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Terrorismo fiscale e recupero crediti: quel ” fiscal sounding” che fa paura

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di Francesco Luongo

E’ naturale che nel paese che ha fatto della lotta all’evasione solo un mantra buono per ogni occasione, sopratutto per promettere in futuro meno tasse ai soliti che le pagano, gli operatori più spregiudicati del settore recupero crediti tentino di sfruttare il clima manzoniano di caccia all’untore che si è venuto a creare.

Non è un caso che dalla prossima settimana oltre 35.000 contribuenti, presunti evasori in base al nuovo redditometro ed inseriti nelle sue cosiddette “liste selettive”, saranno chiamati a giustificare il proprio tenore di vita e semplici acquisti di veicoli o immobili superiore di oltre il 20% al reddito dichiarato nell’anno in corso.

Il tutto sulla base di presunzioni e mere congetture che tuttavia il cittadino dovrà contrastare documentalmente dimostrando origine, liceità e tracciabilità dei soldi utilizzati per le spese del 2009.

Un inversione dell’onere della prova a carico del contribuente che comporterà conseguenze drammatiche per tutti coloro chiamati a giustificarsi.

Costoro nella migliore delle ipotesi passeranno settimane a ricostruire la propria posizione reddituale barcamenandosi tra commercialisti, uffici postali, banche, finanziarie, datori di lavoro e Agenzia delle Entrate.

Riuscirà il clima di paura destato nei contribuenti a sradicare la malapianta dell’evasione fiscale? O si sta solo cercando di raschiare il barile facendo pagare il conto dei grandi evasori ai più deboli ovvero a chi non può o non sa difendersi.

In proposito i dati del MEF sugli esiti delle controversie definite nel trimestre aprile – giugno 2013 dinnanzi alle Commissioni Tributarie Provinciali sono siginificativi e per certi versi eclatanti

Il Ministero registra l’accoglimento totale o parziale dei ricorsi proposti dai contribuenti in oltre il 39,15% dei casi.

Una percentuale che sale addirittura al 45,54% in sede di appello alle Commissioni Tributarie Regionali qualora il giudizio di primo grado abbia visto rigettare le ragioni del contribuente.

I numeri parlano chiaro. Quasi la metà degli accertamenti fiscali svolti dall’Agenzia delle Entrate a carico di cittadini ed imprese risultano totalmente o parzialmente infondati, un dato impressionante che dimostra l’illogicità e l’ingiustizia di fondo del sistema inquisitorio presuntivo da parte del Fisco italiano.

Solo con il recente “Decreto del Fare” il Governo, sull’onda delle proteste sempre più diffuse, ha deciso finalmente il divieto di pignoramento della casa di residenza del contribuente da parte di Equitalia o altri agenti riscossori, mentre negli altri casi sarà possibile solo se l’importo complessivo del credito per cui procede supera centoventimila euro.

Purtroppo anche nel settore del recupero crediti privato si cerca di approfittare di questo clima di paura per spingere il debitore ad onorare i debiti, addirittura travestendosi da inquisitore fiscale.

Parliamo di quello che potremmo definire il fenomeno del “fiscal sounding” fatto di avvisi spediti in buste verdi, come quelle usate dall’amministrazione fiscale, zeppi di termini para-legali e diciture e tributarie degne della famosa lettera di Totò e Peppino.

Piccoli esattori senza scrupoli sfruttano così la diffusa paura verso un fisco per cui si è evasori fino a prova contraria e che invece dovrebbe essere dalla parte del cittadino, ricorrendo a quelle chel’articolo 25, comma 1, lettera e) del Codice del Consumo, definisce “ricorso a molestie coercizione o indebito condizionamento”.

Una prassi sempre più diffusa su cui nel mese di Agosto è dovuta intervenire la stessa Agenzia delle Entrate con un comunicato ufficiale in cui ha denunciato pubblicamente: nuovi tentativi di truffa ai danni dei contribuenti da parte di una società di recupero crediti, vedendosi costretta a chiarire persino che: “Non si tratta di comunicazioni ufficiali da parte dell’Amministrazione fiscale, ma di avvisi di una società privata di recupero crediti che, per trarre in inganno i contribuenti, utilizza anche un sito web con una veste grafica simile a quello delle Entrate.”

Un caso emblematico che potrebbe farsi rientrare nella fattispecie prevista dall’art. 347 comma 1° del Codice Penale: Usurpazione di funzioni pubbliche, secondo cui chiunque usurpa una funzione pubblica o le attribuzioni inerenti a un pubblico impiego è punito con la reclusione fino a due anni.

