Nel 2012 in Italia l’ammontare di crediti scaduti e non pagati affidati alle società di recupero crediti ha raggiunto i 43 miliardi di euro, segnando un incremento del 14% rispetto al 2011. Un fenomeno preoccupante che si inserisce in un quadro congiunturale purtroppo già critico e che penalizza le attività imprenditoriali nel nostro Paese, compromettendone la competitività. Una situazione che ha generato devastanti effetti sul tessuto produttivo e occupazionale italiano, arrivando a far fallire un numero sempre maggiore di imprese.
Alla luce dell’attuale situazione, il comparto che si occupa di gestione e tutela del credito assume un ruolo di fondamentale importanza. Tuttavia la scarsa propensione al rispetto dei pagamenti nel nostro Paese, unitamente all’assenza di una legge adeguata portano le società di recupero crediti a dover affrontare grandi difficoltà nello svolgere la propria preziosa attività. Le norme che regolano il comparto dei servizi della tutela del credito risalgono, infatti, al 1931 (Tulps – Testo unico leggi di pubblica sicurezza), un impianto antiquato che andrebbe aggiornato di pari passo all’evoluzione dell’attività. Una legge emanata ai tempi di Vittorio Emanuele III. Da allora le uniche modifiche si sono concretizzate nell’emanazione di tre Circolari Ministeriali, tese a disciplinare solo dettagli marginali senza definire in modo univoco le modalità ed i limiti dell’attività. Emblematico il caso della c.d. Circolare “Masone” (dell’allora Capo della Polizia che la emanò), che ha portato l’Italia a una condanna, a seguito di un procedimento d’infrazione, da parte della Corte di Giustizia Europea.
Un apprezzabile tentativo di intervento fu, invece, quello portato avanti dagli onorevoli Mariarosaria Rossi e Cosimo Ventucci che nell’agosto del 2011 avevano presentato la proposta di legge C.4583 “Disciplina del settore della tutela del credito”. L’iniziativa, a causa della fine della legislatura, non riuscì però a concretizzarsi.
L’assenza di una disciplina organica ed efficiente ha, tuttavia, portato la senatrice Mariarosaria Rossi a non demordere e a presentare una nuova proposta di legge per riformare il settore della tutela del credito.
Tra i capisaldi della proposta la formazione obbligatoria per coloro che operano nel settore. Un aspetto che si auspica possa diventare una condizione indispensabile per operare in un comparto tanto importante quanto delicato. Nessun requisito patrimoniale sarà invece richiesto alle società, aspetto che avrebbe potuto limitare la concorrenza ed escludere dall’attività molte piccole aziende.
Altro pilastro della proposta di riforma è la possibilità di accesso a banche dati, esclusivamente per gli operatori del settore, sotto il controllo e la vigilanza della Consap. Banche dati che garantirebbero, nel rispetto della Privacy, il puntuale rintraccio del debitore e favorirebbero l’attività di recupero con abbattimento dei costi e dei tempi. Uno dei problemi riscontrati dalle società che si occupano della tutela del credito è, infatti, l’irreperibilità del debitore che sottraendosi ai pagamenti dovuti crea un danno a coloro che agiscono correttamente e adempiono puntualmente alle loro obbligazioni e a quelle imprese che, in assenza di liquidità, potrebbero trovarsi costrette a licenziare dei lavoratori, ridurre gli investimenti, fino ad arrivare alla chiusura.
La proposta di legge prevede poi il passaggio di competenze dal Ministero dell’Interno a quello di Giustizia. Una scelta, quella di affidare la gestione del comparto al Ministero di Giustizia, già fatta dalla Germania con la Legge federale sui servizi legali del 12 dicembre 2007 e sostenuta anche da uno studio posto in essere dal Centro Studi della Commissione Giustizia XVI legislatura. E’ infatti evidente che le attività di tutela del credito presentano notevoli similitudini con quanto previsto dal decreto Alfano (D.Lgs. n. 28/2010) in materia di mediazione obbligatoria: le attività svolte dalle aziende di tutela del credito accompagnano, difatti, creditori e debitori verso una composizione amichevole delle controversie evitando di pervenire a contenziosi che intaserebbero ancor di più la macchina giudiziaria, ormai già allo stremo. Al Ministero dell’Interno si riconosce il merito di svolgere un indispensabile lavoro ai fini della lotta alla criminalità che ha già dato notevoli risultati, tuttavia non si ritiene possa essere indicato quale organo competente in materia di recupero crediti. La storia degli ultimi anni ci insegna, infatti, che tale attività non ha mai creato problemi di ordine pubblico.
Aspetto fondamentale della proposta l’istituzione di un Organismo Pluralistico di controllo e regolazione, formato (a garanzia della pluralità delle parti) da sette componenti: un esponente indicato dal ministero della Giustizia, che lo presiede, due componenti designati dalla CNCU (Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti), un componente designato dalle associazioni delle imprese creditrici commerciali e industriali in rappresentanza delle società che maggiormente acquisiscono servizi di gestione del credito, un componente in rappresentanza delle associazioni di imprese finanziarie e bancarie e da due componenti indicati dalle organizzazioni di categoria che rappresentano le società esercenti, tutti nominati per una durata di tre anni, non rinnovabili. All’Organismo spetterebbe, inoltre, il rilascio di apposita autorizzazione per lo svolgimento delle attività di tutela e recupero del credito, condizionando la validità della stessa al necessario svolgimento di corsi di aggiornamento per gli Operatori del settore, così da garantire la conoscenza e il rispetto della normativa vigente e dei provvedimenti in materia di tutela del credito. Un Organismo che consentirà alle aziende del comparto del recupero crediti e a tutte le parti interessate di partecipare attivamente al controllo e alla regolazione del settore, assumendo così un ruolo attivo e da veri protagonisti.

