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Tariffe servizi essenziali: aumentano oltre il doppio dell’inflazione negli ultimi dieci anni e pesano sempre più nei bilanci delle famiglie.

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Alla luce dei dati definitivi del 2016 la Federconsumatori ha aggiornato la consueta analisi sulla evoluzione delle tariffe dei 10 servizi essenziali negli ultimi 10 anni.
Da tale indagine emerge chiaramente che nell’ultimo decennio le tariffe sono aumentate mediamente (vedi nota allegata) del + 34,35% a fronte di un’inflazione nel medesimo periodo del 15,7 %. Il costo di quersti servizi incide sempre di più in percentuale sul bilancio delle famiglie italiane, a discapito di altre spese importanti come i consumi; un peso sempre maggiore che secondo le nostre elaborazioni su dati Istat è aumentato del 38% rispetto 20 anni fa (1996-2016).
La crescita più marcata nell’ultimo decennio 2006-2016 è stata quella delle tariffe dell’acqua + 89,2%, dei rifiuti + 52,1%, dei pedaggi autostradali e dei parcheggi + 42,5%, dei trasporti ferroviari +46,2% dei servizi postali + 41,5%, dei trasporti urbani +29,3%, dei taxi +26,5%, dell’energia elettrica +24,4%.
Il maggior aumento si è registrato in servizi vitali per le famiglie.
Unico dato in controtendenza, che segna una diminuzione del -15,7% è quello relativo alla telefonia (fissa e mobile). Registra una crescita moderata, a seguito della eccessiva offerta e calo dei consumi, anche la tariffa del gas +7,3%.
Una seconda analisi suddivide (vedi nota allegata) invece l’andamento di tali tariffe in due fasi: una precedente alla crisi, dal 2002 al 2008, l’altra in piena recessione, dal 2008 al 2016.
Basta dare uno sguardo alle tabelle riassuntive per comprendere come, nonostante la crisi ed il concomitante calo del potere di acquisto delle famiglie, alcune tariffe (acqua, rifiuti, pedaggi e parcheggi, trasporti urbani e ferroviari e servizi postali) siano aumentate in maniera “più pesante rispetto alla fase pre- crisi”.
Questo denota come diversi fattori, tra cui il fatto che la concorrenza in alcuni settori non ha prodotto contenimento delle tariffe o non è mai decollata, il peso sempre più forte della pressione fiscale e parafiscale (in particolare sulle bollette energetiche), la riduzione dei trasferimenti dallo Stato agli Enti locali che a loro volta hanno scaricato i mancati introiti sulle bollette dei servizi a “decisione locale”, hanno portato ad un aumento insostenibile delle tariffe, contribuendo così al grave impoverimento delle famiglie.
Se poi aggiungiamo i redditi da lavoro fermi da anni ed erosi nel potere d’acquisto: i consumi “ridotti e contenuti sugli altri capitoli di spesa famigliare” per privilegiare il pagamento delle spese obbligate, quali quelle dei “servizi essenziali”; l’aumento delle entrate fiscali nel 2015 del +6,4%, e del +7,6% nel 2016 (stime), debito pubblico che non accenna a diminuire ed un Paese che non cresce, il quadro si completa in tutta la sua drammaticità.
Proprio a causa dell’aumento dei costi relativi a tali servizi si registra inoltre un grave aumento della morosità e delle richieste di sospensione delle forniture (senza contare la forte richiesta di rateizzazione nel pagamento delle medesime).
Tassi di morosità che si attestano al 4,5% delle utenze per le bollette dell’acqua, al 2,6% per le bollette del gas ed all’1,2% per quelle elettriche e per quest’ultime due si arriva al distacco della fornitura.
L’ammontare complessivo dei crediti non pagati, a medio e lungo termine, per tutte le utenze elettriche (domestici e non) ammonta a 5,9 mld e ulteriori 5,9 mld per le utenze del gas (domestici e non) un quadro che la dice lunga sul quadro di criticità che rappresenta la morosità.
In un contesto di forte crescita della “povertà assoluta”, che conta 4.598.000 cittadini italiani in forte disagio sociale e quotidiano e 15.000.000 di cittadini che anch’essi si trovano in povertà relativa con valori che non sono mai stati così elevati da 10 anni a questa parte.

