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Salute

Rette per Residenze Sanitarie Assistenziali. Nuovo ISEE: chi paga?

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Firenze, 17 Aprile 2014. Il nuovo regolamento Isee, in vigore dal prossimo giugno, rivoluzionera’ – negativamente per gli utenti – la materia della determinazione delle quote sociali per la degenza in Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) delle persone ultrasessantacinquenni anziane non autosufficienti e per i disabili gravi. (1)

La nuova disciplina prevede espressamente che la determinazione della quota sociale avvenga sulla base del reddito dell’assistito e del reddito dei figli, anche se non conviventi. Di conseguenza, l’utente con un ISEE di – poniamo – 7.000 euro annui si vedra’ addebitata la quota sociale di 18.000,00 euro annui, poiche’ al suo reddito personale vengono, virtualmente e fittiziamente, aggiunti i redditi dei figli.

Chi paghera’ gli 11.000,00 euro di differenza di cui all’esempio?
I figli della persona assistita sono “civilmente obbligati a pagare”?
I figli sono obbligati a sottoscrivere dichiarazioni di impegno al pagamento come richiesto dalle strutture?
I comuni sono tenuti al pagamento della quota sociale in caso di incapienza patrimoniale dell’utente?

VALIDITA’ DEGLI IMPEGNI AL PAGAMENTO
Spesso, al momento dell’ingresso nella struttura viene sottoposto alla firma dei figli dell’assistito un impegno al pagamento (sotto forma di dichiarazione unilaterale, o di “contratto di ospitalita’”), nonostante l’inserimento in RSA sia avvenuto per il tramite dei servizi sociali comunali o ASL. Si tratta di impegni al pagamento della quota sociale a carico dell’utente, per un importo determinato ma suscettibile di aumenti e, soprattutto, a tempo determinato.

Salvo rare eccezioni, la firma di questo impegno viene prospettata come indispensabile per l’ammissione in struttura, oltre che doverosa per legge poiche’ i figli sono “tenuti agli alimenti”, e dunque “sarebbero” tenuti a firmare.

Questi documenti, in buona sostanza (a prescindere dalla qualificazione giuridica che se ne voglia dare, contratti di fideiussione omnibus, contratti/dichiarazioni unilaterali a favore di terzi, contratti di espromissione o altro ancora), impegnano chi firma al pagamento delle rette di degenza a tempo indeterminato e solitamente vengono firmati tutt’altro che liberamente e consapevolmente.

Non si tratta cioe’ di un volontario impegno a garantire/pagare un debito altrui, ma di una firma apposta poiche’ si ritiene (erroneamente) di esservi tenuti per legge, salvo poi scoprire che cosi’ non e’.

In questi casi e’ allora sempre consigliabile inviare alla struttura una lettera a mezzo raccomandata AR con la quale si comunica la propria volonta’ di risolvere/recedere/revocare l’impegno economico.

La sola revoca dell’impegno potrebbe pero’ non essere sufficiente, poiche’ la struttura potrebbe non tenerne conto e chiedere comunque l’emissione di un decreto ingiuntivo, per le quote sociali non pagate dall’assistito, nei confronti di chi ha firmato l’impegno. Quest’ultimo dovrebbe allora opporsi al decreto ingiuntivo, iniziando un procedimento civile nel quale contestare la validita’ dell’impegno, viziato per contrarieta’ a norme imperative e per vizio del consenso (dolo/errore essenziale). Diversi giudici civili si sono gia’ pronunciati in merito, ritenendo nulli o annullando questi contratti (si vedano gli articoli pubblicati sul sito Aduc relativi alle sentenze emesse dal Tribunale di Verona, dal Tribunale di Firenze – dott.ssa Mori, dal Tribunale di Firenze, dott. Guida.

Attendere l’emissione di un decreto ingiuntivo, cui poi opporsi, ha il vantaggio di evitare di iniziare una causa civile (un vantaggio “attendista”) ma presenta anche un notevole svantaggio: e’ probabile infatti che il giudice dichiari il decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo. In questo caso, chi si oppone e’ tenuto comunque a pagare immediatamente le somme richieste (si parla di migliaia di euro) salvo poi vederseli restituire solo a causa finita, in caso di vittoria.

Per evitare la spada di Damocle di un decreto ingiuntivo, l’alternativa allora e’ attivarsi subito giudizialmente, chiedendo al Tribunale che:
– Accerti la nullita’ del contratto firmato per contrarieta’ a norme imperative;
– Annulli il contratto per dolo/errore/violenza;
– Accerti in ogni caso l’avvenuta revoca/risoluzione/recesso dell’impegno al pagamento.

IL RUOLO DEI “TENUTI AGLI ALIMENTI”
In molti casi, l’impegno al pagamento da parte dei parenti e’ espressamente consentito dalle convenzioni fra Comuni/Asl e RSA, o ancora previsto nei regolamenti comunali che disciplinano l’ingresso in RSA, con formule piu’ o meno simili, di cui riportiamo un esempio:
“Le spese di ricovero nelle strutture residenziali sono a carico dell’interessato e dei familiari tenuti al mantenimento, individuato agli articoli 433 e seguenti codice civile. L’ente locale puo’ concedere contributi nel caso in cui le risorse dell’interessato e la partecipazione dei familiari non siano sufficienti a coprire la retta”.

