010, i primi aumentano in tutte le ripartizioni, con valori compresi tra il 52,9% del Nord-ovest e il 28,4% del Centro. Per i borseggi, invece, si registrano incrementi rilevanti nel Nord-est (39,8%) e nelle Isole (20,3%) e una sostanziale stabilità al Sud (-1,3%). Crescono nel 2012 anche le truffe e i delitti informatici denunciati (21,2%). Al contrario, i furti di veicoli non hanno subito importanti variazioni.
Le rapine denunciate sono tornate a crescere dal 2011, raggiungendo quota 42.631 nel 2012. Sono soprattutto aumentate le rapine in abitazione (+22,1% tra il 2011 e il 2012 e +65,8% dal 2010), le rapine in strada (+25,7% dal 2010) e quelle effettuate negli esercizi commerciali (+20,7% dal 2010), mentre il trend è ancora in diminuzione per le rapine in banca (-5%). Anche in questo caso sono le Isole e il Nord-est a manifestare l’incremento maggiore, in particolare per le rapine in abitazione (rispettivamente +88,4% e +69,7%) e per quelle in strada (rispettivamente +37,3% e +41,2%). Si riducono ulteriormente, invece, gli omicidi, sebbene solo tra gli uomini; gli omicidi di donne rimangono sostanzialmente stabili, con il risultato finale che, sul totale delle vittime, aumenta la quota di vittime femminili e diminuisce la componente maschile.
Dal 2011 diminuisce anche la percezione di sicurezza, soprattutto per le donne, così come aumenta la percezione del rischio della zona in cui si vive da parte delle famiglie. Coloro che si sentono molto o abbastanza sicuri a uscire da soli quando è buio sono il 55% delle persone; erano il 59% nel 2010 e il 60,8% nel 2011.

BENESSERE SOGGETTIVO
Soddisfazione per la vita stabile, ma in calo tra i giovani e al Nord
Il concetto di benessere soggettivo è individuato da una dimensione cognitiva e una affettiva, tuttavia la definizione degli indicatori proposti al Bes si riferisce solo alla componente cognitiva.
La soddisfazione dei cittadini nei confronti della vita nel suo complesso continua ad essere mediamente elevata. Il perdurare di una difficile situazione economica e sociale ha tuttavia peggiorato la percezione per alcuni segmenti di popolazione.
Nel 2013, infatti, dopo la forte contrazione registrata nel 2012, la quota di popolazione che dichiara elevati livelli di soddisfazione per la propria vita, indicando punteggi compresi tra 8 e 10, è sostanzialmente invariata (35%). Non sono pochi, però, quanti si attestano su punteggi che manifestano una situazione in ulteriore peggioramento; un fenomeno che riguarda, generalmente, proprio coloro che presentavano i maggiori livelli di soddisfazione. È questo il caso dei giovani di 20-24 anni, per i quali l’indicatore di soddisfazione cala dal 37% del 2012 al 32,5% del 2013 (nel 2012 era già sceso di 10 punti rispetto al 45,8% dell’anno precedente). Stesso andamento si osserva anche tra i laureati (l’indicatore di soddisfazione cala dal 43,4% del 2012 al 41,7% del 2013) e tra i residenti nel Nord (l’indicatore cala dal 40,6% al 39,5% dopo gli oltre 8 punti persi nel 2012). Nel Settentrione, inoltre, diminuisce la percentuale di quanti guardano al futuro con ottimismo (dal 27,1% del 2012 al 25,6% del 2013), contro una sostanziale stabilità osservata, in media, per l’intero Paese.
A fronte di valori pressoché costanti riguardo la soddisfazione per la propria vita e le aspettative per il futuro, la soddisfazione per il tempo libero mostra una flessione un po’ in tutto il Paese. La quota di popolazione che si dichiara molto o abbastanza soddisfatta per il tempo libero, infatti, passa dal 65,9% del 2012 al 63% del 2013. La flessione è più marcata per le classi di età anziane e nel Centro-Nord. Le donne si confermano meno soddisfatte degli uomini (61,2% contro il 65%), con differenze che si accentuano a partire dai 45 anni in poi. Inoltre, nella soddisfazione per il tempo libero, le differenze tra le diverse classi sociali tendono ad ampliarsi, a svantaggio delle persone con titolo di studio basso, degli operai, dei disoccupati e dei ritirati dal lavoro.