 

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Recupero crediti, arriva il nuovo codice di settore OIC

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Le buone regole a garanzia di tutti

Presentato il Nuovo Codice Procedurale dell’Osservatorio Imprese e Consumatori per le attività di gestione e tutela del credito

Il Codice disciplina il trattamento dei dati, le attività di rintraccio, i contatti telefonici, le comunicazioni epistolari ed elettroniche, i contatti domiciliari, l’attività legale e la gestione delle contestazioni e dei reclami

Mercoledì 17 gennaio 2018 alle ore 9.30
Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto – Via del Seminario, 76 – Roma

Presentato mercoledì 17 gennaio presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto in Roma nell’ambito dell’evento “Le buone regole a garanzia di tutti”, il Nuovo Codice Procedurale dell’Osservatorio Imprese e Consumatori (OIC), nato per disciplinare in maniera compiuta e organica le attività di gestione e tutela del credito, svolte in proprio o per conto terzi, al fine di garantire il rispetto dei diritti dei creditori e dei consumatori. Il settore della tutela del credito negli ultimi anni è stato, infatti, caratterizzato da una forte evoluzione che, tuttavia, non è stata accompagnata da un necessario aggiornamento delle norme risalenti al 1931 (Art. 115-120 TULPS). Il Codice Procedurale OIC ha quindi l’intento di colmare le lacune normative, attraverso regole di condotta e di gestione.

All’eventoorganizzato dall’Osservatorio Imprese e Consumatori (OIC), in collaborazione con CONFASSOCIAZIONI e con il patrocinio di ACMI (Associazione Credit Managers Italia), hanno partecipato:

Antonio Persici – Presidente OIC; Ignazio Abrignani (Vice Presidente X Commissione Permanente Attività Produttive); Federica De Pasquale (Vice Presidente Nazionale Confassociazioni); Marco Recchi (Esperto in normative su gestione e tutela del credito); Giuseppe Busia (Segretario generale del Garante per la protezione dei dati personali); Gianluca Di Ascenzo (Vice Presidente OIC e Presidente Codacons); Dino Crivellari (Avvocato); Giovanni Calabrò (Direttore Generale DG Tutela del Consumatore AGCM); Umberto Filotto (Segretario Generale Assofin); Marco Volante (Responsabile energia Lega Consumatori); Raffaella Grisafi (Vice Presidente Vicario Konsumer Italia); Leonardo Iacovelli (Iacovelli & Partners); Roberto Daverio (Presidente ACMI).

  • LE INTERVISTE AI RELATORI

Antonio Persici, Presidente OIC

Federica De Pasquale, Vice Presidente Nazionale Confassociazioni

Marco Recchi, esperto in normative su gestione e tutela del credito

Giuseppe Busia, Segretario generale del Garante per la protezione dei dati personali

Ignazio Abrignani, Vice Presidente X Commissione Permanente Attività Produttive

Giovanni Calabrò, Direttore Generale per la Tutela del Consumatore dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

Gianluca Di Ascenzo, Vice Presidente OIC e Presidente Codacons

Dino CrivellariAvvocato

Umberto Filotto, Segretario Generale di Assofin

Roberto Daverio, Presidente ACMI

  • LE IMMAGINI DEL CONVEGNO

Il testo, risultato di una proficua collaborazione tra il mondo delle imprese e delle Associazioni di Consumatori facenti parte di OIC, è stato redatto ai sensi di quanto previsto dall’art. 27 bis del Codice del Consumo e richiama in maniera costante e precisa il fondamento normativo attuale che regola le attività di gestione e tutela del credito (Art. 115-120 TULPS) comprese le novità legislative intervenute, a cominciare dalle disposizioni normative comunitarie ed emanate dal Garante della Privacy e dal Garante della Concorrenza e del Mercato.

Il Nuovo Codice Procedurale disciplina nello specifico: il trattamento dei dati; le attività di rintraccio; i contatti telefonici; le comunicazioni epistolari; le comunicazioni elettroniche; i contatti domiciliari; l’attività legale; la Gestione delle contestazioni e dei reclami.

