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Sacchetti a pagamento per l’ortofrutta, secondo la UE, l’ITALIA ha peggiorato la situazione

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di Dario Tamburrano, Europarlamentare

La risposta della Commissione Europea alla nostra interrogazione. Il provvedimento, presentato dal Governo come una mossa necessaria per sanare una procedura UE d’infrazione, ha probabilmente aggravato la posizione dell’Italia

sacchetti di plastica ultraleggeri a pagamento per l’ortofrutta dei supermercati, diventati obbligatori dall’inizio di quest’anno – presentati dal PD e dal Governo come necessari per evitare una multa UE  –  sono una toppa peggiore del buco.

La risposta della Commissione Europea alla nostra interrogazione,  arrivata pochi giorni fa, non usa questa espressione chiara e diretta, ed anzi brilla per l’esposizione involuta. Se ci si prende la briga di analizzarla, risulta che i sacchetti dell’ortofrutta obbligatoriamente a pagamento non hanno affatto regolarizzato la posizione dell’Italia di fronte alla UE, ma al contrario l’hanno semmai aggravata. I testi completi di interrogazione e risposta sono in fondo a questo post.

I sacchetti a pagamento per l’ortofrutta infatti sono stati imposti da una legge nazionale che introduce varie restrizioni alla commercializzazione dei sacchetti di plastica: e queste restrizioni – dice ora in sostanza la Commissione Europea – non sono compatibili con il mercato unico interno dell’Unione Europea.

Dal punto di vista burocratico, i sacchetti per l’ortofrutta sono quelli “in materiale ultraleggero“, dal momento che hanno uno spessore inferiore al 15 micron. La direttiva 2015/720 impone agli Stati UE di ridurre l’utilizzo dei sacchetti di plastica “in materiale leggero” (spessore fra i 50 e i 15 micron), dal momento che essi – a livello UE – sono quelli più facilmente dispersi nell’ambiente. La direttiva ammette restrizioni alla commercializzazione per i soli sacchetti “in materiale leggero” (che da anni infatti devono essere “biodegradabili”, mentre per tutti gli altri(compresi quindi gli “ultraleggeri” destinati all’ortofrutta) vale invece la libera circolazione degli imballaggi stabilita dall’articolo 18 della direttiva 94/62.

Dato che l’Italia ha tardato a recepire la direttiva 2015/720, nel giugno 2017 si é messa in moto la procedura di infrazione dell’UE. L’Italia ha tentato di rattoppare la situazione con l’articolo 9 del decreto legge per il Mezzogiorno, che recepisce la direttiva 2015/720 introducendo restrizioni alla commercializzazione di diversi tipi di sacchetti di plastica compresi quelli ultraleggeri.

Le restrizioni italiane riguardano quindi diversi tipi di sacchetti: ma la UE ammette le restrizioni solo per i sacchetti “in materiale leggero”. E’ questo il punto dolente, ed é questa la toppa peggiore del buco aggravata – oltretutto – dalla spudorata menzogna  del “ce lo chiede l’Europa”.

Ecco il testo dell’interrogazione, cofirmata dai colleghi Castaldo e Aiuto e con il sostegno della collega Adinolfi, e la risposta della Commissione Europea.

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ANTITRUST SOSPENDE l’attività di vendita dei prodotti non disponibili www.tigershop.it e www.tecnotradeshop.it.

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Comunicato stampa del 21/06/2019 di Agcm

Riportiamo integralmente

Antitrust: vendite online, sospesa l’attività di commercializzazione di prodotti non disponibili da parte di due siti 

