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Saldi, Codacons chiede di abrogarli

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Se davvero il M5S vuole combattere la concorrenza sleale nel commercio e aiutare i piccoli negozi, allora deve abrogare l’obsoleta legge sui saldi di fine stagione e liberalizzare gli sconti lasciando agli esercenti la facoltà di scegliere quando e come scontare la propria merce. Lo afferma il Codacons, commentando la nota del M5S che chiarisce la posizione del movimento sulle chiusure domenicali dei negozi.

“Non si può parlare di salvare i negozi disponendo solo le chiusure nei giorni festivi con il 25% degli esercizi aperti, senza introdurre misure realmente efficaci per far ripartire le vendite e combattere la concorrenza dei big del commercio – spiega il presidente Carlo Rienzi – Gli ultimi dati Istat sulle vendite al dettaglio hanno dimostrato come i saldi estivi sono risultati un fallimento totale e non hanno apportato alcun contributo al commercio: a fronte di tale situazione e della decisione di disporre le chiusure domenicali dei negozi, il M5S deve intervenire liberalizzando gli sconti, lasciando cioè ai negozianti la facoltà di scegliere quando scontare la propria merce, perché le esigenze degli esercizi commerciali sono diverse a seconda del luogo di ubicazione, della tipologia merceologica, delle giacenze di magazzino, ecc.”.

“Solo così sarà possibile aiutare i negozianti a combattere lo strapotere delle multinazionali e dell’e-commerce, dove i saldi vengono applicati tutto l’anno e senza alcuna limitazione” – conclude Rienzi.

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Il credito è necessario, le banche meno- Arriva Libra la cripto di Fb

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Fonte: Huffpost

Di Roberto Sommella- Direttore Relazioni esterne AGCM

Qualcuno ci aveva avvisato. Steve Jobs, profeticamente, un giorno disse: il credito è necessario, le banche no. Detto da chi usò la mela dei Beatles come logo per i suoi primi pc, siglando un patto che non sarebbe mai entrato nel mondo della musica, assume ancora più valore non perché quel genio poi inventò l’iPod, ma perché oggi è evidente che il tuo nuovo concorrente, la competizione che ti bussa (se bussa) alla porta di casa, non arriva più dal settore che presidi magari da secoli. Non è possibile sapere oggi se Libra, la moneta – e già qui c’è un equivoco perché una criptomoneta, come ho spiegato in Disuguaglianze, è un investimento e non un conio – varata non a caso in Svizzera da Facebook diverrà la leva con cui sollevare un pianeta di due miliardi e 400 milioni di persone, ma qualche dubbio sulla piega che stanno prendendo le cose qui giù nel mondo reale, dovrebbe venire ai governanti, ai capi di stato, agli euroburocrati. Invece, niente. Si pensa ai soliti giochi di poltrone. 

Alcuni addetti ai lavori si illudono invece che qualcuno intervenga ex post, magari rivedendo la mitica legge antitrust americana, lo Sherman Act, nata proprio per contrastare i monopoli, ma qui siamo di fronte a qualcosa di ben diverso. Non è solo un problema di mercato. Siamo di fronte ad un cambiamento mentale della nostra società, dove gli attori protagonisti non sono le persone ma le piattaforme dove gli individui dialogano, si informano, comprano e magari un giorno voteranno. E quello che colpisce di più in questa rivoluzione digitale che farà impallidire Gutemberg, la ruota, il microchip e il motore a scoppio, è che nessuno sembra curarsi davvero di questi “datapolisti”, i monopolisti dei dati, i nostri. Non vediamo la montagna che abbiamo davanti. 

In modo quasi grottesco, mentre noi italiani prepariamo l’ennesima lettera all’Unione Europea su pochi spiccioli di decimali, Facebook si fa una sua moneta che un domani magari scalzerà il dollaro e il deprecato euro, Apple diventa anche una carta di credito, Google macina pubblicità e edita notizie, Amazon prende la licenza bancaria. Il mondo cambia e travolge giornali, negozi, logistica e banche. L’unica cosa che non cambia mai è Bruxelles, forse perché non hanno ancora inventato un algoritmo che sostituisca i tecnici della Commissione Europea, il 3%, i calcoli sull’output gap e la crescita potenziale. 

Eppure, da questa parte del mondo, un uomo ben lontano dalla cultura schumpeteriana di Jobs ci aveva avvertito, prima di lasciare le sue cariche in Acri e in Cariplo. Giuseppe Guzzetti, banchiere di lunghissimo corso, nella sua ultima relazione l’ha scritto a chiare lettere: io temo solo Amazon. E non perché le banche volevano entrare nel settore delle spedizioni. Qui non si tratta di avere atteggiamenti tecnofobici o di predicare il ritorno al medioevo dell’innovazione, in palio, forse, c’è la primazia degli Stati e le loro democrazie, la scelta consapevole di attenersi alle regole del Fiscal Compact in Europa quando nella stessa Europa i giganti digitali tengono parcheggiata una liquidità di oltre 70 miliardi di euro, sostanzialmente perché non hanno capannoni e impianti da costruire. In palio c’è quella capacità di innovare che era degli uomini e non può diventare delle macchine. Sergio Marchionne, tanto per citare un altro grande innovatore, prese le redini della Fiat in crisi nel 2004 e la lasciò alla sua morte, nel 2018, con una capitalizzazione raddoppiata intorno ai 60 miliardi di dollari, un miracolo. Sempre nel 2004 nasceva Facebook e si quotava in borsa Google; la prima è diventata il più grande paese del mondo, il secondo di miliardi ne capitalizza oggi 1.000. È la guerra degli aztechi contro i conquistadores. Le frecce e le cerbottane contro la polvere da sparo. 