Il settore della tutela e gestione del credito – ha dichiarato il Presidente dell’Osservatorio Imprese e Consumatori, Antonio Persici – rappresenta un’attività utile e necessaria sia per il creditore, sia per il debitore, ma che purtroppo è ancora regolata da una normativa obsoleta. Il Nuovo Codice Procedurale OIC è stato quindi concepito proprio per far fronte all’assenza di una normativa aggiornata e rappresenta l’armonizzazione tra due interessi solitamente contrapposti, quello delle imprese e quello dei consumatori, che hanno trovato un’unica strada nata dalla condivisione di principi orientati non più alla convenienza di una sola parte, ma al bene comune.

OIC si occupa da tempo di tutela del credito, nella stesura del Codice sono dunque stati richiamati tutti i contributi pregressi, declinati nei diversi convegni istituzionali e nei disegni di legge in tema di gestione e tutela del credito, ai quali OIC ha collaborato, e che contiamo possano diventare legge ripresentati nella prossima legislatura per dotare, finalmente, l’intero settore di strumenti virtuosi e condivisibili”.

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Cellulari attivazioni “Svuota credito”, come richiedere il rimborso

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Sei stato vittima di servizi “svuota-credito”? CODICI ti ricarica!

Codici lancia la Campagna: RICARICATI con CODICI

Credito sparito indebitamente? Rivolgiti a Codici per verificare gli addebiti

Hai il sospetto che ti siano stati scalati dei soldi indebitamente? Riaccendi il tuo telefono dopo tempo di non utilizzo e ti ritrovi con il credito a zero?

Rivolgiti a Codici per verificare gli addebiti, chiederemo agli operatori il dettaglio del tuo traffico telefonico.

Ritorniamo a parlare dei servizi #svuotacredito e di tutti i “servizi a valore aggiunto o a contenuto” che stanno raggiungendo un livello allarmante tra gli utenti e risultano fuorvianti per un mercato degno di essere definito trasparente ed efficace.

Com’è noto, la facilità con la quale si cade nella truffa è strabiliante, basta sfiorare un banner o stare sulla pagina di un articolo per più di un minuto, e ci si ritrova attivato un servizio mai richiesto, ad un costo medio di 4,99€ settimanali, che vengono prontamente scalati dal vostro credito. La semplicità di attivazione non corrisponde quasi mai alla trasparenza o alla altrettanta semplicità nella disattivazione.

Per disattivare gli abbonamenti, infatti, il consumatore è costretto quasi sempre a chiedere la nostra assistenza perché diventa incomprensibile, o quasi mai identificabile, la modalità per disattivare. Come pure, è altrettanto inconcepibile la eccessiva discrezionalità che gli operatori adottano per stabilire chi e quando si abbia diritto ad un rimborso.

Alcune indicazioni utili su come disattivare e richiedere il denaro:

1) per disattivare: dal 1° novembre è in funzione il numero unico nazionale 800.44.22.99 (solo dal cellulare interessato), in caso di difficoltà chiamare Codici Associazione Consumatori allo 06.55301808 oppure scriveteci a: http://www.codici.org/telefonia.html

2) per richiedere il rimborso: chiamare il numero assistenza clienti del proprio operatore. Nel caso in cui facciano storie o non vogliano restituire il denaro, oppure dicano di non riuscire a risalire al dettaglio del credito, o ancora non riusciate a risalire da soli tramite app, nonostante ve lo abbiano consigliato, chiamate Codici -Associazione Consumatori allo 06.55.301808 oppure contattateci al link dei reclami: http://www.codici.org/telefonia.html

Per renderci conto dell’entità della situazione, ecco i numeri dell’osservatorio Codici: 5 euro, mediamente ogni sei mesi, sottratti inconsapevolmente ai consumatori, per 45 milioni di sim, che fanno un totale di 450 milioni di euro ogni anno. E attenzione, si tratta di stime prudenziali. Supponiamo che il numero salga vertiginosamente, considerando che in Italia le sim sono 90 milioni e i servizi svuotacredito vengano attivati almeno 2 volte nel corso di un anno.