PAESAGGIO E PATRIMONIO CULTURALE
Una priorità non riconosciuta
Gli indicatori del dominio paesaggio e patrimonio culturale sono stati costruiti tenendo conto delle dimensioni paesaggio urbano; paesaggio rurale; percezione della qualità del paesaggio vissuto.
Il patrimonio culturale, di cui il paesaggio può essere considerato parte integrante, è il prodotto di un processo di accumulazione e stratificazione che si misura sulla scala delle generazioni. Per questo motivo, delle 12 dimensioni del benessere individuate dal Progetto Bes, questa è una delle meno sensibili ai cambiamenti di breve periodo, quanto meno nella sua componente strutturale (indicatori di dotazione di beni culturali, di aree verdi, di paesaggi urbani e rurali storici ecc.).
L’Italia detiene uno straordinario patrimonio culturale e paesaggistico, che non tutela e valorizza adeguatamente, confermandosi come uno dei paesi meno generosi d’Europa nel finanziamento della cultura.
Un segnale positivo emerge dall’ultimo Censimento dell’agricoltura, che mostra, per la prima volta in quarant’anni, un netto rallentamento della perdita di superficie agricola utilizzata (Sau), condizione necessaria, anche se non sufficiente alla conservazione dei paesaggi rurali. Fra il 2000 e il 2010 l’estensione complessiva della Sau si è ridotta del 2,5% (-0,3 milioni di ettari, che in valore assoluto corrisponde a una superficie pari all’incirca a quella della Valle d’Aosta), mentre nel decennio precedente si era registrata una riduzione del 12,3%, pari a una perdita di 1,8 milioni di ettari (più o meno la superficie del Veneto).
Al contempo, i dati della produzione edilizia confermano – anche per effetto della crisi economica – una riduzione del flusso di nuove costruzioni. Quest’ultimo, alimentando il processo di urbanizzazione, può ritenersi uno dei principali fattori di insostenibilità del modello di sviluppo italiano, anche per le forme e la portata assunte negli ultimi decenni. Tuttavia, l’indice di abusivismo edilizio, che nel Nord era sceso a 3,2 costruzioni illegali per 100 costruzioni autorizzate nel 2008, è risalito, nel 2013, a quota 5,3. Nel Mezzogiorno, la quota di abitazioni illegali, che oscillava tra il 20% e il 25% di quelle autorizzate prima del 2008, negli ultimi anni supera il 35%. La crisi, in sostanza, ha inciso più sulla produzione edilizia legale che su quella illegale, soprattutto nel Mezzogiorno.

AMBIENTE
Nel futuro verde ed energia rinnovabile, ma inquinamento del territorio da monitorare attentamente
Il dominio ambiente è strutturato in sei dimensioni che descrivono il contributo dell’ambiente al benessere collettivo: qualità delle acque; qualità dell’aria; qualità del suolo e del territorio; biodiversità; valutazione soggettiva della qualità dell’ambiente naturale; materia, energia e cambiamenti climatici.
L’ambiente e le sue possibili alterazioni esercitano un impatto immediato, oltre che di medio-lungo periodo, sull’esistenza degli individui. Benessere significa anche godere di un ambiente preservato e non deteriorato, gradevole, ricco di verde, con la possibilità di trascorrere del tempo in mezzo alla natura, di respirare aria non inquinata, di passeggiare nei parchi delle proprie città, elementi da cui dipende direttamente la qualità della vita.
Per l’Italia, che dispone di una ricchezza straordinaria di beni ambientali, territoriali e paesaggistici, il legame benessere-ambiente è ancora più evidente. Sotto l’impulso delle normative comunitarie, il nostro Paese ha compiuto molti passi avanti per la tutela dell’ambiente. Tuttavia gli indicatori presi a riferimento mostrano che l’Italia ancora patisce evidenti difficoltà, dovute in gran parte alla carenza di armonizzazione dei sistemi di governance locali e alla mancanza di continuità nella gestione delle politiche.
Nel corso dell’ultimo anno emergono segnali contraddittori. Migliora, anche se lievemente, la qualità dell’aria e diminuisce (da 59 a 52) il numero di comuni che ne denunciano l’allerta per la salute umana superando il valore limite previsto per il particolato PM10 per più di 35 giorni l’anno.
Cresce, anche se di poco, la disponibilità di verde urbano nei comuni capoluogo di provincia. L’incremento è di circa lo 0,5% tra il 2011 e il 2012, mentre sostanzialmente stabili sono le aree verdi protette. Continua ad aumentare la produzione di energia elettrica derivante da fonti rinnovabili, che soddisfa in misura crescente il consumo interno lordo di elettricità, ponendo l’Italia sopra la media europea.
Nel 2012, la quota del consumo interno lordo di energia elettrica coperta da fonti rinnovabili è pari al 26,9% e presenta un incremento consistente, di 3,1 punti percentuali, rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2012, risultano in calo il consumo di risorse materiali interne (l’aggregato dei consumi interni di materiali – Cmi – si attesta ad un livello che è del 30% inferiore a quello del 2006) e l’emissione di gas serra (da 10,11 a 8,30 tonnellate di gas CO2- equivalenti pro capite tra il 2003 e il 2011). Tuttavia, queste riduzioni si spiegano anche con la forte contrazione della produzione provocata dalla crisi economica e dal rallentamento delle attività.
Emergono alcune criticità nella bonifica dei siti contaminati e nella dispersione di acqua potabile dalle reti di distribuzione comunali. Nonostante le campagne di informazione ambientali, non sembra migliorare di molto nel corso del tempo il livello di consapevolezza dei cittadini verso l’importanza della biodiversità, tematica che tocca più la sensibilità dei giovani che quella degli adulti. La percentuale di persone che ritengono l’estinzione di specie animali e vegetali tra le cinque preoccupazioni ambientali prioritarie è pari al 16,5% nel 2013 e sale al 24,6% tra i 14-19enni.