È in atto, come ha notato intelligentemente e per prima Susan Grenfeld nel suo libro Cambiamento mentale, una trasformazione dell’individuo. Nelle vesti di consumatore gode sommamente dell’innovazione digitale e della competizione a portata di click;  se indossa i panni del lavoratore di un’azienda di un settore obsoleto diventa quasi una vittima sacrificale, un individuo arrabbiato pronto ad indossare un gilet giallo e a scendere in piazza; se è semplicemente una persona che cerca certezze in rete può finire preda di turbamenti psicotici che ne modificano l’ego e il numero di stragi in diretta sui social confermano questa spaventosa tendenza. 

Nel nostro piccolo mondo antico l’Unione dovrebbe quindi dotarsi anch’essa di campioni digitali, rivedere le regole del gioco e varare un Social Compact che riduca quelle disuguaglianze che una criptomoneta del gigante blu proverrà ad eliminare nell’illusione che si possa vivere sempre nella digisfera di un social network. Non tutto è perduto, ovviamente, siamo sempre umani. Ci sono alcuni segnali incoraggianti.

In Francia, ad esempio, nel primo quadrimestre dell’anno quasi tutti i giornali hanno fatto registrare un aumento delle vendite, come se qualcuno avesse deciso di riaprire le pagine di un libro dimenticato. C’è vita sul pianeta terra.

E può continuare solo se ce ne riappropriamo tutti e usciamo dalle piattaforme, tornando all’edicola, leggendo al lume di candela, persino facendo la fila in banca per parlare con l’uomo dei titoli. 

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Metanolo a partire da anidride carbonica (CO2), acqua e metano. Da una ricerca ENI/Politecnico di Zurigo

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San Donato Milanese (MI), 13 giugno 2019 – Eni e Synhelion, spin-off del Politecnico di Zurigo (ETHZ), annunciano lo sviluppo di una tecnologia innovativa che prevede la produzione di metanolo a partire da anidride carbonica (CO2), acqua e metano, tramite un processo ad alte temperature raggiunte con l’impiego di energia solare. 

La produzione di metanolo da energia rinnovabile permetterà a Eni di raggiungere il duplice obiettivo di riduzione delle emissioni di gas climalteranti e di utilizzo dell’anidride carbonica come materia prima. La CO2, infatti, viene trasformata da materiale di scarto dei processi industriali a elemento chiave nel ciclo produttivo del combustibile. Dati preliminari evidenziano che il processo in fase di sviluppo porterà ad una riduzione di oltre il 50 % delle emissioni legate alla produzione del metanolo per via convenzionale.

Eni, leader nel settore dell’innovazione, ritiene fondamentale l’impegno per migliorare e adeguare i futuri bisogni energetici mondiali attraverso un network di collaborazioni con Atenei, centri di ricerca di eccellenza e imprese innovative come Synhelion.

Questa collaborazione si inserisce nella strategia Eni di decarbonizzazione del proprio ciclo produttivo, con riduzione di gas climalteranti, in linea con gli obiettivi presi dall’azienda nell’ambito dell’accordo sul clima sottoscritto a Parigi al termine della COP21 di dicembre 2015.

La ricerca e lo sviluppo rappresentano un elemento chiave per la trasformazione di Eni in una società integrata dell’energia per un futuro low carbon. La ricerca Eni, impegnata nella creazione di valore attraverso lo studio e l’applicazione delle tecnologie, ha portato alla realizzazione di 7.300 brevetti ed all’avviamento di oltre 350 progetti. 

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FONDO SOSTEGNO ALLA NATALITÀ| la beffa, solo 3 banche hanno aderito

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Appello di Adiconsum alle banche:
Aderite al Fondo di Sostegno alla Natalità gestito da Consap.
Seguite l’esempio delle uniche 3 banche che hanno già dato il loro consenso
 13 giugno 2019 – Il Fondo di Sostegno alla Natalità è tornato di nuovo operativo. Lo annuncia sul suo sito la Consap, la Concessionaria dei Servizi Assicurativi Pubblici S.p.A..

Adiconsum esprime apprezzamento per la ripresa dell’operatività del Fondo di Sostegno alla Natalità che consente l’accesso al credito fino a 10.000 euro alle famiglie con figli nati o adottati dal 1° gennaio 2017 nei primi tre anni di vita. Il Fondo permette alle famiglie che lo richiedono di fronteggiare le nuove spese che l’arrivo un figlio comporta.

Come per il Fondo prima casa, anche per il Fondo di Sostegno alla Natalità, affinché l’iniziativa abbia successo e sia veramente uno strumento utile ed efficace, è fondamentale l’adesione del maggior numero di istituti bancari e degli intermediari finanziari all’iniziativa.

Purtroppo, come Adiconsum dobbiamo segnalare che sebbene il Protocollo d’intesa tra l’Abi e la Presidenza del Consiglio dei Ministri sia stato firmato lo scorso 19 marzo e che le banche possono aderire all’iniziativa dal 20 maggio scorso, attualmente gli istituti aderenti sono solo 3.

Pertanto, Adiconsum invita le banche ad aderire al più presto al Fondo di Sostegno alla Natalità e a seguire l’esempio delle 3 banche che hanno già fornito il loro consenso.

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