Codici lancia la campagna “Ricaricati con Codici”, se anche tu hai il sospetto che ti siano stati scalati dei soldi indebitamente, scrivici a segreteria.sportello@codici.org oppure contattaci scrivendoci a http://www.codici.org/telefonia.html

L’Associazione Codici chiederà agli operatori di fornirti il dettaglio del traffico dati per verificare la correttezza degli addebiti.

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Commissione inchiesta banche: arriva una sola proposta, quella Capezzone

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di Daniele Capezzone

BANCHE. COMMISSIONE D’INCHIESTA.

Proposte e considerazioni conclusive di Daniele Capezzone

Roma, 21-22 gennaio 2018

 

PREMESSA

 

Una premessa culturale, non solo politica. Servono nuove leggi per il futuro? Alcuni – tra loro, molti magistrati – rispondono convintamente con un sì. Invocano le legislazioni più corpose di altri paesi, e criticano il fatto che l’intervento penale – in Italia – sia spesso possibile solo dopo un conclamato fallimento. Dunque, chiedono un apparato penale che possa essere operativo molto prima, con l’obiettivo – dicono – di “proteggere” i cittadini. Visione sicuramente nobile, non priva di alcuni buoni argomenti. Eppure non convincente. Per almeno tre ragioni.

 

Primo. Non abbiamo bisogno di un diluvio penale: l’Italia già muore di pan-penalismo, di sanzioni penali a raffica. Unico risultato: altra incertezza del diritto, una valanga di interpretazioni difformi, un’alea ulteriore che graverebbe sull’economia, un clamoroso disincentivo all’attrazione degli investimenti. Immaginiamo bene cosa accadrebbe con decine e decine di procure, con centinaia di pm, alle prese con ulteriori nuove figure di reato, addirittura riguardanti situazioni in cui un soggetto non è ancora fallito. Quante interpretazioni diverse? Quante situazioni simili trattate in modo opposto? Non bastano già oggi, oltre alla bancarotta, il falso in bilancio e l’aggiotaggio?

 

Secondo. Non si può applicare una logica penale a tutto, per giunta in chiave preventiva. Già le nuove e discutibilissime norme sul falso in bilancio “ingabbiano” la realtà. Un bilancio è fatto di stime: può accadere che la realtà si riveli diversa rispetto alle previsioni, senza che vi sia stata da parte dell’imprenditore una volontà dolosa di falsificazione. Non è una risposta saggia quella di tenere l’intero sistema economico sotto una spada di Damocle.

 

Terzo. Giusto lavorare preventivamente per una migliore informazione di investitori e risparmiatori. Ma non ha senso trattarli come se fossero minorenni che lo “stato-papà” deve accompagnare quando attraversano la strada. Questa non è una visione liberale. E’ una visione statalista, paternalista, di intervento normativo ossessivo. Il contrario di ciò di cui avremmo bisogno: e cioè informare bene cittadini e risparmiatori, e consentir loro – einaudianamente – di “conoscere per deliberare”.

 

Ciò detto, veniamo alle cinque proposte.

 

 

  1. COME SI STA USANDO IL DENARO DEGLI ITALIANI? LA MONTAGNA DEI CREDITI INSOLUTI.

 

Insieme a una non vasta minoranza parlamentare, mi sono sempre schierato contro l’uso di soldi pubblici per porre rimedio alle crisi bancarie. Siccome però ampie maggioranze hanno oltre un anno fa deciso il contrario, ora è almeno doveroso capire cosa stia accadendo oggi: quel denaro degli italiani lo si sta usando bene?

 

Nell’ultimo triennio ci sono state undici crisi bancarie in Italia che hanno comportato l’azzeramento totale del capitale (1 Tercas, 2 Banca Marche, 3 Banca Etruria, 4 CR Ferrara, 5 CR Chieti, 6 Veneto Banca, 7 BP Vicenza, 8 MPS, 9 CR San Miniato, 10 CR Cesena, 11 CR Rimini).

 

In Italia ci sono tre elementi peculiari che andrebbero considerati.