Antonio Persici – Presidente Euro Service Spa

Altro punto fondamentale della proposta la possibilità di acquisto crediti-pro soluto estesa anche alle società del comparto del recupero crediti. Una modifica che offrirebbe la possibilità per le società di recupero di acquistare crediti classificati in sofferenza con regole e limiti ben precisi, come esposto nell’ultima consultazione pubblica del Ministero dell’Economia e delle Finanze avvenuta lo scorso settembre 2013. Tale possibilità è oggi preclusa e rappresenta un limite nell’attività di recupero crediti, soprattutto se consideriamo che i contratti di gestione del credito conto terzi stanno subendo una flessione per quanto concerne la definizione dei compensi con un contestuale aumento degli obblighi e conseguenziali oneri a carico delle società di recupero, rendendo tale forma di collaborazione sempre meno redditizia. Dunque un boccata di ossigeno per il settore.
Tale Progetto di legge ha trovato ampi consensi, soprattutto tra le Associazioni dei Consumatori nuovi attori della riforma. Con la firma dell’Accordo Quadro tra la Euro Service Spa e alcune delle più rappresentative Associazioni di Consumatori è, infatti, iniziata una proficua e attiva collaborazione che ha portato alla nascita dell’Osservatorio Imprese Credito e Consumatori (OICC) con lo scopo di stabilire una definizione condivisa della buone pratiche per il recupero crediti. Nel corso di diversi tavoli tecnici è stata, quindi, analizzata la proposta di legge di riforma del comparto. Il Presidente di Euro Service Spa, Antonio Persici, ha più volte ribadito l’importanza di intraprendere una strada che possa tenere conto delle esigenze di tutte le parti coinvolte e sottolineato come la riforma sia stata studiata proprio per raggiungere questo prezioso obiettivo. Nonostante le speranze che la proposta possa essere approvata prima della fine della legislatura siano poche – considerato anche che la percentuale di proposte di legge parlamentari approvate è di norma pari all’1% del totale di quelle presentate – l’iniziativa, spiega Persici, rappresenta comunque un punto di partenza per portare all’attenzione di tutti la situazione del comparto e spronare gli stakeholder a intervenire affinché si possa arrivare a un rinnovamento, individuando soluzioni condivise e a vantaggio di tutti. “Perché – afferma Persici – le buone regole sono quelle che richiamano ai diritti e ai doveri di tutte le parti in gioco”.

Fonte:oipamagazine.it