Spesso inoltre i Comuni prevedono il proprio intervento economico al pagamento della quota sociale solo nel caso in cui non esistano “tenuti agli alimenti” o, se esistenti, non siano in grado di provvedere economicamente al pagamento della retta.

Entrambe le previsioni sono illegittime. Il codice civile (artt. 433 e seguenti) prevede infatti che la persona in stato di bisogno e non in grado di provvedere al proprio mantenimento possa chiedere a determinate categorie di parenti, tassativamente indicate dalla legge, un aiuto economico, in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli.

L’obbligo alimentare puo’ essere attivato esclusivamente dal beneficiario ed e’ un’azione strettamente personale. Il diritto agli alimenti – infatti – in quanto diritto personalissimo poiche’ finalizzato a garantire i mezzi di sussistenza non e’ cedibile, ne’ rinunciabile, ne’ e’ disponibile. Cio’ vuol dire che nonostante la persona si trovi in stato di bisogno spetta a lei e solo a lei decidere se chiedere gli alimenti ai propri familiari o meno, e che gli eventuali creditori non potranno costringerlo a chiedere gli alimenti ne’ potranno attivarsi giudizialmente affinche’ i suoi parenti versino gli alimenti.
E’, cioe’, inibita l’azione surrogatoria a soggetti terzi, fra cui il Comune che ha attivato l’inserimento in RSA o la RSA stessa.
Stante la natura dell’istituto, non sara’ nemmeno possibile prevedere in un regolamento comunale, obblighi economici “a carico dei tenuti agli alimenti”, il che equivarrebbe a disporre tramite una normativa comunale una sorta di automatica surrogazione nel diritto dell’alimentando.

Ne’ consegue l’illegittimita’ di quei regolamenti comunali che impongano prestazioni economiche ai parenti “in quanto civilmente obbligati”, cosi’ come l’illegittimita’ delle disposizioni comunali che prevedono l’integrazione della quota sociale solo in caso di assenza di persone tenute agli alimenti.

Simili disposizioni violano non solo il codice civile ma anche gli art. 23 e 117, comma 2 lett. l) della Costituzione, a mente dei quali nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base ad una legge nazionale.

Spettera’ dunque solo alla persona in stato di bisogno (o al suo amministratore di sostegno) chiamare i propri parenti a contribuire proporzionalmente al proprio mantenimento, la cui misura verra’ stabilita dal Giudice e non da un Comune tramite previsioni regolamentari il cui scopo e’ unicamente sottrarsi all’obbligo, cui sono tenuti per legge, di pagare la quota sociale in caso l’assistito non abbia disponibilita’ economica.

(1) Qui uno specifico approfondimento: http://avvertenze.aduc.it/osservatorio/rsa+nuovo+isee+determinazione+della+quota+sociale_22012.php

Emmanuela Bertucci, legale del foro di Firenze, consulente Aduc

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Latte in povere contaminato, Codacons chiede chiarezza la ministero

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Le rassicurazioni del Ministero della salute circa il fatto che in Italia non sia stato commercializzato latte in polvere contaminato da salmonella non ci convincono, e le dichiarazioni del dicastero ci appaiono del tutto inaffidabili. Lo afferma il Codacons in merito allo scandalo Lactalis e alla nota diramata dal Ministero della salute secondo cui non vi sarebbero lotti incriminati spediti verso il nostro Paese.

Già lo scorso agosto, in pieno allarme Fipronil, il Ministero si affrettò a rassicurare i cittadini affermando che “non risultano distribuiti al consumo uova o derivati (ovoprodotti) contaminate da fipronil sul territorio nazionale”. Peccato che appena poche ore dopo questo annuncio l’Unione Europea smentì il Ministro Lorenzin inserendo l’Italia nella lista dei paesi che avevano ricevuto uova dalle aziende coinvolte nello scandalo Fipronil, e una serie di sequestri compiuti nel nostro paese accertò la presenza di ingenti quantitativi di uova contaminate.

“Considerati i gravi precedenti, le dichiarazioni del Ministero non appaiono sufficienti a rassicurare i consumatori italiani – spiega il presidente Carlo Rienzi – Per questo chiediamo alle autorità europee di svolgere controlli serrati e diramare una nota ufficiale per escludere l’Italia dai paesi che hanno ricevuto lotti di latte in polvere contaminato da salmonella”.

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Malasanità, 400 i morti imputati ad errori personali e carenze strutturali

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Sono anni che Codici lotta al fianco dei consumatori contro la malasanità e, purtroppo, questa “battaglia” sembra ancora davvero troppo lontana dall’essere vinta. Come riportato infatti dal “Termometro della salute” di Eurispes ed Empam, sotto l’egida dell’Osservatorio su Salute, Previdenza e Legalità, sono diversi i dati riguardanti il nostro Paese a generare preoccupazione.