RICERCA E INNOVAZIONE
La quota di Pil per ricerca e sviluppo diminuisce, le differenze territoriali crescono
Gli indicatori di ricerca e innovazione fanno riferimento a due distinte dimensioni: creazione di conoscenza; applicazione e diffusione della conoscenza.
La quota di Pil destinata in Italia al settore ricerca e sviluppo diminuisce, aumentando la nostra distanza dal resto d’Europa. Confrontando la spesa nazionale con quella dei principali Paesi europei, infatti, il contributo italiano al totale europeo passa dal 7,9% del 2010 al 7,6% del 2011. Calano del 6,1% nel 2011 le domande di brevetto e peggiora la capacità brevettuale del nostro Paese rispetto a quella europea. Cresce il divario tra il Nord e le altre ripartizioni. In quasi tutte le regioni settentrionali aumenta infatti la spesa in ricerca e sviluppo mentre i due terzi dei brevetti provengono da questa area del Paese.
In Italia il peso economico dei settori ad alta tecnologia è tra i più bassi in Europa e le conseguenze sono preoccupanti. Questi settori sono caratterizzati da una più spiccata propensione verso innovazione, ricerca e sviluppo. Rappresentano un importante fattore di crescita economica e di aumento della produttività del sistema e possono offrire un contributo diretto al miglioramento della qualità della vita dei cittadini. L’Italia presenta, comunque, segnali di tenuta maggiori rispetto a Spagna e Francia. La quota della ricerca industriale su quella totale rimane scarsa anche se in leggera crescita rispetto all’anno precedente.
Per quanto riguarda la diffusione della conoscenza tecnologica, cresce l’utilizzo di Internet (dal 52,6% nel 2012 al 56% nel 2013) ma non al ritmo necessario per ridurre le consistenti differenze con il resto d’Europa (la media europea è al 72% nel 2013). I divari tecnologici vedono sfavoriti il Mezzogiorno, gli anziani, le donne e le persone di status più basso, ma diminuiscono le differenze sociali.

QUALITÀ DEI SERVIZI
Luci e ombre nella situazione dei servizi di pubblica utilità
Gli indicatori del dominio sono strutturati in tre macro-aree di servizi: servizi sociali (sanità e assistenza sociale); public utilities (energia, acqua e rifiuti); mobilità.
Gli indicatori sulla qualità dei servizi offerti in Italia ai cittadini mostrano un quadro di luci e ombre con miglioramenti in alcuni ambiti, ma anche con alcune situazioni meno positive. Inoltre, persistono differenze territoriali importanti e diffuse che si riflettono in un sostanziale ritardo rispetto alle medie europee. Il caso che desta maggiore preoccupazione è la recente inversione di tendenza nell’accessibilità dei servizi per l’infanzia.
Nel 2011, dopo cinque anni di miglioramento, si registra infatti una riduzione nella percentuale di bambini accolti nelle strutture pubbliche o convenzionate. Tale percentuale, dopo essere cresciuta dall’11,2% nel 2005 al 14% nel 2010, cala al 13,5% nel 2011. Anche la dotazione di posti letto nei presidi socio-assistenziali peggiora, passando dal 7,1% nel 2009 al 6,5% nel 2011, mentre l’utilizzo dell’Adi (Assistenza domiciliare integrata) rimane pressoché costante a quattro assistiti ogni 100 anziani.
Tutti i servizi socio-sanitari mostrano profonde differenze tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno: il divario è particolarmente rilevante nel caso degli asili nido, dove sono iscritti il 18% dei bambini di 0-2 anni nel Centro-Nord e solo il 5% nel Mezzogiorno; l’Adi varia dal 5% del Nord al 3% del Mezzogiorno; i posti letto nelle strutture socio-assistenziali sono 10 per 1.000 abitanti al Nord e solo tre nel Mezzogiorno.
Le difficoltà economiche dei Comuni si sono fatte sentire nel caso del trasporto pubblico locale, che ha visto una generalizzata contrazione del servizio offerto, soprattutto nelle regioni del Centro. Inoltre, rimane allarmante la situazione di sovraffollamento delle carceri; nonostante la diminuzione del numero di detenuti e l’aumento di posti letto, il numero di detenuti per 100 posti disponibili nel 2013 è 131,1 (139,7% nel 2012).
Miglioramenti graduali si osservano invece per quanto riguarda la disponibilità e il funzionamento delle public utilities. In media, i cittadini sopportano due interruzioni del servizio elettrico senza preavviso l’anno, in diminuzione rispetto al 2011 in quasi tutte le regioni, e le famiglie allacciate alla rete di gas aumentano, sfiorando il 78%. Tuttavia, nel 2013, aumentano le famiglie che lamentano irregolarità nella distribuzione dell’acqua, ora sono il 9,9%, quasi 2,5 milioni di famiglie, soprattutto nel Mezzogiorno.
Benché il ritardo italiano rispetto al resto d’Europa resti elevato, la gestione dei rifiuti urbani continua a migliorare, sia per la raccolta differenziata (dal 37,7 al 39,9%) che per il conferimento in discarica (dal 42,1 al 38,9%).