Firenze, 28 settembre 2015. Tutti gli anni la stessa storia per chi ha figli piccoli. Si torna in città a fine agosto e fino a metà ottobre i figli non rientrano, se non part time, nelle scuole e nei nidi d’infanzia. Di conseguenza, chi non ha nonne, mamme o altro supporto, fino a metà ottobre non riprende la propria attività lavorativa.
Colpa dell’inserimento (a dire degli insegnanti, necessario) se in Italia si lavora un mese e mezzo in meno degli altri Paesi. Inserimento che comporta disagi enormi per una famiglia dove babbo e mamma lavorino entrambi.
In molti nidi di Infanzia, ad esempio, nelle settimane di settembre e persino di ottobre, i bimbi escono alle 13,30 anziché come prestabilito –e pagato- alle 16.30. E ciò a prescindere da una qualsiasi ragione tarata sul singolo bambino (che magari è buono e sta dove lo metti o che comunque starebbe con una tata), ma solo per superiori esigenze di organizzazione della struttura. Prevalentemente si stratta di ragioni legate alla compresenza del personale durante la fase calda dell’inserimento e alla conseguente scopertura di personale nell’orario pomeridiano.

Ma è davvero necessario?
E’ legittimo chiedersi se un tale non-servizio per diverse settimane sia davvero necessario alla salute e all’ambientamento dei piccoli, costringendo le famiglie a periodi di evidente disagio. O se invece non riguardi meri problemi organizzativi del personale e degli educatori.
Sarà vero, come dicono, che nel resto del mondo, dove la scuola comincia prima e gli inserimenti hanno tempi e modalità ben più ristretti, crescano bimbi con maggiori traumi da abbandono, o altro? O forse è vero il contrario? Che i bimbi con maggiori problemi di mammismo sono proprio i nostri?
Non è forse corretto dire che ancora ci si affida al lavoro domestico e familiare delle donne che anche –non solo- per questo non-servizio stentano a ritornare a lavoro dopo le gravidanze?
E sarà vero che la scuola non può far fronte ad una diversa e più efficiente organizzazione del servizio, anche in queste settimane di inizio scuola?
E’ evidente che né il legislatore, né i Comuni ritengono il periodo di non-servizio dell’inserimento, necessario per i bimbi. Lo prova il fatto che, in un settore profondamente disciplinato come quello dei servizi all’infanzia e della scuola, non lo si prevede nei termini e nelle modalità scaricatorie verso la famiglia. Lo prova, altresì, il fatto che nelle scuole e nei nidi d’infanzia privati, detto tempo praticamente non esiste (per forza di cose, il genitore non avrebbe alcun interesse a pagare per intero un mese o due per un servizio a metà) e nessuno ad oggi gliene ha mai fatto una colpa.

Ma soprattutto, perché le famiglie devono pagare il non-servizio a prezzo pieno?
Ora, anche ammesso e non concesso, che settimane e settimane di part time nei nidi o nelle scuole d’infanzia, salvaguardino da turbe o traumi i piccoli, perché dovremmo comunque corrispondere per il servizio la retta piena? Perché dovremmo pagare due volte (nido e baby sitter) per tenere i nostri piccoli impegnati mentre si lavora?
Un esempio, il mio. Lo scorso anno, mia figlia è stata inserita in un noto Nido d’Infanzia del Comune di Firenze. Mi è stata chiesta dal Comune la cifra tonda di quanto avrei pagato se la struttura mi avesse effettuato un pieno servizio. Ma il non-servizio di tante mattine e pomeriggi, io l’ho comunque dovuto pagare ad altri, una baby sitter!
Quest’anno, la piccola non ha dovuto effettuare inserimento impegnativo (frequentando la stessa scuola con gli stessi insegnanti), ma nonostante questo, dal 9 settembre al 1 Ottobre non uscirà alle 16.30 come previsto, ma alle 15.30. E non si sa bene perché.
Io non ho inteso pagare, e non intendo pagare anche quest’anno, la retta di settembre se non nei limiti del servizio effettivamente usufruito. A tal fine ho provveduto al ricalcolo della quota in proporzione ai giorni ed in base alla tariffa applicabile. Il Comune di Firenze mi ha già sollecitato il pagamento della differenza per lo scorso anno, ma per adesso non mi ha portato in causa. Se lo farà, sarà l’occasione per sollevare anche giuridicamente la questione degli indebiti pagamenti per servizi non resi.

Claudia Moretti, legale Aduc