L’Italia continua a spendere meno della media europea per mantenere il proprio sistema sanitario (14,1% del proprio Pil), che continua ad essere danneggiato da precariato, insufficienza degli organici, ed invecchiamento del personale sanitario. Basti pensare che entro il 2023 si prevede il pensionamento di quasi 22mila medici, che saranno sostituiti da non più di 6mila nuovi ingressi.

Le cifre più sconcertanti sono però, ancora una volta, quelle che riguardano la malasanità: i dati presentati dalla Commissione Parlamentare di Inchiesta sugli errori in campo sanitario parlano di 570 denunce rilevate in 4 anni (più precisamente dall’aprile 2009 al dicembre 2012). Un numero spaventoso, reso ancora più grave dal fatto che fra queste, 400 sono relative a casi che hanno portato alla morte del paziente, o per disfunzioni/carenze strutturali, o per errore imputato al personale medico e/o sanitario.

Oltre la metà dei decessi di cui sopra (precisamente 232, ovvero il 58%) si è verificata in regioni del Sud ed Isole: Molise, Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna e Basilicata. Un dato che evidenzia quanto siano gravi le discrepanze territoriali rispetto ad un Nord che presenta molte meno criticità. Su 570 casi di presunti errori monitorati, 117 si sono verificati in Sicilia e 107 in Campania.

Un altro aspetto particolarmente degno di attenzione è quello relativo all’evasione fiscale, soprattutto se riferita ad esenzioni indebite del pagamento del ticket: a tal proposito solo nel 2016 quasi 900 soggetti hanno beneficiato di prestazioni farmaceutiche tramite false autocertificazioni, evitando di pagare più di 800mila euro. Oltre la metà delle esenzioni di cui sopra si concentra in appena cinque regioni: al primo posto il Veneto (123), seguito da Calabria (101), Puglia (100), Lazio (91) e Piemonte (87).

Stiamo parlando di azioni che non solo sono inaccettabili, ma che sono semplicemente criminali.

Se avete dei reclami da fare non esitate a ricorrere a Codici: l’Associazione vi metterà a disposizione avvocati con esperienza consolidata, fornendovi servizi specializzati a costi accessibili, abbattendo i tempi di risoluzione ed aumentando sensibilmente le vostre possibilità di vittoria.

Per ulteriori informazioni o richiedere come potersi iscrivere all’Associazione, si può contattare lo sportello legale al numero 06.5571996, scrivere una mail all’indirizzo segreteria.sportello@codici.org, oppure recarsi presso la sede di Roma di Via Giuseppe Belluzzo, 1 (00149), aperta tutti i giorni dalle ore 09:00 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 17:00.

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Ambiente, le soluzioni tecnologiche al disastro

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Fonte: visionari.org

STORMO DI DRONI

Come la stampa 3D si è messa al servizio della medicina, i droni sono diventati uno strumento utilissimo per la salvaguardia dell’ambiente e delle creature viventi.

In Africa, un drone aiuta i ricercatori a monitorare le popolazioni animali, compito che da sempre è svolto manualmente in spedizioni aeree o fotografiche. Il drone cattura filmati, un sistema di apprendimento automatico conta i diversi tipi di animali, e volontari umani aiutano a formare l’algoritmo verificando le rilevazioni. Una protezione per le specie a rischio, più veloce, più economica, più facile e più precisa.

E nel Bengaluru, i ricercatori dell’Istituto Indiano di Scienza stanno combattendo la deforestazione con droni dotati di videocamera che rilasciano semi in aree che altrimenti non sarebbero in grado di esplorare. Il loro obiettivo è quello di seminare ben 10.000 ettari nella sola regione.

AUTO VERDI E RIDUZIONE DELLA CO2

Prima Volvo, poi la Francia, l’Inghilterra e la Germania. Le grandi dell’automotive e gli stati Europei — ma non solo — hanno annunciato l’intenzione di abbandonare l’energia fossile in favore delle rinnovabili, in un’ottica di attenuazione dell’impatto sul pianeta.

Nel frattempo, opere di ingegneria climatica elaborano strategie per riparare ai danni: è di Climeworks l’installazione per risucchiare CO2 dall’aria ed immagazzinarla per produzioni energetiche, e di Harvard lo studio che vuole capire come attenuare il flusso di calore che dal Sole entra nell’atmosfera.

OCEANO DI PLASTICA

La piaga del materiale plastico nell’oceano è tanto importante da mobilitare svariati intenti in tutto il mondo. Impressionanti le immagini di un’isola del Pacifico completamente ricoperta da rifiuti plastici. Fortunatamente, quest’anno sono emerse possibili soluzioni al problema: una biologa italiana ha scoperto bruchi in grado di decomporre a velocità impressionante la plasticauna nave da ricerca all’avanguardia è stata sviluppata in Norvegia per lo studio e la prevenzione dei mari, e l’ambizioso progetto The Ocean Cleanup ha svelato al mondo i primi prototipi per attuare la pulizia delle acque oceaniche.


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