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, a seguito dell’avvio di due procedimenti istruttori, ha adottato due distinti provvedimenti cautelari nei confronti delle società Tiger Group S.r.l. e Tecnotrade S.r.l.s., attive nella vendita online di prodotti di telefonia, elettronica e informatica, attraverso i siti Internetwww.tigershop.it e www.tecnotradeshop.it
Nello specifico, è stato ordinato alle società di sospendere ogni attività diretta alla vendita di prodotti non disponibili e all’addebito anticipato di corrispettivi per beni che non risultino in giacenza nei magazzini o che non siano comunque pronti per la consegna. 
Le società Tiger Group S.r.l. e Tecnotrade S.r.l.s. dovranno comunicare l’avvenuta esecuzione di quanto disposto nei due distinti provvedimenti di sospensione entro 10 giorni dal loro ricevimento. 
L’intervento si inquadra in una più ampia strategia, già da tempo perseguita dall’Autorità, volta ad assicurare il corretto ed equilibrato sviluppo delle vendite on line anche attraverso l’organica repressione di fenomeni quali la mancata consegna della merce ordinata e regolarmente pagata dai consumatori, gli ostacoli al rimborso delle somme versate e all’esercizio del diritto di recesso, nonché la divulgazione di informazioni false in merito al reale stato degli ordini di acquisto e alle effettive tempistiche di consegna degli stessi. 

Roma, 20 giugno 2019

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Con la scusa dei punti per Pannolini “acchiappavano consensi illecitamente”

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Per poter partecipare ad un programma di raccolta punti
e usufruire così di piccoli vantaggi il cliente non deve
essere obbligato ad esprimere il consenso a ricevere
pubblicità. Il principio è stato ribadito dal Garante
privacy che ha vietato a una nota marca di pannolini
l’ulteriore trattamento per finalità promozionali dei dati
di oltre un milione e mezzo di persone, acquisiti in modo
illecito mediante il form “raccolta punti” del sito della
società. Dagli accertamenti svolti dal Garante in
collaborazione con il Nucleo speciale privacy della
guardia di finanza, a seguito di una segnalazione, è
emerso che solo nei primi due mesi del 2018 la società
ha inviato newsletter promozionali a circa un milione di

indirizzi e-mail raccolti e utilizzati senza un valido
consenso.
Ai clienti interessati alla raccolta punti, infatti, non
veniva data la possibilità, come richiesto dalla normativa,
di esprimere un consenso libero e specifico per le singole
finalità di trattamento che la società intendeva svolgere,
tra le quali vi era appunto l’attività promozionale. Per
poter completare la registrazione e aderire al programma
di fidelizzazione i clienti erano invece obbligati a
rilasciare due consensi generici, uno per la società e uno
per i marchi collegati.
Oltre a disporre il divieto, il Garante ha ingiunto alla
società, qualora intenda svolgere attività promozionali, di
modificare il form di raccolta dati presente sul sito,
affinché gli utenti possano esprimere un consenso libero
e informato per tale finalità.
Per i trattamenti illeciti è stata applicata una sanzione
amministrativa che la società ha già pagato.

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L’Agente di riscossione non dispone degli atti di notifica delle cartelle di pagamento? Il debito può essere annullato

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Il Movimento Difesa del Cittadino dà notizia di un’importante vittoria per i contribuenti vessati da notifiche di atti di intimazione di pagamento, pignoramenti su conti correnti bancari, iscrizioni ipotecarie, fermi amministrativi.

Come segnalato dalla sede di MDC Roma Ovest, e dall’Avv. Dalila Loiacono, il Giudice di Pace di Roma, con la sentenza n. 5665/19 ha affermato che “l’Amministrazione è tenuta a rispettare le cadenze imposte dalla legge, in base alle quali la notificazione della cartella costituisce un adempimento indefettibile. Nella predetta sequenza, quindi, l’omissione della notificazione di un atto presupposto costituisce vizio procedurale che determina la nullità dell’atto consequenziale notificato, nullità che può essere fatta valere dal contribuente con l’impugnazione dell’atto consequenziale.

Divenuti giuridicamente inesistenti gli atti presupposti, l’atto notificato è improduttivo di effetti e, pertanto, va dichiarato inefficace.

La dichiarazione di inefficacia dell’atto impugnato, quindi, estingue il diritto del Concessionario di procedere difettando validi titoli esecutivi”.

In conclusione, l’Avv. Dalila Loiacono dichiara che l’azione esecutiva è soggetta alla corretta e rituale notifica degli atti prodromici. Diversamente, l’Agente della riscossione non può procedere nei confronti del contribuente.

Mdc si augura che la sentenza in parola costituisca un esempio virtuoso di giustizia.

Invitiamo i cittadini in difficoltà a rivolgersi alla sportello SOS Equitalia di MDC Roma Ovest, tel. 06/88642693, e mail romaovest@mdc.it

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