  1. a) Le crisi bancarie sono scoppiate ad effetto ritardato, ossia le banche sono state mantenute in vita con una forma di accanimento terapeutico che le ha fatte vivacchiare per circa un quinquennio dal momento dell’oggettiva emersione dello stato di difficoltà. Ad esempio la CR Rimini è stata oggetto di un primo commissariamento nel 2008 ed è stata liquidata nel 2018. Per non parlare di MPS che è tuttora oggetto di ulteriori evoluzioni che non si concluderanno prima della primavera del 2018. In sintesi: le crisi sono state insabbiate fino a farle emergere solo quando non erano più eludibiliQuanto valore si è creato (o direi si è distrutto) con la strategia del temporeggiamento?
  2. b) Il metodo di gestione delle crisi è stato concepito con creatività originale di caso in caso: ogni volta se n’è inventata una nuova. In sintesi: a parità di condizioni di contesto si sono applicate almeno cinque ricette, nessuna delle quali di mercato, con oneri per la collettività non tutti emersi oggi. Dopo le cinque esperienze si è capito se esiste una ricetta buona per il futuro, oppure dopo aver depredato le risorse di tutti i soggetti coinvolti finora, bisognerà creativamente concepire una sesta soluzione? 
  3. c) La situazione di maggior emergenza è completamente non presidiata. L’emergenza nei casi suddetti risiede nella montagna di crediti insoluti. Tali crediti di fatto sono spariti dal conto dei crediti di sistema. Quindi sono stati apparentemente insabbiati. Peccato che dall’esito degli incassi dipenderano le effettive perdite per a) i contribuenti (per la quota di azioni sottoscritte dal MEF), b) per il sistema bancario che è esposto per circa una decina di miliardi nel finanziare i veicoli pubblici e i veicoli di cartolarizzazione che hanno rilevato i crediti, c) i “privati” chiamati all’appello di Atlante (fondazioni, società pubbliche, enti previdenziali, assicurazioni).

 

La maggior parte dei crediti risiede in casa di due scatole praticamente vuote: SGA fondata a Napoli negli anni Novanta e praticamente a fine corsa con l’esaurimento del recupero dei crediti del Banco di Napoli, per i quali la suddetta società ha impiegato quasi venti anni per la riscossione dei crediti per arrivare al ventesimo anno e utilizzare i proventi per sottoscrivere quote del fondo Atlante, e la REV di proprietà di Banca d’Italia che ha meno dipendenti che miliardi di crediti in gestione ma ha già visto lo scioglimento di un consiglio di amministrazione per divergenze tra gli amministratori.

 

Occorre dunque continuare a monitorare, al di là di quanto emerso finora in modo parziale:

  1. Quanti dei crediti di tali portafogli sono stati fisicamente trasferiti dagli istituti originari a nuovi titolari?
  2. Quanti dei crediti sono stati oggetto di iniziative di recupero avviate dopo la liquidazione delle 11 banche?
  3. Quanto spesso, per effetto di assenza di presidio, sono state fatte scadere le scadenze procedurali/ i termini di prescrizione per la riscossione dei crediti a partire dalla data di liquidazione delle banche?
  4. Quanto è stato incassato dai portafogli non performing delle 11 banche dalla data della loro liquidazione? Come si confrontano questi incassi con il periodo ante liquidazione?

 

Dovremmo renderci conto che questi asset sono praticamente diventati parte del patrimonio pubblico e sembra evidente che purtroppo iniziano ad essere presidiati come tali. All’incuria degli immobili pubblici, dei mezzi pubblici di trasporto, dei giardini pubblici, si aggiungerà l’incuria dei crediti pubblici. Per circa 60 miliardi di euro…

 

 

  1. AFFRONTARE IL CONFLITTO DI INTERESSI DI BANKITALIA: SEPARARE I POITERI DI VIGILANZA DA QUELLI DI RISOLUZIONE DELLE CRISI

 

La seconda è una proposta-choc: o meglio, una proposta ragionevolissima, perfino banale, largamente praticata all’estero, e “choccante”, in Italia, solo per i cultori dello status quo, per i sacerdoti del “mota quietare, quieta non movere”.

 

Se vogliamo evitare che si ripetano situazioni perverse, occorre affrontare il nodo di quella sorta di “conflitto di interessi” in cui si trova la Banca d’Italia, nel momento in cui esercita sia le funzioni di vigilanza sia quelle di risoluzione delle crisi.

