Gli aumenti non sono giustificati né dai dati di utilizzo di dispositivi mobili in Italia, scenario in evoluzione stabile, né da un semplice e forzato confronto con quanto accade in Francia e Germania: la misura è anacronistica, già minoritaria in Europa – in Spagna è stata abolita di recente – dove sta scomparendo di pari passo con l’evoluzione dei modelli di business e di condivisione dei contenuti online.
Per Altroconsumo gli aumenti sono illogici e la tassa è iniqua; se ne chiede l’abolizione attraverso la petizione sul proprio sito, che ha già raggiunto i 20.000 sottoscrittori e sulla piattaforma change.org, dove hanno aderito in 60.000.
Chi acquista legalmente musica e film da piattaforme online paga già i diritti d’autore per fruire dei contenuti e fare copie su altri supporti: è ingiusto che si paghi una tassa anche su questi dispositivi, trovandosi così a contribuire due volte.
La misura è minoritaria in Europa; l’Italia si sta spingendo nella direzione sbagliata, in controtendenza: la Spagna ha abolito l’equo compenso, per evitare di penalizzare la propria economia digitale e cercare di guardare al futuro. Un tema che si pensava caro al Governo Renzi, anche in vista del semestre italiano di presidenza europea: da mesi sulla riforma della Direttiva sul Copyright si è aperta una discussione a livello internazionale sulla revisione dell’equo compenso per copia privata, considerato da più parti un meccanismo rozzo ed obsoleto. Al contrario, il decreto è a sfavore della modernizzazione e dell’innovazione del Paese e ha aumentato le tariffe nonostante tutti gli indicatori deponessero a favore di una riduzione.
Il ministero per i Beni culturali aveva commissionato un’indagine ad hoc sulle abitudini dei consumatori per verificare se davvero le copie private di opere musicali e cinematografiche fossero cresciute negli ultimi tre anni tanto da legittimare un aumento verticale dell’equo compenso, come pretendeva la Siae, beneficiaria della tassa. I risultati di tale indagine, per lungo tempo non resi pubblici dal nuovo ministro Franceschini, erano chiare: solo il 13% dei consumatori infatti fa effettivamente copie private e di questi solo un terzo usa smartphone e tablet.
Se aggiornamento dell’equo compenso doveva esserci, avrebbe dovuto essere al ribasso, con una riduzione delle tariffe.