L’episodio dimostra tuttavia ancora una volta che l’impianto normativo del recupero crediti in Italia incardinato dall’ormai lontano 1931 sulla disciplina delle Agenzie d’affari prevista all’art. 115 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (R. D. n.773/1931) non regge più alla nuova realtà del secondo millennio.

Per i consumatori il controllo amministrativo sui requisiti delle Agenzie affidato alle Questure rimane un dato lontano, l’ennesimo esercizio burocratico affidato ad un ufficio che avrebbe ben altre priorità e che, per natura e funzioni, non può valutare ne tanto meno sanzionare pratiche commerciali scorrette.

Le stesse decisioni del Garante della Privacy sulla Liceità, correttezza e pertinenza nell’attività di recupero crediti tutelano solo l’aspetto legato alla tutela dei dati personali del debitore non a fenomeni come il fiscal sounding.

Su questi presupposti e con la crisi che avanza, la riscossione dei crediti ed il suo giro d’affari che nel solo 2011 è stato pari a 39 miliardi di euro, rischia di diventare davvero un problema di ordine pubblico.

Servono nuove regole maggior garanzie, più aderenti alla realtà della società italiana e del mercato, che garantiscano sia chi investe nel settore che i debitori di cui va salvaguardata la dignità e la possibilità di ottenere agevolazioni nell’estinzione dei debiti.

Certo il percorso è lungo e ma qualcosa inizia a muoversi come la presentazione deldisegno di legge Rossi Ventucci e la nascita di nuove iniziative concertative e di autoregolamentazione tra le aziende e le associazioni dei consumatori per un recupero crediti che rispetti davvero il debitore tentandone la riconciliazione con il creditore come l’Osservatorio costituito dalla Euroservice Group.

La speranza è che le iniziative legislative, lo sforzo di alcuni operatori e delle associazioni dei consumatori, uniti alla costante attività dell’Antitrust, riescano a riportare al centro dell’agenda politica anche questo problema che non si potrà fingere di ignorare ancora per molto.
Editing e Revisione di Luigi Gabriele

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Bankitalia spende 750mila euro per un sito che dovrebbe educare i consumatori al risparmio

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CODICI presenta un Esposto alla Corte dei Conti per il sito sull’educazione finanziaria del Comitato EDUFIN

L’Associazione si oppone allo sperpero di denaro pubblico e chiede di verificare costi e modi di realizzazione di uno strumento che risulterebbe più a favore delle Banche che dei Consumatori

L’Associazione CODICI, a tutela degli interessi dei cittadini e dei consumatori, ha presentato un esposto alla Corte dei Conti, ritenendo che l’iniziativa del sito internet per l’educazione finanziari del Comitato EDUFIN, al quale sono stati assegnati fondi per un totale di 1 milione di euro dal 2017, rappresenti una dispersione di fondi pubblici.

CODICI chiede al nuovo Governo, in particolare al Ministero dello Sviluppo Economico e al Ministero dell’Economia e delle Finanze, di vigilare su questo spreco di soldi pubblici e controllare l’emergenza che si nasconde dietro le attività di consulenze e appalti, per progetti che risultano inadeguati ai costi.

Analizzando il sito internet dedicato http://www.quellocheconta.gov.it/it/che è costato più di 750 mila euro, risulta evidente come, una spesa di questa entità sia sproporzionata a fronte dei contenuti pubblicati all’interno dello stesso sito. I testi risulterebbero dei contenuti riconducibili a siti internet di istituti bancari. Una situazione paradossale che appare ancor più strana dal momento che il sito in questione e il comitato ad esso collegato sono stati costituiti per informare e divulgare nozioni fondamentali per il consumatore, riguardo l’argomento finanziario. Da un’analisi del sito si evince come questa informazione sia del tutto insufficiente.

La Fondazione per l’Educazione Finanziaria al Risparmio, attraverso il Comitato per l’educazione finanziaria, ha realizzato un sito web che, da quanto riportato anche in un’inchiesta de “Il Fatto Quotidiano”, sebbene sia un’iniziativa governativa di EDUFIN, risulterebbe inefficace e molto dispendiosa per i contribuenti italiani.

Il sito nasce con l’intento di fare luce su una materia che sembrerebbe ancora oscura ai risparmiatori, quella della cultura finanziaria. Dagli strumenti bancari per mettere da parte i primi risparmi, alle nozioni sulla busta paga e il TFR; dal percorso che è possibile intraprendere per l’acquisto di una casa, alle spese da affrontare in una famiglia, fino alla gestione della pensione.