 

Molto spesso, in altri paesi, queste funzioni sono ben distinte. Se invece vengono mantenute unite, si innesca un inevitabile elemento di valutazione “politica” (cioè discrezionale, di opportunità) che può indurre ad attenuare alcune preoccupazioni e a incoraggiare forzatamente alcune soluzioni, con il forte rischio che – alla fine – l’una e l’altra cosa si rivelino assai costose per il contribuente italiano.

 

Qualcuno, a onor del vero, ha coraggiosamente posto il tema in ogni sede: mi riferisco a Paolo Savona, voce autorevole e – starei per dire: quindi – inascoltata.

 

E’ umanissimo che al momento della risoluzione delle crisi la Banca d’Italia possa coprire gli errori eventualmente commessi in sede di vigilanza. Ed è altrettanto umano che, vigilando su una situazione, la Banca d’Italia possa (moral suasion…) far capire a una banca che “deve” farsi carico di una certa altra situazione critica, salvo altrimenti subire uno scrutinio più penetrante in casa.

 

Non dico che questo sia avvenuto, non criminalizzo, non insinuo. Ma dico che ciò poteva, può e potrà accadere, a regole esistenti.

 

Quando invece regole più limpide e liberali, basate sul principio sacro e classico della separazione delle funzioni, potrebbero essere utili proprio a evitare vischiosità patologiche e opacità di questo tipo.

 

So di toccare tasti dolenti, ma si tratta di una questione di sistema. Un pezzo non irrilevante della crisi delle banche italiane trae origine dal fatto che la vigilanza della Banca d’Italia non abbia supervisioni esterne, e abbia contestualmente il “monopolio” delle soluzioni. Il risultato – sotto gli occhi di tutti – è un grappolo di crisi e un pesante conto presentato al cittadino-contribuente.

 

 

  1. TRASPARENZA SU CHI HA AVUTO FONDI E NON LI HA RESTITUITI

 

La terza proposta ricalca ciò che abbiamo chiesto ai magistrati auditi e ciò che scrissi (lettera aperta del giugno 2016) al Governatore di Banca d’Italia a proposito di Banca Etruria, in quel caso con risposta piuttosto deludente.

 

Premessa doverosa: chi scrive è un assoluto garantista. Ciò detto, però, un conto è essere garantisti, altro conto è essere politicamente ciechi.

 

Se tutti ribadiscono la lodevole intenzione di fare chiarezza, c’è un solo modo per assicurare piena trasparenza: poi siano le autorità a scegliere i modi e le forme in cui tale richiesta possa essere soddisfatta.

 

Occorre rendere noto chi, e quanto, e con quali garanzie, e con quale percorso di rientro, abbia ricevuto fidi, prestiti, erogazioni, finanziamenti, a qualsiasi titolo, dalle banche andate in crisi, con riferimento ad un arco di tempo adeguato a comprendere l’intera vicenda. Sia chiaro: non interessano “cognomi e gogne”. Ma i fatti e le cifre sì.

 

Tuttora, infatti, piccole imprese e cittadini, quando si recano presso una banca anche per un piccolo fido, sono sottoposti a uno scrutinio severo. E’ opportuno misurare la distanza tra questa prassi e quanto è invece avvenuto presso le banche oggetto delle varie inchieste, dove (tra delibere carenti e decisioni allegre per gli “amici” e gli “amici degli amici”) si sono verificati casi classici di “crony lending”, determinando il dissesto e i danni che sono parzialmente venuti alla luce.

 

Un’operazione-verità appare quanto mai necessaria: sia per i contribuenti, sia per le banche ben amministrate, quelle che hanno agito correttamente e che sono e saranno chiamate a sopportare i danni e gli effetti collaterali delle altrui cattive gestioni.

 

Accanto ai cittadini che bramano sanzioni penali, ce ne sono altri che desiderano trasparenza, accountability, e un mercato in cui attori e giocatori rispettino le stesse regole. La certezza è che questa seconda categoria di cittadini sia stata troppe volte delusa.

