Firenze, 7 Luglio 2015. Mo’.. niente. Deficit di democrazia era prima e deficit di democrazia continua oggi. Anzi, peggio. Non stiamo parlando della Grecia, ma dell’Unione Europea. La Grecia, come l’Italia e tutti gli altri Paesi che fanno parte dell’Unione, hanno si’ -caso per caso- dei problemi con la democrazia e i meccanismi di uso e realizzazione della stessa, ma parlare di deficit ci farebbe sviare. Inoltre, mentre siamo poco esperti di democrazia greca o estone o maltese, sicuramente abbiamo -ufficialmente- le carte per poter disquisire di democrazia europea. Che e’ quello che qui ci interessa. La Grecia la lasciamo ai risultati del suo referendum convocato in una settimana e, per far conoscere le ragioni del SI’ e del NO (o magari anche solo leggerle, visto che erano solo online sul web del ministero dell’Interno), tranne il Governo, nessuno lo ha potuto fare.
Quel che e’ successo in Grecia -SI’ o NO relativamente- e’ il prodotto di questa Unione. E ci sarebbe da stupirsi se altrove non succeda anche di peggio, sempre parlando di deficit di democrazia. Quel deficit dell’Unione che, se quest’ultima dovesse giudicare la democraticita’ di un nuovo Paese che chiede di far parte dell’Unione stessa, non darebbe il lasciapassare se avesse un sistema istituzionale simile al suo. Il referendum greco si ascrive in questo metodo e in questa logica.
Chi scrive non e’ uno scienziato politico in grado di prefigurare modelli di governo e di governance, ma un cittadino. Tra i tanti che consuma, lavora, viaggia. Tendenzialmente aspira a farlo in modo piu’ facile, qualitativamente migliore, meno costoso e con piu’ partner possibili, soprattutto tutti quelli che oggi ne sono ancora esclusi o -per nascita o condizione socio-economica- sono considerati di serie Z, inclusi i clandestini (o criminali come qualcuno, anche liberale, sostiene).
Voglio comprare un telefonino ad Atene o Riga e non vedere annullati quei diritti e doveri di cui abitualmente usufruisco nei confini della mia nazione (diritti che sulla carta talvolta ci sono, ma che quasi nessuno conosce e applica, e se chiedi di farlo ti dicono che e’ impossibile -provare per credere…). Voglio lavorare a Londra e usare i contributi previdenziali versati per me fruendone per la mia vita in pensione su una spiaggia di un’isola greca, dove mi sento a casa. Voglio spostarmi in Europa e non essere soggetto agli umori politici nazionali che hanno creato la libera circolazione di Schengen e che, spesso, la sospendono per la loro politica nazionale di sicurezza. Per fare questo voglio eleggere un Parlamento che decida chi ci governa o -meglio- votare direttamente chi ci deve governare (come nel sistema Usa). Voglio che, di fronte alle terribili e difficili situazioni internazionali (terrorismo in primis) sia l’Unione a decidere e non i capi delle polizie di Par
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di Londra o di Roma che, divisi, trattano poi un’unita’ d’azione con Paesi come gli Usa. Voglio che le tasse che io verso siano utilizzate per politiche economiche che valutino l’operaio di Helsinki al pari dell’impiegato di Marsala; non con lo stesso stipendio, ma in un contesto economico federale, dove l’interesse e’ identico nei confronti di Stoccolma, Talin, Lampedusa e La Valletta.
Voglio, voglio e voglio…. Ma ora mi devo accontentare di Jean-Claude Juncker e dei referendum della Grecia. Che rabbia. Anche perche’ ho la sensazione, dopo aver battuto per decenni i marciapiedi di tante citta’ europee (spesso sgradito) per affermare i vantaggi per tutti di una unione politica, che la pantomima politica in atto a Bruxelles e Strasburgo, non vada nella direzione da me auspicata.