Il problema evidenziato nell’articolo de “Il Fatto Quotidiano” dello scorso 29 Aprile, riguarda sia le spese di realizzazione del sito, che è costato quasi un milione di euro all’anno (750 mila euro), provenienti dal Ministero del Tesoro, che i contenuti. Ad una lettura attenta non emergono informazioni davvero utili e complete sull’educazione finanziaria, sebbene questa dicitura sia riportata quasi in ogni articolo, ma si tratta piuttosto di informazioni banali e talvolta fuorvianti.

“Come Associazione a difesa dei Consumatori, riteniamo – dichiara il Segretario Nazionale di CODICI Ivano Giacomelli – che operazioni come questa rappresentino un grande sperpero di risorse pubbliche e non siano state gestite in maniera totalmente trasparente. Sicuramente i contribuenti e i risparmiatori a cui era indirizzato il sito si ritroveranno ancora a farsi molte domande sull’educazione finanziaria, dopo aver letto articoli poco esaustivi, a favore di alcuni istituti bancari o news che rappresentano vere e proprie campagne promozionali per vendere polizze” – ha concluso Giacomelli.

Per i motivi sopracitati CODICI, nella sua quotidiana attività a tutela dei Consumatori, ritenendo che il sito governativo non sia stato realizzato con un punto di vista imparziale, bensì contenga contenuti pubblicitari a favore delle Banche, ha presentato un esposto alla Corte dei Conti.

Ufficio Stampa Associazione CODICI
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Educazione finanziaria, emergenza nazionale. Di Francesco Luongo

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Tutela del risparmio ed educazione finanziaria “virtuale” dei consumatori. L’irresistibile inconsapevolezza della rabbia dei cittadini

 

In Italia oltre 500mila famiglie sono state colpite dai crack seguiti alla malagestio conclamata di un management bancario disinvolto ed in alcuni casi dai comprovati rapporti amicali con le Autorità di vigilanza.

A fronte di soli 67 milioni di euro di sanzioni irrogate da BankItalia e Consob, chissà se e quando riscossi, ai bancarottieri sono stati riconosciuti 113 milioni di euro di bonus.

Dopo la strage di azionisti e bondholders di Banca Marche, CariChieti, CariFerrara, Etruria, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, non dimentichiamo che il Ministero dell’Economia (quindi noi contribuenti) ha investito in Monte dei Paschi di Siena circa 5,4 miliardi di euro: 3,85 miliardi per l’aumento di capitale e 1,53 miliardi nell’offerta ai risparmiatori ex titolari di bond subordinati, divenuti soci della banca per permettere allo Stato di salvare l’istituto.

Ecco pertanto il porsi ancora una volta  al centro dell’attenzione istituzionale il vecchio problema dell’ alfabetizzazione economica degli italiani, con l’istituzione da parte del MEF del Comitato Edufin e l’approfondimento svolto nell’ambito della XVII sessione programmatica CNCU – Regioni, svoltasi a Macerata. “Educazione e trasparenza finanziaria: un investimento per i cittadini/utenti” il titolo della due giorni di confronto e discussione tra Associazioni dei consumatori, il Ministero dello Sviluppo Economico, le Regioni e quelle Autorità che, come la Banca d’Italia e Consob, svolgono una attività di “stabilità dei mercati bancari e finanziari” ben diversa dalla “tutela dei risparmiatori”.

Non è un caso, del resto, che la stessa Commissione d’Inchiesta Parlamentare sulle banche della scorsa legislatura nella relazione finale abbia chiarito che «le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio».

E’ ormai palpabile la sfiducia dei risparmiatori verso ogni forma di investimento, dimostrata dai 1.329 miliardi di euro gelosamente custoditi sui conti correnti a tassi irrisori, se non negativi, a causa del “bollo” introdotto dal Governo Monti nel 2012.

Solo un’ adeguata e capillare campagna di educazione finanziaria che parta dalle scuole diffondendosi nei territori attraverso incontri diretti con i risparmiatori, anche con il contributo delle associazioni dei consumatori, unita a una nuova vera autorità di tutela del risparmio che potrebbe essere la stessa Antitrust e norme penali più severe che prevedano il carcere per i bancarottieri, potranno invertire questo trend della paura che sta bloccando il Paese.

Non sembra al momento che gli interlocutori istituzionali, a cominciare dal MEF e dal Comitato Edufin, condividano questa impostazione visto che hanno deciso di investire  nel 2017 circa 750mila euro per la creazione dell’ennesimo portale “Quello che Conta” che aggiunge a quelli di ConsobBankItalia, ed altri 300mila in studi e consulenze.