 

Questo implica anche un’analisi puntuale sulle autorizzazioni interne agli istituti sulle erogazioni dei fidi. In base a quali informazioni sono stati rilasciati i fidi? Quale merito creditizio aveva ciascuna controparte? Quanto sono state accurate le revisioni critiche ai singoli business plan? Quali controgaranzie sono state richieste ai clienti? Su quali basi economico-finanziarie sono stati contrattualizzati i termini di rientro? Quale conoscenza specifica del settore possedeva l’istituto per intraprendere i vari investimenti?

 

 

  1. UNA PROPOSTA PER I DANNEGGIATI: IL WARRANT

 

La quarta proposta è anche la possibilità di una misura successiva di ristoro per i danneggiati, senza gravare sulle tasche dei contribuenti. Una misura market-friendly, che ricalcherebbe la strada che fu positivamente seguita nel 1982 dopo il crollo del Banco Ambrosiano per ridare fiato ai vecchi azionisti (ne furono protagonisti il Governatore Ciampi, il ministro Andreatta, e Giovanni Bazoli alla guida del Nuovo Banco Ambrosiano): quello schema è forse praticabile anche oggi. Assegnare warrant – quindi un’opzione – in questo caso agli obbligazionisti subordinati sarebbe un modo di metterli potenzialmente in condizione di recuperare in futuro almeno qualcosa, dopo le perdite eventualmente subite.

 

Sappiamo bene che oggi quel warrant varrebbe molto poco. Ma metterebbe in condizione i titolari di essere i migliori “cani da guardia” delle gestioni intervenute dopo il dissesto, oggi colpevolmente abbandonate a se stesse.

 

 

  1. IL CASO (MAI ABBASTANZA AFFRONTATO) DELLE BANCHE POPOLARI

 

Tra le responsabilità e gli errori dell’ultimo triennio, e in buona misura della stessa Commissione, c’è stata la scelta di non occuparsi adeguatamente dell’”operazione” (anzi della guerra-lampo) del Governo Renzi contro le banche popolari.

 

Nessuno nega che anche il mondo delle popolari avesse delle anomalie, delle singolarità non tutte fisiologiche. Ma tempi, modi e caratteristiche di quella “riforma”, con tanto di anticipazioni che hanno consentito eccezionali operazioni speculative, lasciano sul terreno domande senza risposta.

 

C’è un rischio generale e di sistema, in primo luogo: un intervento dirigista e illiberale rischia di favorire non la concorrenza ma un oligopolio bancario.

 

Da sottolineare anche un dettaglio formale: il decreto viene varato in “vacanza” di un Presidente della Repubblica, con funzioni vicarie esercitate dal Presidente del Senato Grasso, che (nonostante i suggerimenti e le puntuali osservazioni di molti, incluso – ultimo – chi scrive queste pagine) firma il decreto avallando senza fiatare le ragioni di straordinarietà e urgenza dell’intervento normativo.

 

Aggiungo due considerazioni politiche.

 

La prima. Tuttora molti aspetti della “riforma” sono sub iudice dinanzi alla Corte Costituzionale. E in pochi si sono preoccupati di spiegare rischi e conseguenze di uno stallo (prevedibile) e di un’incertezza giuridica che in diversi avevamo paventato.

 

La seconda. Chi scrive è un liberale, un fautore convinto dell’apertura di ogni possibile mercato, e un avversario naturale di ogni misura di “protezione”, meno che mai di sapore nazionalistico. Tuttavia, un conto è essere liberali e privatizzatori, altro conto è essere ciechi dinanzi alle svendite. Furono svendite molte (false) privatizzazioni dei primi anni Novanta (tra governi deboli, tecnici al potere, politici spaventati e sottomessi), con segmenti importanti di chimica, meccanica, agroalimentare, grande distribuzione e banche – appunto – svenduti per qualche sacchetto di perline.

 

Nell’Italia del 2018, si rischia (in forma diversa: qui non si tratta di proprietà statali o pubbliche) il secondo tempo di quella partita. Stavolta (e naturalmente l’area franco-tedesca già ringrazia) nel mirino ci sono le banche rimaste, i risparmi e gli immobili degli italiani.

 

 

Roma, 21-22 gennaio 2018

Daniele Capezzone

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