Vedremo se nei prossimi mesi  si ragionerà in termini più concreti e meno “virtuali” rispetto ai bisogni di cultura finanziaria dei cittadini e che il nuovo Governo sia più sensibile verso questi temi comprendendo la rabbia dei tanti  che hanno perso i propri risparmi.

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Carte di credito clonate, un giro d’affari di 150.000 euro a settimana

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Vacanze in arrivo, truffe in agguato… Carte di credito clonate, un giro d’affari di 150.000 euro a settimana. Il Movimento Difesa del Cittadino rinnova le sue battaglie di sensibilizzazione, invitando i consumatori alla massima attenzione, seguendo anche i consigli dei Carabinieri

 

Un enorme giro d’affari, un indotto impressionante. Le indagini parlano chiaro. Attraverso la frode dei codici bancari, e la successiva clonazione delle carte di credito, il business che si può raggiungere tocca 150.000 euro a settimana, circa 10 milioni l’anno.

I prelevamenti vengono effettuati perlopiù nei Paesi esteri, con maggiore concentrazione in Jamaica, Indonesia e Belize.

Gli sportelli ATM sono abilmente manipolati, attraverso l’inserimento di un file “spia”, perfettamente mimetizzato, che riesce a carpire tutti i dati delle carte di credito inserite. Ecco così che codici e bande magnetiche vengono cifrati ed inviati direttamente all’estero, dove avviene la clonazione.

 

Il Movimento Difesa del Cittadino, attraverso le campagne SOS POS e Pago Sicuro, ha da tempo avviato un percorso finalizzato all’educazione finanziaria dei cittadini, proponendosi di incentivare l’utilizzo delle carte di debito e di credito con la corretta informazione,  stimolando le Istituzioni e l’opinione pubblica ad una riflessione su queste tematiche, raccogliendo denunce e reclami dei cittadini, al fine di poter affrontare qualsiasi acquisto serenamente e in totale sicurezza. Conoscere diritti e doveri è la base per gli acquisti sicuri!

 

<<La maggiore diffusione dei pos nei piccoli esercizi commerciali – spiega Francesco Luongo, Presidente Nazionale di MDCpermetterebbe ai consumatori di non essere costretti a continui prelievi bancomat esponendosi al rischio di hacking della propria carta di debito. Ci auguriamo che il nuovo Governo prenda subito a cuore il tema della sicurezza e della diffusione dei pagamenti elettronici essenziali alla crescita del paese>>.

 

Attraverso i link: www.difesadelcittadino.it/sos-pos/ e www.difesadelcittadino.it/pago-sicuro/ I cittadini possono contattare l’Associazione per ricevere consigli e assistenza sui pagamenti elettronici, per denunce e reclami per disservizi o per vere e proprie violazioni della legge.

 

L’Associazione, inoltre, ricorda gli accorgimenti che l’Arma dei Carabinieri ha diffuso nei mesi scorsi, al fine di evitare la sottrazione dei dati sensibili e le truffe sempre in agguato:

 

1) Verificare sempre che nelle immediate vicinanze non vi siano persone ferme in atteggiamento sospetto. 2) Accertarsi che sullo sportello non siano state applicate apparecchiature posticce, controllando, ad esempio, la fessura ove viene inserita la carta (per l’eventuale presenza di skimmer, fili o nastro adesivo sospetto) oppure l’aderenza della tastiera al corpo dello sportello (verificando che non vi siano due tastiere sovrapposte). Queste applicazioni infatti non inficiano l’operazione da svolgere, per cui al termine della stessa l’ignara vittima potrebbe non accorgersi della duplicazione del codice. 3)Controllare che non vi siano fori anomali all’interno dello sportello (specialmente sul lato superiore), ove potrebbero trovare eventuale alloggiamento microtelecamere (queste non superano il mezzo centimetro di diametro). 4) Qualora ci sia il sospetto che lo sportello sia stato manomesso bisogna chiamare il “112”. 5) Durante l’operazione di digitazione del codice, utilizzare una protezione “visiva” (anche l’altra mano, ben collocata, o il portafogli stesso possono essere sufficienti) che renda effettivamente difficoltoso, per potenziali “spioni”, prendere conoscenza del codice attraverso microtelecamere in precedenza installate. 6)Qualora al termine dell’operazione non venga restituita la carta, è buona norma chiamare subito il numero verde per bloccarla.

 

 

 

 

 

 

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